La lettera agli Ebrei – prima conferenza (Paolo Garuti)

dal sito:

http://www.predicazione.it/libri/ebrei/Garuti1.html

P. Paolo Garuti

P. Paolo Garuti
La lettera agli Ebrei
Meditazioni ad alta voce
Conferenze tenute nella cripta
di san Domenico di Cagliari
Meditazioni ad alta voce Conferenze tenute nella cripta
di san Domenico di Cagliari

Lettera agli Ebrei: Prima Conferenza
 (tre conferenze)

25 ottobre 2000

- Debbo, innanzi tutto, comunicarvi la mia meraviglia, quando P. Alberto mi ha chiesto di sviluppare la Lettera agli Ebrei: tre serate consecutive per un pubblico così vasto. Io sono appassionato da sempre di questa lettera, però mi rendo conto che forse, tra gli scritti del Nuovo Testamento, è una delle lettere più ostiche, senz’altro non di quelle più trattate e più conosciute. E … stasera sono piacevolmente sorpreso di vedervi così numerosi. Quando venni nel ‘96 si parlava di Apocalisse, si avvicinava la fine del millennio: c’era da prevedere un interesse per quel tema. Invece, vedere interesse anche per un angolino un po’ oscuro della parola di Dio nel Nuovo Testamento, condiviso da tante persone, mi fa sinceramente piacere; vuol dire che la Chiesa che è in Cagliari, e che si ritrova anche in questo Convento, sta maturando e sta maturando bene. –

Perché la Lettera agli Ebrei è un testo così poco letto? La liturgia ce lo propone, spesso in momenti forti, importanti (nell’ufficio delle letture della Settimana Santa, in certe celebrazioni). Però è esperienza comune vedere i preti che glissano, che scivolano sopra questa seconda lettura tra un salmo responsoriale e un alleluia, lasciano correre, difficilmente la commentano. Difficilmente viene esaminata in lettura continua anche nei gruppi biblici, malgrado che alcuni testi tratti dalla Lettera agli Ebrei siano molto conosciuti e siano anche particolarmente forti (per questo sono inseriti in momenti forti della liturgia). In realtà, il difficile è leggere la Lettera agli Ebrei dall’inizio alla fine. Si ha l’impressione che il discorso proceda un pochino come il mostro di Lochness: ogni tanto emergono dalla superficie delle acque certi temi che poi si riinabissano, per poi riapparire dopo un poco. Si ha l’impressione di una certa discontinuità. Ora io ho un’idea circa questa discontinuità, che non vi esporrò questa sera se non per sommi capi, ma che P. Alberto mi ha strappato la promessa di mettere negli atti come introduzione. La mia soluzione è di tipo letterario: una storia della composizione della Lettera agli Ebrei. Dopo lunghi anni di studio mi sono convinto che la Lettera agli Ebrei nasce dalla fusione di due omelie, fatta da un redattore che ha aggiunto del suo. Da qui l’impressione che dà di una certa discontinuità poiché queste omelie sono state incollate in maniera un pochino artificiale, per creare un’opera che assomigliasse alle lettere di Paolo. Ora, giustificare questa teoria comporterebbe un intero corso e non lo farò questa sera; vi sarà qualche nota negli atti se avrete la bontà di leggerli: vi do semplicemente i risultati. In queste tre serate ho cercato di isolare tre temi, che sono i tre temi portanti della Lettera agli Ebrei e che per me, nella mia personale analisi, corrispondono alle due omelie, (le prime due serate) ed al lavoro del redattore finale, quello che ha compiuto l’opera di taglio e cucito nella fase d’edizione. Noterete dai fogli a disposizione che, lavorando noi un po’ di forbici e colla, si ottengono dei percorsi abbastanza coerenti. Se volete credere che si tratti d’omelie originarie cucite assieme, bene. Se non lo volete credere vi dico la stessa cosa che suggerisco nella nuova revisione della Bibbia di Gerusalemme, uscita in francese due anni fa: sono almeno dei temi, delle piste di lettura.
