SAN PAOLO NELLA REGOLA di SAN BENEDETTO

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SAN PAOLO NELLA REGOLA di SAN BENEDETTO

Appunti sparsi                                                                                       

Ab. Donato Ogliari osb

Nell’intento di cogliere l’insegnamento che san Benedetto mutua dall’apostolo Paolo, nella breve panoramica che segue ci soffermeremo sull’utilizzo che il santo patriarca fa, all’interno della sua Regola, di alcune citazioni paoline, che rileggeremo alla luce del contesto immediato nel quale esse si trovano.
Per semplice convenienza ripartiremo la presente esposizione in due blocchi comprendenti rispettivamente la sfera della vita personale e di quella comunitaria, pur consci che i confini tra i due ambiti non sono nitidi e precisi, e che è perciò possibile sconfinare dal primo al secondo e viceversa.  

I. La sfera personale

1. La chiamata
“Cinti dunque i nostri fianchi con la fede e la pratica costante delle buone azioni (cf. Ef 6,14-15), procediamo per le sue vie sotto la guida del Vangelo, fino a diventare degni di vedere Colui che ci ha chiamati nel suo regno (1Ts 2,12)” (RB, Prol. 21).
Da buon pragmatico, Benedetto configura la chiamata del monaco alla luce della fede e del compimento delle buone opere, da perseguire e vivere sotto la guida del Vangelo (per ducatum evangelii). Il binomio fede–opere, che dà consistenza alla vocazione cristiana, mette in guardia il monaco da un cammino “fai-da-te”, basato sulle proprie inclinazioni o preferenze, inducendolo ad agire in conformità con il contenuto della fede che sgorga dalla rivelazione divina. La finale, di sapore escatologico, ci rammenta che la chiamata a seguire il Signore non si esaurisce quaggiù, su questa terra, ma si apre su un Regno che si espande oltre il mondo visibile, un Regno verso cui tendiamo giorno dopo giorno nell’attesa della beata speranza.

2. La conversione
a. “E ci sono concessi i giorni di questa vita appunto come dilazione (ad indutias) per la correzione dei nostri vizi; lo dice l’Apostolo: Non sai che la pazienza di Dio ti vuole condurre a penitenza? (Rm 2,4)” (RB, Prol. 36-37)
Ricorrendo a san Paolo, Benedetto non esita ad affermare che i giorni di questa vita ci sono concessi come una “dilazione”, una “proroga”, affinché possiamo emendarci dai nostri peccati. Anche più avanti, nell’explicit del 1° gradino di umiltà, dirà: “Adesso ci perdona perché è buono e attende che noi ci convertiamo a vita migliore” (RB 7,30).
Il tempo va usato bene, soprattutto nella consapevolezza che ogni giorno ci è donato perché impariamo a riconoscere la presenza di Dio nelle pieghe della vita, della storia e del cosmo, e perché, così facendo, possiamo conoscerlo sempre meglio e amarlo sempre di più.
