Archive pour février, 2011

Omelia (27-02-2011): Non preoccupatevi del domani

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/21762.html

Omelia (27-02-2011)

mons. Vincenzo Paglia

Non preoccupatevi del domani

Gesù dice ai discepoli: « Non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? ». Sono parole molto chiare che dovrebbero farci riflettere su come la maggioranza di noi pensa alla propria vita, sulle preoccupazioni che abbiamo sul nostro presente e sul nostro futuro. Non ci lasciamo prendere dall’angoscia dell’oggi e del domani? Il Vangelo ci invita a guardare gli uccelli del cielo e a stupirci di come essi sono aiutati dal Signore. Ebbene, se è così per gli uccelli del cielo, che senza dubbio contano molto meno delle persone, quanto più sarà per noi? Eppure noi viviamo preoccupandoci proprio di ciò che nella nostra vita non mancherebbe comunque, anche se noi non ce ne curassimo. « Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta ». Voi – sembra affermare il Vangelo – siete nati per il Signore. Egli lo sa bene; la vostra vita gli sta molto a cuore, più di quanto stia a cuore a voi stessi. Voi siete fatti per lui e per i fratelli. Eppure noi di questa fondamentale verità, che è il senso stesso della vita, ce ne occupiamo davvero poco (tanto meno ce ne preoccupiamo). E se molti restano senza cibo e vestito è perché altri non cercano il regno di Dio e la sua giustizia, bensì solo il proprio tornaconto.
Gesù, all’inizio di questo brano evangelico, chiarisce che nessuno può fare il servo contemporaneamente a due padroni, con un servizio totale, infatti « o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e trascurerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza ». Tornano in mente le parole del Deuteronomio che definiscono il « servizio » all’unico Signore con questi termini: amarlo « con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze » (Dt 6,4-5). In nome di questa dedizione totale a Dio si contesta l’idolatria, che è appunto servire altri dei, altri signori. È la pretesa di un diritto assoluto da parte di Dio. Non è difficile che questo ci sembri eccessivo. E in base ai nostri calcolati giudizi, alla nostra misurata e accorta gestione dei sentimenti, certamente lo sentiamo tale. È proprio così: Dio è eccessivo. Ma è l’eccesso di amore che rende ragione della sua pretesa. È già ben chiaro nelle parole del profeta Isaia: « Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai » (Is 49,15). Mai una madre dimentica il proprio figlio piccolo. Ebbene, anche se per assurdo una madre operasse così, il Signore non lo farebbe mai. Per questo e solo per questo il salmista dice: « Solo in Dio riposa l’anima mia » (Sal 62,2).
Questo brano evangelico non è, ovviamente, una sorta di manifesto contro la civiltà del lavoro, o un nostalgico appello alla serenità della vita in una romantica cornice naturistica. Gesù si rivolge ai discepoli per invitarli a vivere con radicalità e integrità il loro rapporto con Dio. Il servizio alla ricchezza (un vero idolo) è come donargli l’anima, perché diviene il motivo assorbente della vita. È un idolo effimero, eppure per molti è motivo sufficiente per essere spinti a servirlo con la vita. Servire la ricchezza è dunque perdere la vita dietro l’incanto dell’effimero. L’avvertenza di Gesù è saggia e severa: « Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta ». Occorre anzitutto cercare il regno di Dio, che è bontà, misericordia, giustizia, fraternità, amicizia. Questo è l’essenziale da cui promana con certezza tutto il resto. La ricchezza ci offre qualcosa ma non ci dà l’essenziale. Tuttavia è un idolo esigente, che non risparmia. Se cercheremo anzitutto il regno di Dio, il resto non ci mancherà, ne mancherà a quanti non hanno neppure il necessario.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 février, 2011 |Pas de commentaires »

DOMENICA 27 FEBBRAIO 2011 – VIII DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 27 FEBBRAIO 2011 – VIII DEL TEMPO ORDINARIO

