Archive pour janvier, 2011

Omelia (28-01-2011) : Come, egli stesso non lo sa

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/21268.html

Omelia (28-01-2011) 

Movimento Apostolico – rito romano
Come, egli stesso non lo sa

Sul mistero della nascita del regno di Dio, il Vangelo secondo Marco possiede una parabola che è solo sua e di nessun altro. È una particolarità che merita tutta la nostra attenzione. Essa dona un vigore sempre nuovo alla nostra missione evangelizzatrice.
Il regno nasce dalla Parola di Dio che viene seminata. La Parola va seminata nel cuore di ogni uomo. Fin qui vi è perfetta sintonia con quanto affermano Matteo e Luca. Ecco la differenza, la particolarità, l’unicità: « l’uomo che l’ha seminato, dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga e quando il frutto è maturo, subito egli mandala falce, perché arrivata la mietitura ».
Questa unicità di Marco ci insegna una verità portentosa: ad ogni seminatore – e tutti i discepoli di Gesù sono stati costituiti seminatori della Parola di Dio – deve importare una cosa sola: seminare il buon seme della Parola. Fatto questo, è la Parola che porta in sé il germe della vita nuova. Quando essa è nel cuore, attraverso un altro grande mistero che è quello della grazia e dello Spirito Santo, il seme inizia pian piano a germogliare, crescere, fruttificare. Questa verità libera dall’affanno del raccolto immediato. Rivolge però tutta la nostra attenzione a che solo il buon seme della Parola di Dio venga sparso nei cuori. Questa attenzione deve essere somma.
Se uno anziché seminare la buona Parola di Dio, semina l’erba cattiva della zizzania, o l’erba vana della parola umana, mai potrà far germogliare nei cuori il regno di Dio, mai questo si svilupperà e mai crescerà. Non si sviluppa e non cresce perché non è stato semplicemente seminato. I problema cruciale dell’evangelizzazione è proprio questo: cosa si semina: parola di Dio o parola d’uomo, verità divine o falsità umane, principi celesti o dicerie della terra? Se viene seminato il buon seme, i frutti verranno.
Altra verità contenuta nel Vangelo di questo giorno: il seme della Parola quando viene sparso nel cuore è piccolissimo, invisibile, dopo che cade per terra si confonde addirittura con la stessa terra. Il colore è quasi uguale. Ma poi una volta che comincia a germogliare e a crescere diviene un grande arbusto. Tra la semina e la maturazione il tempo è necessario. Abolire il tempo, è compiere opere vane, inutili, a volte anche dannose. Niente è più necessario del tempo nell’opera della fruttificazione della Parola. La fretta mai deve essere dell’uomo di Dio. Il seme ha i suoi tempi e noi dobbiamo rispettarli. Questo però non significa che noi non dobbiamo continuare a seminare. Mentre un seme germoglia, altri infiniti semi vengono gettati nei cuori e così all’infinito. Perché c’è sempre chi semina e sempre chi raccoglie.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, aiutaci a seminare nei cuori la buona Parola di Dio, il suo buon Vangelo. Angeli e Santi, sosteneteci in questo lavoro di salvezza. 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 28 janvier, 2011 |Pas de commentaires »

shoah painting of David Olère – Auschwitz Survivor

shoah painting of David Olère - Auschwitz Survivor dans EBRAISMO: SHOAH

http://isurvived.org/TOC-VI.html

Publié dans:EBRAISMO: SHOAH, immagini varie |on 27 janvier, 2011 |Pas de commentaires »

IL VIOLINISTA DI AUSCHWITZ (A Jack-Yaacov Strumsa – superstite di Salonicco[Tessalonica]

 dal sito:

http://www.la-shoah-e-la-memoria.it/mostre/poesie.htm

IL VIOLINISTA DI AUSCHWITZ

A Jack-Yaacov Strumsa – superstite di Salonicco

Ogni mattino
anche quando per caso
non c’è stato nessun incubo
quando non mi son destato
in un sudore freddo,
quando non mi sono alzato nello spavento,
nel terrore delle SS.
Proprio ogni mattino.