Il primo passo in questa direzione consiste nel riconoscere e nel consegnare al Signore la nostra piccolezza e la nostra miseria. Solo in questo modo, quando cioè ci consegniamo a Lui spogli di qualsiasi autogiustificazione, il Signore ci viene incontro con la sua misericordia e ci fa sperimentare il suo amore di Padre, un amore a tutta prova, un amore paziente, che desidera il nostro bene e che – anche di fronte alle nostre infedeltà – sa attendere che noi ci rivolgiamo nuovamente a Lui(cf. Es 34,6; Sal 145,8).
Della citazione di san Paolo, che parla di diverse prerogative di Dio: la bontà, la tolleranza e la pazienza o magnanimità, Benedetto ha ritenuto solo quella della pazienza o magnanimità. È quest’ultima, infatti, che dovrebbe spingerci a ricambiare l’amore fedele di Dio con una vita improntata al Vangelo. Anche l’apostolo Pietro parla, come Paolo, della magnanimità (macrothumía) che Dio mette in campo affinché tutti “abbiano modo di pentirsi” (2Pt 3,9). Anzi, come afferma ancora l’apostolo Pietro, la magnanimità del Signore è già da considerare come salvezza (cf. 2Pt 3,15).
b. “8Destiamoci dunque una buona volta, come ci sollecita la Scrittura: È ormai tempo di svegliarsi dal sonno” (Rm 13,11). 9Aperti gli occhi alla luce irradiata da Dio, con orecchi tesi per lo stupore ascoltiamo che cosa ogni giorno grida a noi la voce di Dio ammonendoci: 10Oggi se udrete la sua voce, non indurite il vostro cuore. 11E ancora: Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti quello che lo Spirito dice alle Chiese. 12E che cosa dice? Venite, figli, ascoltatemi: v’insegnerò il timore del Signore. 13Correte finché avete la luce della vita, per non essere sopraffatti dalle tenebre della morte” (RB, Prol. 8-13).
Nella Lettera ai Romani la citazione qui utilizzata da Benedetto segue immediatamente le affermazioni dell’apostolo che “l’amore non fa alcun male al prossimo” e che “pieno compimento (pléroma) della legge è l’amore” (Rm 13,10). Con tali affermazioni Paolo voleva indicare con chiarezza che per evitare qualsiasi forma di male, l’unico mezzo efficace è l’amore. Su questo sfondo l’apostolo soggiunge che è “ormai tempo (kairón) di svegliarsi dal sonno”. Infatti, il Cristo, luce del mondo, ha ormai fatto breccia nelle tenebre del mondo e ha riempito quest’ultimo della presenza dell’amore di Dio che salva.
I credenti devono essere consapevoli della prossimità operante di questa salvezza e apportarvi il loro contributo d’amore. Questo si manifesta soprattutto nell’obbedienza al disegno d’amore che Dio ha per l’umanità, obbedienza che si declina attraverso alcuni atteggiamenti che qui il monaco è esortato a far suoi e che riguardano la vista, l’udito, lo stupore:
1.       la vista = occorre tenere ben spalancati gli occhi del cuore affinché sappiano scorgere la luce divina, ossia la presenza di Dio nella vita del mondo;
2.       l’udito = bisogna ascoltare che cosa ci dice Dio. Il fatto che Egli ci ammonisca gridando non solo pone l’accento sull’importanza di quel che vuole comunicarci, ma sembra voler rimuovere anche ogni pretesto di non aver udito bene; 
3.       lo stupore = è l’atteggiamento tipico di chi si lascia raggiungere e scuotere da ciò che ascolta e si lascia da esso affascinare e attrarre.

