Archive pour février, 2011

dalla « Spe Salvi » sulla speranza, in riferimento da Santa Giuseppina Bakhita – parte 3 e 4

posto questa parte della enciclica perché Santa Giuseppina Bakhita, da Papa Benedetto viene presentata nel tema della speranza, dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20071130_spe-salvi_it.html

LETTERA ENCICLICA « SPE SALVI »

La fede è speranza

3. Ora, però, si impone la domanda: in che cosa consiste questa speranza che, come speranza, è « redenzione »? Bene: il nucleo della risposta è dato nel brano della Lettera agli Efesini citato poc’anzi: gli Efesini, prima dell’incontro con Cristo erano senza speranza, perché erano « senza Dio nel mondo ». Giungere a conoscere Dio – il vero Dio, questo significa ricevere speranza. Per noi che viviamo da sempre con il concetto cristiano di Dio e ci siamo assuefatti ad esso, il possesso della speranza, che proviene dall’incontro reale con questo Dio, quasi non è più percepibile. L’esempio di una santa del nostro tempo può in qualche misura aiutarci a capire che cosa significhi incontrare per la prima volta e realmente questo Dio. Penso all’africana Giuseppina Bakhita, canonizzata da Papa Giovanni Paolo II. Era nata nel 1869 circa – lei stessa non sapeva la data precisa – nel Darfur, in Sudan. All’età di nove anni fu rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta cinque volte sui mercati del Sudan. Da ultimo, come schiava si ritrovò al servizio della madre e della moglie di un generale e lì ogni giorno veniva fustigata fino al sangue; in conseguenza di ciò le rimasero per tutta la vita 144 cicatrici. Infine, nel 1882 fu comprata da un mercante italiano per il console italiano Callisto Legnani che, di fronte all’avanzata dei mahdisti, tornò in Italia. Qui, dopo « padroni » così terribili di cui fino a quel momento era stata proprietà, Bakhita venne a conoscere un « padrone » totalmente diverso – nel dialetto veneziano, che ora aveva imparato, chiamava « paron » il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo. Fino ad allora aveva conosciuto solo padroni che la disprezzavano e la maltrattavano o, nel caso migliore, la consideravano una schiava utile. Ora, però, sentiva dire che esiste un « paron » al di sopra di tutti i padroni, il Signore di tutti i signori, e che questo Signore è buono, la bontà in persona. Veniva a sapere che questo Signore conosceva anche lei, aveva creato anche lei – anzi che Egli la amava. Anche lei era amata, e proprio dal « Paron » supremo, davanti al quale tutti gli altri padroni sono essi stessi soltanto miseri servi. Lei era conosciuta e amata ed era attesa. Anzi, questo Padrone aveva affrontato in prima persona il destino di essere picchiato e ora la aspettava « alla destra di Dio Padre ». Ora lei aveva « speranza » – non più solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada – io sono attesa da questo Amore. E così la mia vita è buona. Mediante la conoscenza di questa speranza lei era « redenta », non si sentiva più schiava, ma libera figlia di Dio. Capiva ciò che Paolo intendeva quando ricordava agli Efesini che prima erano senza speranza e senza Dio nel mondo – senza speranza perché senza Dio. Così, quando si volle riportarla nel Sudan, Bakhita si rifiutò; non era disposta a farsi di nuovo separare dal suo « Paron ». Il 9 gennaio 1890, fu battezzata e cresimata e ricevette la prima santa Comunione dalle mani del Patriarca di Venezia. L’8 dicembre 1896, a Verona, pronunciò i voti nella Congregazione delle suore Canossiane e da allora – accanto ai suoi lavori nella sagrestia e nella portineria del chiostro – cercò in vari viaggi in Italia soprattutto di sollecitare alla missione: la liberazione che aveva ricevuto mediante l’incontro con il Dio di Gesù Cristo, sentiva di doverla estendere, doveva essere donata anche ad altri, al maggior numero possibile di persone. La speranza, che era nata per lei e l’aveva « redenta », non poteva tenerla per sé; questa speranza doveva raggiungere molti, raggiungere tutti.

 continuo con la « Spe Salvi », punto 4 perché i riferimenti a Paolo sono numerosi, dal medesimo sito:

Il concetto di speranza basata sulla fede nel Nuovo Testamento e nella Chiesa primitiva

4. Prima di affrontare la domanda se l’incontro con quel Dio che in Cristo ci ha mostrato il suo Volto e aperto il suo Cuore possa essere anche per noi non solo « informativo », ma anche « performativo », vale a dire se possa trasformare la nostra vita così da farci sentire redenti mediante la speranza che esso esprime, torniamo ancora alla Chiesa primitiva. Non è difficile rendersi conto che l’esperienza della piccola schiava africana Bakhita è stata anche l’esperienza di molte persone picchiate e condannate alla schiavitù nell’epoca del cristianesimo nascente. Il cristianesimo non aveva portato un messaggio sociale-rivoluzionario come quello con cui Spartaco, in lotte cruente, aveva fallito. Gesù non era Spartaco, non era un combattente per una liberazione politica, come Barabba o Bar-Kochba. Ciò che Gesù, Egli stesso morto in croce, aveva portato era qualcosa di totalmente diverso: l’incontro col Signore di tutti i signori, l’incontro con il Dio vivente e così l’incontro con una speranza che era più forte delle sofferenze della schiavitù e che per questo trasformava dal di dentro la vita e il mondo. Ciò che di nuovo era avvenuto appare con massima evidenza nella LetteraHYPERLINK « http://www.vatican.va/archive/ITA0001/__PZC.HTM » di san Paolo a Filemone. Si tratta di una lettera molto personale, che Paolo scrive nel carcere e affida allo schiavo fuggitivo Onesimo per il suo padrone – appunto Filemone. Sì, Paolo rimanda lo schiavo al suo padrone da cui era fuggito, e lo fa non ordinando, ma pregando: « Ti supplico per il mio figlio che ho generato in catene [...] Te l’ho rimandato, lui, il mio cuore [...] Forse per questo è stato separato da te per un momento, perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo » (Fm 10-16). Gli uomini che, secondo il loro stato civile, si rapportano tra loro come padroni e schiavi, in quanto membri dell’unica Chiesa sono diventati tra loro fratelli e sorelle – così i cristiani si chiamavano a vicenda. In virtù del Battesimo erano stati rigenerati, si erano abbeverati dello stesso Spirito e ricevevano insieme, uno accanto all’altro, il Corpo del Signore. Anche se le strutture esterne rimanevano le stesse, questo cambiava la società dal di dentro. Se la Lettera agli Ebrei dice che i cristiani quaggiù non hanno una dimora stabile, ma cercano quella futura (cfr EbHYPERLINK « http://www.vatican.va/archive/ITA0001/__PZN.HTM » 11,13-16; Fil 3,20), ciò è tutt’altro che un semplice rimandare ad una prospettiva futura: la società presente viene riconosciuta dai cristiani come una società impropria; essi appartengono a una società nuova, verso la quale si trovano in cammino e che, nel loro pellegrinaggio, viene anticipata.

