Archive pour février, 2011

Storia e martirio di San Policarpo (23 febbraio mf)

dal sito:

http://www.sanpolicarpo.it/1-info/chi_siamo/storia_santo_martirio.html

Storia di San Policarpo

(23 febbraio mf)

Martirio

Il II secolo cristiano ha visto a capo dell’impero romano uomini di grande levatura nell’ambito civile ed in quello militare: Traiano (98-117), Adriano (117-38), Antonino Pio (138-61), Marco Aurelio (161-80), Commodo (180-92), Settimio Severo (192-211).
Nessuno di questi imperatori fu persecutore ufficialmente, cioè con sociali editti contro i cristiani; ma tutti (chi più chi meno) hanno recepito la prassi giuridica di Nerone e Domiziano ed hanno avallato le ostilità popolari e la odiosità di magistrati lontani da Roma.
Ecco perché il martirologio cristiano ha continuato ad arricchirsi in questo secolo. Valenti filosofi cristiani impegnarono la penna per prendere pubblica difesa della fede e dei costumi de seguaci di Cristo. Essi sono detti Apologisti. Il primo, Aristide Marciano di Atene, indirizzò a sua apologia ad Adriano nel 126.
Poi Giustino ne compose varie e le presentò ad Antonino Pio, a Marco Aurelio, al Senato Romano. Ma queste opere non venero lette, oppure non vennero prese in considerazione, sebbene sembri che qualche volta servissero per mitigare le persecuzioni. Policarpo subì il martirio durante l’impero di Antonino Pio. Come sia sorta la persecuzione, se fu generale o soltanto locale, non sappiamo.
Sta il fatto che a Smirne vennero incarcerati e poi suppliziati molti cristiani, dei quali si parla nella relazione del martirio di S. Policarpo. Non era ancora giunti il primo anniversario della sua morte, quando i cristiani di Smirne vollero stendere un dettagliato resoconto degli avvenimenti per indirizzarlo ai fratelli della città di Filomelio, che ne avevano fatto richiesta. Filomelio era una città della frigia fondata nel II sec. a.c. ed era sede episcopale. Si trova sulla strada per Efeso.
Attualmente è detta Aksehir. Questa narrazione del martirio di S. Policarpo ci fa sentire tutta la fragranza spirituale degli avvenimenti e delle minute circostanze che dipingono dal vivo le cose e le trasmettono con vivaci colori, quasi un racconto orale. Ecco il testo originale, che ognuno può gustare da sé.
« La chiesa di Dio che vive in esilio a Smirne scrive a quella che è in esilio a Filomelio e a tutte le comunità della Santa Chiesa Cattolica pellegrinanti in ogni luogo. Si accresca in voi la misericordia, la pace, e l’amore di Dio Padre e del Signore nostro Gesù Cristo.
1 – Vi scriviamo, fratelli, le gesta dei nostri martiri, e soprattutto quelle del beato Policarpo, il quale con il suo martirio ha fatto cessare la persecuzione, come se vi avesse impresso un sigillo. Lo facciamo pensando che gli avvenimenti si siano svolti in modo del tutto particolare, perché il Signore ha voluto mostrarci di nuovo lo spettacolo del vero martirio, descritto dal Vangelo. Infatti, anche Policarpo, come il Signore, aspettò con pazienza di essere arrestato e questo per lasciarci un modello da imitare, perché dobbiamo preoccuparci non sol del nostro bene, ma anche del bene del prossimo. E’ infatti segno di carità vera e sicura nn aspirare solo alla propria salvezza, ma a quella di tutti i fratelli.
2 – Sono beati e veri solo quei martiri che avvengono per volere di Dio, perciò dobbiamo essere cauti e ricordare che Dio solo dà l forza contro i tormenti. Chi non resta stupito per la nobiltà dei nostri martiri, per la loro eroica pazienza, e per il loro amore a Dio? Essi, pur lacerati dai flagelli tanto che era messa a nudo la struttura profonda del corpo (le vene, le arterie), soffrivano con tale rassegnazione che gli spettatori si muovevano a compassione e a deplorazione. Anzi giunsero a tale coraggio che nessuno di loro ebbe né un gemito né un lamento; per noi era chiaro che in quel momento, fra le torture, i martiri di Cristo erano fuori da corpo, o meglio che il Signore stesso al loro fianco parlava con loro amichevolmente. Così, sostenuti dalla carità di Cristo, disprezzavano i tormenti terreni, acquistandosi con le sofferenze di un’ora sola, la vita eterna. Il fuoco dei carnefici inumani era per loro un refrigerio, perché avevano dinnanzi agli occhi, per sfuggirlo, il fuoco eterno che mai si spegne; e dall’intimo del cuore contemplavano in cielo i beni riservati a coloro che sopportano i tormenti: beni che orecchio non udì, occhio non vide, né cuore d’uomo poté immaginare (I Cor. 2,9), ma che il Signore mostrava loro chiaramente, perché non erano più uomini ma angeli. Anche quelli che furono condannati alle fiere sopportarono tormenti orrendi, Stesi su conchiglie, straziati da torture di ogni specie. Il tiranno cercava, a forza di supplizi prolungati, di spingerli al rinnegamento, se gli fosse stato possibile.
3 – Inoltre il demonio pose in opera molte male arti contro di loro, ma grazie a Dio non ebbe successo. E ciò perché Germanico, pieno di coraggio, con la propria costanza nella prova, riusciva a rinfrancare a fragilità degli altri. Quando il Proconsole, volendolo persuadere, lo esortò a considerare la propria giovinezza, egli aizzò la belva e l’attirò contro di sé, e così mostrò il desiderio di porre fine a questa vita ingiusta e perversa. Ma la folla, sorpresa per il coraggio dei cristiani, tanto pii e manti di Dio, cominciò a gridare: « Morte a questi atei! La caccia a Policarpo! »
4 – Ve ne fu purtroppo uno, frigio, di nome Quinto, immigrato di recente, che, vedendo le fiere, si lasciò prendere dal terrore. Ma egli era uno di quelli che si costituiscono di propria iniziativa; anzi aveva spinto altri fratelli a questo passo. Fu per questo motivo che il Proconsole poté indurlo, dopo molte insistenze, a prestare il giuramento e a sacrificare incenso. E’ per questo, o fratelli, che noi non approviamo chi si costituisce spontaneamente: non è così che insegna il Vangelo!
5 – Ma Policarpo, uomo meraviglioso, udendo tutto, non si spaventò. In un primo tempo avrebbe preferito restare in città, ma tutti i fratelli lo esortarono a uscire. Si ritirò perciò in un podere poco lontano, e ivi si trattenne con alcuni fidati, non facendo altro, notte e giorno, che pregare per tutti ed in particolare per le comunità cristiane di tutta la terra, come era sua abitudine. E avvenne che mentre stava in preghiera, tre giorni prima della cattura, ebbe una visione: vide il suo guanciale arso dalle fiamme. Si voltò e disse ai suoi: « Devo essere arso vivo! ».
