Archive pour février, 2011

MERCOLEDÌ 23 FEBBRAIO 2011 – VII SETIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MERCOLEDÌ 23 FEBBRAIO 2011 – VII SETIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SAN POLICARPO (m)

Seconda Lettura
Dalla «Lettera della chiesa di Smirne sul martirio di san Policarpo»
(13, 2-15, 3; Funk, Patres apost. 1, 297-299)

Come sacrificio gradevole e accetto
Quando il rogo fu pronto, Policarpo si spogliò di tutte le vesti e, sciolta la cintura, tentava anche di togliersi i calzari, cosa che prima non faceva, perché sempre tutti i fedeli andavano a gara a chi più celermente riuscisse a toccare il suo corpo. Anche prima del martirio era stato trattato con ogni rispetto, per i suoi santi costumi. Subito fu circondato di tutti gli strumenti che erano stati preparati per il suo rogo. Ma quando stavano per configgerlo con i chiodi disse: «Lasciatemi così: perché colui che mi dà la grazia di sopportare il fuoco mi concederà anche di rimanere immobile sul rogo senza la vostra precauzione dei chiodi». Quelli allora non lo confissero con i chiodi ma lo legarono.
Egli dunque, con le mani dietro la schiena e legato, come un bell’ariete scelto da un gregge numeroso, quale vittima accetta a Dio preparata per il sacrificio, levando gli occhi al cielo disse: «Signore, Dio onnipotente, Padre del tuo diletto e benedetto Figlio Gesù Cristo, per mezzo del quale ti abbiamo conosciuto; Dio degli Angeli e delle Virtù, di ogni creatura e di tutta la stirpe dei giusti che vivono al tuo cospetto: io ti benedico perché mi hai stimato degno in questo giorno e in quest’ora di partecipare, con tutti i martiri, al calice del tuo Cristo, per la risurrezione dell’anima e del corpo nella vita eterna, nell’incorruttibilità per mezzo dello Spirito Santo. Possa io oggi essere accolto con essi al tuo cospetto quale sacrificio ricco e gradito, così come tu, Dio senza inganno e verace, lo hai preparato e me l’hai fatto vedere in anticipo e ora l’hai adempiuto.
Per questo e per tutte le cose io ti lodo, ti benedico, ti glorifico insieme con l’eterno e celeste sacerdote Gesù Cristo, tuo diletto Figlio, per mezzo del quale a te e allo Spirito Santo sia gloria ora e nei secoli futuri. Amen». Dopo che ebbe pronunciato l’Amen e finito di pregare, gli addetti al rogo accesero il fuoco. Levatasi una grande fiammata, noi, a cui fu dato di scorgerlo perfettamente, vedemmo allora un miracolo e siamo stati conservati in vita per annunziare agli altri le cose che accaddero.
Il fuoco si dispose a forma di arco a volta come la vela di una nave gonfiata dal vento e avvolse il corpo del martire come una parete. Il corpo stava al centro di essa, ma non sembrava carne che bruciasse, bensì pane cotto oppure oro e argento reso incandescente. E noi sentimmo tanta soavità di profumo, come di incenso o di qualche altro aroma prezioso.

MARTEDÌ 22 FEBBRAIO 2011 – VII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MARTEDÌ 22 FEBBRAIO 2011 – VII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

CATTEDRA DI S. PIETRO (f)

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dagli Atti degli Apostoli 11, 1-18

Pietro racconta la conversione dei pagani
In quei giorni, gli apostoli e i fratelli che stavano nella Giudea vennero a sapere che anche i pagani avevano accolto la parola di Dio. E quando Pietro salì a Gerusalemme, i circoncisi lo rimproveravano dicendo: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!».
Allora Pietro raccontò per ordine come erano andate le cose, dicendo: «Io mi trovavo in preghiera nella città di Giaffa e vidi in estasi una visione: un oggetto, simile a una grande tovaglia, scendeva come calato dal cielo per i quattro capi e giunse fino a me. Fissandolo con attenzione, vidi in esso quadrupedi, fiere e rettili della terra e uccelli del cielo. E sentii una voce che mi diceva: Pietro, àlzati, uccidi e mangia! Risposi: Non sia mai, Signore, poiché nulla di profano e di immondo è entrato mai nella mia bocca. Ribattè nuovamente la voce dal cielo: Quello che Dio ha purificato, tu non considerarlo profano. Questo avvenne per tre volte e poi tutto fu risollevato di nuovo nel cielo. Ed ecco, in quell’istante, tre uomini giunsero alla casa dove eravamo, mandati da Cesarèa a cercarmi. Lo Spirito mi disse di andare con loro senza esitare. Vennero con me anche questi sei fratelli ed entrammo in casa di quell’uomo. Egli ci raccontò che aveva visto un angelo presentarsi in casa sua e dirgli: Manda a Giaffa e fa’ venire Simone detto anche Pietro; egli ti dirà parole per mezzo delle quali sarai salvato tu e tutta la tua famiglia. Avevo appena cominciato a parlare quando lo Spirito Santo scese su di loro, come in principio era sceso su di noi. Mi ricordai allora di quella parola del Signore che diceva: Giovanni battezzò con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo. Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?».
All’udir questo si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!».