Abbiamo scelto per queste tre serate un titolo che riproduce in parte il motto dell’anno prossimo per la conferenza episcopale (ma già è stato il motto dell’anno dedicato al Cristo, il 1997, in preparazione al grande giubileo): Cristo unico Salvatore del mondo. Se dovessi scegliere un titolo più vicino al testo – è dalla Lettera agli Ebrei peraltro che si toglie la frase chiave di questo giubileo « Cristo ieri oggi e sempre » – se volessi dare io un titolo a queste tre serate vi parlerei del Cristianesimo prima della religione. In che senso? Il cristianesimo nasce evidentemente con una dimensione religiosa, all’interno di una dimensione religiosa. Ma nel suo formarsi nei primissimi decenni, è una cosa di cui abbiamo parlato anche a proposito di Apocalisse, non riesce ancora a trovare una sua identità in mezzo alle religioni istituzionali dell’epoca, né relativamente all’ebraismo o alle varie forme di ebraismo (ebraismo del tempio ma anche ebraismo della diaspora), nè riguardo alle grandi religioni pagane. Il cristianesimo, che non si chiama forse ancora dappertutto cristianesimo (movimento dei messianici), è formato da persone che si ritrovano in case private, provenienti da esperienze le più diverse, che hanno aderito da adulti a questo movimento, che pian piano si rendono conto di non avere più molto da spartire con le grandi religioni istituzionali, che di queste sentono una certa nostalgia se non altro per la rassicurazione che dà il poter partecipare a dei riti, a dei gesti (e vedremo in che senso), ma dall’altro si accorgono che l’adesione a Cristo li sta allontanando da queste forme istituzionali, quasi inesorabilmente, un po’ anche perché queste forme istituzionali delle stesse religioni di allora li cacciano, li considerano o eretici o aderenti a una qualche teosofia di origine orientale. Il cristianesimo è già una religione ma non è ancora una religione nel senso sociologico, con le sue chiese, i suoi templi, una casta sacerdotale, delle regole.

Cosa intendiamo noi quando parliamo di religione?
San Tommaso c’insegna che la virtù di religione fa parte della giustizia: è un giusto riconoscere il ruolo di Dio creatore e padrone dell’universo e il nostro ruolo di creature. La Bibbia raccoglie questo concetto sotto una parola: riconoscimento, che può voler dire anche riconoscenza (toda‘ che in ebraico moderno si usa per dire grazie). Riconoscere chi è Dio, riconoscere qual è il suo diritto su di noi, riconoscere chi noi siamo, riconoscere il nostro peccato, la nostra inadeguatezza di fronte a Lui.
La religione è un modo di vedere il mondo, innanzitutto; è un occhio portato sulla realtà che ordina le cose in un dato modo, che non è quello del mondo della non-religione o dell’anti-religione. È un modo di riconoscere delle tracce di una presenza, che è la presenza determinante. Di qui, se volete, l’altro concetto di religione: la religione è un qualcosa che lega, che non si può vivere realmente come un pezzo d’esistenza, ma tiene insieme l’intera esistenza.
Ogni religione tende a creare o a identificarsi con un popolo. Per questa sua natura di riconoscimento del digradare nell’esistente, in quello che ci circonda, di questa presenza di Dio, necessita che altri riconoscano questo stesso sguardo. Non esistono religioni puramente individuali, anche perché non esiste l’essere umano isolato. La religione tende, vi dicevo, a creare un popolo ma tende anche a identificarsi con un popolo, soprattutto quando la religione diventa matura e non è più solo quella virtù di giustizia che fa sì che ciascuno di noi riconosca a Dio il suo posto nella propria esistenza o nell’esistenza del cosmo, ma quando diventa una religione rivelata. La rivelazione già prevede una lingua, e la lingua si identifica con una cultura. La risposta dell’uomo avviene attraverso dei gesti, dei simboli il più delle volte, e questi simboli si identificano con i simboli e i gesti di una cultura. La cosa può essere condotta fino in fondo e portarci a identificare religione con razza.
Nel positivo c’è un’idea di popolo perché a sua volta, come riflesso della giustizia del rapporto di ciascuno di noi con Dio, crea anche un mondo di giustizia nei rapporti tra noi. Giustizia o giustizie: quante cose buone o non buone sono giustificate in nome della religione, fosse anche una religione laica, della ragione o di cose del genere. Crea popolo ma crea anche un legame profondo per ciascuno di noi. Di qui la frizione, talvolta, tra l’anima e il tempio. Non la frizione o l’apparente dramma di chi dice « io con Dio parlo da solo quando cammino per strada, cosa mi interessa andare a messa la domenica? »; questo il più delle volte nasconde semplicemente un disinteresse. Ma la frizione profonda tra chi ha una percezione vera, reale, del divino e la pesantezza del popolo, della razza, dei riti, dei linguaggi, dei professionisti della religione. Il tempio diffuso come simbolo comincia ad essere vissuto come un qualcosa di alienante, di non vero. E questo non è un dramma da poco. È il dramma che hanno vissuto, credo, tutti i santi, e che vive qualunque anima veramente religiosa. È, se volete, anche la tensione tra l’immediatezza dell’ispirazione religiosa di ciascuno di noi e la necessità di mediazione. C’è qualcosa di vero nella frase di chi dice « io con Dio parlo da solo quando cammino per strada e se mi va entro in una Chiesa, che bisogno ho di andarmi a confessare, a comunicare, di andare al catechismo?! ». Talvolta è la copertura d un’indifferenza, ma molto spesso c’è qualcosa di vero dentro: perché devo farmi rappresentare da qualcun altro? Perché ha un vestito bianco addosso? Cosa ha di diverso da me? Non passa le stesse crisi? Non ha gli stessi peccati?