6 – Perché non si cessava di ricercarlo attivamente, egli si trasferì in un altro podere; e appena se ne fu andato, i persecutori fecero irruzione. Non avendolo trovato, arrestarono due giovani schiavi ed uno di loro, sotto tortura, parlò. A Policarpo era davvero impossibile riuscire ad occultarsi, perché erano i suoi stessi fratelli che lo tradivano. Per di più lo stesso capo della polizia – che aveva proprio il nome di Erode – si occupò personalmente delle ricerche per riuscire a condurlo allo stadio, dove il martire avrebbe ottenuto la sorte di partecipare alla passione di Cristo, mentre per i traditori ci sarebbe stata la pena di Giuda.
7 – Un venerdì, all’ora di cena, le guardie e un corpo di cavalleria uscirono armati, come se dovessero dare la caccia ad un bandito. Giunsero sul far della sera e lo trovarono ormai coricato in una stanzetta al piano superiore. Avrebbe potuto ancora fuggire a rifugiarsi in un altro nascondiglio ma ricusò e disse « Sa fatta la volontà di Dio! ». Sentendo dal frastuono che ormai erano arrivati, scese e cominciò a conversare con loro, che restarono attoniti per la sua veneranda età e per la sua calma; e si chiedevano perché mai un tale spiegamento di forze, solo per catturare quell’uomo così anziano. Subito egli ordinò di offrire loro da mangiare e da bere a loro gradimento, e chiese che gli fosse concessa un’ora per pregare tranquillamente. Glielo permisero. Restò in piedi, cominciò a pregare a voce alta, tanto pieno di amore di Dio che per due ore non si poté interromperlo; e le guardie, udendolo restarono colpite. Anzi, molte sentirono il rimorso di essere venute a catturare un vecchio così santo.
8 – Finalmente terminò la preghiera, nella quale aveva ricordato tutti quelli che in vita aveva conosciuto, piccoli e grandi, umili o illustri, e soprattutto la Chiesa cattolica sparsa in tutto il mondo. Giunse così il momento di andare. Lo fecero sedere su un asinello e lo condussero in città. Era ormai sabato, giorno di festa. Gli vennero incontro il questore Erode e il padre di costui Niceta. Lo fecero salire sul cocchio e, seduti al suo fianco, cercavano di persuaderlo dicendogli:  » Ma che male c’è a dire – Cesare è il Signore, oppure offrire incenso o compiere gli latri riti, e così salvare la vita? ». Dapprima non rispose. Ma quelli insistevano. Alla fine Policarpo disse:  » Non ho intenzione di seguire i vostri consigli ». Allora quelli, non riuscendo a persuaderlo con le buone maniere, uscirono in parole ingiuriose e lo spinsero fuori dal cocchio tanto precipitosamente che, nello scendere, si scorticò uno zinco. Proseguì a piedi con coraggio e lentezza. Fu così condotto allo stadio, ove ormai vi era un tumulto tale da non riuscire a farsi intendere.
9 – Quando Policarpo entrò nello stadio, si fece udire dall’alto una voce: « Sii forte, Policarpo, mostrati eroico! ». Nessuno comprese queste parole; solo i nostri che erano presenti le udirono. Poco dopo, mentre veniva condotto dinnanzi al tribunale, si elevò un intenso clamore, perché stava diffondendosi la notizia del suo arresto. Comparso davanti al Proconsole, questi gli chiese: « Sei tu Policarpo? ». Egli annuì. Allora il Proconsole cercò di salvarlo e gli disse: « Pensa alla tua età! », aggiungendo poi altre esortazioni, com’è nel loro stile, per esempio: « Giura per il genio (divinità) di Cesare – cambia idea – grida « Morte agli atei! ». Allora Policarpo volse uno sguardo severo a tutta quella folla di pagani senza legge che affollava lo stadio, tese verso loro la mano, ebbe un gemito e, alzando gli occhi al cielo, gridò: « Sì, muoiano gli atei! ». Egli rispose: « Sono ottantasei anni che lo servo e non mi ha fatto nessun torto. Come potrei bestemmiare il mio re, il mio salvatore? ».
10 – Ma quegli insistette ancore: « Giura per il genio di Cesare! ». Rispose Policarpo: « Se proprio ci tieni a farmi giurare per il geni odi Cesare, come tu dici, e fingi di non sapere chi io sono, ebbene ascoltalo attentamente: – sono cristiano – . Se poi desideri conoscere il messaggio della religione cristiana concedimi una giornata ed ascoltami ». Rispose il Proconsole: Cerca di persuadere il popolo! ». E Policarpo a lui: « Te sol io stimo degno di ascoltare le mie parole, perché ci è stato insegnato di rispettare i magistrati e le autorità stabilite da Dio in modo conveniente, senza danno per la nostra coscienza. Ma costoro non li stimo degni di ascoltare la mia difesa ».
11 – Disse allora il Proconsole: « Ho le belve! Ti getto ad esse se non cambi idea ». « Chiamale! Noi cristiani non ammettiamo ce si cambi idea passando dal bene al male. Bisogna, invece, cambiare idea quando si tratta di convertirsi dal peccato alla giustizia ». E quegli di nuovo: « Ti farò consumare dal fuoco, giacché non ti importa delle belve e non vuoi cambiare idea ». Policarpo rispose: « Tu mi minacci un fuoco che brucia un poco e poi si spegne; ma non conosci il fuoco del giudizio futuro, della pena eterna riservata agli empi. Ma perché indugi! Suvvia! Fa quello che vuoi ».
12 – Mentre diceva questo e molte altre cose, era pieno di coraggio e di serenità e il suo volto irradiava una tale gioia che non solo faceva capire che non avrebbe mai ceduto alle minacce, ma lo stesso Proconsole ne restò sconcertato. Allora mandò in mezzo allo stadio un araldo a proclamare tre volte: – Policarpo ha confessato di essere cristiano -. Quando questi ebbe detto ciò, tutto il popolo di pagani ed ebrei, abitanti in Smirne, con rabbia incontenibile e con furore proruppe nelle grida. – E’ lui il maestro dell’Asia, il padre dei cristiano, è lui il distruttore dei nostri dei, che insegna a tutti a non venerarli e a non fare sacrifici! -. Gridando così chiesero all’Asiarca, Filippo, che lasciasse libero un leone contro Policarpo. Ma quegli rispose che non ne aveva facoltà, dato che i combattimenti contro le fiere erano terminati. Allora si misero a gridare tutti insieme che Policarpo fosse arso vivo. Doveva così avverarsi la visione da lui avuta durante la preghiera, cioè del cuscino in fiamme, per cui rivolto ai suoi intimi, aveva profetizzato: – Devo essere arso vivo – .
13 – Tutto poi avvenne più in fretta di quanto si possa dire: all’istante il popolo si lanciò a raccogliere legna e sarmenti dai bagni pubblici e dalle officine; soprattutto i giudei compatti si dettero da fare con accanimento. Quando il rogo fu pronto, Policarpo, sciolta la cintura e deposte le vesti, cominciò a slegarsi i calzari, cosa che prima non compiva mai, perché ogni fedele si affrettava a prestargli questo servizio, per avere occasione di toccare il suo corpo. Tutti infatti lo veneravano ancor prima del martirio, per la sua santa vita. Subito gli furono posti intorno gli attrezzi del rogo, e lo avrebbero inchiodato, ma egli disse: – Lasciatemi così! Colui che mi da la forza di sopportare il fuoco, mi concederà anche, senza bisogno di chiodi, di restare immobile sul rogo -. 