Responsorio   Lc 22, 32; Mt 16, 17b
R. Ho pregato per te, Simon Pietro, che non venga meno la tua fede; * e tu, superata la prova, conferma i tuoi fratelli.
V. Non ti fu rivelato il mio mistero dalla carne e dal sangue, ma dal Padre mio che è nei cieli;
R. e tu, superata la prova, conferma i tuoi fratelli.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa
(Disc. 4 nell’anniversario della sua elezione, 2-3); PL 54, 149-151)

La Chiesa di Cristo s’innalza sulla salda fede di Pietro
 Tra tutti gli uomini solo Pietro viene scelto per essere il primo a chiamare tutte le genti alla salvezza e per essere il capo di tutti gli apostoli e di tutti i Padri della Chiesa. Nel popolo di Dio sono molti i sacerdoti e i pastori, ma la vera guida di tutti è Pietro, sotto la scorta suprema di Cristo. Carissimi, Dio si è degnato di rendere quest’uomo partecipe del suo potere in misura grande e mirabile. E se ha voluto che anche gli altri principi della Chiesa avessero qualche cosa in comune con lui, è sempre per mezzo di lui che trasmette quanto agli altri non ha negato.
A tutti gli apostoli il Signore domanda che cosa gli uomini pensino di lui e tutti danno la stessa risposta fino a che essa continua ad essere l’espressione ambigua della comune ignoranza umana. Ma quando gli apostoli sono interpellati sulla loro opinione personale, allora il primo a professare la fede nel Signore è colui che è primo anche nella dignità apostolica.
Egli dice: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»; e Gesù gli risponde: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mt 16, 16-17). Ciò significa: tu sei beato perché il Padre mio ti ha ammaestrato, e non ti sei lasciato ingannare da opinioni umane, ma sei stato istruito da un’ispirazione celeste. La mia identità non te l’ha rivelata la carne e il sangue, ma colui del quale io sono il Figlio unigenito. Gesù continua: «E io ti dico»: cioè come il Padre mio ti ha rivelato la mia divinità, così io ti manifesto la tua dignità. «Tu sei Pietro». Ciò significa che se io sono la pietra inviolabile, «la pietra angolare che ha fatto dei due un popolo solo» (cfr. Ef 2, 14. 20), il fondamento che nessuno può sostituire, anche tu sei pietra, perché la mia forza ti rende saldo. Così la mia prerogativa personale è comunicata anche a te per partecipazione. «E su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (Mt 16, 18). Cioè, su questa solida base voglio costruire il mio tempio eterno. La mia Chiesa destinata a innalzarsi fino al cielo, dovrà poggiare sulla solidità di questa fede.
Le porte degli inferi non possono impedire questa professione di fede, che sfugge anche ai legami della morte. Essa infatti è parola di vita, che solleva al cielo chi la proferisce e sprofonda nell’inferno chi la nega. E’ per questo che a san Pietro viene detto: «A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherei sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16, 19). Certo, il diritto di esercitare questo potere è stato trasmesso anche agli altri apostoli, questo decreto costitutivo è passato a tutti i principi della Chiesa. Ma non senza ragione è stato consegnato a uno solo ciò che doveva essere comunicato a tutti. Questo potere infatti è affidato personalmente a Pietro, perché la dignità di Pietro supera quella di tutti i capi della Chiesa.