Mi domando
dove andrò oggi?
Mi vesto, bevo il tè,
avvio l’auto
e parto ?
per dove?

Il motore ronza sommesso
i luoghi scorrono via veloci
il viale, i semafori
la strada s’inerpica,
su per la collina,
il cancello aperto.
Ogni mattino
Yad Va’Shem ?
il Memoriale dell’Olocausto.

Lo stesso borbottio
le stesse voci
le stesse note
la stessa musica
la marcia
la piccola città in fiamme.
La musica guida la mia auto,
mi trascina come una calamita
come un cavo
come la catena di un argano
a Yad Va’Shem.

La Tenda della Memoria
il Lume Perpetuo
candele
la Sala dei Nomi
foto, occhi,
denti, dentiere d’oro, capelli umani.
Qui stanno le camere a gas,
i forni,
i crematori
e gli ebrei in informi abiti a strisce
che spostano corpi.
Donne nude che cercano invano
di celare la loro vergogna
sul ciglio della fossa comune.
Mancano soltanto
il fetore, il fumo e la musica.

Cosa significano il rumore,
la cadenza dei passi
“Links, sinistra, sinistra…!”
La frusta, gli spari,
“Il lavoro rende liberi”
sull’arco sopra il cancello.
E tutt’intorno
mura, cani, e filo spinato;
elenchi di nomi e di numeri
e c’è una mano ? Yad, mani.
Nella parata, chi viene, chi va
da dove, per dove?

Là io suonavo il violino,
fui selezionato
per l’orchestra
che ogni giorno accompagnava, con la musica,
gli ebrei spinti
nelle camere a gas
sull’orlo dell’abisso ?
al luogo da cui nessuno fa ritorno,
nessuno torna indietro
è soltanto rimosso, cadavere
per gli inceneritori.

Non v’è più bisogno di correre
nessun motivo di terrore
ma quella melodia echeggia ancora nella mia testa.

E così arriverò
qui, oggi ieri
domani,
davanti alla foto dei suonatori:
un’orchestra che guida
la processione infinita di quelli che camminano
nella Valle dell’Ombra della Morte.

Sì, ora sono un nonno
dai capelli bianchi;
rimane ben poco di me
ma i miei tratti somigliano ancora,
un po’, al violinista, a me,
là sulla foto
di Auschwitz.

E può accadere
che un visitatore di Yad Va’Shem mi osservi,
fissi la parete, e resti sorpreso.
Come se vedesse qualcuno
al di là di uno spartiacque ?
un’apparizione che, per lui,
appartiene all’altro mondo;
che, per me, è
quel mondo che fu.

Mattino dopo mattino
giorno dopo giorno
arriverò qui,
con quella musica che mi perseguita,
a quelle immagini sulla parete
a quel fetore nelle narici
che solo io posso avvertire.

Questo è il mio luogo, gli appartengo.
Non sono una “statua vivente”:
son vivo.
Di questo monumento
sono una parte.
Questo Yad Va’Shem ?
Mano e Nome ?
e corpo:
il mio.

Moshé Liba

Publié dans:EBRAISMO: SHOAH |on 27 janvier, 2011 |Pas de commentaires »

Menorah

Menorah dans EBRAISMO  - STUDI menorahcandle

http://imagepourmesblog.unblog.fr/2009/05/16/una-bellissima-menorah-spero-che-non-me-la-tolgano-dal-sito/

Publié dans:EBRAISMO - STUDI, immagini sacre |on 26 janvier, 2011 |Pas de commentaires »

IL DIO DELLE BENEDIZIONI NELLA TRADIZIONE DI ISRAELE (Nm 6 24-27) [post per il 17 gennaio, la giornata della memoria]

dal sito: 

http://www.nostreradici.it/D-o-benedizioni.htm
 
 IL DIO DELLE BENEDIZIONI NELLA TRADIZIONE DI ISRAELE

(Numeri 6, 24-47)
 
Giuseppe Laras, Rabbino Capo della Comunità ebraica di Milano, in occasione della celebrazione del 17 gennaio 2004: Giornata dell’Ebraismo
 