Ancora di più: perché devo farmi rappresentare da dei gesti, gesti che magari hanno 1500 anni?
Sotto a questo c’è il dramma della mediazione: chi mi parla a nome di Dio, chi io incarico di parlare a Dio? Chi è il mediatore?
Sembra che stia parlando in aria, ma sono tutte parole che stanno nella Lettera agli Ebrei.
Affrontiamo il primo percorso, il foglietto che avete ricevuto, dove è visibile il lavoro di taglio e cucito e non vi sto a dire perché sono arrivato a farlo. Vi dico solo che per me, però non siete tenuti a fare un atto di fede, questa è quello che ci resta di un’omelia sulla fede e sul popolo. Questo maestro sconosciuto (sto lavorando per cercarne il nome e credo di essere sulla pista buona, ma non vi dico chi potrebbe essere), di scuola Paolina, si pone il dramma che vi dicevo: sta nascendo un nuovo popolo, che popolo è? E cosa fa molto naturalmente?: si rifà al modello del popolo dell’Antico Testamento. Però può rifarcisi fino a un certo punto, perché quel popolo di Dio si identificava con la razza. Quel popolo di Dio prevedeva delle mediazioni: in particolare, la mediazione della legge. E, come vedremo, va a cercare un’altra definizione di popolo e quindi anche un’altra definizione di patria.
Partiamo leggendo i primissimi versetti della Lettera agli Ebrei che potrebbero essere il prologo di questa omelia ma anche dell’altra omelia di cui parleremo domani sera (non riesco ancora a collocarlo precisamente: è il prologo di tutta la lettera e in qualche modo ci dà il la del discorso, non facile, ma profondissimo della Lettera agli Ebrei). In greco i primissimi versetti sono giocati sulla allitterazione in p. Già all’epoca si diceva che questo era segno di cattivo gusto, una retorica un po’ popolare (p p p). È il grande Incipit della lettera. Questa lettera che non ha indirizzo; le altra hanno: « Paolo ai cristiani di… insieme a … dice… » Qui invece Polymeros kai polytropos: in molti modi e molte volte Dio: quel Dio che aveva parlato in molti modi e molte volte ai padri per mezzo dei profeti, nei tempi ultimi che sono questi ha parlato a noi per mezzo di Figlio. La frase in greco alla fine cade su quella parola: Figlio.