14 – Perciò non lo inchiodarono, ma solamente lo legarono. Avvinto con le mani dietro la schiena, come un agnello contrassegnato, scelto da un grande gregge per il sacrificio ed olocausto accetto a Dio. Alzandogli occhi al cielo, pregò: « Signore Dio Onnipotente, Padre del suo servo amato e benedetto, Gesù Cristo, che ci diede notizie di Te; o Dio degli Angeli e delle potestà e di tutte le creature e di tutti i giusti che vivono innanzi a Te! Io ti benedico perché mi hai fatto degno di questo giorno, di quest’ora; di prendere parte, nel numero dei martiri, al calice del Tuo Cristo, per la risurrezione, anima e corpo, ala vita eterna, nella incorruttibilità dello Spirito Santo. Con essi venga io oggi accolto al tuo cospetto in sacrificio accetto e gradito, come hai predisposto e rivelato e ora stai compiendo, o infallibile e verace Dio! Perciò Ti lodo per tutte le cose e Ti glorifico per mezzo dell’eterno celeste sacerdote Gesù Cristo. Tuo servo diletto, per il quale a Te, con lo Spirito Santo, è gloria adesso e nei secoli futuri. Amen! ».
15 – Appena ebbe rialzato al cielo il suo Amen e conclusa la preghiera, gli addetti la rogo lo accesero. Mentre la fiamma divampava gigantesca, noi vedemmo un prodigio; a noi almeno ai quali fu concesso e siamo sopravvissuti per narrarlo agli altri: la fiamma fece una grande sacca, come una vela gonfiata dal vento. Essa girava tutt’intorno al corpo del martire come un muro. Policarpo stava in mezzo, non come carne che brucia, ma come pane che cuoce, o meglio come oro e argento nel crogiuolo ardente. E noi sentimmo un profumo penetrante, come se si elevasse una nube di incenso o di altro aroma prezioso.
16 – Alla fine quegli uomini senza legge, resisi conto che il corpo non veniva consumato dalle fiamme, dettero ordine al « confector » di avvicinarsi e di trafiggerlo con un pugnale. Adempiuto l’ordine, uscì dalla ferita una colomba e un tale fiotto di sangue che smorzò il fuoco e la folla restò stupita, notando la differenza tra la morte degli infedeli e quella degli eletti. Al numero degli eletti appartiene certo l’ammirabile martire Policarpo, vescovo della Chiesa cattolica di Smirne, maestro, apostolo e profeta dei nostri tempi. Le parole uscite dalle sue labbra s sono adempiute e si adempiranno ancora.
17 – Ma il maligno, invidioso e perverso, il tentatore dei giusti, vedendo la grandezza del suo martirio e l’indiscussa santità di tutta la sua vita, anzi mirandolo già incoronato con la corona della immortalità, quale premio incontestabile, si adoperò perché noi non potessimo impossessarci del suo cadavere. Molti lo desideravano per poter vivere uniti a quelle sante reliquie. Il diavolo invece persuase Niceta, padre di Erode e fratello di Alce, di presentarsi al governatore per ottenere che non fosse concessa l’autorizzazione al ritiro del cadavere. Egli si espresse così: « Che non abbandonino il culto di quel Crocefisso (proprio queste le se parole!) e non comincino ad adorare costui ». Anche gli ebrei suggerivano e sostenevano tale opinione; anzi montarono la guardia quando noi volemmo andare a ritirare il cadavere dal rogo. Non sanno che noi non potremo mai abbandonare Cristo: Egli ha sofferto per la salvezza di tutti i credenti, innocente per i peccatori. Mai potremo adorare un altro. Egli è Figlio di Dio, perciò lo adoriamo! Ma ai martiri rendiamo solo il giusto tributo del nostro affetto, per l’amore immenso che mostrarono al loro Re, al loro Maestro. Ci sia concesso di partecipare alla loro sorte e diventare loro condiscepoli.
18 – Allora il centurione, vista la dura intransigenza dei giudei, fece portare in mezzo il corpo e lo fece cremare come usano i pagani. Così noi al termine potemmo avere le sue ossa, più preziose delle gemme, e le collocammo in un luogo conveniente. Ivi, quando sarà possibile, ci concederà il Signore di riunirci in serenità e letizia, per celebrare il giorno genetliaco del suo martirio per rievocare la memoria di coloro che combatterono prima di noi, onde disporci ed allenarci alle lotte future.
19 – Così dunque si svolse il martirio del beato Policarpo. Egli, assieme a quelli di Filadelfia, fu il dodicesimo che subì il martirio; ma solo lui fra tutti ha lasciato un ricordo così vivo, che se ne parla dovunque, anche tra i pagani. Infatti non solo fu un maestro eminente, ma anche un martire insigne! Tutti i fratelli desiderano imitare il suo martirio, veramente eroici. Ora egli, con la sua sofferenza, ha sconfitto il principe dell’iniquità ed ha acquistato la corona dell’immortalità. Insieme agli Apostoli ed ai Santi egli glorifica Dio Padre Onnipotente e benedice il Signore nostro Gesù Cristo, salvatore delle nostre anime e guida dei nostri corpi, pastore della Chiesa Cattolica diffusa su tutta la terra.
20 – Desideravate da noi notizie dettagliate su questi avvenimenti. Ecco: ve le abbiamo esposte, per il momento, i questo breve riassunto, fatto dal nostro fratello Marcione. Quando ne avrete preso visione, spedite la lettera ai fratelli vicini, affinché anche essi possano glorificare il Signore per la scelta che Egli fa dei suoi eletti. A Colui che può indurre tutti noi, per sua grazia e dono, nel regno eterno, per la mediazione del suo Servo, l’unigenito Gesù Cristo, sia gloria, onore, potenza, magnificenza per tutti i secoli. Saluti a tutti i santi (cioè fratelli nella fede). Vi salutano tutti coloro che sono qui presenti e particolarmente Evaristo, che ha steso la presente, e tutti i suoi fratelli.
21 – Il beato Policarpo subì il martirio il 2 di santico, cioè il giorno settimo prima delle calende di marzo, sabato festivo all’ora ottava. Fu arrestato da Erode, durante il pontificato di Filippo di Tralli ed il proconsolato di Stazio Quadrato, ma durante li regno eterno di nostro Signore Gesù Cristo, a cui sia gloria onore e grandezza, maestà e regno eterno di generazione in generazione. Amen!
La sollecitudine per dare indicazioni precise circa la data del martirio è indice della preoccupazione che ritroviamo in tutte le comunità cristiane di raccogliere tutto quanto potesse riferirsi ai martiri e specialmente gli atti ufficiali dei processi e condanne. Dobbiamo a questa sollecitudine se oggi possediamo molti atti ufficiali dei martiri. La data indicata corrisponde al 23 febbraio 155. L’ora ottava è le 14 pomeridiane. Ci sono stati degli autori che hanno creduto di posticipare la data del martirio al 167. Ma le indicazioni offerte dalla lettera sono troppo precise, per cui non si può scegliere altra data. Purtroppo ance il Martiriologio Romano ritiene che il martirio sia avvenuto sotto Marco Aurelio (161-180) e suo figlio Commodo, associato all’impero.