5. Dobbiamo aggiungere ancora un altro punto di vista. La Prima Lettera ai Corinzi (1,18-31) ci mostra che una grande parte dei primi cristiani apparteneva ai ceti sociali bassi e, proprio per questo, era disponibile all’esperienza della nuova speranza, come l’abbiamo incontrata nell’esempio di Bakhita. Tuttavia fin dall’inizio c’erano anche conversioni nei ceti aristocratici e colti. Poiché proprio anche loro vivevano « senza speranza e senza Dio nel mondo ». Il mito aveva perso la sua credibilità; la religione di Stato romana si era sclerotizzata in semplice cerimoniale, che veniva eseguito scrupolosamente, ma ridotto ormai appunto solo ad una « religione politica ». Il razionalismo filosofico aveva confinato gli dèi nel campo dell’irreale. Il Divino veniva visto in vari modi nelle forze cosmiche, ma un Dio che si potesse pregare non esisteva. Paolo illustra la problematica essenziale della religione di allora in modo assolutamente appropriato, quando contrappone alla vita « secondo Cristo » una vita sotto la signoria degli « elementi del cosmo » (Col 2,8). In questa prospettiva un testo di san Gregorio Nazianzeno può essere illuminante. Egli dice che nel momento in cui i magi guidati dalla stella adorarono il nuovo re Cristo, giunse la fine dell’astrologia, perché ormai le stelle girano secondo l’orbita determinata da Cristo [2]. Di fatto, in questa scena è capovolta la concezione del mondo di allora che, in modo diverso, è nuovamente in auge anche oggi. Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che in definitiva governano il mondo e l’uomo, ma un Dio personale governa le stelle, cioè l’universo; non le leggi della materia e dell’evoluzione sono l’ultima istanza, ma ragione, volontà, amore – una Persona. E se conosciamo questa Persona e Lei conosce noi, allora veramente l’inesorabile potere degli elementi materiali non è più l’ultima istanza; allora non siamo schiavi dell’universo e delle sue leggi, allora siamo liberi. Una tale consapevolezza ha determinato nell’antichità gli spiriti schietti in ricerca. Il cielo non è vuoto. La vita non è un semplice prodotto delle leggi e della casualità della materia, ma in tutto e contemporaneamente al di sopra di tutto c’è una volontà personale, c’è uno Spirito che in Gesù si è rivelato come Amore [3].

GIUSEPPINA BAKHITA (1869-1947) (8 febbraio)

 dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/saints/ns_lit_doc_20001001_giuseppina-bakhita_it.html

GIUSEPPINA BAKHITA (1869-1947)

vergine dell’Istituto delle Figlie della carità Canossiane  

Giuseppina M. Bakhita nacque nel Sudan nel 1869 e morì a Schio (Vicenza) nel 1947.
Fiore africano, che conobbe le angosce del rapimento e della schiavitù, si aprì mirabilmente alla grazia in Italia, accanto alle Figlie di S. Maddalena di Canossa.

La Madre Moretta
A Schio (Vicenza), dove visse per molti anni, tutti la chiamano ancora «la nostra Madre Moretta».
Il processo per la causa di Canonizzazione iniziò dodici anni dopo la sua morte e il 1 dicembre 1978 la Chiesa emanò il decreto sull’eroicità delle sue virtù.
La divina Provvidenza che «ha cura dei fiori del campo e degli uccelli dell’aria», ha guidato questa schiava sudanese, attraverso innumerevoli e indicibili sofferenze, alla libertà umana e a quella della fede, fino alla consacrazione di tutta la propria vita a Dio per l’avvento del regno.

In schiavitù
Bakhita non è il nome ricevuto dai genitori alla sua nascita. La terribile esperienza le aveva fatto dimenticare anche il suo nome.
Bakhita, che significa «fortunata», è il nome datole dai suoi rapitori.
Venduta e rivenduta più volte sui mercati di El Obeid e di Khartoum conobbe le umiliazioni, le sofferenze fisiche e morali della schiavitù.

Verso la libertà
Nella capitale del Sudan, Bakhita venne comperata da un Console italiano, il signor Callisto Legnani. Per la prima volta dal giorno del suo rapimento si accorse, con piacevole sorpresa, che nessuno, nel darle comandi, usava più lo staffile; anzi la si trattava con maniere affabili e cordiali. Nella casa del Console, Bakhita conobbe la serenità, l’affetto e momenti di gioia, anche se sempre velati dalla nostalgia di una famiglia propria, perduta forse, per sempre.
Situazioni politiche costrinsero il Console a partire per l’Italia. Bakhita chiese ed ottenne di partire con lui e con un suo amico, un certo signor Augusto Michieli.

In Italia
Giunti a Genova, il Signor Legnani, su insistente richiesta della moglie del Michieli, accettò che Bakhita rimanesse con loro. Ella seguì la nuova «famiglia» nell’abitazione di Zianigo (frazione di Mirano Veneto) e, quando nacque la figlia Mimmina, Bakhita ne divenne la bambinaia e l’amica.
L’acquisto e la gestione di un grande hotel a Suakin, sul Mar Rosso, costrinsero la signora Michieli a trasferirsi in quella località per aiutare il marito. Nel frattempo, dietro avviso del loro amministratore, Illuminato Checchini, Mimmina e Bakhita vennero affidate alle Suore Canossiane dell’Istituto dei Catecumeni di Venezia. Ed è qui che Bakhita chiese ed ottenne di conoscere quel Dio che fin da bambina «sentiva in cuore senza sapere chi fosse».
«Vedendo il sole, la luna e le stelle, dicevo tra me: Chi è mai il Padrone di queste belle cose? E provavo una voglia grande di vederlo, di conoscerlo e di prestargli omaggio».

