Giovanni Pascoli : All’Italia

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GIOVANNI PASCOLI

All’Italia 

O patria mia, vedo le mura e gli archi 
E le colonne e i simulacri e l’erme  
Torri degli avi nostri,  
Ma la la gloria non vedo,  
Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi  
I nostri padri antichi. Or fatta inerme  
Nuda la fronte e nudo il petto mostri,  
Oimè quante ferite,  
Che lívidor, che sangue! oh qual ti veggio,  
Formesissima donna!  
Io chiedo al cielo e al mondo: dite dite;  
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,  
Che di catene ha carche ambe le braccia,  
Sì che sparte le chiome e senza velo  
Siede in terra negletta e sconsolata,  
Nascondendo la faccia 
Tra le ginocchia, e piange.  
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,  
Le genti a vincer nata  
E nella fausta sorte e nella ria.  
Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,  
Mai non potrebbe il pianto  
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;  
Che fosti donna, or sei povera ancella.  
Chi di te parla o scrive,  
Che, rimembrando il tuo passato vanto,  
Non dica: già fu grande, or non è quella?  
Perchè, perchè? dov’è la forza antica? 
Dove l’armi e il valore e la costanza?  
Chi ti discinse il brando?  
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica  
0 qual tanta possanza,  
Valse a spogliarti il manto e l’auree bende?  
Come cadesti o quando  
Da tanta altezza in così basso loco?  
Nessun pugna per te? non ti difende  
Nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: ío solo  
Combatterà, procomberò sol io.  
Dammi, o ciel, che sia foco  
Agl’italici petti il sangue mio. 
Dove sono i tuoi figli?. Odo suon d’armi  
E di carri e di voci e di timballi  
In estranie contrade  
Pugnano i tuoi figliuoli. 
Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,  
Un fluttuar di fanti e di cavalli,  
E fumo e polve, e luccicar di spade  
Come tra nebbia lampi.  
Nè ti conforti e i tremebondi lumi  
Piegar non soffri al dubitoso evento? 
A che pugna in quei campi  
L’itata gioventude? 0 numi, o numi  
Pugnan per altra terra itali acciari.  
Oh misero colui che in guerra è spento,  
Non per li patrii lidi e per la pia  
Consorte e i figli cari, Ma da nemici altrui  
Per altra gente, e non può dir morendo  
Alma terra natia,  
La vita che mi desti ecco ti rendo.  
Oh venturose e care e benedette  
L’antiche età, che a morte  
Per la patria correan le genti a squadre  
E voi sempre onorate e gloriose,  
0 tessaliche strette,  
Dove la Persia e il fato assai men forte  
Fu di poch’alme franche e generose!  
lo credo che le piante e i sassi e l’onda 
E le montagne vostre al passeggere  
Con indistinta voce  
Narrin siccome tutta quella sponda  
Coprir le invitte schiere  
De’ corpi ch’alla Grecia eran devoti.  
Allor, vile e feroce,  
Serse per l’Ellesponto si fuggia,  
Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;  
E sul colle d’Antela, ove morendo  
Si sottrasse da morte il santo stuolo, 
Simonide salia,  
Guardando l’etra e la marina e il suolo.  
E di lacrime sparso ambe le guance,  
E il petto ansante, e vacillante il piede,  
Toglicasi in man la lira:  
Beatissimi voi,  
Ch’offriste il petto alle nemiche lance  
Per amor di costei ch’al Sol vi diede;  
Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira  
Nell’armi e ne’ perigli  
Qual tanto amor le giovanette menti,  
Qual nell’acerbo fato amor vi trasse?  
Come si lieta, o figli,  
L’ora estrema vi parve, onde ridenti  
Correste al passo lacrimoso e, duro?  
Parea ch’a danza e non a morte andasse  
Ciascun de’ vostri, o a splendido convito:  
Ma v’attendea lo scuro  
Tartaro, e l’ond’a morta;  
Nè le spose vi foro o i figli accanto  
Quando su l’aspro lito  
Senza baci moriste e senza pianto.  
Ma non senza de’ Persi orrida pena  
Ed immortale angoscia.  
Come lion di tori entro una mandra  
Or salta a quello in tergo e sì gli scava  
Con le zanne la schiena,  
Or questo fianco addenta or quella coscia;  
Tal fra le Perse torme infuriava  
L’ira de’ greci petti e la virtute.  
Ve’ cavalli supini e cavalieri;  
Vedi intralciare ai vinti  
La fuga i carri e le tende cadute,  
E correr fra’ primieri  
Pallido e scapigliato esso tiranno;  
ve’ come infusi e tintí  
Del barbarico sangue i greci eroi,  
Cagione ai Persi d’infinito affanno,  
A poco a poco vinti dalle piaghe,  
L’un sopra l’altro cade. Oh viva, oh viva:  
Beatissimi voi  
Mentre nel mondo si favelli o scriva.  
Prima divelte, in mar precipitando,  
Spente nell’imo strideran le stelle,  
Che la memoria e il vostro  
Amor trascorra o scemi.  
La vostra tomba è un’ara; e qua mostrando 
Verran le madri ai parvoli le belle  
Orme dei vostro sangue. Ecco io mi prostro,  
0 benedetti, al suolo,  
E bacio questi sassi e queste zolle,  
Che fien lodate e chiare eternamente  
Dall’uno all’altro polo.  
Deh foss’io pur con voi qui sotto, e molle  
Fosse del sangue mio quest’alma terra.  
Che se il fato è diverso, e non consente 
Ch’io per la Grecia i mororibondi lumi  
Chiuda prostrato in guerra,  
Così la vereconda  
Fama del vostro vate appo i futuri 
Possa, volendo i numi,  
Tanto durar quanto la, vostra duri.  

(Giacomo Leopardi 19° secolo)

Publié dans : Letteratura italiana |le 17 mars, 2011 |Pas de Commentaires »

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