Omelia (22-02-2011): Ma voi, chi dite che io sia?

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/21652.html

Omelia (22-02-2011)

Movimento Apostolico – rito romano

Ma voi, chi dite che io sia?

La verità di Cristo è verità della Chiesa. La verità della Chiesa è verità di Cristo. Non può regnare nel mondo la verità di Cristo senza la verità della Chiesa, né la verità della Chiesa senza la verità di Cristo. La Chiesa altro non è che la Cultrice della verità di Cristo in mezzo al mondo fino alla consumazione della storia.
La verità di Cristo è verità di Dio e la verità di Dio è verità di Cristo. Non può esistere nel mondo la verità di Dio senza la verità di Cristo, né la verità di Cristo senza la verità di Dio. Chi è Cristo Gesù? È Colui che è nel seno del Padre, che è nel seno dell’umanità e dal seno del Padre porta nel seno dell’umanità la più pura verità di Dio.
Nei primi secoli della Chiesa le potenze degli inferi hanno sempre cercato di distruggere la verità di Cristo, della sua persona eterna, della sua incarnazione, della sua unione ipostatica, della sua vera umanità e divinità. Distruggendo Cristo Gesù nella sua verità personale, avrebbe necessariamente distrutto la Chiesa.
Nei secoli successivi si passò dalla distruzione della verità personale di Cristo Gesù alla distruzione della verità del suo corpo mistico che è la Chiesa. Distruggendo la Chiesa avrebbero di conseguenza distrutto Cristo Signore. I danni sono stati ingenti. Il corpo di Cristo fu dilaniato, reso a brandelli, lacerato, diviso. Le potenze degli inferi non hanno però prevalso. Il corpo di Cristo è rimasto e rimarrà per sempre.
Ai nostri giorni vi è un altro grave, sanguinoso combattimento. Si vuole distruggere la verità di Dio, distruggendo la verità di Cristo. La battaglia si è spostata dalla terra al cielo. Si vuole annientare la verità di Dio e per questo si è partiti dall’annientamento della verità di Cristo. Questo attacco contro Dio è concentrico, ma soprattutto è ingannevole, menzognero. È tutto questo perché molti uomini di Cristo e della Chiesa, stanno distruggendo Cristo con « la buona intenzione », secondo loro, di rendere una più grande gloria a Dio. Non sanno che questo è un vero tranello delle potenze degli inferi.
La gloria del Padre è il Figlio suo unigenito nella Comunione dello Spirito Santo. Se noi distruggiamo Cristo, distruggiamo anche la gloria del Padre. Dio nella sua vera essenza è Padre, non perché abbia creato gli uomini o li abbia adottati moralmente o spiritualmente, ma perché nell’eternità ha generato il Verbo della vita, il suo Figlio eterno. La divina paternità è essenza della verità di Dio. È la sua verità, la sua carità, il suo amore, la sua santità. Nessuno mai deve o potrà pensare di onorare Dio privandolo della sua essenza eterna che è la sua divina paternità. Chi dovesse farlo, sappia che è sotto l’influsso delle potenze degli inferi per la sua rovina eterna e anche per la rovina dell’umanità. Come Cristo Gesù è essenza della verità di Dio, così è anche essenza della verità dell’uomo. Distrutto Cristo, è l’uomo che viene distrutto nella sua verità. Viene privato del dono della grazia e della verità.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, non permettere che la verità di Cristo venga distrutta. Angeli e Santi di Dio, radicateci in Cristo, verità di Dio e dell’umanità.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 22 février, 2011 |Pas de commentaires »

Gerusalemme (disegni da una parrocchia)

Gerusalemme (disegni da una parrocchia) dans immagini sacre 6%201%20Gerusalemme

http://www.parrocchie.it/milano/spiov/parrocchia/qqdisegn.htm

Publié dans:immagini sacre |on 21 février, 2011 |Pas de commentaires »

MARC CHAGALL E GLI ANGELI

dal sito:

http://www.zenit.org/article-25656?l=italian

MARC CHAGALL E GLI ANGELI

di don Marcello Stanzione

ROMA, lunedì, 21 febbraio 2011 (ZENIT.org).- Nel ventesimo secolo nessun artista ha dedicato tanta attenzione agli angeli quanto Marc Chagall. Moshe Zacharovix Sagal (questo il suo vero nome) nasce a Vitebsk (Bielorussia) nel 1887, da una modesta famiglia di cultura hassidico-ebraica, cioè appartenente al movimento mistico che privilegia il rapporto diretto con Dio e la meraviglia contemplativa per i benefici della vita terrena. Studiò a San Pietroburgo con Bakst che gli fece conoscere la pittura di Cèzanne, Gauguin e Van Gogh.
Nel 1910 recatosi a Parigi, si legò con gli intellettuali d’avanguardia ed incontrò Lenin e Lunacarskij che in seguito divenne ministro della cultura sovietica. Nel 1914 ritornò in Russia ed espose i suoi dipinti che riecheggiavano una mitica vita di villaggio e il rituale ebraico nelle mostre d’avanguardia. Nel 1917 aderì con entusiasmo alla rivoluzione e l’anno seguente fu nominato commissario di belle arti nella sua città natale dove fondò un’accademia invitandovi pittori costruttivisti e suprematisti che però finirono per prevaricarlo costringendolo a ritirarsi a Mosca dove fra il 1919 e il 1921 eseguì pitture murali e il sipario del Teatro d’Arte ebraico.
Tornato a Parigi nel 1922 dipinse nature morte con fiori e figure, eseguendo pure una serie di mirabili incisioni per la Bibbia. Nel 1933 alcune sue opere furono bruciate dai nazisti su ordine di Goebbels. In questo periodo prevale nella sua pittura il tema simbolico della crocifissione. Nel 1945 curò l’allestimento dell’uccello di fuoco di Stravinskij e due anni dopo terminò la caduta dell’Angelo che è un vero repertorio dei suoi temi pittorici prediletti. Rientrato dagli Stati Uniti si stabilì in Provenza dove si dedicò alla ceramica e alla scultura iniziando grandi opere monumentali integrate con lo spazio architettonico. Morì nel 1985 a Saint-Paul-de-Vence.
Pittore atipico, a suo modo slegato dalle impetuose correnti dell’epoca, Chagall è portavoce fino in fondo di una sua personale sensibilità interiore. In un momento storico in cui tutto doveva essere appartenenza, fortemente relazionata ad idee e movimenti (che fossero artistici, politici o culturali), egli riesce a rimanere ancorato alle realtà profonde dell’animo umano, legato fino alla fine al semplice mondo contadino dei villaggi ebrei dell’Europa dell’est, quel mondo che, ormai cancellato, annientato e spazzato via dalla criminale follia nazista, l’artista ci restituisce attraverso le sue tele.
Trasferitosi poco più che ventenne a Parigi, precedentemente allo scoppio del primo conflitto mondiale, conosce le nuove correnti pittoriche e di pensiero, interessandosi in particolare al Fauvismo, per i colori forti e complementari, ed al Cubismo, per lo stile compositivo. Nelle sue opere, pertanto, si accordano cultura ebraica e avanguardie internazionali. I temi del suo bagaglio simbolico, però, nascono dalla sua esperienza interiore, dal suo fantasticare che unisce pittura e poesia, mentre l’allungarsi delle figure, liberate dalla gravità newtoniana, e il rifiuto della prospettiva si ricollegano alla tradizione bizantina delle icone russe. Chagall, fin dalla sua prima giovinezza, ha avvertito una forte attrazione nei confronti delle Sacre Scritture: “Mi è sembrato e mi sembra tuttora – afferma, riferendosi alla Bibbia – che questa sia la principale fonte di poesia di tutti i tempi. Da allora, ho sempre cercato questo riflesso nella vita e nell’arte”.
Il discorso sull’opera religiosa di Chagall è alquanto complesso. Egli racconta che un angelo gli apparve, a Pietroburgo, e ne descrive l’esperienza nelle sue memorie. Questo episodio, fondamentale nella sua formazione poetica, è riprodotto, sulla traccia iconografica dell’Annunciazione, nella grande tela dell’Apparizione, dove egli si raffigura seduto al lavoro, con la testa girata per guardare ispirato verso un angelo, maestoso e quasi invisibile, che riempie la parte destra della composizione. L’angelo si fonde, in una raffigurazione quasi cubista, con il mondo fenomenale del pittore; il contorno del corpo è assorbito dalla grande nuvola, di cui la creatura e la stanza sembrano una parte. L’angelo appare al pittore mentre è al cavalletto e la tela che sta dipingendo rimanda a quella, compiuta, che stiamo vedendo. Quindi il sogno dell’opera è l’opera stessa, cioè l’ispirazione del poeta.
Chagall doveva avere quest’immagine ben ancorata in testa, dipingendola come l’ha presente nella memoria, perché il lavoro preparatorio dell’opera non comporta nessun abbozzo per la parte destra del quadro riguardante lo spirito celeste. In un altro grande quadro, “La caduta dell’angelo”, al quale l’artista lavora per più di un ventennio, dal 1923 al 1947, un angelo rosso sta cadendo sulla terra dove gli uomini continuano a commettere i loro orrori indisturbati. L’angelo può rappresentare infinite emozioni: la purezza, la bellezza, l’armonia, l’utopia, la sacralità e in alcuni casi (come in questo) la disperazione. A determinare il significato dell’immagine inserita sulla tela, è il contesto in cui la figura è collocata, insieme alla pioggia dei simbolismi adiacenti: in basso a destra, troviamo Cristo in croce, una Madonna con bambino, ed una candela. In alto a sinistra, Chagall stesso non ha più parole dinanzi all’indicibile e si rappresenta steso a terra con la tavolozza abbandonata.