Figlia di Dio
Dopo alcuni mesi di catecumenato Bakhita ricevette i Sacramenti dell’Iniziazione cristiana e quindi il nome nuovo di Giuseppina. Era il 9 gennaio 1890. Quel giorno non sapeva come esprimere la sua gioia. I suoi occhi grandi ed espressivi sfavillavano, rivelando un’intensa commozione. In seguito la si vide spesso baciare il fonte battesimale e dire: «Qui sono diventata figlia di Dio!».
Ogni giorno nuovo la rendeva sempre più consapevole di come quel Dio, che ora conosceva ed amava, l’aveva condotta a sé per vie misteriose, tenendola per mano.
Quando la signora Michieli ritornò dall’Africa per riprendersi la figlia e Bakhita, quest’ultima, con decisione e coraggio insoliti, manifestò la sua volontà di rimanere con le Madri Canossiane e servire quel Dio che le aveva dato tante prove del suo amore.
La giovane africana, ormai maggiorenne, godeva della libertà di azione che la legge italiana le assicurava.

Figlia di Maddalena
Bakhita rimase nel catecumenato ove si chiarì in lei la chiamata a farsi religiosa, a donare tutta se stessa al Signore nell’Istituto di S. Maddalena di Canossa.
L’8 dicembre 1896 Giuseppina Bakhita si consacrava per sempre al suo Dio che lei chiamava, con espressione dolce, «el me Paron».
Per oltre cinquant’anni questa umile Figlia della Carità, vera testimone dell’amore di Dio, visse prestandosi in diverse occupazioni nella casa di Schio: fu infatti cuciniera, guardarobiera, ricamatrice, portinaia.
Quando si dedicò a quest’ultimo servizio, le sue mani si posavano dolci e carezzevoli sulle teste dei bambini che ogni giorno frequentavano le scuole dell’Istituto. La sua voce amabile, che aveva l’inflessione delle nenie e dei canti della sua terra, giungeva gradita ai piccoli, confortevole ai poveri e ai sofferenti, incoraggiante a quanti bussavano alla porta dell’Istituto.

Testimone dell’amore
La sua umiltà, la sua semplicità ed il suo costante sorriso conquistarono il cuore di tutti i cittadini scledensi. Le consorelle la stimavano per la sua dolcezza inalterabile, la sua squisita bontà e il suo profondo desiderio di far conoscere il Signore.
«Siate buoni, amate il Signore, pregate per quelli che non lo conoscono. Sapeste che grande grazia è conoscere Dio!».
Venne la vecchiaia, venne la malattia lunga e dolorosa, ma M. Bakhita continuò ad offrire testimonianza di fede, di bontà e di speranza cristiana. A chi la visitava e le chiedeva come stesse, rispondeva sorridendo: «Come vol el Paron».

L’ultima prova
Nell’agonia rivisse i terribili giorni della sua schiavitù e più volte supplicò l’infermiera che l’assisteva: «Mi allarghi le catene…pesano!».
Fu Maria Santissima a liberarla da ogni pena. Le sue ultime parole furono: «La Madonna! La Madonna!», mentre il suo ultimo sorriso testimoniava l’incontro con la Madre del Signore.
M. Bakhita si spense l’8 febbraio 1947 nella casa di Schio, circondata dalla comunità in pianto e in preghiera. Una folla si riversò ben presto nella casa dell’Istituto per vedere un’ultima volta la sua «Santa Madre Moretta» e chiederne la protezione dal cielo. La fama di santità si è ormai diffusa in tutti i continenti.


GIUSEPPINA BAKHITA (1869-1947)
vergine dell’Istituto delle Figlie della carità Canossiane

 

Giuseppina M. Bakhita nacque nel Sudan nel 1869 e morì a Schio (Vicenza) nel 1947.

Fiore africano, che conobbe le angosce del rapimento e della schiavitù, si aprì mirabilmente alla grazia in Italia, accanto alle Figlie di S. Maddalena di Canossa.

La Madre Moretta

A Schio (Vicenza), dove visse per molti anni, tutti la chiamano ancora «la nostra Madre Moretta».

Il processo per la causa di Canonizzazione iniziò dodici anni dopo la sua morte e il 1 dicembre 1978 la Chiesa emanò il decreto sull’eroicità delle sue virtù.

La divina Provvidenza che «ha cura dei fiori del campo e degli uccelli dell’aria», ha guidato questa schiava sudanese, attraverso innumerevoli e indicibili sofferenze, alla libertà umana e a quella della fede, fino alla consacrazione di tutta la propria vita a Dio per l’avvento del regno.

In schiavitù

Bakhita non è il nome ricevuto dai genitori alla sua nascita. La terribile esperienza le aveva fatto dimenticare anche il suo nome.

Bakhita, che significa «fortunata», è il nome datole dai suoi rapitori.

Venduta e rivenduta più volte sui mercati di El Obeid e di Khartoum conobbe le umiliazioni, le sofferenze fisiche e morali della schiavitù.

Verso la libertà

Nella capitale del Sudan, Bakhita venne comperata da un Console italiano, il signor Callisto Legnani. Per la prima volta dal giorno del suo rapimento si accorse, con piacevole sorpresa, che nessuno, nel darle comandi, usava più lo staffile; anzi la si trattava con maniere affabili e cordiali. Nella casa del Console, Bakhita conobbe la serenità, l’affetto e momenti di gioia, anche se sempre velati dalla nostalgia di una famiglia propria, perduta forse, per sempre.

Situazioni politiche costrinsero il Console a partire per l’Italia. Bakhita chiese ed ottenne di partire con lui e con un suo amico, un certo signor Augusto Michieli.

In Italia

Giunti a Genova, il Signor Legnani, su insistente richiesta della moglie del Michieli, accettò che Bakhita rimanesse con loro. Ella seguì la nuova «famiglia» nell’abitazione di Zianigo (frazione di Mirano Veneto) e, quando nacque la figlia Mimmina, Bakhita ne divenne la bambinaia e l’amica.