Siamo qui questa sera, all’uscita del sabato, per celebrare insieme la giornata dell’ebraismo del 17 gennaio. Già l’anno scorso abbiamo celebrato con analoga cerimonia questa giornata: è stato un momento molto emozionante e molto ricco, e quindi vogliamo proseguire questa esperienza all’insegna di una riflessione che farà da filo conduttore, e che è: « Il Dio delle benedizioni nella tradizione d’Israele ». Faremo un percorso all’interno e intorno alla benedizione; speriamo che ci possa aiutare nei nostri rispettivi cammini, nelle nostre esperienze comuni, nelle nostre vite, in vista di una sempre maggiore e pacifica collaborazione nel nome del Dio unico e della pace.
La Berakhà – benedizione – è un bene universale di cui tutti abbiamo bisogno. Leggiamo nel libro di Rut che quando Boaz arrivava nel campo per visitare i suoi mietitori, si rivolgeva loro con: Ha-Shem  ‘immakhem – « Il Signore sia con voi! » – e i mietitori gli rispondevano: « Ti benedica il Signore! ». Abbiamo tutti bisogno di Berakhà. È una parola importante, ma nasconde un contenuto difficile, di difficile attuazione. Molti hanno parlato, parlano e parleranno di benedizione, ma forse sono stati e sono lontani dalla benedizione. C’è la benedizione che rivolge l’uomo a un altro uomo, c’è la benedizione che rivolge l’uomo a Dio, e c’è la benedizione che rivolge Dio all’uomo, al mondo. Sono tutte benedizioni, ma sono benedizioni diverse, perché sicuramente la benedizione autentica, sicuramente vera, è la benedizione di Dio. Tutte le altre sono benedizioni, ma potrebbero essere dei simulacri di benedizioni, potrebbero non essere portatrici di risultati perché, se ci mettiamo nell’ottica umana, è molto difficile immaginare un risultato sicuro, continuo, automatico da parte della benedizione pronunciata.
È scritto nel Trattato delle benedizioni del Talmud babilonese che chiunque goda di qualcosa di questo mondo senza aver detto la benedizione commette peccato di appropriazione. Il riferimento è a colui che mangia qualche cosa senza aver recitato la benedizione. « Benedetto Tu, o Signore Dio nostro, Re del mondo, che hai creato, che hai fatto… » (a seconda o dei frutti o delle cose che vengono mangiati). E perché questa affermazione così categorica? Perché nel momento in cui noi godiamo delle risorse del mondo dobbiamo subito collegare queste risorse a Colui che le ha date, al padrone di queste risorse; e quindi, goderne senza aver benedetto, ringraziato Dio è un qualche cosa che viene definito come appropriazione indebita.
Ovviamente il presupposto per la benedizione è la disponibilità a sentire e a vedere Dio come padrone del mondo, a cui noi dobbiamo un ringraziamento e una benedizione. È chiaro che ci muoviamo all’interno del difficile percorso della religiosità: benedire Dio, avere fede in Dio, sentire Dio, sentirlo vicino anche se è lontano. Sono dei percorsi molto difficili ma, se condotti bene, ci portano alla comprensione autentica della benedizione. In fondo, quando l’uomo benedice l’uomo, intende auspicare che su quella creatura scenda la grazia di Dio, scenda lo Spirito, scenda la benedizione di Dio, il consenso di Dio. Ma, dicevo, la vera benedizione, sicura, autentica, è quella che scende dall’alto, che scende da parte di Dio nei confronti dell’uomo.
Vorrei, a proposito di benedizioni umane, attirare la vostra attenzione su uno strano episodio raccontato nella Torà, nel libro dei Numeri, che ebbe come protagonista il mago Balaam, che Balak re di Moab aveva convinto a tentare di risolvere il suo problema, che era rappresentato dagli ebrei, attraverso la forza contraria alla benedizione, cioè attraverso la maledizione. In sostanza Balak aveva pagato Balaam perché distruggesse con la maledizione il popolo di Israele. Sappiamo che sebbene Balaam, per così dire, ce la mettesse tutta (anche perché, se avesse fatto quello che il suo committente richiedeva, ne avrebbe ricavato delle ricchezze), nonostante i suoi sforzi, invece delle maledizioni uscivano dalla sua bocca delle benedizioni, delle bellissime benedizioni, tra le più belle benedizioni che mai su Israele siano state pronunciate. In alcuni profeti viene ricordato e sottolineato questo stupefacente evento: il Signore che ha trasformato la maledizione in benedizione.