LUNEDÌ 21 FEBBRAIO 2011 – VII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

LUNEDÌ 21 FEBBRAIO 2011 – VII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalle «Omelie sull’Ecclesiaste» di san Gregorio di Nissa, vescovo
(Om. 5; PG 44, 683-686)

Il saggio ha gli occhi in fronte

Se l’anima solleverà gli occhi verso il suo capo, che è Cristo, come dichiara Paolo, dovrà ritenersi felice per la potenziata acutezza della sua vista, perché terrà fissi gli occhi là dove non vi è l’oscurità del male.
Il grande apostolo Paolo, e altri grandi come lui, avevano «gli occhi in fronte» e così pure tutti coloro che vivono, che si muovono e sono in Cristo.
Colui che si trova nella luce non vede tenebre, così colui che ha il suo occhio fisso in Cristo, non può contemplare che splendore. Con l’espressione «occhi in fronte», dunque, intendiamo la mira puntata sul principio di tutto, su Cristo, virtù assoluta e perfetta in ogni sua parte, e quindi sulla verità, sulla giustizia, sull’integrità; su ogni forma di bene. Il saggio dunque ha gli occhi in fronte, ma lo stolto cammina nel buio (Qo 2, 14). Chi non pone la lucerna sul candelabro, ma sotto il letto, fa sì che per lui la luce divenga tenebra. Quanti si dilettano di realtà perenni e di valori autentici sono ritenuti sciocchi da chi non ha la vera sapienza. E` in questo senso che Paolo si diceva stolto per Cristo. Egli nella sua santità e sapienza non si occupava di nessuna di quelle vanità, da cui noi spesso siamo posseduti interamente. Dice infatti: Noi stolti a causa di Cristo (1 Cor 4, 10) come per dire: Noi siamo ciechi di fronte a tutte quelle cose che riguardano la caducità della vita, perché fissiamo l’occhio verso le cose di lassù. Per questo egli era un senza tetto, non aveva una sua mensa, era povero, errabondo, nudo, provato dalla fame e dalla sete.
Chi non lo avrebbe ritenuto un miserabile, vedendolo in catene, percosso o oltraggiato? Egli era un naufrago trascinato dai flutti in alto mare e portato da un luogo all’altro, incatenato. Però, benché apparisse tale agli uomini, non distolse mai i suoi occhi da Cristo, ma li tenne sempre rivolti al capo dicendo: «Chi ci separerà dalla carità che è in Cristo Gesù? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?«» (cfr. Rm 8, 35). Vale a dire: Chi mi strapperà gli occhi dalla testa? Chi mi costringerà a guardare ciò che è vile e spregevole?
Anche a noi comanda di fare altrettanto quando prescrive di gustare le cose di lassù (cfr. Col 3, 1-2) cioè di tenere gli occhi sul capo, vale a dire su Cristo.

Omelia (28-02-2011): Nessuno è buono, se non Dio solo

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/21690.html

Omelia (28-02-2011)

Movimento Apostolico – rito romano

Nessuno è buono, se non Dio solo

Solo Dio è buono perché solo Lui è la fonte, la sorgente di ogni bontà. Tutto il bene che è nella creazione sgorga dal suo cuore di Padre e viene effuso nei cuori come grazia, verità, sapiente, saggezza, misericordia, pietà, compassione, buona volontà, ispirazione, propositi giusti e santi, aiuto, sostegno. Niente che è nell’uomo scaturisce puramente e semplicemente da esso, perché l’origine è in Dio.
Per raggiungere la vita eterna vi è una sola via ed essa è obbligatoria per tutti: l’osservanza dei Comandamenti. Gesù dona come via sicura i Comandamenti verso il prossimo, omettendo quelli verso Dio. Perché? Quelli verso Dio vengono omessi perché nessuno potrà mai amare il prossimo in pienezza di verità se non ama Dio in pienezza di obbedienza, nella più grande carità. L’amore di Dio è la sorgente di ogni vero amore verso l’uomo. Ogni imperfezione nell’amore verso Dio si rivela e si manifesta come imperfezione nell’amore verso l’uomo.
Oggi è proprio questa verità che le moderno società non vogliono comprendere. Essi hanno tutte deciso di mettere da parte Dio, convinti che basti solo un po’ di giustizia da osservare verso l’uomo. Se la fonte di ogni verità, giustizia, bontà, carità, amore, compassione, pietà viene messa da parte, ignorata, trascurata, negletta, disprezzata, distrutta, abolita anche per legge, quale possibilità avrà l’uomo si amare? Nessuna. Chi distrugge, Dio distrugge l’uomo. Chi disprezza Dio, disprezza l’uomo. Chi crede in un falso Dio, altro non può che credere in una umanità falsa.
L’uomo che si incontra con Gesù ama se stesso, cerca se stesso, pensa a se stesso. Non ama il vero Dio. Perché? Perché il vero Dio ama l’uomo e per la creatura fatta a sua immagine e somiglianza, dona il suo Figlio Unigenito. Lo dona dalla Croce. Quest’uomo, dinanzi alla richiesta di Gesù, di mettersi al servizio dell’amore di Dio per la sua creatura, si ritira, se ne va triste, a causa dei suoi molti beni. Lui ama più i suoi beni che il Signore, più se stesso che gli altri. Per questo per lui sarà difficile entrare nel regno dei cieli: perché il regno di Dio è purissimo amore, amore verso Dio e verso il prossimo, alla maniera di Dio e non certo secondo le misure anguste degli uomini. Non è facile per cuori chiusi comprendere queste parole di Gesù. Infatti esse non sono state ancora comprese nella sua verità tutta intera da molti dei suoi discepoli.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, facci ad immagine dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Angeli e Santi di Dio, insegnateci l’amore del Dio crocifisso.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 27 février, 2011 |Pas de commentaires »