A quei primi due avverbi – in molti modi e in molte volte – si possono dare una lettura negativa e una lettura positiva. Il padre Vanhoye, che è stato il mio maestro al Biblico di Roma, tende a dare una lettura piuttosto negativa: l’Antico Testamento: Dio che aveva parlato ai Padri per mezzo dei profeti, era frammentario. Questa è la lettura che danno anche alcuni padri della Chiesa: era stato fatto in molte volte e in modi diversi, non aveva l’unità, la coerenza che questo messaggio ha invece nel Cristo Figlio. È una possibile lettura. Io ne preferisco un’altra più positiva. Studiando retorica antica ho imparato che la polymeria e la polytropia sono delle virtù: le virtù del buon maestro che sa parlare in modi diversi a seconda della gente diversa; anche del buon avvocato, del buon oratore. Non dice le parolacce davanti ai giudici; in certi altri ambienti dice le parolacce per attirare di più. Capacità di ripetere, di dire le cose tante volte, e capacità di dirle in modi diversi. Sotto questi due avverbi c’è un grosso problema. È un problema di cui troviamo eco nella lettera agli Efesini, che parla della multiforme sapienza di Dio, e di cui troviamo eco anche in S. Paolo nelle sue lettere autentiche. Questi cristiani si trovano a dire: « Dio ci ha parlato ». E gli altri gli rispondono: « ma va! Ha parlato a Mosè! » Per i Greci ha parlato, semmai, negli oracoli antichi, o ha parlato in Omero. Con cosa giustifichi questa novità? Ci vuole un bel coraggio per fare come ha fatto Gesù o come hanno fatto i primi credenti di Gerusalemme, per andare davanti al sinedrio e dire: adesso vi spiego la Bibbia, non avete ancora capito niente. Li hanno ammazzati tutti perché era la reazione ovvia. Eppure questi primi cristiani fanno riferimento alla multiforme sapienza di Dio, a questa sua capacità di maestro di parlare tante volte e in modi diversi, per dire: se ha parlato a noi non è una cosa strana. Ha parlato a tanta gente, ha parlato a Giona che era un fifone e poi è finito nel ventre della balena, ha parlato a gente non necessariamente molto virtuosa come Davide che aveva un sacco di debolezze, ha parlato ad altri, perché non dovrebbe aver parlato a noi, Lui che è un buon maestro, che sa parlare come a diversi alunni secondo le diverse caratteristiche di ciascuno e sa anche farlo molte volte, in tempi diversi. Questa è la lettura più positiva. Ma quello che importa è la continuità: quel Dio che ha parlato nei tempi antichi ai Padri per mezzo dei Profeti ha parlato a noi in questi tempi che sono gli ultimi. Innanzitutto c’è una continuità: Dio conversa con il suo popolo. Il verbo che viene utilizzato in greco è un verbo anche un po’ onomatopeico: laleo; Dio chiacchiera con il suo popolo. Non è il verbo lego, dire, o il verbo dalla cui radice viene la parola retor, o rema, l’ordine, la parola forte. No, è laleo, quello che Dio faceva nel giardino alle sei del pomeriggio con Adamo, quando c’era la brezza della sera; andava a fare quattro chiacchiere, a prendere il tè. Bene, questo Dio che ha conversato con gli antichi, nei tempi antichi con i Padri attraverso i profeti, quel Dio che voi vi immaginate così lontano perché il passato è sempre facile da idealizzare – palai, nei tempi antichi – che soprattutto gli israeliti piangevano perché oramai da cinque secoli era zittita la voce dei profeti (ricordate la frase: « non c’è più tra noi chi sappia fino a quando; non c’è profeta, non c’è sacerdote ». Ma pensate anche alla nostra esperienza: chi di noi non vorrebbe essere tra i primi discepoli di Gesù? La nostra vita di fede ci sembra che sarebbe più facile. Chi di noi due non vorrebbe essere uno dei primi compagni di S. Domenico? Andava tutto bene allora, erano tutti dei gran gasati, facevano presto. Otto secoli di storia sulle spalle pesano). Eppure quello stesso Dio che ha parlato a quella gente che voi vi immaginate in una nube misteriosa come Elia, come Mosè, come i nostri Padri, ha parlato a noi nei tempi ultimi che sono questi. Non buttate la vostra fantasia nel passato, non buttatela neanche nel futuro; voi aspettate i tempi ultimi, ve lo hanno insegnato i profeti: baiom hahu, in quel giorno, in quel giorno, in quel giorno; io vi dico ADESSO. Manda a Patrasso anche la grammatica: prende la frase greca che è calco dell’ebraico – all’ultimo dei giorni – e lo traduce aggiungendoci un questi; non si tratta più, e lo dirà nel capitolo 4 e nel capitolo 3, di sognare né il passato né il futuro: NUNC. Non si tratta di immaginare un chissà quando, che tradotto vuol dire: in questa esperienza, che è la vostra esperienza umana di adesso, ha parlato il Cristo. E c’è quel gioco voluto: ha parlato, usa il passato perché Gesù è morto risorto e asceso al cielo, ma a noi, ha parlato; noi siamo coinvolti adesso: Cristo nel tempo, Cristo e il tempo. L’esperienza umana inchiodata a quella figura umana, inchiodata sulla croce. Altro che alienazione, in dietro i tempi ideali delle origini, in avanti i tempi ideali del futuro: ADESSO. E non per mezzo dei profeti ma per mezzo di qualcuno che è Figlio; non ci mette neanche l’articolo: per mezzo di Figlio. Per mezzo di qualcuno che si identifica con questo essere figlio. Dobbiamo soffermarci un attimo: cosa vuol dire essere figlio?