L’acquisto e la gestione di un grande hotel a Suakin, sul Mar Rosso, costrinsero la signora Michieli a trasferirsi in quella località per aiutare il marito. Nel frattempo, dietro avviso del loro amministratore, Illuminato Checchini, Mimmina e Bakhita vennero affidate alle Suore Canossiane dell’Istituto dei Catecumeni di Venezia. Ed è qui che Bakhita chiese ed ottenne di conoscere quel Dio che fin da bambina «sentiva in cuore senza sapere chi fosse».

«Vedendo il sole, la luna e le stelle, dicevo tra me: Chi è mai il Padrone di queste belle cose? E provavo una voglia grande di vederlo, di conoscerlo e di prestargli omaggio».

Figlia di Dio

Dopo alcuni mesi di catecumenato Bakhita ricevette i Sacramenti dell’Iniziazione cristiana e quindi il nome nuovo di Giuseppina. Era il 9 gennaio 1890. Quel giorno non sapeva come esprimere la sua gioia. I suoi occhi grandi ed espressivi sfavillavano, rivelando un’intensa commozione. In seguito la si vide spesso baciare il fonte battesimale e dire: «Qui sono diventata figlia di Dio!».

Ogni giorno nuovo la rendeva sempre più consapevole di come quel Dio, che ora conosceva ed amava, l’aveva condotta a sé per vie misteriose, tenendola per mano.

Quando la signora Michieli ritornò dall’Africa per riprendersi la figlia e Bakhita, quest’ultima, con decisione e coraggio insoliti, manifestò la sua volontà di rimanere con le Madri Canossiane e servire quel Dio che le aveva dato tante prove del suo amore.

La giovane africana, ormai maggiorenne, godeva della libertà di azione che la legge italiana le assicurava.

Figlia di Maddalena

Bakhita rimase nel catecumenato ove si chiarì in lei la chiamata a farsi religiosa, a donare tutta se stessa al Signore nell’Istituto di S. Maddalena di Canossa.

L’8 dicembre 1896 Giuseppina Bakhita si consacrava per sempre al suo Dio che lei chiamava, con espressione dolce, «el me Paron».

Per oltre cinquant’anni questa umile Figlia della Carità, vera testimone dell’amore di Dio, visse prestandosi in diverse occupazioni nella casa di Schio: fu infatti cuciniera, guardarobiera, ricamatrice, portinaia.

Quando si dedicò a quest’ultimo servizio, le sue mani si posavano dolci e carezzevoli sulle teste dei bambini che ogni giorno frequentavano le scuole dell’Istituto. La sua voce amabile, che aveva l’inflessione delle nenie e dei canti della sua terra, giungeva gradita ai piccoli, confortevole ai poveri e ai sofferenti, incoraggiante a quanti bussavano alla porta dell’Istituto.

Testimone dell’amore

La sua umiltà, la sua semplicità ed il suo costante sorriso conquistarono il cuore di tutti i cittadini scledensi. Le consorelle la stimavano per la sua dolcezza inalterabile, la sua squisita bontà e il suo profondo desiderio di far conoscere il Signore.

«Siate buoni, amate il Signore, pregate per quelli che non lo conoscono. Sapeste che grande grazia è conoscere Dio!».

Venne la vecchiaia, venne la malattia lunga e dolorosa, ma M. Bakhita continuò ad offrire testimonianza di fede, di bontà e di speranza cristiana. A chi la visitava e le chiedeva come stesse, rispondeva sorridendo: «Come vol el Paron».

L’ultima prova

Nell’agonia rivisse i terribili giorni della sua schiavitù e più volte supplicò l’infermiera che l’assisteva: «Mi allarghi le catene…pesano!».

Fu Maria Santissima a liberarla da ogni pena. Le sue ultime parole furono: «La Madonna! La Madonna!», mentre il suo ultimo sorriso testimoniava l’incontro con la Madre del Signore.

M. Bakhita si spense l’8 febbraio 1947 nella casa di Schio, circondata dalla comunità in pianto e in preghiera. Una folla si riversò ben presto nella casa dell’Istituto per vedere un’ultima volta la sua «Santa Madre Moretta» e chiederne la protezione dal cielo. La fama di santità si è ormai diffusa in tutti i continenti. 

Publié dans:SANTI, Santi - biografia |on 9 février, 2011 |Pas de commentaires »

Omelia (09-02-2011) prima lettura

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/21576.html

Omelia (09-02-2011) 

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno

Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.

Come vivere questa Parola?
Il secondo racconto della creazione, presentato dal libro della Genesi, introduce ulteriori ele-menti a lumeggiare l’indicibile realtà umana: questa fusione armonica di povertà e grandezza.
Qui Dio è presentato nelle vesti di un artigiano intento a plasmare la sua opera non con oro o argento, e neppure con marmo o legname pregiato, ma con l’umile « polvere del suolo », con questo elemento impalpabile che la più debole folata di vento può disperdere.
Ecco che cosa è l’uomo nella dimensione creaturale che lo segna in radice. Eppure di lui canta il salmista: « L’hai fatto poco meno di un Dio, di gloria e di onore lo hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi » (Sl 8,6-7).
Di dove gli viene questa impensabile grandezza?
È ancora la Genesi ad offrire la risposta: « Soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente ». Non si tratta ovviamente di quel semplice soffio vitale che l’uomo ha in comune con tutto il regno animale. Qui è il soffio di Dio, il suo Spirito che inabita in noi rendendoci partecipi della stessa vita divina, vera immagine di Dio, cioè luogo della sua presenza.
Quella vita che pulsa in noi e che ci sollecita a trascenderci, mai paghi delle mete che raggiungiamo, è questa scintilla divina, richiamo irresistibile a quella Sorgente di luce da cui è sgorgata.
Sì, siamo polvere, ma polvere che Dio ha reso sua dimora: fragili vasi di creta che custodiscono un inestimabile tesoro, fango che lo sguardo di Dio trasfigura in gemma preziosa.
Oggi, nella mia pausa contemplativa, mi lascerò prendere da questa gioiosa realtà. Proverò a guardare anche il mio corpo con occhi nuovi: ne considererò la perfezione, l’armonia, la funzionalità, la bellezza… ma soprattutto mi soffermerò a riflettere sul suo essere dimora della Trinità.
Mio Dio, Trinità che dimori in me silenziosamente, insegnami ad immergermi in te, a lasciarmi assorbire da te, fino a vivere di te.