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/ordinA/A08page.htm

MESSA DEL GIORNO:

Seconda Lettura  1 Cor 4, 1-5
Il Signore manifesterà le intenzioni dei cuori.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
Fratelli, ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele.
A me però importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, io non giudico neppure me stesso, perché, anche se non sono consapevole di alcuna colpa, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore!
Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dal libro di Giobbe 1, 1-22

Giobbe viene privato dei suoi beni
C’era nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe: uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male. Gli erano nati sette figli e tre figlie; possedeva settemila pecore e tremila cammelli, cinquecento paia di buoi e cinquecento asine, e molto numerosa era la sua servitù. Quest’uomo era il più grande fra tutti i figli d’oriente.
Ora i suoi figli solevano andare a fare banchetti in casa di uno di loro, ciascuno nel suo giorno, e mandavano a invitare anche le loro tre sorelle per mangiare e bere insieme. Quando avevano compiuto il turno dei giorni del banchetto, Giobbe li mandava a chiamare per purificarli; si alzava di buon mattino e offriva olocausti secondo il numero di tutti loro. Giobbe infatti pensava: «Forse i miei figli hanno peccato e hanno offeso Dio nel loro cuore». Così faceva Giobbe ogni volta.
Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche satana andò in mezzo a loro. Il Signore chiese a satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Da un giro sulla terra, che ho percorsa». Il Signore disse a satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male». Satana rispose al Signore e disse: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda di terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!». Il Signore disse a satana: «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stender la mano su di lui». Satana si allontanò dal Signore.
Ora accadde che un giorno, mentre i suoi figli e le sue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del fratello maggiore, un messaggero venne da Giobbe e gli disse: «I buoi stavano arando e le asine pascolando vicino ad essi, quando i Sabei sono piombati su di essi e li hanno predati e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo che ti racconto questo».
Mentr’egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «Un fuoco divino è caduto dal cielo: si è attaccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato io solo che ti racconto questo».
Mentr’egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I Caldei hanno formato tre bande: si sono gettati sopra i cammelli e li hanno presi e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo che ti racconto questo».
Mentr’egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del loro fratello maggiore, quand’ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e sono morti. Sono scampato io solo che ti racconto questo».
Allora Giobbe si alzò e si stracciò le vesti, si rase il capo, cadde a terra, si prostrò e disse:
«Nudo uscii dal seno di mia madre,
e nudo vi ritornerò.
Il Signore ha dato, il Signore ha tolto,
sia benedetto il nome del Signore!».
In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto.

Responsorio    Cfr. Gb 2, 10; 1, 21
R. Da Dio accettiamo il bene: perché non accettare anche il male? * Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore.
V. Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò.
R. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore.

Seconda Lettura
Dal «Commento al libro di Giobbe» di san Gregorio Magno, papa
(Lib. 1, 2. 36; PL 75, 529-530. 543-544)