Quando noi diciamo che Gesù è Figlio di Dio corriamo immediatamente alla teologia trinitaria, all’unità della sostanza, ecc. Per i primi cristiani questo aveva sì un grande interesse, ma stavano scoprendo queste cose. A loro interessava molto di più un’altra verità: che Gesù fosse il messia. Ora il messia era un re, di stirpe davidica. Ma ce n’erano tanti che appartenevano alla famiglia di Davide.
Per essere veramente re bisognava essere incoronato. E l’incoronazione avveniva nel tempio dove si recitavano fra l’altro delle preghiere simili a quelle che noi troviamo nel salmo 2 e nel salmo 104, là dove Dio dice: « tu sei mio figlio », perché il re era considerato figlio adottivo di Dio. Quando S. Paolo ci dice che siamo figli adottivi di Dio, pensiamo sempre al bambino brasiliano che andiamo a prendere perché la nostra famiglia non ha bambini, lo aiutiamo: pensiamo all’infante. Invece, mettetevi nella situazione dell’impero romano di quei tempi o delle case regnanti: il figlio adottivo era un figlio adulto, il più in gamba di tutti, quello a cui il sovrano, che di mogli ne aveva tante e di figli di conseguenza ne aveva parecchi, dava il titolo di suo successore. Non valeva la legge della primogenitura. I primi imperatori romani sono tutti tali per adozione, ma questo in oriente avveniva da millenni. E poi era Dio che adottava, nel momento dell’incoronazione, morto il re precedente, il nuovo re. Ed è quello che Dio fa con Gesù nel battesimo al Giordano: « questo è il mio figlio prediletto ascoltatelo », che fa al momento della trasfigurazione e che fa soprattutto, ed è il vero momento, al momento della resurrezione.
Torniamo alla storia di Gesù. È un figlio di Davide, bene: ha diritto al trono! Arriva a Gerusalemme; secondo i vangeli sinottici ci arriva con pochi discepoli, secondo Luca cominciano ad essere più numerosi. Arriva a Gerusalemme: la gente, secondo il vangelo di Giovanni, lo monta sopra l’asinello, secondo gli altri vangeli ci si mette lui sopra: era la cavalcatura ufficiale dei re davidici; entra in Gerusalemme e la gente sventolando delle palme dice « Osanna al figlio di Davide, è venuto il redentore ». Come dire « Osanna al re Messia ». Il ché ci fa capire perché Pilato, Caifa e compagnia si sono un po’ preoccupati, e si sono rovinati Pasqua e pasquetta quell’anno. Non lo hanno ucciso perché diceva delle belle cose o guariva la gente, ma perché la gente aveva riconosciuto in lui il re. E siccome di re ce n’è uno alla volta, il problema era di ordine pubblico: c’era un re alternativo a Cesare; « se tu lo rimandi libero ti fai nemico di Cesare » dicono i sommi sacerdoti a Pilato. La sua carriera finisce lì. Su questa terra Gesù viene bloccato come messia. Non riesce a diventare il re di quel piccolo popolo, in un piccolo paese, radunato intorno a una piccola città. Però i primi cristiani sono testimoni della sua resurrezione e quello che a loro interessa non è ancora il fatto che sia risorto nel senso antropologico del termine, cioè che un morto sia tornato alla vita. Quello che a loro interessa è che è salito alla destra del Padre, « siede alla sua destra »: è il vero messia, è il Figlio di Dio. Bene, costui è diventato per noi il tramite della rivelazione, ci ha parlato, lui che non aveva su questa terra vissuto altro che un fallimento. È Dio che lo ha proclamato Figlio.