La voce di un grande vescovo del XX secolo
Grazie, Dio mio! Che importa che io sia una capanna se nella mia bicocca c’è la Santissima Trinità!
Hèlder Camara 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 9 février, 2011 |Pas de commentaires »

Omelia per il 9 febbraio 2011

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/17184.html

Omelia (10-02-2010) 

padre Lino Pedron

Il far comprendere le cose ai discepoli è uno dei punti fissi che incontriamo nell’insegnamento di Gesù e costituisce un costante avvertimento a riflettere sulle sue parole e sulle sue azioni con una fede più profonda.
Gesù spiega ai suoi discepoli che alla base della parabola si trova l’immagine dei cibi, i quali vengono introdotti nell’uomo dall’esterno, andandosene per la loro via naturale. Il mangiare e l’eliminare i cibi non hanno nulla a che vedere con la « purità » intesa in senso morale e religioso.
Egli prende una posizione libera e coraggiosa di fronte agli ebrei, che coltivavano non pochi tabù, tra cui ideologie antiquate circa l’ »impurità » di determinati cibi e animali e il contaminarsi con fatti naturali (nel campo sessuale) e col contatto con i lebbrosi e con i cadaveri.
L’insegnamento di Gesù viene ripreso dagli apostoli: « Tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie, perché esso viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera » (1Tm 4,4-5).
Pur valutando positivamente la creazione, pur apprezzando l’uomo e la sua rassomiglianza con Dio, l’esperienza del mondo ci dimostra che la creatura umana è affetta da un’oscura e misteriosa inclinazione al male, sorgente dell’immoralità, del peccato e di ogni vizio. E a questo punto del vangelo segue un lungo catalogo di vizi, la cui sorgente è il cuore dell’uomo.
Non è ciò che entra nell’uomo che lo contamina, ma quello che esce dal suo cuore. Ognuno deve dare importanza alla conversione radicale del cuore.
Per Gesù il cuore dev’essere pulito, libero, retto. Si tratta di creare una situazione interiore degna di Dio, perché è lì che egli si rivela e abita. « Beati i puri di cuore perché vedranno Dio » (Mt 5,8). L’autenticità della vita religiosa si misura dal cuore, cioè dalle scelte libere che escono dall’interno dell’uomo. La santità non consiste in fatti esterni e superficiali, ma nella purezza del cuore.
Il principio del bene e del male è il nostro cuore buono o cattivo, illuminato dall’amore o accecato dall’egoismo. La norma ultima di comportamento per fare la volontà di Dio viene dal discernimento del nostro cuore: siamo mossi da Dio o dal demonio?, dall’amore o dall’egoismo?. Sant’Agostino ha scritto: « Ama, e fa’ quello che vuoi! ». 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 9 février, 2011 |Pas de commentaires »

8 febbraio : Santa Giuseppina Bakhita Vergine (mf)

8 febbraio : Santa Giuseppina Bakhita Vergine (mf) dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/

Santa Giuseppina Bakhita Vergine

8 febbraio – Memoria Facoltativa

Oglassa, Darfur, Sudan, 1868 – Schio, Vicenza, 8 febbraio 1947

Nasce nel Sudan nel 1869, rapita all’età di sette anni, venduta più volte, conosce sofferenze fisiche e morali, che la lasciano senza un’identità. Sono i suoi rapitori a darle il nome di Bakhita («fortunata»). Nel 1882 viene comprata a Kartum dal console Italiano Calisto Legnani. Nel 1885 segue quest’ultimo in Italia dove, a Genova, viene affidata alla famiglia di Augusto Michieli e diventa la bambinaia della figlia. Quando la famiglia Michieli si sposta sul Mar Rosso, Bakhita resta con la loro bambina presso le Suore Canossiane di Venezia. Qui ha la possibilità di conoscere la fede cristiana e, il 9 gennaio 1890, chiede il battesimo prendendo il nome di Giuseppina. Nel 1893, dopo un intenso cammino, decide di farsi suora canossiana per servire Dio che le aveva dato tante prove del suo amore. Divenuta suora, nel 1896 è trasferita a Schio (Vicenza) dove muore l’8 febbraio del 1947. Per cinquant’anni ha ricoperto compiti umili e semplici offerti con generosità e semplicità. (Avv.)  Martirologio Romano: Santa Giuseppina Bakhita, vergine, che, nata nella regione del Darfur in Sudan, fu rapita bambina e, venduta più volte nei mercati africani di schiavi, patì una crudele schiavitù; resa, infine, libera, a Venezia divenne cristiana e religiosa presso le Figlie della Carità e passò il resto della sua vita in Cristo nella città di Schio nel territorio di Vicenza prodigandosi per tutti.  

Publié dans:immagini sacre |on 8 février, 2011 |Pas de commentaires »

Tu visiti la terra (Salmo 65) (Gianfranco Ravasi)

da sito:

http://www.apostoline.it/riflessioni/salmi/Salmo65.htm

Tu visiti la terra (Salmo 65)

Sono questi i mesi in cui la natura raggiunge la sua bellezza più pura: la primavera esplode ormai nello splendore dell’estate. Il creato si apre davanti a noi coi suoi colori e la sua vitalità. Questi mesi hanno un loro cantore anche all’interno dei Salmi. È il poeta del Salmo 65 (64 nella numerazione usata nella liturgia: il testo ebraico, infatti, ha erroneamente spezzato in due un salmo, il 9, facendo sì che il computo del Salterio ebraico sia avanti di un’unità). Il carme è nettamente diviso in due quadri simili ad un dittico: il primo (vv. 2-9) è una celebrazione della primavera dello spirito, cioè il perdono dei peccati e la rinascita interiore; il secondo (vv. 10-14) è un canto colorato in onore del Creatore e delle meraviglie cosmiche. Noi ora ci fermeremo proprio davanti a questa seconda tavola tutta smaltata di colori.
Il paesaggio palestinese è solitamente arido, bruciato da un sole implacabile, quasi calcinato dalla luce. Eppure a maggio, dopo il gelo dell’inverno e le piogge della primavera, un velo di verde si stende anche sulla steppa. Il salmista ci offre, allora, un ritratto sorprendente di Dio: egli non è dipinto tanto come se fosse il supremo architetto dell’universo quanto piuttosto come se fosse un contadino o il padre di una famiglia contadina. Un commentatore dei Salmi, lo spagnolo L. Alonso Schokel, scrive: « Il Dio che reprime le forze degli oceani e gli imperi, si mette ora ad irrigare e ad ingrassare un campo. Il Dio supremo della natura e della storia si mette a raccogliere il grano per alimentare come un padre i suoi figli fino al prossimo raccolto. La tenerezza si concretizza nei dettagli, il poeta si lascia contagiare da questa tenerezza e dall’allegria ».