L’uomo semplice e retto, timorato di Dio
C’è un genere di semplicità che meglio sarebbe chiamare ignoranza. Essa consiste nel non sapere neppure che cosa sia rettitudine. Molti abbandonano l’innocenza della vera semplicità, proprio perché non sanno elevarsi alla virtù e all’onestà. Poiché sono privi della vera prudenza che consiste nella vita buona, la loro semplicità non sarà mai sinonimo di innocenza.
Perciò Paolo ammonisce i discepoli: «Voglio che siate saggi nel bene e immuni dal male» (Rm 16, 19). E soggiunge: «Non comportatevi da bambini nei giudizi; siate come bambini quanto a malizia (1 Cor 14, 20).
Per questo anche la stessa Verità ingiunge ai discepoli: «Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10, 16). Ha unito necessariamente l’una e l’altra cosa nel suo ammonimento, in modo che l’astuzia del serpente ammaestri la semplicità della colomba, e la semplicità della colomba moderi l’astuzia del serpente.
Per questo lo Spirito Santo ha manifestato la sua presenza agli uomini sotto forma non soltanto di colomba, ma anche di fuoco. Nella colomba viene indicata la semplicità, nel fuoco l’entusiasmo per il bene. Si mostra nella forma di colomba e nel fuoco perché quanti sono ricolmi di lui, praticano una forma tale di mitezza e di semplicità da infiammarsi d’entusiasmo per le cose sante e belle e di odio per il male.
«Uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male» (Gb 1, 1). Chiunque tende alla patria eterna vive indubbiamente con semplicità e rettitudine: è semplice cioè nell’operare, retto nella fede; semplice nel bene materiale che compie, retto nei ben spirituali che percepisce nel suo intimo. Vi sono infatti certuni che non sono semplici nel bene che fanno, poiché ricercano in esso non la ricompensa all’interno, ma il plauso all’esterno. Perciò ha detto bene un sapiente: «Guai al peccatore che cammina su due strade!» (Sir 2,12). Ora il peccatore cammina su due strade, quando compie quello che è di Dio, ma desidera e cerca quello che è del mondo.
Bene anche è detto: «Temeva Dio ed era alieno dal male»; perché la santa Chiesa degli eletti intraprende nel timore le strade della sua semplicità e rettitudine, ma le conduce a termine nella carità. Uno si allontana completamente dal male, quando per amore di Dio comincia a non voler più peccare. Se invece fa ancora il bene per timore, non si è del tutto allontanato dal male; e pecca per questo, perché sarebbe disposto a peccare, se lo potesse fare impunemente.
Perciò quando si dice che Giobbe teme Dio, giustamente è detto anche che si teneva lontano dal male, poiché mentre la carità sostituisce il timore, la colpa che viene abbandonata dalla coscienza, viene pure calpestata dal proposito della volontà.

Responsorio    Cfr. Eb 13, 21; 2 Mac 1, 4
R. Dio vi renda perfetti in ogni bene, perché compiate la sua volontà; * operando in voi ciò che a lui è gradito, per mezzo di Cristo.
V. Vi dia una mente aperta ad intendere la sua legge e i suoi comandi,
R. operando in voi ciò che a lui è gradito, per mezzo di Cristo.

Omelia (26-02-2011): Lasciate che i bambini vengano a me

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/21656.html

Omelia (26-02-2011)