“Il martirio di Gesù è il martirio del mio popolo in questi anni”, risponde a quanti accusarono di aver inserito simboli cristiani all’interno della sua opera. Sotto, un rabbino che protegge il rotolo della Torah, o forse Mosè con i 10 comandamenti; più al centro, il volto di un animale, un sole giallo sporco e pallido, un violino. Ma in alto c’è un orologio a pendolo, segno che tutto scorre comunque e inesorabilmente sotto il potere del tempo che controlla il trascorrere della vita dell’uomo, nella sua inutilità e nonostante le sue preghiere. I colori sono forti ed espressivi tanto quanto le linee, le figura e le simbologie. L’immagine dell’angelo cade incontrollata al centro del quadro. La visione apocalittica della figura rossa fiammeggiante che si abbatte sull’umanità indifesa, trafiggendo la notte, riassume tutti i temi di Chagall, acquisiti con l’esperienza degli orrori della guerra nel suo ultimo drammatico decennio.
Tra il 1935 e il 1956, Chagall realizza il ciclo del “Messaggio Biblico” raccolto nel moderno museo di Nizza: 17 grandi tele, 194 incisioni e guazzi che rappresentano scene della Genesi, l’Esodo e il Cantico dei Cantici, e poi sculture, mosaici, arazzi, una sala per concerti con grandi vetrate. L’artista avvicina la Bibbia con un atteggiamento molto poetico, vedendola come una grande storia, un racconto pieno di episodi stupefacenti, di figure mitiche e di eventi sovrannaturali. Più che illustrare, come ha fatto Doré, egli reinventa il testo con il criterio della sua fantasia e sceglie le figure e gli episodi sulla base delle emozioni che sono in grado di trasmettergli. Egli scriveva: “La Bibbia è come una risonanza della natura e io ho cercato di trasmettere questo segreto. Questi quadri, nel mio pensiero, non rappresentano il sogno di un solo popolo, ma quello dell’umanità”.
La creazione dell’uomo è la prima delle 17 grandi tele. Chagall mostra Adamo addormentato nelle braccia dell’angelo e inconsapevole di quanto sta accadendo. Più in alto sta la sfolgorante girandola della Creazione, che culmina nella crocifissione di Cristo, tema che compare sovente nelle opere di Chagall dopo il 1939, quale simbolo universale della sofferenza umana e, forse, della speranza di riscatto dell’umanità. Proprio nell’accostamento tra il sacrificio di uno e quello dei tanti si compie l’identificazione tra giudaismo e cristianesimo: il suo Cristo ha smesso il perizoma della tradizione pittorica occidentale per cingersi del tipico manto ebraico, il “Tallit” (come, del resto, si vede anche nel Crocifisso della Caduta). Fedele al divieto di rappresentazione, Chagall si limita a suggerire la presenza divina con la luminosità dei bianchi e dei gialli con le mani che sbucano da una nuvola, circondata da altre piccole figure angeliche. Scegliendo di costruire la sua opera a piccoli tocchi, a schegge iridate, l’artista accorda una materia luminosa e nebulosa a una spiritualità della Rivelazione: Dio si nasconde in questa nuvola e si mostra come Luce. A questa maniera effusiva il pittore dà una struttura rigorosa: linee diagonali portano l’uomo verso il cielo e sostengono il suo incontro con l’angelo. Alla diagonale, sono associati il cerchio e l’elisse, attivi portatori di un senso di armonia tra l’uomo e Dio. Ogni opera del ciclo è organizzata intorno all’incontro fra un uomo profeta, patriarca Dio e trasmette il messaggio che sta alla dell’opera di Chagall: “Ho voluto lasciare in questa casa i miei dipinti perché gli uomini vi possano cercare e trovare una certa pace, una certa spiritualità, un senso della vita…”.
L’incontro di Abramo con gli Angeli appare diverso dagli altri quadri del ciclo: è l’unico dipinto in una monocromia rossa, ed è anche l’unico in cui né il cerchio né la diagonale sostengono la composizione, ma dove, invece, una rete di verticali e di orizzontali severe determina l’organizzazione del quadro. Ciò rivela la preoccupazione diversa di dare alle ali dei tre angeli tutto lo splendore possibile. Il grandissimo effetto dello sfondo rosso è, infatti, di sporgere gli angeli verso lo spettatore; in questo modo gli angeli svolgono completamente la loro funzione di messaggeri, non solo tra Dio e l’uomo Abramo, ma anche tra quel mondo impalpabile di pittura e noi, che lo contempliamo. La lotta di Giacobbe con l’Angelo, è un episodio centrale della storia del Patriarca. Nel lungo combattimento mistico che l’uomo ha con l’angelo, Chagall sceglie il momento della riconciliazione. Le opere del “Messaggio Biblico” sono state donate dall’artista alla Francia con questa dedica: “Ho voluto dipingere il sogno di pace dell’umanità…Forse in questa casa verranno giovani e meno giovani a cercare un ideale di fraternità e d’amore come i miei colori l’hanno sognato. Forse non ci saranno più nemici… e tutti, qualunque sia la loro religione, potranno venire qui e parlare di questo sogno, lontano dalla malvagità e dalla violenza. Sarà possibile questo? Credo di si, tutto è possibile se si comincia dall’amore”. “Lavorare è pregare” affermava Chagall. E dalla preghiera emergevano meravigliose immagini di un sogno tutto spirituale.