Ecco, qui stiamo parlando del confronto fra la benedizione vera e la benedizione presunta, o addirittura il contrario della benedizione. C’è un passo del Deuteronomio, al cap. 26, a proposito della decima (la decima è una parte del prodotto agricolo che gli agricoltori di Israele ogni terzo anno dovevano devolvere ai leviti, ai forestieri, agli orfani, alle vedove per sovvenirli). Dopo che l’agricoltore aveva separato la decima e l’aveva data a chi di dovere, doveva pronunciare una formula che affermava che lui aveva fatto secondo la prescrizione che Dio gli aveva comandato, e quindi continuava: hashqìfa mimmeòn qodshekà min ha-shamàim – “guarda dalla sede della tua santità, dal cielo, e benedici il tuo popolo Israele e la terra che ci hai dato ». Viene fatto notare che qui è l’unica volta in cui l’espressione hashqìfa, che vuol dire « guardare dall’alto verso il basso », è in senso di Berakhà, positivo e di benedizione. In tutti gli altri punti della Torà in cui ricorre questa espressione essa è in senso negativo. Una simile espressione che subito viene in mente è quella collegata alla contemplazione della distruzione di Sodoma: allora lo sguardo era dall’alto verso il basso. I Maestri dicono che l’espressione « contempla, o Signore” (cioè dall’alto verso il basso) è qui in senso positivo perché si tratta di un soggetto che ha attuato i suoi doveri, ha eseguito la volontà di Dio e quindi chiede un segno di consenso da parte della divinità.
Si chiedono però anche un’altra cosa i Maestri a proposito di questo verso: « e benedici il tuo popolo e Israele ». Bastava dire “il tuo popolo”; era chiaro che si trattava di Israele. Oppure “il tuo popolo Israele”; ma non et ‘ammekhà et Israel. Deve esserci un perché. I nostri Maestri sono curiosi. Essi in qualsiasi espressione non usuale vedono un segnale che vuole trasmettere un insegnamento. Ebbene, l’insegnamento è questo: “benedici il tuo popolo”; il popolo nella sua interezza e globalità deve essere benedetto. “Israele” vuol dire: anche se i singoli del popolo non sono tutti osservanti della volontà di Dio, cioè se sono peccatori. Il popolo è meritevole sicuramente di benedizione; Israele, tutti individualmente, anche quelli che forse non la meriterebbero, indicati midrashicamente nel testo stesso come la “terra”. Dio ama la terra d’Israele. Quindi la benedice nel suo insieme senza privarla della benedizione, anche se c’è qualche cosa che può non piacere. La terra è la terra. Così il popolo è benedetto e i figli di Israele, anche se presentano delle macchie, sono coinvolti comunque nella benedizione. La benedizione è qualcosa che aiuta a colmare i limiti e i difetti di alcuni singoli rispetto alla maggioranza della comunità del popolo che segue la volontà di Dio. Quindi coinvolgimento di tutti nel segno della benedizione.
Un punto centrale della Torà in cui si parla espressamente e solennemente di benedizione è in Numeri (6, 22-27) a proposito della benedizione sacerdotale. La benedizione che i sacerdoti dovevano impartire al popolo viene così annunciata: ko tevarekhù et benè Israel amòr lahèm –  » così benedirete i figli di Israele dicendo per loro”; e incomincia la formula della triplice benedizione, composta cioè di tre versi. Il primo verso è composto di tre parole, il secondo di cinque, il terzo di sette. Quindici parole: è difficile non vedere un riferimento a un qualche cosa di importante, che, sviluppato nel suo valore numerico, ammonta a 15, cioè Ja, che vuol dire Dio, il Nome di Dio. Questa benedizione ci coinvolge e ci avvicina alla presenza di Dio. E come deve essere espressa e recitata? La benedizione dei sacerdoti deve essere espressa e recitata solo in quel preciso modo stabilito dalla Torà. Ci sono altri modi, è vero, per esprimere e porgere la benedizione – quella dell’uomo verso l’uomo, come abbiamo detto; ma i sacerdoti tuttavia sono delle persone particolari, che vivono un rapporto intenso di religione e di particolare vicinanza con la divinità, e quindi appaiono più qualificati per poter accompagnare il popolo in questo cammino verso la benedizione. La triplice formula è rigida:

« Ti benedica il Signore e ti protegga.
Illumini il Signore il Suo viso e ti conceda la grazia.
Rivolga il Signore il Suo viso verso di te e ponga su di te la pace ».

Questa la traduzione della formula della benedizione sacerdotale; come tutte le traduzioni è una traduzione sommaria; in realtà il testo della Berakhà dei Cohanim nasconde un’infinità di preziosi ammaestramenti ed è stata oggetto di attenta riflessione e analisi. Vediamo di ricavarne qualche insegnamento.
« Ti benedica il Signore e ti protegga ». La prima osservazione è abbastanza evidente: se il Signore ti benedice, è ovvio che ti protegge. Quindi se c’è la Berakhà c’è tutto. Allora ci chiediamo: che cosa vuol dire: « Ti benedica il Signore »? Vuol dire: ti dia felicità, serenità, prosperità esterna ed interna; ti dia compiutezza di gioia e di felicità e di serenità. In questa espressione c’è anche  la felicità materiale, nel senso di serenità per una vita tranquilla. Ma se c’è tutto questo, che cosa vuol dire « ti protegga »? Ebbene, alcuni Maestri dicono: attenzione, perché quello stato di grazia indotto dalla benedizione – « ti benedica » – potrebbe portare la persona a considerare se stessa come artefice di questa benedizione, di questa felicità, di questo successo. E allora è necessario anche che il Signore “ti protegga”. Da che cosa? Dal tuo istinto malvagio, dalla tentazione maligna a cui tutti soggiaciamo che insinua in noi: « sei tu il più grande, sei tu il più bravo, sei tu che crei, sei tu che determini… ». Se subentra questa tentazione e questo atteggiamento, è chiaro che quella Berakhà iniziale va riducendosi e perdendo forza. Ecco allora che accanto alla benedizione è necessaria anche l’assicurazione contro l’istinto malvagio, quello che viene chiamato “jetzer-harà”. È questa soltanto una piccola riflessione che può essere fatta su questa prima parte della Berakhà dei sacerdoti.
« Illumini il Signore il suo viso e ti dia la grazia ». Che cos’è l’illuminazione del volto di Dio nei confronti dell’uomo? È il “volto” consenziente di Dio, il volto che trasmette felicità (quando noi guardiamo, sorridendo, una persona mettiamo quella persona nello stato, nella condizione di aspettarsi qualche cosa di buono e di positivo da noi). Si può dire anche: “Il Signore illumini il Suo viso verso di te, trasmettendo al tuo viso un po’ della Sua luce”. Potremmo pensare, in questo contesto di riflessione sulla “luce” divina, facendo ovviamente le debite differenze, alla luce che traspariva dal volto di Mosè dopo essere stato per 40 giorni e 40 notti al cospetto della divinità sul Monte Sinài: quando discese gli risplendeva talmente il volto, che fu necessario coprirlo con un velo perché quella luce splendente non poteva essere vista, contemplata e sopportata. Quindi: che il Signore ti renda, per così dire, partecipe della sua luce.
Wichunnèkka. Abbiamo tradotto: “e ti conceda la grazia ». Che cosa vuol dire l’espressione “ti conceda la grazia”? Intanto può voler dire: ti renda grazioso, simpatico, attraente, degno di affettuosa attenzione da parte degli altri. Analogamente a quanto capitava a Giuseppe che, qualunque cosa facesse, riusciva e prosperava, perché egli suscitava consenso e simpatia. Forse anche perché, nonostante le sofferenze e le ansie, risplendeva sul suo viso un po’ della luce di Dio. Ma l’espressione « che il Signore ti conceda la grazia », può anche voler dire “che faccia posare” (dalla radice verbale di chanà che significa posarsi, accamparsi), nel senso che faccia scendere la luce della sua provvidenza su di te. Provvidenza e luce sono bene collegabili fra di loro.
« Rivolga il Signore il suo viso verso di te, e ponga su di te la pace ». Assistiamo ad un crescendo: ti benedica, ti protegga, indirizzi il suo sguardo di luce verso di te, ti riempia di grazia e di luce. E infine « rivolga il Signore il suo viso verso di te e ponga su di te la pace”. Che cosa significa: rivolga il Signore il suo viso verso di te? C’è un momento in cui Dio può non guardarci? Forse sì, quando noi commettiamo delle colpe, non ci comportiamo bene, agendo come se Dio non ci vedesse: è quello che i teologi chiamano hastarat-panim, nascondimento del volto. Qui si prega Dio che voglia orientare il suo volto in direzione della creatura. E chi è sotto lo sguardo di Dio, è in pace: « e ponga su di te la pace ». La condizione per vivere integralmente la compiutezza della pace è di essere sotto lo sguardo di Dio. Sul tema della pace tante sarebbero le cose da dire. La pace è intanto sicuramente un dono che viene dall’alto, ma è anche uno strumento nostro per poter accelerare, aumentare, incrementare la discesa dello Spirito di Dio. C’è una espressione dei Maestri che suona così: “Chi opera per rendersi puro riceve un aiuto dal Cielo. Chi opera per rendersi impuro, riceve anche un aiuto dal Cielo”. In prospettiva dello Shalom è importante l’iniziativa che assumiamo noi. Non si può rimanere in posizione statica, limitandoci ad aspettare la grazia dal Cielo. Noi non conosciamo con esattezza e precisione i misteriosi percorsi della benedizione e della pace. Sappiamo però, in proposito, due cose importanti: che esse ci provengono da Dio, ma che anche noi, nonostante i limiti che ci caratterizzano come creature umane, abbiamo parte – una parte importante – nella discesa della benedizione e della pace su di noi.