Movimento Apostolico – rito romano

Lasciate che i bambini vengano a me

Sempre tra Gesù e i suoi discepoli vi è un abisso che separa i loro pensieri. Gesù pensa dalla volontà e dal cuore del Padre, i suoi discepoli pensano dalla loro mente di ferro e dal loro cuore di pietra. La distanza di pensiero è distanza di santità. Gesù è Santissimo e santissimo è anche il suo pensiero. In esso non c’è neanche l’ombra del pensiero della terra, perché risplende solo la volontà di Dio. Gli apostoli invece ancora non sono santi. Lo attestano i loro pensieri che sono di peccato, vanità, superbia, invidia, grande stoltezza.
Chi vuole accorciare la distanza dei pensieri, deve accorciare la distanza della santità. La santità è fatta insieme di verità e di carità, giustizia e amore, diritti di Dio e dell’uomo, infinita misericordia. Ovunque un solo diritto dell’uomo viene calpestato, lì non vi è ancora la perfezione della santità e così dicasi anche per i diritti di Dio. Il diritto altro non è che rispettare, amare, riverire l’altro nella sua verità eterna e creata. Per questo nell’Antico Testamento, quando Dio dona se stesso come modello da imitare: « Siate sante, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo », come esplicitazione di questa imitazione altro non vi è che il diritto dell’uomo e di Dio da osservare. Diritto che poi si estende anche alle cose e agli animali, alla terra e a tutto ciò che su di essa vive.
I bambini hanno il diritto di essere accarezzati da Cristo Gesù? Hanno il diritto di essere amati, formati, educati, istruiti, aiutati in ogni loro esigenza dello spirito, del corpo, dell’anima? Loro sono persone con pari dignità, pari verità, pari diritti. Tutto però deve essere proporzionato alla loro età. Tutto deve essere dato secondo la loro capacità di accoglienza, con sapiente ed intelligente gradualità, ma anche con altrettanta infinita pazienza, amorevolezza, perseveranza.
I discepoli oggi ignorano i diritti di amore e di benevolenza dei piccoli. Questa non conoscenza si trasforma in divieto, rimprovero, impedimento fisico. Essi non vogliono che Gesù perda tempo dedicandosi ai bambini. Lui deve consacrare tutto il suo tempo agli adulti. È con questi che potrà conquistare Gerusalemme, liberandola dalla schiavitù e dall’oppressione. I piccoli non gli serviranno di certo. È tempo sprecato quanto viene dedicato ad essi. Una falsa verità della mente subito si trasforma in una negazione di diritti fondamentali per la persona umana.
Gesù invece parte dalla verità totale del suo regno. Esso non potrà essere fatto da adulti, grandi. Costoro sono impermeabili ad ogni azione di Dio in loro. Potrà invece essere costituito solo da bambini e da quanti vogliono divenire come loro. Perché solo con chi si fa piccolo, bambino, Dio potrà costruire sulla terra il suo regno? Perché il bambino non ha verità, la riceve, l’accoglie. I grandi hanno la loro verità ed è assai difficile poterli scalzare dalle loro convinzioni, certezze, desideri, aspirazioni. Sono ormai radicati in tutte queste cose e il loro cuore è divenuto il centro del mondo. Essi non sono più ricettivi. I bambini invece no! Hanno mente elastica, cuore aperto, sentimenti liberi e momentanei. Sono ricettivi al sommo delle capacità. Con chi è come loro Gesù sempre potrà costruire il regno di Dio sulla nostra terra.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, aiutaci a divenire piccoli, piccoli per il regno dei Cieli. Angeli e Santi di Dio, liberate il nostro cuore da ogni falsa verità.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 février, 2011 |Pas de commentaires »

Omelia (25-02-2011): L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto

dal sito:

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Omelia (25-02-2011)

Movimento Apostolico – rito romano

L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto

Leggiamo cosa disse Adamo di Eva prima del peccato: « E il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda». Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta». Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne » (Gn 2,18-24).
Gesù è venuto per fare l’uomo nuovo, per ricrearlo con una creazione ancora più mirabile della prima. In questa nuova creazione, nuovo è il cuore, la mente, lo spirito, l’anima, lo stesso corpo si riveste di una spiritualità nuova. In questa nuova realtà l’uomo è chiamato a vivere ogni cosa che era prima del peccato, della trasgressione, della rottura dell’unità e della comunione.
Ecco la vocazione dell’uomo: vivere l’amore coniugale da crocifisso, da persona che sa interamente consacrarsi ad esso, consumando nell’annientamento di sé tutti i suoi giorni. Questo amore crocifisso non nasce però dal cuore dell’uomo, anche se è nuovo. Sgorga perennemente dal cuore di Cristo Gesù ed è in esso che lo si deve attingere quotidianamente, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo. Solo in questa perenne ricarica di amore attinto da Gesù, è possibile rimanere fedeli sino alla fine.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, insegnaci ad amare di un amore crocifisso sempre. Angeli e Santi di Dio, insegnati ad amare come Cristo Gesù sulla croce.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 25 février, 2011 |Pas de commentaires »

Annunciation, (Ravenna)

Annunciation, (Ravenna) dans immagini sacre nauw_06

Annunciation, 1978

Mosca, Collezione privata
Tecnica bizantina; cm 100 x 100 x 3
Metodo diretto su supporto definitivo
Materiali: smalti, pietre naturali, legno
Libera composizione, basata sull’utilizzo di elementi derivati dall’iconografia tradizionale del tema dell’Annunciazione, realizzata all’interno dell’atelier dell’artista a Mosca.