Publié dans:ANGELI ED ARCANGELI, ARTE |on 21 février, 2011 |Pas de commentaires »

Omelia 21 febbraio 2011 : La Sapienza dello Spirito (Sir 1,1-10)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/9408.html

Omelia (19-02-2007)

Monaci Benedettini Silvestrini

La Sapienza dello Spirito (Sir 1,1-10)

L’uomo con la coscienza rettamente formata, possiede nel fondo dell’anima un orientamento verso valori superiori; la sapienza non è una conoscenza che risulta dall’esperienza quotidiana. L’odierno testo del Siracide (vissuto nel secondo secolo prima di Cristo) precisa l’origine della sapienza: la sapienza è presentata in una personificazione eterna; essa è stata creata da Dio e sta sempre con lui. Essa inizia la rivelazione dell’esistenza dello Spirito santo, spirito di sapienza e di timore di Dio. « Il timore del Signore allieta il cuore e dà contentezza, gioia e lunga vita » (Sir.1,10). Meditando sul ruolo delle Persone divine, il credente desidera ottenere lo spirito di preghiera che fa riconoscere la presenza di Dio. Marco, invece, nel Vangelo, ricorda la potenza sanatrice di Gesù che libera alcuni indemoniati e precisa che l’unico mezzo di liberazione è la preghiera. L’esperienza quotidiana del male accentua la necessità dell’incontro con il Signore. « Liberaci dal male »: l’invocazione è accolta da Dio che realizza in Cristo il suo progetto di salvezza e di santificazione. Occorre fede, preghiera, senso di responsabilità. L’incredulità è spesso in agguato, e colpisce chi non prende coscienza dei doni ricevuti nei sacramenti del battesimo e della confermazione, e non consolida ogni giorno la sua vita di preghiera.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 21 février, 2011 |Pas de commentaires »

Omelia (21-02-2011) : Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/21651.html

Omelia (21-02-2011)

Movimento Apostolico – rito romano

Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?