Il concetto di pace è un concetto complesso, articolato, difficile. A questo proposito desidero far osservare che la Berakhà dei sacerdoti deve essere recitata in ebraico: kò tevarekhù, “così benedirete i figli di Israele », cioè: in questa precisa formulazione. A differenza di alcune preghiere del formulario, essa non può essere pronunciata in altra lingua, che non sia l’ebraico. La Berakhà dei sacerdoti è qualcosa di speciale il cui contenuto non può essere reso nella sua sacrale autenticità in altra lingua. Ne è prova il fatto che mentre il testo della Torà è accompagnato, in alcune importanti edizioni, dalla traduzione aramaica (la lingua appresa dai nostri padri in Babilonia) nel punto della benedizione essa non compare. Almeno per quanto riguarda la traduzione aramaica di Jonatàn ben Uzziel. E perché non c’è? Intanto per sottolineare che non ce n’è bisogno, dato che la benedizione deve ritualmente essere pronunciata in ebraico. Ma poi anche per un motivo profondo che è questo: dato che alla fine della Benedizione è invocato lo Shalom, la pace, e la dimensione dello Shalom è illimitata – nel senso che nessuno di noi può coglierne l’infinito potenziale – il termine Shalom non può essere tradotto in nessun’altra lingua, ma pronunciato e sentito nella sua lingua originale. Questo ci aiuta a introdurre anche un’altra considerazione.
La Berakhà dei sacerdoti inizia con la benedizione « ti benedica il Signore… » e finisce con lo Shalom “e ponga su di te la pace ». Questo sottolinea che – come affermano i Maestri – il Santo Benedetto non trova veicolo migliore per il trasporto della benedizione dello Shalom, la pace. Questo vuol dire che, se vogliamo attenderci abbondante misura di benedizione dall’alto, occorre che ci provvediamo di un contenitore di trasporto che è lo Shalom. Se non c’è lo Shalom, non può arrivare la benedizione. Posizione dinamica e non statica, quindi, pur lasciando alla Berakhà di Dio tutta la sua valenza di dono, la sua indipendenza e la sua imperscrutabilità. Sicuramente nella formazione e nell’avvento dello Shalom noi sentiamo di avere una parte molto importante. Se non costruiamo dentro di noi e in mezzo a noi lo Shalom, è difficile attenderci la Berakhà. La Berakhà ha bisogno dello Shalom. Senza Shalom la Berakhà rischia di perdersi per strada e, quindi, di non arrivare fino a noi.
Prima di concludere vorrei recitare una preghiera molto breve, ma anche molto intensa, recitata da Salomone nel giorno della inaugurazione del Tempio di Gerusalemme: « Sia il Signore nostro Dio con noi, come lo fu con i nostri padri. Non ci lasci e non ci abbandoni mai ». Questa preghiera vorrei che la sentissimo e la recitassimo con la mente e con il cuore tutti insieme, perché è una invocazione di benedizione perpetua per tutti noi nel ricordo dei Padri.
Vorrei infine leggere una preghiera molto semplice scritta da un grande maestro dell’ebraismo della fine del ‘700, il Rabbino Nachman di Breslav, che nella sua vita quotidiana si preoccupava di trasmettere dei valori che esaltassero la sintesi tra etica e religione. Non si può essere religiosi in senso verticale soltanto o in senso orizzontale soltanto. Questo è il messaggio della religione: essere disponibili e aperti con gli altri come condizione necessaria per poter entrare in collegamento verticale con Dio.
« Ti sia gradito, Signore Dio nostro e Dio dei nostri padri, Signore della pace, re cui la pace appartiene, di porre la pace nel tuo popolo Israele. E la pace si moltiplichi fino a penetrare tutti coloro che vengono al mondo. E non ci siano più né gelosie, né rivalità, né vittorie, né motivi di discordia tra gli uomini, ma solo amore e pace fra tutti. E ognuno conosca l’amore del suo prossimo in quanto suo prossimo, cerchi il suo bene, desideri il suo amore, agogni al suo costante successo al fine di potersi incontrare con lui e a lui unirsi per parlare insieme e dirsi l’un l’altro la verità in questo mondo. Un mondo che passa come un batter di ciglio, come un’ombra, ma non come l’ombra di una palma o di un muro, ma come l’ombra di un uccello che vola ». 