Cristo (Andrej Rublev)

Cristo (Andrej Rublev) dans immagini sacre Cristo_Rublev

http://www.tradizione.oodegr.com/tradizione_index/arte/belcristorubl.htm

Publié dans:immagini sacre |on 26 février, 2011 |Pas de commentaires »

Omelia su 1Cor 4, 1-5 (seconda lettura)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/13524.html

Omelia (05-09-2008)

Eremo San Biagio

Commento su 1Cor 4,1-5

Dalla Parola del giorno
Non vogliate giudicare nulla fino a quando venga il Signore.Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni del cuore: allora ciascuno avrà la sua lode da Dio.

Come vivere questa Parola?
Più che una difesa personale (poiché era stato male interpretato nel suo operare) S. Paolo qui mette a fuoco un’importante norma di comportamento cristiano. Anzi, un atteggiamento profondo che è anzitutto il lasciarsi plasmare interiormente dalla grazia di Dio, in modo da non permettersi mai di giudicare il prossimo.
Solo il Signore eserciterà il giudizio. Egli, pur non essendo giustiziere, è giudice giusto. A lui le tenebre del male non riescono a nascondere nulla. Tutt’al più si può ingannare il mondo degli uomini apparendo giusti e retti esteriormente.
Ma la persona umana è quella che è il suo cuore. “Dio è luce” dice S. Giovanni (1Gv 1,5). Ecco perché con la sua ultima venuta, le intenzioni segrete del nostro agire saranno messe a nudo.
È dunque molto importante educarci ed educare a una rettitudine che è la radice sana del nostro retto pensare, del nostro retto amare, di tutto il nostro agire.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, scendo, con l’aiuto dello Spirito Santo nei recessi profondi del mio cuore. E mi chiedo che cosa voglio, che cosa cerco, perché opero in un modo e non nell’altro. E poi, ricordando che, come dice la Bibbia, l’uomo facilmente è menzognero, chiedo la grazia della rettitudine allo Spirito Santo che è Spirito di verità..

Signore, ti prego, tu scruti i segreti e dai la forza a chi cerca in sincerità, dammi rettitudine nelle intenzioni del cuore perché io operi a gloria del Padre, con Gesù, a favore di tutti i fratelli.

La parola di un santo
In ogni cosa e sempre, più rettitudine di intenzione, più esattezza, più puntualità, più generosità nel servizio del Signore e allora sarai quale il Signore vuole che tu sia.
Padre Pio

Isaia 49,14-15: Un amore materno indefettibile (sulla prima lettura)

dal sito:

http://www.nicodemo.net/NN/ms_pop_vedi1.asp?ID_festa=27

Isaia 49,14-15

Un amore materno indefettibile
La seconda parte del libro di Isaia (Is 40-55), chiamata anche Deuteroisaia, si distacca nettamente dalla precedente in quanto non si situa nel periodo storico in cui è vissuto il profeta ma contiene una serie di oracoli rivolti ai giudei esuli in Mesopotamia per annunziare loro il ritorno nella loro terra. Il libro si apre con il lieto annunzio del ritorno (40,1-11) e termina con un poema sulla parola di Dio (55,1-13). Il corpo del libro contiene una serie di oracoli in cui manca un chiaro sviluppo tematico, ma possono dividersi in due blocchi, quelli composti prima della conquista di Babilonia da parte di Ciro (Is 41,12 – 48,22) e quelli che invece hanno visto la luce dopo questo evento (Is 49,1 – 54,17). Il brano liturgico si situa all’inizio della seconda parte, dopo il secondo carme del Servo di JHWH (49,1-6) e una piccola collezione di oracoli riguardanti il ritorno (49,7-13) ed è seguito da una raccolta di oracoli che hanno come tema la salvezza (49,16-26). Sullo sfondo si coglie il tema dello scoraggiamento, al quale il profeta invita a reagire prospettando un avvenire radioso.
Lo scoraggiamento del popolo appare subito all’inizio del brano liturgico: «Sion ha detto: Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato» (v. 14). Il termine «Sion» indica una località geografica, cioè il monte su cui è costruito il tempio di Gerusalemme, ma al tempo stesso designa la nazione giudaica e i suoi membri. Il contesto del Deuteroisaia porta a supporre che lo scoraggiamento derivi dal prolungarsi dell’esilio babilonese, a causa del quale la terra di Israele è rimasta priva dei suoi abitanti e abbandonata alla desolazione. Questa situazione provoca una crisi di fede circa il rapporto strettissimo che unisce Israele al suo Dio. Il dubbio è che non soltanto Dio abbia castigato il suo popolo permettendo che cadesse sotto il dominio straniero, ma che addirittura la abbia abbandonato a se stesso e si sia dimenticato di lui. Per coloro a cui si rivolge il profeta ciò che fa problema non è tanto la sofferenza dell’esilio ma la lontananza di Dio e la rottura del legame che li unisce a lui.
Alla triste constatazione degli esuli il profeta risponde con una domanda: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?» (v. 15a). È chiaro che si tratta di una domanda retorica. Essa si rifà al fatto che spesso nella Bibbia l’alleanza tra Dio e il suo popolo è rappresentata come un rapporto tra un padre, descritto con tratti chiaramente materni, e il proprio figlio (cfr. Is 54,8; Os 11,8; Ger 31,20; Sal 103,8; Es 34,6-7). Qui invece è la madre stessa che viene presa come esempio del comportamento di Dio. Il suo atteggiamento nei confronti del figlio viene espresso con il verbo «commuoversi» (dalla radice rhm) che rievoca il seno materno, simbolo dell’amore speciale che lega una donna al suo bambino. Può darsi che una madre dimentichi il proprio figlio, ma sarebbe una eventualità fuori dell’ordinario, che non è facilmente immaginabile, e quindi non dovrebbe essere neppure presa in considerazione.
Alla domanda retorica viene data questa risposta: «Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (v. 15b). Anche se nell’ambito umano si può verificare il caso limite di una madre che dimentica il suo figlio, il Signore non dimenticherà mai il suo popolo. Proprio perché dipende da una decisione irrevocabile di JHWH, l’alleanza non può essere rotta, e di conseguenza l’amore che lo ha spinto a scegliere Israele come suo popolo non potrà mai venire meno. Questo amore indefettibile di Dio deve essere la luce che guida Israele nel difficile compito che lo attende, quello cioè del ritorno nella terra promessa e della sua rinascita come comunità che attesta nel mondo l’amore di Dio per tutti.

Linee interpretative
In questi due versetti è contenuta una delle espressioni più belle e significative dell’esperienza religiosa di Israele. L’intuizione che sta alla base del messaggio biblico è quella di un Dio che va alla ricerca di un popolo, lo libera e lo unisce a sé in un rapporto d’amore. Quello che è dipinto in questa visione religiosa non è un Dio che si impone con la sua potenza infinita ed esige un’obbedienza servile alla sua legge, ma un Dio che interviene in forza di un amore tenero e materno. In questa prospettiva anche la sofferenza, presentata spesso come un castigo, si trasforma in una prova il cui scopo è quello di rendere più autentica la risposta del popolo, che non può essere se non quella dell’amore. Solo la fede in un Dio amore rende possibile l’impegno per un mondo migliore, in cui predomini la fraternità e la solidarietà.
Il fatto che l’amore di Dio si concentri su Israele non deve fare dimenticare che il piano divino abbraccia tutta l’umanità. Dio ama un popolo particolare non per fare di esso un privilegiato, ma per renderlo testimone del suo amore per tutti. In questa prospettiva i rapporti di Dio con Israele sono una pedagogia con la quale si vuole mettere in luce una volontà salvifica universale. Dio è veramente tale se riserva a tutti lo stesso amore. Ciò che Israele ha sperimentato nella storia vale in chiave escatologica per tutta l’umanità. Non per nulla proprio al ritorno dall’esilio viene elaborata l’immagine, più usata precedentemente (cfr. Is 2,1-5), del pellegrinaggio escatologico di tutte le nazioni al monte Sion (cfr. Is 60-62). È questo il messaggio che sarà ripreso da Gesù, per il quale l’amore paterno/materno di Dio diventa il lieto annunzio per il quale egli dona tutto se stesso.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 février, 2011 |Pas de commentaires »
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