http://www.mosaicoravenna.it/modules.php?name=MosaicistiDettaglio&op=opd&mid=147&oid=5

Publié dans:immagini sacre |on 24 février, 2011 |Pas de commentaires »

I principi ispiratori del canto cristiano

è uno stralcio se volete leggerlo tutto andate al sito:

http://www.tradizione.oodegr.com/tradizione_index/arte/cantoliturgico.htm

IL CANTO LITURGICO

I principi ispiratori del canto cristiano

Introduzione

Nella Liturgia ogni cosa ha la sua importanza e la sua concreta ragione d’essere. Il canto, assieme ad altri elementi, aiuta la persona ad entrare in un’atmosfera differente, un’atmosfera che, pur essendo in questo mondo, la conduce al di là delle contingenze terrene. Il credente sà che la presenza di Dio non viene mai meno. Infatti la Sacra Scrittura ricorda a più riprese che Dio è Colui che crea e mantiene in vita: “Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra” (Sl 103, 30). Non è dunque Dio che deve farsi conoscere ma è l’uomo che deve saperlo incontrare. Il problema non sussiste dalla parte divina ma da quella umana. È per questo che la Tradizione della Chiesa insiste sempre sull’attenzione che l’uomo deve porre a se stesso, sulla purificazione del cuore e la lontananza dalle distrazioni. L’apertura della mente ad ogni pensiero vagante rende l’uomo simile al fiore che si esclude dai raggi solari quando china il proprio capo verso terra. Tutti gli elementi simbolici che compongono la Liturgia ricordano indefinitamente che Dio è vicino all’uomo, e lo esortano a sollevare e a detergere lo sguardo del suo spirito.
Tutto ciò entra profondamente anche nel modo di comporre una canto e di eseguirlo. Quando nella Liturgia si attua un canto che, nella linea melodica e/o nelle parole, apre alle mode e ai gusti secolari i sensi vengono toccati in modo da muovere l’affettività e la fantasia. In tale situazione è possibile creare un cortocircuito: l’uomo non si pone davanti a Dio nella sua nudità ma si circonda di pensieri e di immagini che nascono dalle sue umane sensazioni. I Santi Padri e gli asceti davanti a ciò sono unanimemente categorici: questa è la strada maestra nella quale il credente si allontana da Dio. Con questa impostazione, di fatto, l’uomo si chiude in se stesso, ascoltando il trambusto del suo mondo interiore, e si allontana dal profondo silenzio attraverso il quale Dio parla al cuore umano. Da questo punto di vista la fantasiosa religiosità barocca e la sua estetica spettacolarità liturgica si situano all’antitesi delle prudenti e sagge esortazioni patristiche.
Dio, essendo il “totalmente altro”, deve essere celebrato in una liturgia che dispone l’animo lontano dalla confusione della vita quotidiana. Così l’uomo è aiutato a fissare lo sguardo verso “le cose di lassù” (Col 3,1) e non rimane prigioniero del suo egocentrismo, che egli può pure non riconoscere. È perciò che la liturgia di San Giovanni Crisostomo, prima della presentazione del pane e del vino, esorta i fedeli a deporre “ogni cura di questa vita”.
Il canto liturgico orientale, nato e sviluppato con gli elementi culturali di un certo periodo storico, è rimasto sempre vivo perché veicola questa coscienza e questa conoscenza. Nel primo millennio cristiano Oriente ed Occidente erano molto simili anche sotto quest’aspetto. Il canto gregoriano ha mantenuto delle caratteristiche simili al canto “bizantino”. Entrambi hanno un’austera bellezza e dispongono convenientemente le persone davanti ai Sacri Misteri. Tuttavia il canto gregoriano è caduto in decadenza già prima del XV secolo. È stato ripreso solo molto più tardi sull’onda della cultura romantica (XIX sec.). La pratica moderna del canto gregoriano nasce da una teoria sostenuta nel monastero di Solesmes (Francia) della quale non è possibile verificare la fondatezza perché la tradizione musicale gregoriana, tramandata ininterrottamente dai monasteri occidentali, si è spezzata verso la fine del Medioevo. Una sorte simile è accaduta qualche secolo dopo, al canto tradizionale liturgico russo, con l’importazione e l’imposizione di modelli occidentali ad opera di Pietro il Grande. Solo recentemente c’è un tentativo di riprendere l’antica musica modale che affratellava il canto russo a quello romano-orientale.
Il canto “bizantino”, a differenza di quello gregoriano e antico-russo, ha una tradizione che si è diffusamente mantenuta fino ai nostri giorni. Come il canto gregoriano, quello “bizantino” è basato su otto toni musicali. A differenza del canto gregoriano i cui otto toni musicali sono stati adattati alla scala musicale moderna, il canto “bizantino” non può essere riproducibile utilizzando il pentagramma. Ci sono stati dei tentativi di ridurre la musica “bizantina” stringendola nel pentagramma ma, chi ha la giusta attenzione filologica, capisce subito che sono semplificazioni maldestre. Questo lavoro è quasi paragonabile a chi volesse eseguire per pianoforte un pezzo musicale indiano per sitar.