A partire da questa proclamazione da parte di Dio che il Cristo è il messia i primi cristiani fanno un altro passettino, che è quello più difficile per noi, ed era difficile anche per loro: se è il messia, aveva ragione; se aveva ragione è lui la manifestazione della Sapienza divina. È stato ucciso secondo la legge. La legge era ritenuta essere manifestazione della Sapienza di Dio. La Legge con Lui ha sbagliato quindi non è la manifestazione della sapienza divina, Cristo è la Sapienza divina. Perché dico che è il passo più difficile? Perché uno che non sa scegliersi gli amici – tra Pietro e Giuda non si sa chi scegliere, comunque tutti e due lo hanno mollato al momento giusto e gli altri pure –, che si fa uccidere in quel modo, che dice delle cose che sono belle quando le si considera poesia, ma che poi quando entrano nella vita bruciano come le beatitudini, uno così può essere la Sapienza di Dio? Si, lo ha proclamato il Padre stesso, chiamandolo alla sua destra. Per questo il mondo è intriso di questa sapienza. I Padri della Chiesa erano talmente convinti di questo che andavano a cercare dei segni di croce nella natura; dicevano: vedete gli uccelli come aprono le ali per volare, o gli alberi che stendono i loro rami come se fosse una croce, i meridiani e i paralleli si incrociano a forma di croce. Quella croce che è l’assurdità di un amore che si dona fino in fondo è in realtà il segreto dell’universo. È la Sapienza del Padre. Quella Sapienza con cui il Padre ha fatto il cosmo, per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. Il testo greco qui è un po’ più sottile « ha fatto anche i secoli » vale a dire le varie epoche del mondo e il mondo stesso. E, se non abbiamo ancora capito che il Cristo, il Figlio, è la Sapienza del Padre continua:
(1,3) costui che è irradiazione … della sua sostanza
Sta citando il libro della Sapienza al c. 7 versetti 25-26: il Cristo è irradiazione della luce del Padre, unico modo di vedere quella luce e nello stesso tempo è quasi l’impronta, il karacter, è il sigillo che il Padre ha messo sulla realtà, impronta della sua sostanza, e sostiene tutto con la potenza della sua parola dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli, ecco il credo iniziale della Chiesa, ed è divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato. Del c. 2, appartengono a questa omelia i versetti dall’1 al 4. Viene instaurato un primo raffronto; aveva terminato dicendo: egli ha ereditato un nome che è molto superiore a quello degli angeli e continua: Se infatti la parola trasmessa per mezzo degli angeli si è dimostrata salda … Questa è un’idea che troviamo anche in Galati 3,19: la legge era stata data per mezzo degli angeli. Il popolo dell’esodo ha ricevuto la legge trasmessa per la mediazione degli angeli. Questa legge era un inizio della rivelazione. Noi abbiamo ricevuto questa rivelazione nel Cristo. Ora nel Cristo non possiamo sfuggire a questa nuova rivelazione: viene instaurato qui il raffronto fra il popolo dell’antica alleanza e il popolo della nuova alleanza. È un luogo comune della catechesi di Paolo, lo troviamo anche nella prima lettera ai Corinti (c. 10). Infatti, nel c. 3 abbiamo subito un confronto con Mosè, che è il fondatore del popolo di Israele (che qui viene chiamata la casa) e il cui contrappunto è Cristo. L’antica casa era basata sulla legge, la nuova sulla libertà e sulla speranza.
Vi è poi una lunga citazione del salmo 95, ancora un riferimento all’antico popolo, che viene commentata a partire dal versetto 12. Il salmo cominciava con: oggi se udite la sua voce. Oggi quando? Il nostro autore ragiona così: il popolo dell’esodo ha ricevuto la voce di Dio, la rivelazione della legge. La cosa non ha funzionato, tant’è vero che sono morti tutti nel deserto. Il salmo stesso dice « non entreranno nel luogo del mio riposo ». Allora Dio rilancia un nuovo oggi ed una nuova promessa. Ora, noi viviamo in quest’oggi che è l’oggi della nuova promessa. Non è in questa terra che dobbiamo cercare il luogo del riposo, non siamo destinati semplicemente a una patria, c’è un nuovo oggi e siamo destinati ad un’altra patria.
In altri termini (c. 4) la speranza di una terra concreta, di un popolo concreto, è troppo poco per la promessa di Dio. Il nostro autore lancia una nuova dimensione. A questo punto, dopo il c. 4, è necessario fare un grande salto e cadere all’inizio del c. 11, un pochino prima, nei versetti 10, 32-39. Si parla di una situazione passata di persecuzione, e ancora si invitano questi credenti a sperare in una ricompensa. Qual è questa ricompensa: è la ricompensa della fede. Si apre, a questo punto, quel meraviglioso affresco che è il capitolo 11 della Lettera agli Ebrei.
Per questo autore, la fede non è solo l’abbandono fiducioso a Dio. La fede è un cannocchiale che guarda in avanti, che anzi guarda dentro la realtà, nel profondo della realtà. È il fondamento della nostra speranza perché è la fede che ci fa provare che esistono quelle cose che non si vedono.