E che cosa ci grida Dio?
a. di rifuggire con determinazione e sollecitudine (“oggi”) la “sclerocardia”, l’indurimento del cuore (cf. Sal 94,8);
b. di affidarci a ciò che ci suggerisce lo Spirito, il quale ci insegna il “timore del Signore” (cf. Sal 33,12);
c. di correre nella luce (della vita) per non essere sopraffatti dalle tenebre (della morte) (cf. Gv 12,35). E la corsa che il monaco intraprende, ossia la sua alacre ricerca di Dio, è una corsa o un’ascesa che non si arresta mai “perché – scrive san Gregorio di Nissa – riprende da un inizio dopo l’altro, e l’inizio delle realtà che si fanno sempre più grandi non si conclude mai. Poiché il desiderio di chi ascende non si ferma mai alle realtà che sono conosciute, ma l’anima sale successivamente, spinta da un desiderio più grande, ad un altro più grande ancora, e continuamente procede verso l’infinito attraversando realtà sempre più elevate (1).

3. Umiltà
“Signore chi abiterà nella tua tenda, chi dimorerà sul tuo suo santo monte? (Sal 14,1) (…) 29coloro che, temendo il Signore, non diventano superbi per la propria buona osservanza, ma anche il bene che riconoscono in sé lo ritengono dovuto al Signore, non a proprio merito, 30e per questo magnificano il Signore che opera in loro, dicendo con il Profeta: Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria. 31Allo stesso modo l’apostolo Paolo non si attribuiva alcun merito della sua predicazione, e dichiarava: Per grazia di Dio sono quello che sono (1Cor 15,10), 32e ancora: Chi si vanta si vanti nel Signore (1Cor 1,31 e 2Cor 10,17 – cf. Ger 9,22-23)” (RB, Prol. 29,32).
Facendo leva sulle due profonde affermazioni di Paolo, Benedetto non fa altro che esortare all’umiltà. Questa attitudine interiore si fonda in primo luogo sul riconoscimento della propria creaturalità, la cui intrinseca fragilità ci impedisce di ergerci a gestori assoluti della nostra esistenza. In secondo luogo, l’umiltà deve connotare la nostra vita cristiana in quanto tale perché al fondo di ogni buona testimonianza e di ogni traguardo raggiunto c’è la grazia divina che opera in noi.
Oltre che motivo di profonda gratitudine, è molto bello e pacificante poter dire: “Per grazia di Dio sono quello che sono!”, senza aggiungere altro e senza tentare di misurare l’intensità della nostra sequela sulla base delle nostre abilità, ma semplicemente affidandoci a Lui e fidandoci di Lui!
La citazione: “Chi si vanti, si vanti nel Signore” (1Cor 1,31; cf. 2Cor 10,17-18), ripresa dal profeta Geremia e usata da Paolo a chiusura della sua argomentazione sullo stile di vita della comunità cristiana, è anch’essa un invito a non presumere di se stessi e delle proprie forze. L’unica ragione di vanto proviene dall’adesione a Dio che ci chiama, ci sceglie e ci innesta in Colui che è nostra sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, Cristo Gesù. Val la pena rileggere le parole di Paolo:
“26Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. 27Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, 28Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, 29perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. 30Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, 31perché, come sta scritto: Chi si vanta si vanti nel Signore” (1Cor 1,26-31).

4. Il dono gioioso di sé
“I discepoli devono obbedire con animo lieto perché Dio ama chi dona con gioia (2Cor 9,7)” (RB 5,16).
Benché il monaco sia chiamato a fare della propria vita un dono spontaneo al Signore e ai fratelli, tuttavia tale dono deve appoggiarsi su un’intimità profonda con il Signore, dalla quale ci proviene la forza di abbracciare concretamente quanti ci stanno intorno. Per il monaco il primo e naturale confronto in questo senso si svolge all’interno del cenobio nel quale egli vive, ed è in questo preciso contesto che egli è chiamato a dare il meglio di sé in modo responsabile e gioioso, conscio che Dio ama chi dona con gioia!

5. Fedeltà al servizio
“Vigili sulla propria anima, sempre memore dell’insegnamento dell’Apostolo: Chi  presta bene il suo servizio si acquista un buon posto (1Tm 3,13)” (RB 31,8).
Questo invito, che Benedetto rivolge al cellerario del monastero, può essere considerato in senso lato come un’esortazione alla perseveranza e alla fedeltà alla propria vocazione, così come essa si declina nei compiti, nelle attività e nei servizi che ci sono richiesti nella vita di tutti i giorni. In altre parole, il servizio reso al Signore nella risposta alla sua chiamata va coniugato con l’obbedienza alla vita quotidiana, qualunque sia il suo contesto personale o comunitario, familiare, professionale, lavorativo, sociale, ecclesiale. Quello è il luogo nel quale, soprattutto, il Signore ci chiama ogni giorno a collaborare con Lui alla crescita del suo Regno sulla terra, nell’attesa di poter essere giudicati degni di partecipare al suo Regno imperituro.

II. La sfera comunitaria

1. “Una cosa sola”
“Siamo tutti una cosa sola in Cristo (Gal 3,28) e siamo tutti sottoposti ai medesimi obblighi di servizio sotto un unico Signore, perché presso Dio non c’è distinzione di persone (Rm 2,11; Ef 6,9)” (RB 2,20).
In Cristo Gesù, nella sua morte e risurrezione, siamo divenuti una cosa sola. Il battesimo ha ratificato questa unità di fondo e quella comunione che i cristiani godono con Cristo e che, in Lui, fa di essi un “cuor solo e un’anima sola”. Siamo tutti al servizio di un unico Signore e tutti siamo chiamati a testimoniarlo nello stato di vita che ci è proprio. E se il Signore non fa preferenze di persone ciò è dovuto al fatto che – ed è questa l’argomentazione principale di Paolo – tutti gli uomini sono peccatori e hanno bisogno indistintamente della salvezza che proviene da Lui. In tal senso Dio non fa distinzione, perché sa che tutti siamo bisognosi del suo perdono che salva. 