Omelia per il 26 gennaio 2011: Commento su 2Tim 1,2-4 (prima lettura)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/5939.html

Omelia (26-01-2002) 

Eremo San Biagio

Commento su 2Tim 1,2-4 (prima lettura)

Dalla Parola del gorno
Al diletto figlio Timoteo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro. Ringrazio Dio [...] ricordandomi sempre di te nelle mie preghiere, notte e giorno; mi tornano alla mente le tue lacrime e sento nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia.

Come vivere questa Parola?
Timoteo e Tito sono due figure di grande rilievo nella chiesa primitiva. Venuti alla fede come figli amati da Paolo, ne furono anche fedeli collaboratori. Qui il testo paolino ci offre soprattutto due sottolineature importanti: la fede come causa profonda di vita e quel sentimento vivo e umanissimo che si esprime coi termini dell’affetto più caldo e profondo. Paolo chiama Timoteo « figlio diletto » perché è lui che lo ha generato a Cristo per mezzo della predicazione e del battesimo. Non solo, ma dice a questo suo figlio il ricordo intenso delle lacrime che ha egli versato a causa delle sue catene e non gli nasconde che ha tanta nostalgia di rivederlo perché, in qualche misura, è lui la sua gioia. Come siamo lontani da una Fede asettica e cerebrale e senza palpiti del cuore!

