Chiamati a vivere (Salmo 139) (Gianfranco Ravasi)

dal sito:

http://www.apostoline.it/riflessioni/salmi/Salmo139.htm

I SALMI CANTI SUI SENTIERI DI DIO

GIANFRANCO RAVASI

Chiamati a vivere (Salmo 139)     

C’è una vocazione primordiale che sta alla radice del nostro stesso essere, è la chiamata alla vita. Dice il Signore a Geremia nel giorno della sua vocazione profetica: « Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu venissi alla luce, ti avevo consacrato » (1,5), e questa frase sarà ripresa anche da Paolo per descrivere la sua vocazione nella lettera ai Galati (« Dio mi scelse fin dal seno di mia madre » 1,15). È celebre il detto di Cartesio « Cogito, ergo sum », « penso, quindi esisto ».il teologo K. Barth ha introdotto in questa frase una piccola variante che però la rivoluziona: « Cogitor, ergo sum » « sono pensato (da Dio) e quindi esisto ». È questa la tipica visione della Bibbia che alla radice della nostra esistenza pone l’amore di Dio e la sua parola: « In principio Dio disse: Facciamo l’uomo…! ».
Ora, questa grande vocazione che si irradia su tutta la nostra esistenza, su tutto lo spazio che percorreremo, su tutti nostri anni, i mesi, i giorni, le ore della nostra vita  è stupendamente cantata in un salmo, il 139, un testo piuttosto lungo che non possiamo ora citare integralmente ma che invitiamo a riprendere e a leggere con attenzione sulla propria Bibbia. « Il Salmo 139 è una delle più penetranti riflessioni sul significato e sulla presenza di Dio in tutta la letteratura religiosa. Vi si avverte,  più che altrove, il senso miracoloso, avvincente e straordinario di Dio che si proietta in ogni direzione, al di sopra, al di sotto, innanzi e indietro ». Queste parole del teologo anglicano A. T. Robinson in un libro che a suo tempo fece scalpore, Dio non è così (Firenze 1965), colgono il cuore di questo splendido ma molto difficile cantico sapienziale.
La libertà delle immagini, il bagliore delle intuizioni, la forza dei sentimenti, la mutevolezza delle tonalità, il tormento del testo a noi giunto non impediscono al Salmo di avere una struttura nitida e un suo rigore ideologico. La sostanza del messaggio è subito percepibile. Dio tutto sa e tutto può e l’uomo non può sottrarsi a lui. Lo scopo ultimo del poema è quello di far convergere verso l’abbraccio salvifico di Dio tutte le dimensioni, tutta la realtà, tutta l’umanità. Citando due poeti greci, Arato e Cleante, Paolo ad Atene affermava: « In lui viviamo, in lui ci muoviamo ed esistiamo » (Atti 17,28). In un testo aramaico di El-Amarna  (Egitto) leggiamo questa frase: « Se noi saliamo in cielo, se noi scendiamo negli inferi, la nostra testa è nelle Tue mani ».
La prima strofa (vv.1-6) è la celebrazione dell’onniscienza divina, come è attestato dal riecheggiare del verbo « conoscere », che nel mondo semitico indica la penetrazione totale del conoscente nell’oggetto conosciuto. Dio mi conosce « quando seggo e quando mi alzo, quando cammino e quando sosto »: le azioni « polari » estreme della vita che riassumono tutte le altre non sfuggono allo sguardo di Dio, come gli sono familiari il nostro pensiero e la nostra parola prima ancora che essi sboccino.
All’onnipresenza divina è dedicata la seconda strofa (vv. 7-12) in cui si descrive il « folle volo » dell’uomo per sottrarsi a Dio. Tutto lo spazio è percorso, dalla verticale cielo-inferi all’orizzontale est-ovest (aurora- mare Mediterraneo). Tutto il tempo con la sua sequenza notte-giorno è perlustrato da Dio a cui non resiste né la morte né la tenebra.

Leggiamo ora la terza strofa (vv. 13-18) che si fissa sulla realtà più mirabile dell’essere, l’uomo, il « prodigio » di Dio.

Sei tu che hai creato i miei reni,
mi hai intessuto nel grembo di mia madre.
Ti ringrazio perché con atti prodigiosi mi hai fatto mirabile:
meravigliose sono le tue opere
e la mia anima le riconosce pienamente.
Il mio scheletro non ti era nascosto
quando fui confezionato nel segreto,
ricamato nelle profondità della terra.
Anche l’embrione i tuoi occhi l’hanno visto
e nel tuo libro erano tutti scritti
i giorni che furono formati
quando ancora non ne esisteva uno.
Quanto sono insondabili per me i tuoi pensieri, o Dio,
quanto è complessa la loro sostanza!
Se li conto sono più numerosi della sabbia.
Mi risveglio ed ecco sono ancora con te.

Attraverso il simbolismo « plastico » del vasaio e dello scultore e quello « tessile » del ricamo si dipinge l’azione di Dio all’intero del grembo della gestante. Quel grembo notturno e oscuro, che è paragonato a quello della madre Terra, è trapassato dallo sguardo creatore di Dio e diventa come un cantiere del nostro destino fisico e spirituale. La funzione della donna è vista dal poeta in parallelo a quella della terra: come il seme cade nel terreno e fa esplodere la sua energia nell’humus che espleta la funzione di matrice, così il seme maschile nel grembo della donna, alimentato dal sangue mestruo (secondo l’antica fisiologia orientale) si trasforma in creatura vivente. Il miracolo della creazione e dell’esistenza è contemplato dal nostro poeta con lo stupore della poesia e della fede.
L’ultima strofa (vv. 19-24) è piuttosto sorprendente perché con la sua veemenza sembra in opposizione alla pace della contemplazione precedente. Il tema è quello del giudizio divino sul male nei cui confronti l’orante si dichiara puro. Anzi, egli « odia con odio implacabile » i nemici di Dio. Si tratta di un’espressione molto forte, di sapore orientale, per indicare lo sdegno contro l’ingiustizia che dilaga nel mondo e per esprimere la propria amorosa adesione al bene. È quasi una scelta di campo  che l’orante fa, ben sapendo che a Dio egli deve tutto e che a lui vuole tutto consacrare.
Si chiude così questo canto di gloria al Dio creatore dell’uomo. « Numerose sono e meraviglie del mondo ma la più grande delle meraviglie resta l’uomo », scriveva il poeta greco Sofocle nell’Antigone. Il nostro salmo è un canto di adorazione al Creatore di un simile capolavoro. Lo scrittore ebreo tedesco Joseph Roth, l’autore della Leggenda del santo bevitore, in un’altra sua opera esprimeva suggestivamente questa sensazione: « Nell’istante in cui potei prendere tra le braccia mio figlio provai un lontano riflesso di quella ineffabile sublime beatitudine che dovette colmare il Creatore il sesto giorno quando egli vide la sua opera  imperfetta pur tuttavia compiuta. Mentre tenevo fra le mie braccia quella cosina minuscola, urlante, brutta, paonazza,sentivo chiaramente quale mutamento stava avvenendo in me. Per piccola, brutta e rossastra che fosse la cosa tra le mie braccia, da essa emanava una forza invincibile ».

 (da SE VUOI)

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