Ma ascoltiamo le parole del cantore:

Tu visiti la terra e la disseti:
 la ricolmi delle sue ricchezze.
Il fiume di Dio è gonfio d’acqua:
tu fai crescere il frumento per gli uomini.
Così prepari la terra:
ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle,
la bagni con le piogge
e benedici i suoi germogli.
Coroni l’anno coi tuoi benefici,
al tuo passaggio stilla l’abbondanza.
Stillano i pascoli del deserto
e le colline si cingono d’esultanza.
I prati si coprono di greggi,
le valli si ammantano di grano;
tutto canta e grida di gioia (vv. 10-14).

Il quadretto è costruito innanzitutto su dieci verbi che descrivono l’attività di Dio sul terreno del mondo: « visiti, disseti, ricolmi, fai crescere, prepari, irrighi, spiani, bagni, benedici, coroni ». Diedi è un numero che indica pienezza e felicità e la « visita » di Dio è sorgente di benessere e di gioia. Egli disseta la terra screpolata dal gelo invernale e dall’aridità abbeverandola con l’acqua che scende dai canali del cielo. Infatti, secondo l’antica concezione cosmica dell’Oriente, si immaginava che le acque fossero conservate in serbatoi posti sopra la calotta celeste e che, attraverso canali ed acquedotti, fossero indirizzate da Dio come pioggia sulla terra.
La campagna si « ricolma » così di fecondità e il Signore è l’agricoltore che « fa crescere » il grano nei campi, aprendo il nuovo ciclo stagionale. La pittura si fa persino minuziosa; l’attività del « divin contadino » è seguita con estrema passione. Egli prepara il terreno, irriga i solchi, rende compatte ed amalgamate le zolle, bagna ogni porzione della terra amata. Ed ecco ormai sbocciare i germogli, mentre Dio conclude la sua azione « coronando », cioè sigillando in pienezza e gloria la prima fase dell’annata agricola. La terra è così bella da essere salutata come una regina e il suo diadema è intessuto con le fronde, con le spighe, con le corolle dei fiori. A questo punto è la natura stessa che si anima ed idealmente si mette a intonare un corale di lode e di felicità.
Dio è passato sulla terra col suo cocchio irradiando fertilità. A questo passaggio steppe e colline si sono trasformate, il mondo è diventato quasi un paradiso. La trasformazione della natura è descritta con sette verbi, altro numero perfetto: « stillare, cingersi, coprirsi, ammantarsi, cantare, gridare » (il sette è raggiunto dalla ripetizione del verbo « stillare »). Sono suggestivi i verbi legati al simbolo della veste. Infatti la visione che il poeta ha davanti agli occhi è quella di una prateria punteggiata qua e là dal bianco delle pecore che, prima di rivestire con la loro lana gli uomini, ricoprono i prati creando un senso di pace e di prosperità.
Già si era parlato della corona di fiori; ora si descrive una cintura meravigliosa fatta di allegria e concretamente di vigne e di frutteti; i prati si vestono di un mantello verde macchiato dal bianco dei greggi; le valli indossano il mantello dorato delle messi. E poi, tutte insieme, le creature si mettono quasi in fila per una processione folcloristica coi loro abbigliamenti policromi e si indirizzano cantando verso il loro Creatore. La contemplazione riposata e serena della natura si trasforma, così, in lode e preghiera. C’è, quindi, la convinzione che la natura non sia una realtà neutra, ma come una pagina miniata sulla quale si può intravedere il volto amoroso ed allegro di Dio.
C’è un suggestivo racconto popolare arabo che potrebbe idealmente commentare questo salmo. All’inizio il mondo era tutto un giardino fiorito. Dio, creando l’uomo, gli disse: Ogni volta che compirai una cattiva azione, io farò cadere sulla terra un granellino di sabbia. Ma gli uomini, che son malvagi, non badarono a queste parole. Che cosa avrebbero significato uno, cento, mille granellini di sabbia in un immenso giardino fiorito? Passarono i secoli e i peccati degli uomini aumentarono: torrenti di sabbia inondarono il mondo. Nacquero così i deserti che di giorno in giorno crescono sempre di più. E Dio continua ad ammonire gli uomini: « Non riducete il mio mondo fiorito in un immenso deserto ».

 GIANFRANCO RAVASI
 
(da SE VUOI)

La preghiera cristiana nelle sue tappe (Carlo Maria Martini)

io non sono molto brava, non faccio tutto questo, ma è un grande insegnamento, dal sito:

http://www.fondazionemondomigliore.org/uploads/succede/allegati/LECTIO%20DIVINA%20SETTE%20PASSI%20MARTINI.doc

LA PREGHIERA CRISTIANA NELLE SUE TAPPE

(Carlo Maria Martini)

Cerano nella comunità di Antiochia profeti e dottori: Barnaba, Simeone soprannominato Niger, Lucio di Cirène, Manaèn, compagno d`infanzia di Erode tetrarca, e Saulo. 2 Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: « Riservate per me Barnaba e Saulo per l`opera alla quale li ho chiamati ». 3 Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li accomiatarono (Atti 13,1-3)

In questo testo la comunità raggiunge la pienezza della consapevolezza apostolica mentre la comunità « stava celebrando il culto del Signore ». Su questa attività di preghiera e di ascolto della Parola vogliamo meditare per comprendere la sua relazione con la consapevolezza apostolica. Come premessa cercheremo di definire una certa concezione « semplicistica » della preghiera, per aprirci poi a una più dinamica: quella della preghiera verso il discernimento e verso la vita.