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA - MUSICA |on 24 février, 2011 |Pas de commentaires »

COMMENTO DELLA LETTERA A FILEMONE

il commento è tratto dal sito « homolaicus » quindi non strettamente biblico, ma certo, interessante:

http://www.homolaicus.com/nt/lettere/filemone/lettera_filemone.htm

COMMENTO DELLA LETTERA A FILEMONE

Filemone, chi era costui? Pur essendo un illustre sconosciuto del Nuovo Testamento, non c’è stato nome che la storiografia ateistica di tutti i tempi abbia usato più del suo, allo scopo di dimostrare che il cristianesimo primitivo parteggiava per lo schiavismo o comunque non era in grado di fare alcunché di sostanziale per superarlo.
Oggetto della lettera di accompagnamento e di raccomandazione, dal contenuto molto personale (cosa che nell’antichità sollevò qualche dubbio sulla sua canonicità), è la fuga di uno schiavo di nome Onesimo dalla casa di Filemone, un facoltoso cristiano di Colosse, convertito alla fede da Paolo.
Quest’ultimo avrebbe incontrato per la prima volta Onesimo mentre era in prigione a Efeso (ma non si è certi di questa località) e con la lettera avrebbe invitato Filemone a perdonargli la fuga e, visto che lo schiavo nel frattempo si era cristianizzato, a riprenderlo addirittura come se fosse un « fratello », un « amico ».
Da notare che esortazioni ad assumere atteggiamenti benevoli, tolleranti, rivolte sia agli schiavi che agli schiavisti, erano già state fatte da Paolo in due lettere precedenti: Col 3,22-4,1 e Ef 6,5-9.
Nel saluto iniziale Filemone non viene considerato come un « compagno di lotta », al pari del figlio Archippo, che addirittura era responsabile della comunità colossese, ma semplicemente come un « compagno di lavoro »(v. 1), cioè un « cooperatore », un collaboratore esterno, che metteva a disposizione la sua abitazione, le sue risorse ma non il suo tempo o la sua persona.
Filemone, la cui moglie era probabilmente la stessa Affia che Paolo qualifica come « sorella », è un buon uomo, un grande lavoratore, uno – diremmo oggi – che s’è fatto da sé, uno che non s’accontenta di quel che ha, ma vuole espandere la propria attività e, per tale ragione, ha bisogno di schiavi che lavorino per lui (benché qui si parli soltanto di uno di loro).
Ma se era così « buono », così « cristiano », perché Onesimo era scappato? Dalla lettera non si capisce. Paolo si limita a dire d’averlo incontrato in prigione e di averlo convertito. Forse Onesimo aveva pensato che stare presso colui che aveva convertito al cristianesimo il suo padrone gli avrebbe dato qualche sicurezza in più: in fondo il diritto di asilo veniva offerto anche da certi templi famosi, come p.es. quello di Artemide a Efeso.
Una cosa sola di Onesimo si sa con certezza: prima era fuggito come schiavo pagano, ora chiede di ritornare come schiavo cristiano, nella speranza, visto che lo stesso Filemone è cristiano, di essere trattato assai meglio di uno schiavo.
Paolo fa diversi giri di parole, dicendo una cosa e poi il suo contrario, per cercare di convincere Filemone a riprenderselo.
Anzitutto gli fa notare che potrebbe ordinarglielo (moralmente s’intende), in quanto Filemone appartiene a una comunità il cui fondatore è stato lo stesso Paolo. Quindi un certo riconoscimento istituzionale glielo deve.