E cosa sono le cose che non si vedono? Il raggiungimento di una realtà di popolo e di una realtà di patria. In 11,8, con Abramo, arriviamo al caso importante: la faccenda dell’eredità. Anche gli altri Patriarchi (11,16) aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Non sta promettendo gli angioletti e neanche le Urì. Sta promettendo una dimensione che è a misura del nostro animo di esseri umani e che non può essere fatta di terra. È uno sviluppo dell’idea di S. Paolo. Il nuovo popolo non è un popolo identificato da una religione o da una razza. È un popolo che si riconosce per le cose che non vede, non per quelle che vede. Quelle che vede addirittura le disprezza. Potevano accontentarsi: Abramo poteva accontentarsi, Mosè poteva accontentarsi, era alla corte del faraone. E quale figura è preparata da questa stupenda carrellata dell’Antico Testamento?
Gesù: 12,1–2.
La sua via per sedersi alla destra di Dio, il suo modo di essere messia, è stato il disprezzo dell’ignominia e l’aver accettato la croce.
Poi c’è una lunga parentesi sull’educazione e finalmente una descrizione della patria (12,18-23). L’autore sta pensando al Sinai quando Dio donava la Legge: fuoco e paura. Ma ecco la nuova religione: non la paura ma la confidenza, non una religione a imbuto ma una religione che si apre. Perché la religione può diventare un imbuto, può andare avanti per cerchi concentrici sempre più piccoli, e alla fine di togliere posto a tutti. Invece questa è Dio giudice di tutti (v.23) e miriade degli angeli (v.22) e uomini portati alla loro perfezione (v. 23).
Non è un caso se in questo capitolo ha riportato la storia agli inizi, quando l’umanità era tutt’uno e al primo dramma dell’odio: Abele schiacciato e il suo sangue che grida. C’è un sangue che grida più forte ed è quello del Cristo.
Finiamo questo percorso al versetto 12,28. I primi lettori non avevano mica culto; il culto è conservare questa grazia o, come aveva detto prima, conservare la libertà e la speranza di cui ci vantiamo perché il nostro Dio è un fuoco che divora. Ogni religione chiede totalità.
Questo è il primo percorso. Che tappe abbiamo seguito? Abbiamo seguito tutto il Vecchio Testamento e abbiamo cercato sotto una storia che poteva sembrare una storia di conflitti, di opposizioni, di etnocentrismo, per non parlare di razzismo (quest’idea dell’elezione che diventa un male per se stessi e per gli altri); arriviamo a un altro concetto: una chiamata per tutti a cui si risponde con una disposizione, la fede, l’andare al di là delle cose che si vedono. Perché il nostro spirito è troppo grande per le cose che vediamo. E allora: Gesù non è riuscito a diventare messia a Gerusalemme, per fortuna. Sarebbe stato il re di cose che si vedono. Probabilmente oggi ci sarebbero ancora dei suoi discendenti tra i vari pretendenti al trono di Gerusalemme. Proprio perché pienamente uomo e pienamente Dio è pienamente espressione della nostra umanità, della grandezza della nostra umanità, e le cose che si vedono erano troppo piccole per Lui. Dice sempre questo capitolo 11: il mondo non era degno di loro, non nel senso che il mondo sia cattivo, ma nel senso che ogni essere umano è più grande del mondo.

Domande:

D: Di questa lettura, due omelie cucite insieme, troviamo riscontri anche da altri commentatori di questa lettera?
P.G: Nell’antichità. C’è l’idea dei Padri della Chiesa d’Alessandria che si tratti di appunti di un discepolo che riporta in maniera cucita da lui l’insegnamento di un maestro. Essi non si pronunciano su come le cose siano avvenute. Io sono partito da quell’idea, che è l’idea di Clemente d’Alessandria, che il greco lo conosceva e non era uno stupido, e del grande Origene: questa discontinuità (anche senza dirlo in termini così espliciti) viene dal fatto che c’è un maestro e che qualcuno, loro lo chiamano uno scoliografo (è una figura dell’antichità, una specie di commentatore, di chiosatore, quindi più che un raccoglitore), ha raccolto questi pensieri.