La preghiera cristiana nelle sue tappe

La concezione semplicistica della preghiera si esprime in questo modo: vorrei intraprendere un’azione, mi sembra importante un comportamento da assumere e prego per avere la grazia necessaria. La preghiera appare qui come un sostegno, un aiuto, un rinforzo di decisioni che già riteniamo ovvie ed evidenti. Questo tipo di preghiera può andare bene allorché alcune decisioni sono già chiaramente enucleate dal contesto: rivela invece la sua inadeguatezza quando si tratta di scelte qualificanti la vita, di scelte che dobbiamo operare per rispondere alla chiamata di Dio.

é allora importante riflettere sulla dinamica discrezionale della preghiera, sul rapporto tra preghiera e vita, sulle tappe mediante le quali la preghiera entra nella vita e ne diventa parte. Le tappe successive della preghiera sono conosciute e si possono esprimere con alcuni pochi gradini che, per maggiore utilità, io allargo a sette: lectio, meditatio, contemplatio, consolatio, discretio, deliberatio, actio. Nella loro successione, infatti, esprimono molto bene la dinamica discernimentale della preghiera.

a) La Lectio.

La lectio mette in relazione questa preghiera con la Sacra Scrittura perché è una lectio divina. Consiste nella lettura o nell’ascolto di un passo della Bibbia, cercando di metterne in rilievo gli elementi portanti. È un atteggiamento dinamico è lo sforzo di cogliere, nel testo, i rilievi in modo che da « pianura » diventi un panorama di montagna » con alcune parti in luce e altre in ombra. Sottolineando i verbi, i soggetti, gli oggetti, i vari elementi acquistano valore insospettato. La lectio nel quadro in cui noi la consideriamo, non è fine a se stessa ma si apre alla meditatio: va dunque fatta ogni volta per quel tanto che serve a passare oltre. Non così poco che la meditatio sia sterile e non così tanto da impedirne il dinamismo.

b) La Meditatio.

é la riflessione sui valori del testo soprattutto sui valori permanenti. é un secondo modo di accostare il brano: non più per considerazione analitica dei soggetti, degli oggetti, dei simboli dei movimenti interni ed esterni ma dei valori che il testo veicola e porta con sé.

La meditatio va fatta con la mente e anche con l’affetto perché spesso i valori sono ricchi di risonanze, di sentimenti. Comporta il superamento della quantità verso a qualità, il superamento delle forme esteriori, delle figure geometriche e sintattiche verso i loro contenuti, ed è quindi un passaggio importante. Quali valori esprime Gesù con questo modo di essere? E come posso fare per farli miei? Il mondo della meditatio è molto vario perché l’uomo si confronta dall’interno con la parola e ne fa modello, proposta, regola di vita. C’è tuttavia un rischio ed è quello di prolungare la meditatio all’infinito, compiacendosi di aver capito i valori del testo, di averli ordinati e collegati con la propria vita. Il rischio è di credere di vivere quei valori semplicemente perché si è riusciti a coglierli bene, bloccando così il processo dinamico della preghiera e cadendo nell’autocompiacimento che, in realtà, è l’opposto della religiosità evangelica, pur se si nutre di parole del Vangelo.

La meditatio è dunque un grandissimo valore da imparare, e magari ci si mette anni per impararla, però deve essere superata, a un certo punto, verso la contemplatio. La meditatio infatti può essere fatta, in qualche maniera, anche da un non credente che si compiace dei valori profondi espressi dalla Scrittura.

c) La contemplatio

Con la contemplatio entriamo nella specifica preghiera cristiana che é « in spirito e verità ». é il passaggio dalla considerazione dei valori all’adorazione della persona di Gesù che riassume tutti i valori, li sintentizza, li esprime in sé e li rivela. é un momento orante per eccellenza in cui vengono dimenticate proprio le stesse cose che sono state molto utili per stimolare la coscienza. Si adora e si ama Gesù, ci si offre a lui, si chiede perdono, si loda la grandezza di Dio, si intercede per la propria povertà o per il mondo, per la gente, per la Chiesa. Il centro e il riferimento della contemplatio è sempre la persona di Gesù rivelatore del Padre.

Dal punto di vista più propriamente ontologico o di antropologia soprannaturale, la contemplatio è la disponibilità al dono infuso della carità. L’uomo cioè è nella situazione ideale per accogliere, coscientemente o almeno con piena disponibilità, il dono infuso di carità, a lasciare vibrare in sé lo Spirito di santità.

La contemplatio è, dunque, in parte esercizio attivo, adorante, amante e in parte esercizio passivo, spazio dato allo Spirito di Cristo perché in noi adori, lodi, glorifichi il Padre. Il dono infuso di carità è germinalmente presente, come sappiamo, in ogni battezzato. Molto spesso però non ha spazio espressivo, uno spazio cioè corporeo, mentale, strutturale: la contemplatio è esattamente il momento in cui si dà spazio corporeo allo Spirito Santo. Per questo possiamo anche chiamarla « conversione » dell’uomo che si rivolge totalmente a Dio, che lo sceglie costantemente, attratto da lui, che lo ama con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze elevate soprannaturalmente dallo Spirito.

È veramente il punto culminante delle varie tappe del dinamismo della preghiera ed è la norma, il riferimento delle tappe precedenti. In tanto la lectio è utile, la meditatio è importante, in quanto sfociano nella contemplatio che è vita in senso pieno: è la vita di Cristo che vive in colui che contempla. Da aggiungere, a questo punto del dinamismo della preghiera, ci sarebbe solo l’esperienza infusa mistica, la percezione cioè cosciente dell’agire di Dio: l’unione con Dio a livelli mistici non è però necessariamente parte dell’organismo ordinario della vita cristiana. Vorrei, invece, dire qualcosa sul dinamismo esplicativo della contemplatio ed è per questo che ho indicato altri quattro gradini, anche se non sono un passo avanti perché tutto è già avvenuto.

d) La Consolatio.