Oggi, nella mia oasi contemplativa, chiederò allo Spirito che rinnovi in me la Fede. Sia impeto che travolge la mentalità secolarista e praticamente agnostica in cui siamo immersi, ma sia anche forza che purifica e ravviva il mio umano sentire, in modo tale che quanti amo si percepiscano davvero amati, in quelle manifestazioni limpide ma calde che rendono più bella e più serena la vita.

La voce di un grande credente
Da forze buone, miracolosamente accolto, qualunque cosa accada, attendiamo fidenti. E in Lui ci amiamo. Dio è con noi alla sera e al mattino e, stanne certa, ad ogni nuovo giorno.
Dietrich Bonhoeffer 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 25 janvier, 2011 |Pas de commentaires »

Omelia (26-01-2011) : Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/21266.html

Omelia (26-01-2011) 

Movimento Apostolico – rito romano
 
Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!

Il mondo è immenso. La terra è vasta, sconfinata. Nessuno la potrà evangelizzare da solo. E tuttavia ognuno, poiché Corpo di Cristo Signore, ha l’obbligo di portare il Vangelo ad ogni creatura. Come fare per superare il limite della fisicità del nostro corpo, della temporalità della nostra vita, della brevità della nostra esistenza, della limitatezza delle nostre forze? Come divenire illimitati, senza spazio e senza tempo? Come fare per assolvere a questo divino mandato per tutti i secoli dei secoli?
La via c’è ed è infallibilmente efficace, vera, duratura, senza limite, immortale. È divenire noi « generatori » di un gran numero di altri apostoli, missionari, evangelizzatori, operai nella messe del Signore. Noi però non li possiamo generare fisicamente e neanche spiritualmente. Chi può chiamare, inviare, costituire, rendere ministri e amministratori dei suo misteri è solo il Padre nostro celeste. Manifestiamo a Dio nella preghiera questa urgenza e necessità di essere noi « moltiplicati » all’infinito e il Signore dall’alto dei Cieli dona compimento alla nostra preghiera.
È quanto fa Gesù. Prima chiede al Padre che gli dia le nuove colonne del suo nuovo popolo, i nuovi patriarchi. Ma anche questi sono pochi. Insufficienti. Il Dodici può essere ed è solo un numero nel cui simbolo è contenuta la perfezione. Il Dodici esprime una quantità quasi infinita, numerosissima. Ma esso da solo non basta. Per questo dopo chiede al Padre che gli mandi molti altri operai. Il Padre esaudisce la preghiera di Gesù e vengono oggi costituiti settantadue discepoli, anche loro inviati nel mondo a predicare, annunziare, manifestare la presenza del regno di Dio tra noi.
Un apostolo o un discepolo di Gesù che vive con verità, santità, giustizia, carità, compassione, misericordia, zelo, dedizione, responsabilità la sua missione, vede sempre la pochezza della sua opera. È come se vi fosse dinanzi a lui una marea immensa da servire e lui è solo. Le sue forze poche. Il tempo insufficiente. Il limite troppo angusto. Lui deve servirli tutti. Ma non può. Se non può lui, potranno di sicuro altri. A lui il mandato di Cristo Gesù di mettersi in preghiera, di salire anche lui sul monte come il Signore, andare dal Padre e manifestarli il suo limite.
La preghiera deve essere il frutto di un cuore che ama le anime e desidera ardentemente la loro salvezza. Vuole che il gregge del Padre si ricompongo e glielo dice: « Padre, il tuo gregge è ancora piccolo, troppo piccolo. Quelli di fuori sono innumerevoli ed io sono solo. Manda operai che possano radunare il tuo gregge disperso. Tu li manderai, io li accoglierò come Cristo ha accolto quelli che tu gli hai mandato e così aiutati, sorretti, spronati da me, possono divenire dei buoni operai nel tuo campo. Signore, che ami il tuo gregge, manda operai, mandane molti ».
Vergine Maria, Madre della Redenzione, sempre tu vieni in mezzo a noi per chiamare operai. Chiamane molti anche oggi. Angeli e Santi di Dio, intervenite anche voi. 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 25 janvier, 2011 |Pas de commentaires »
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