Perché mi sono posto questo problema? Ho creduto, finché non ho studiato in maniera profonda certe contraddizioni della Lettera agli Ebrei, che essa fosse un’opera di getto, unitaria. Poi mi sono accorto che ci sono tre misteri al riguardo. Il primo mistero: non sappiamo chi l’ha scritta, e questo interessa fino a un certo punto; di certo era un cristiano. Secondo mistero: non sappiamo a chi l’ha scritta, ma va bene anche questo. Il terzo mistero è che nella Lettera agli Ebrei ci sono due teologie, soprattutto su un punto (ne parleremo nelle serate prossime): dove è avvenuto l’atto fondamentale del sacrificio di Cristo? Tutti i brani dicono che è avvenuto una volta per sempre; nella Lettera agli Ebrei troverete almeno 10 volte questa frase. Ma ci sono alcuni brani che parlano del sacrificio terreno, una volta per sempre, e altri brani che parlano di un sacrificio celeste, una volta per sempre. È diverso, perché il sacrificio celeste avviene al di fuori del tempo. È l’origine della teologia sacramentaria cattolica: noi non ripetiamo il sacrificio di Cristo nella messa o nella confessione o nel battesimo: questo sacrificio, che è l’unico vero sacramento, è fermo là nell’eternità; noi, che viviamo nel tempo, in qualche modo ci connettiamo con quel sacrificio. Se prendiamo altri brani, ad esempio del c. 5, o soprattutto del c. 10, il sacrificio è terreno e irripetibile. Allora i fratelli protestanti dicono: vedete, non si può ripetere, se ne può al massimo fare memoria. Chi ha ragione, i cattolici o i protestanti? Il dramma è che hanno ragione tutti e due, perché ci sono dei testi che vanno in un senso e dei testi che vanno nell’altro. La mia soluzione è che il redattore, quello che ha cucito insieme materiale altrui, ha ripensato anche queste cose. È lui il responsabile, diciamo, della dottrina cattolica, che è uno sviluppo. Se non ci fosse la Lettera agli Ebrei non ci sarebbero i sacramenti cattolici. Se non ci fosse Lettera agli Ebrei non ci sarebbe la critica ai sacramenti cattolici da parte dei protestanti.
D: Al di là dei contenuti, che sono molto belli – a me ad esempio ha colpito molto la definizione di fede e si capisce che colui che ha scritto o che ha detto l’omelia doveva essere una persona elevatissima a livello intellettuale per tanti motivi e quello che lei ci ha detto ce lo fa capire – vorrei sapere dal punto di vista delle curiosità di tipo storico-letterarie come ci è giunta questa omelia, che abbiamo sentito è scritta in greco? E poi, se è vera l’ipotesi delle due omelie, leggendo il testo si vede la stessa mano? Ed è un’altra persona colui che le ha cucite assieme o è la stessa persona?
P.G.: No è un’alta persona. L’uomo che scrive le omelie di base della Lettera agli Ebrei è innanzitutto uscito dall’ambiente delle scuole. Nella lettera si trovano tutti gli esempi coeterni a qualunque scuola. Nel testo che avevamo stasera, ad un certo punto si dice: (12,7) È per la vostra correzione che voi soffrite! (brutta traduzione, correzione per paideia, meglio educazione). Dio vi tratta come figli. Qual è il figlio che non è corretto dal padre?
Troviamo gli stessi esempi in Quintiliano, un maestro di scuola dell’epoca. Il greco è il migliore greco del Nuovo Testamento. Terzo indicatore: quando usa il Vecchio Testamento lo usa nel testo greco della Settanta commentandolo parola per parola.
Il redattore, quello che cuce assieme e secondo me aggiunge i capitoli 8 e 9, invece, cita la scrittura molto spesso in maniera errata, il suo greco è meno buono dal punto di vista stilistico, non linguistico (il vocabolario è buono ma la composizione delle immagini è un pochino più debole) e in terzo luogo è lontano dall’ambiente delle scuole. L’autore delle omelie è qualcuno che ha avuto non solo un’educazione media ma che appartiene probabilmente a quel gruppo di persone che nell’antichità, pur essendo di bassa estrazione sociale (potevano essere anche degli schiavi), facevano della cultura il loro modo di mantenersi. Quindi probabilmente un maestro, un graeculus l’avrebbero chiamato i latini, uno di quei greci, o potremmo dire orientali in genere, che facevano dell’insegnamento il modo per sbarcare il lunario. Se confrontiamo la sua con la retorica di S. Paolo, quest’ultimo appare veramente emotivo. Ripetizioni, martellare le idee in testa, antitesi una sull’altra ecc. L’autore della Lettera agli Ebrei o almeno di queste omelie fa anch’egli del pathos, così dicevano gli antichi: muove l’emozione. Ma è un’emozione misurata, un po’ finta, un po’ studiata. Questa è un po’ la personalità letteraria dell’autore delle omelie originarie. Il redattore come vi dicevo è un pochino più rozzo, però teologicamente ha della grosse intuizioni; è più libero rispetto alla matrice veterotestamentaria.  

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