Tuttavia Paolo gli chiede di riprenderlo spontaneamente, in nome dell’amore, anche per assicurare Onesimo sul suo destino di schiavo pentito. Se Filemone lo accetta liberamente, non potrà rammaricarsi tanto facilmente di non aver proceduto per vie legali.
La terza motivazione della richiesta è quella di riprenderlo come segno di benevolenza, di riconoscimento morale nei confronti di Paolo, « vecchio e prigioniero »(v. 9).
La quarta è la motivazione economica, detta in tono ironico: Onesimo, che significa « vantaggioso », può tornare di nuovo « utile » al suo proprietario, e questa volta per sempre. « Si è allontanato per breve tempo, affinché tu lo riavessi per sempre »(v. 15), gli dice appellandosi a misteriose quanto divine leggi della provvidenza.
La quinta è ideologica: tra schiavo e schiavista non vi possono più essere contrasti culturali, religiosi, avendo entrambi la stessa fede cristiana. Anzi, proprio per il fatto d’essersi convertito e d’aver accettato di collaborare con Paolo, Onesimo viene considerato come una sorta di « discepolo », sicché con la sua reintegrazione nella precedente attività lavorativa non si può ora non tener conto di questa novità.
Onesimo è diventato cristiano come Filemone, cioè uno schiavo è diventato cristiano dopo il suo schiavista: è un successo incredibile per il cristianesimo paolino. Se non fosse stato in carcere, Paolo l’avrebbe tenuto con sé, come esempio paradigmatico della capacità persuasiva della nuova concezione di vita, a questo punto fruibile non solo dai ceti benestanti ma anche da quelli meno abbienti, fino addirittura agli schiavi.
Paolo arriva addirittura a proporre una soluzione finanziaria, secondo cui se Onesimo ha rubato qualcosa, sarà lui stesso a risarcire la perdita (il « se » dubitativo qui è un po’ pleonastico, poiché come minimo Onesimo era venuto meno a una prestazione gratuita di manodopera, cui per legge era tenuto); poi però Paolo, rendendosi conto della esagerazione appena detta, fa capire, senza tanti giri di parole, che Filemone gli deve la sua stessa vita, essendo divenuto « cristiano » proprio grazie a Paolo. Come se il suo cristianesimo l’avesse salvato da sicura morte spirituale!
Da un lato lo supplica, dall’altro pretende di sapere che non rifiuterà, anche perché gli prospetta l’esigenza di ospitare lui stesso, prossimo a uscire dal carcere.
La procedura altalenante delle motivazioni ha fatto pensare non pochi critici a successive manipolazioni della missiva: a frasi toccanti, infatti, quasi commoventi ne seguono altre, stranamente, di velata minaccia, di pseudo ricatti morali. Evidentemente Paolo, che qui sembra arrampicarsi sugli specchi pur di veder esaudita la propria richiesta, temeva che due righe non sarebbero bastate per impedire delle ritorsioni a carico di Onesimo, che quella volta peraltro cadevano puntuali sulla testa degli schiavi fuggitivi.
Proprio nel periodo in cui Paolo scriveva il biglietto a Filemone, a Roma, stando al racconto di Tacito (Annali, 14, 43), il prefetto Pedanio era stato assassinato da uno dei suoi schiavi e il colpevole era stato scoperto; ma la legge dichiarava tutta la famiglia degli schiavi responsabile del delitto e così tutti i 400 schiavi di Pedanio, uomini, donne e bambini, furono crocifissi per colpa di uno solo di essi.