Sovente il cristiano vive di falsi presupposti, pensieri, concetti, idee, immaginazioni. Crede di conoscere Dio e invece non lo conosce. Si reputa un buon osservante della Legge del Signore e invece la trasgredisce. Immagina di possedere Dio in suo potere, e invece il Signore è lontano dal suo cuore e dalle sue labbra. Gesù aveva dato agli apostoli il potere di scacciare gli spiriti impuri. Loro pensano che esso sia un potere magico. Basta una loro parola e lo spirito sparisce. Oggi fanno l’esperienza che non è proprio così. Comandano al demonio, ma esso non lascia l’uomo.
Cosa non ha funzionato in loro? Perché non sono riusciti a scacciarlo? Non lo sanno. Viene Gesù e con una parola lo manda via. Un solo ordine e lo spirito, gridando e scuotendolo fortemente il posseduto, esce, se ne va, scompare. Deve scomparire. Quella preda non gli appartiene più. Il padre del ragazzo si era però rivolto a Gesù pensando che anche Lui fosse come i suoi discepoli: incapace di mandare via lo spirito immondo. Gesù però lo rassicura che tutto è possibile per chi ha fede.
Lo spirito impuro lo può scacciare solo chi ha fede. Fede in chi e in che cosa? Fede nell’Onnipotenza di Dio che si riversa sull’uomo e lo ricolma di ogni potere divino. Questa fede va però vivificata nella preghiera remota e attuale. Ogni giorno si deve chiedere al Signore che ci avvolga con la sua grazia. Nei momenti in cui questa sua grazia deve essere posta tutta in essere, allora è giusto che la preghiera venga intensificata. Gesù passava intere notte in preghiera, in comunione con il Padre, specie quando gli occorreva tutta la sapienza e la forza divina per operare ed agire.
Ecco qual è la vera forza del cristiano: la preghiera. Se essa è fatta bene, con insistenza, senza alcuna interruzione, con mani innocenti e cuore puro, con labbra che confessano la lode del Signore, con piedi che sono pieni di zelo per la diffusione del Vangelo tra gli uomini, con anima ricca di grazia santificante, con mente che cerca solo la divina volontà, sempre il Signore ascolta e dona ogni potenza di grazia e di verità.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, insegnaci a pregare come hai pregato tu ai piedi della Croce. Angeli e Santi di Dio, fateci di cuore puro e di mani innocenti.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 21 février, 2011 |Pas de commentaires »

IL TEMPIO DI GERUSALEMME, 30 d.C. (il Cortile dei gentili)

IL TEMPIO DI GERUSALEMME, 30 d.C. (il Cortile dei gentili) dans IL CORTILE DEI GENTILI pianta_spianata

BALAUSTRA
Era una recinzione alta circa un metro e sessanta e segnava il confine del Cortile dei Gentili. Aveva tredici varchi ed ognuno di questi recava una lapide in pietra con un’iscrizione, o in greco o in latino alternate, che ricordava che oltrepassare quel limite, da parte di un pagano, avrebbe valso la pena di morte.

 CORTILE DEI GENTILI
Era la zona che poteva essere calpestata dai pagani e corrispondeva grossomodo ad un gigantesco anello quadrangolare delimitato dalle mura della Spianata nella parte esterna, e nella parte interna, dalla balaustra. Teoricamente, i non ebrei che frequentavano le parti a loro accessibili della zona del Tempio, erano dei non circoncisi che però avevano più o meno abbracciato la religione del Dio d’Israele.

 FORTEZZA ANTONIA
Era la sede della guarnigione romana ed occasionalmente anche del Procuratore. Era fisicamente collegata con la Spianata, affinchè i soldati romani potessero intervenire immediatamente in caso di necessità.

 PISCINA DELLE PECORE
Era una vasca utilizzata per il lavaggio degli animali destinati ad essere sacrificati.

 PORTA DOPPIA e PORTA TRIPLA
Servivano per regolare l’afflusso ed il deflusso dal Tempio nel lato sud. Si accedeva alla Spianata dalla Porta Tripla, cosiddetta perchè composta realmente da tre porte affiancate, con la volta ad arco, e superatala si era all’interno di uno dei due tunnel che passavano sotto al Portico Reale. Si usciva invece utilizzando la Porta Doppia, dopo essere passati attraverso il secondo tunnel.

 PORTA ORIENTALE o DORATA
Era utilizzata da chi proveniva da est. Guardando Gerusalemme da levante, dal Monte degli olivi, si scorgeva tutta la maestosità del Tempio, e scendendo si attraversava la Valle del Cedron, e si giungeva ad una scalinata che dava sulla Porta Dorata che si apriva sul muro della spianata. Il muro segnava al contempo, il confine della città, poichè nessuna costruzione doveva frapporsi fra la casa di Adonai e l’est. Il fronte stesso del Tempio era rivolto a levante.

 PORTICO DI SALOMONE
Era un grande vestibolo sorretto da un colonnato a tre ordini, che circondava ad ovest, a nord e ad est la Spianata delimitandola per tre lati, mentre il quarto, quello meridionale, era chiuso dal Portico regio.

 PORTICO REGIO
Era un chiostro composto da centosessantadue splendide colonne sormontate da finissimi capitelli in stile corinzio, disposte in quadruplice fila in modo da costituire una triplice navata, che reggevano il solaio in travi di cedro della Basilica Reale. Il Portico Reale occupava quasi per intero il lato sud del quadrilatero del Tempio ed era invaso, pressochè completamente, dai banchi dei cambiavalute.

http://www.ebraismoecristianesimo.it/main/spian_sec_tem.html

1...34567...18

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01