Noi facciamo fatica a determinare questo vocabolo mentre è realtà notissima al Nuovo Testamento. Paolo ne fa uso molto grande, sia come verbo – parakaléo – sia come sostantivo – paraklesi – e addirittura lo prevede come un ministero : « Chi ha il ministero della consolazione – parakalòn – attenda alla consolazione paraklései - » (Rm 12,8). Consolazione è un appellativo di Dio, il Dio della pazienza e della consolazione (cf Rm 15,4; 2 Cor 1,3) e il Nuovo Testamento la considera come realtà fondante l’esperienza cristiana. A noi sembra un sostegno aggiuntivo: il bisogno di essere consolati ci appare quasi un segno di debolezza, e questo è abbastanza strano se pensiamo che lo Spirito Santo è qualificato come il Paraclito, il Consolatore.

Che cosa possiamo dunque intendere per consolatio come sviluppo ordinario della contemplatio? Possiamo intendere la gioia profonda, intima che viene dall’unione con Dio, il riverbero luminoso, gaudioso della comunione con Lui. Pensiamo alla gioia che vediamo trasparire dagli occhi di persone particolarmente sante, quel non so che di pace, di serenità, di tranquillità anche nella sofferenza. È il gusto del culto di Dio, il rapporto con Dio vissuto con gaudio.

L’uomo giunto alla contemplazione sa che nessuna forza umana gli potrà strappare quella pace che è dono di Dio. Paolo esprime questa certezza gaudiosa quando esclama: « Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? … io sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né presente, né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù nostro Signore! » (Rm 8,35.38-39). La consolazione è la forza che sentiamo uscire, a distanza di duemila anni, dalle parole di Paolo. Ha molti altri nomi la consolatio: in certi periodi della storia della spiritualità è stata chiamata « fervore » oppure « devozione » (S. Francesco di Sales), cioè prontezza gaudiosa e spontanea con cui l’uomo si dona a Dio. Da S. Giovanni Eudes è stata chiamata « il regno di Gesù »: la vita è il regno di Gesù che si sviluppa in noi.

Non dobbiamo dunque trascurare la consolatio. A volte, una certa cultura pseudo-spirituale ci fa credere che ciò che conta è fare il proprio dovere, essere leali e giusti. Ma l’uomo leale e giusto non può non esprimere quella pienezza di sé che è la forza e l’entusiasmo della gioia interiore!

Certo, si tratta di gioia spirituale nascosta nel profondo, spesso è velata e oscurata dalle prove, dall’aridità, dalle desolazioni, dalle tentazioni dalla derelizione, dalla croce, tuttavia non a questa l’uomo è chiamato. Lo stadio a cui è chiamato è la luminosità di Cristo risorto e la consolazione è luminosità del Cristo risorto diffusa nell’esperienza. Non è fenomeno accessorio, pur se va distinta dai puri stati di entusiasmo naturale.

e) La Discretio o discernimento.

La consolatio pone l’uomo in sintonia mirabile con i valori evangelici. è gusto interiore per Cristo, per l’essere con Lui, per la sua povertà, per coloro che sono simili a Gesù nella sofferenza, per la sequela generosa della croce insieme a Lui. Le grandi scelte di Cristo, il suo abbandono al Padre, il suo distacco, la sua dedizione all’uomo diventano valori connaturali nel momento della consolatio.

Il discernimento è la capacità di scegliere, per interiore connaturalità, secondo e come Cristo. La sua relazione con la meditatio è molto stretta perché la meditatio fa emergere i valori di Gesù e la discretio li fa scegliere. Francesco d’Assisi incontra il lebbroso vede in lui Cristo e, nell’impulso dello Spirito, lo bacia pieno di gioia, superando una fortissima ripugnanza naturale: è la discretio che gli ha fatto fare la stessa scelta di Gesù.

f) La Deliberatio

La deliberatio è l’atto interiore con cui l’uomo si decide per le scelte secondo Cristo e necessariamente sfocia nell’ actio.

g) L’actio

L’actio è, dunque, il modo di vivere e di agire secondo lo Spirito di Cristo, è l’accogliere totalmente dentro di noi la coscienza apostolica, è l’averla integrata in noi stessi, l’aver fatto di questa scelta non soltanto un atto di volontà a cui conformarsi a fatica ma una realtà entrata in noi attraverso il dinamismo della preghiera.

In tal modo la preghiera non è più soltanto un pregare in vista del compiere meglio qualcosa: la preghiera è il fare emergere la scelta, il formare la propria vita a partire dalle scelte evangeliche interiorizzate. La coscienza apostolica diventa così l’integrazione in noi dei valori evangelici secondo la chiamata divina.

L’importanza della contemplatio

Prima di concludere, è bene ribadire l’importanza della contemplatio senza la quale tutto diventa insipido, diventa esecuzione faticosa di precetti, volontarismo, moralismo. La mancanza di contemplazione ci impedisce di cogliere globalmente i vari aspetti dell’esperienza cristiana e di vivere realmente il « vieni e seguimi » di Gesù. Nella contemplatio l’uomo raggiunge il massimo di chiarezza e di forza, in essa il progetto-uomo si verifica e si va verificando progressivamente, mano a mano che si integra nelle azioni, nella cultura, nella espressione esteriore della persona.

Il passaggio dalla meditatio alla contemplatio è dunque il momento vitale e determinante dell’esperienza cristiana. Spesso la nostra esperienza cristiana è, al massimo, a livello meditativo, di riflessione, di bei pensieri ma ancora oscura su molti valori del dono di Dio fatto all’uomo. Tale è, spesso, l’esperienza degli apostoli nel Vangelo di Marco che vedono e non capiscono, che hanno occhi e non comprendono. Per questo ci si ritrova incerti, alle prese con continui ripensamenti e con desideri di evasione: perché non si ha come riferimento la contemplazione.

Le domande che possiamo porci, allora, devono essere su come pratichiamo la lectio e la meditatio ma soprattutto se ci apriamo alla contemplatio, se la consideriamo fondamentale per il nostro cammino di fede. lo credo che tutti noi abbiamo avuto dei momenti di vera contemplazione, nei quali abbiamo potuto discernere anche la consolazione di Dio. L’invito è riflettere su questi momenti e valorizzarli giustamente, secondo i disegni del Signore.

(Carlo Maria Martini, Uomini di pace e di riconciliazione, Borla 1985, pp. 33-40)

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