In ogni caso, a parte il suo valore indiscutibilmente umanitario, la lettera paolina ha l’apparenza di una vera e propria favola, dove tutti alla fine vivranno felici e contenti.
Da un lato viene chiesto a Filemone d’essere spontaneo e di riprendersi con convinzione e piena libertà il suo schiavo, accettandone altresì la sua conversione.
Dall’altro viene chiesto a Onesimo di ritornare spontaneamente dal suo padrone a fare di nuovo lo schiavo, nella convinzione che, divenuto ora cristiano, sarebbe stato trattato meglio. Indirettamente quindi Paolo fa capire al lettore che Filemone, pur essendo cristiano, non si sentiva in dovere di trattare umanamente gli schiavi di religione pagana.
Paolo insomma presenta Onesimo come un ottimo elemento, sia come uomo che come credente (lo dice testualmente al v. 16), eppure gli chiede di tornare a fare lo schiavo, benché nel contempo preghi Filemone di non considerarlo più come uno schiavo, appunto perché ora, essendosi convertito, è pari a un « fratello » nella fede. E infatti ritroviamo Onesimo a fianco di Tichico in Col 4,9, presso la comunità di Colosse, da dove era partito per andare a trovare Paolo una seconda volta.
Dunque Filemone cosa avrebbe dovuto fare? Liberare Onesimo dalla schiavitù? Considerarlo come un amico, un collaboratore domestico, un socio in affari, come se fosse lo stesso Paolo in persona? Filemone accetterà forse i buoni consigli, le perorazioni, i suggerimenti di Paolo, facendo un’eccezione alla regola della schiavitù e permettendo così a Paolo di trasformare un caso eccezionale in una regola universale?
Paolo offre qui un chiaro esempio di cosa voglia dire realizzare dei rapporti personali col potere (qui non di tipo politico ma solo sociale), soprassedendo ai rapporti oggettivi di sfruttamento economico. Per lui la schiavitù è solo una questione interiore, di coscienza, e non (anche) uno stato fisico, una condizione materiale di esistenza.
E’ fuor di dubbio tuttavia che il tentativo paolino di cristianizzare i rapporti tra padroni e schiavi contribuirà in qualche maniera al superamento del rapporto mercificato tra i due soggetti in una forma di dipendenza più vicina al servaggio, in cui l’uno riconoscerà all’altro maggiore dignità umana, pur continuando a negargli la libertà personale. L’uguaglianza sociale, pratica, è infatti possibile, secondo il cristianesimo, solo in un ordine sovratemporale o soprannaturale.
Si può qui concludere facendo il richiamo di rito alle due lettere che Plinio il Giovane (Lettere, IX, 21 e 24) spedì, nel 106-7 d. C., all’amico Sabiniano, il quale, avendo anch’egli avuto un liberto fuggiasco, veniva pregato di riprenderlo senza infierire. Il liberto infatti, giovane e inesperto, era andato da Plinio per essere rimandato da lui al padrone con garanzia di tutela. Plinio accondiscese e nella seconda lettera ringraziò Sabiniano per la clemenza usata verso il fuggitivo.
Inutile qui dire che mentre nella lettera paolina è esplicita l’uguaglianza morale di fronte a dio del padrone col suo schiavo, in quelle di Plinio il perdono dell’offesa viene concesso partenalisticamente da un padre-padrone che non avrebbe mai considerato lo schiavo moralmente uguale a lui.

Publié dans:Lettera a Filemone |on 24 février, 2011 |Pas de commentaires »
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