2. Singolarità e unità
“Ciascuno riceve da Dio un suo proprio dono, chi in un modo chi in un altro (1Cor 7,7)” (RB 40,1).
Il contesto nel quale Benedetto utilizza questa citazione paolina è, all’apparenza, molto banale, in quanto riguarda la misura del bere. Di primo acchito ci potrà dunque sembrare un po’ esagerato che il santo patriarca vada a scomodare l’Apostolo per un simile argomento. Eppure, ricorrendo all’autorità di Paolo, Benedetto sembra volere andare oltre il semplice caso in questione e alludere a qualcosa di molto importante e che ha la validità di una norma generale. Si tratta del riconoscimento che l’unità è una realtà al “plurale” e che dev’essere perseguita e conservata nella consapevolezza delle diversità che la compongono. Senza l’ammissione di questa pluralità una comunità, nella fattispecie la comunità monastica, potrebbe anche apparire uniforme, ma non necessariamente unita. Da buon esperto in umanità, san Benedetto sa quanto sia importante fare sintesi delle individualità facendole convergere non verso una piatta uniformità e una grigia omologazione, ma verso un’unità diversificata che contribuisca all’arricchimento umano e spirituale della comunità e alla sua edificazione. 

3. La comunità come scuola di carità
a. “Quando sopraggiunge un anziano, il giovane si alzi cedendogli il posto a sedere, e il giovane non si permetta di sedergli accanto se l’anziano non glielo comanda: in tal modo si realizzerà quello che è scritto: facendo a gara nel farvi reciprocamente onore (Rm 12,10)” (RB 63,16-17).
“Questo zelo appunto coltivino incessantemente i monaci con ferventissimo amore. “Eccone i modi: si prevengano l’un l’altro nel rendersi reciprocamente amore (Rm 12,10)” (RB 72,4).
Mentre in RB 63 il contesto nel quale Benedetto utilizza l’esortazione paolina a rendersi onore gli uni gli altri è un contesto normativo che riguarda l’ordine della comunità e le precedenze che in essa si devono rispettare in base all’ingresso in monastero o ai meriti della vita e alla decisione dell’abate (RB 63,1), in RB 72 lo sfondo è l’amore reciproco che deve soggiacere ad ogni relazione interpersonale, a qualsiasi livello. Dunque, pur non venendo meno all’onore da rendersi reciprocamente in base a un ordine di precedenza, in RB 72 Benedetto va oltre questa semplice distinzione per mettere al centro dell’attenzione lo “zelo buono” che i monaci sono chiamati a coltivare con “ferventissimo amore”. Quando tutto è sorretto dall’amore, allora verrà spontaneo gareggiare nel prevenirsi l’un l’altro, e l’onore che si farà all’altro non sarà semplicemente dettato da una normativa, ma dall’inesauribile sorgente dell’amore stesso.
b. Questo amore deve continuare ad ardere non solo nei casi in cui qualche fratello dovesse comportarsi in dissonanza con i principi della carità e della comunione, ma anche nei casi di scomunica. Parlando dei “senpectae”, cioè dei saggi fratelli anziani che intervengono con discrezione e riservatezza per sostenere il fratello che ha peccato o che è stato scomunicato, Benedetto ricorre a due citazioni paoline prese rispettivamente dalla prima e dalla seconda lettera ai Corinzi:
“Essi gli devono dare conforto perché non sia sopraffatto da un’eccessiva tristezza (2Cor 2,7): come dice ancora l’apostolo, si rafforzi la carità a suo riguardo (2Cor 2,8), e tutti preghino per lui” (RB 27,4).
L’invito a far sì che il fratello non sia sopraffatto da un’eccessiva tristezza è certamente dettato dalla carità cristiana – come Benedetto ribadisce subito dopo – ma nasce anche dalla convinzione che il cuore di un monaco è fatto per vivere nella gioia della sequela. La tristezza dovuta alle difficoltà che si incontrano sul proprio cammino non deve portare allo scoraggiamento o, peggio ancora, alla disperazione. La carta vincente, che i fratelli devono utilizzare tra di loro, è sempre quella della carità; carità che va appunto rafforzata anche nei confronti di coloro il cui cammino è segnato da lentezze o difficoltà.

4. La forza della pazienza
a. Al termine del IV gradino di umiltà, quello dell’obbedienza eroica di fronte alle cose dure e contrarianti e ai torti di ogni genere (cf. RB 7,35), Benedetto conclude dicendo:
“Costoro mettono in pratica il comandamento del Signore con la loro pazienza in mezzo alle avversità e agli insulti: percossi su una guancia, porgono l’altra, a chi porta via loro la tunica, lasciano anche il mantello, costretti a camminare per un miglio, vanno per due, e con l’apostolo Paolo sopportano i falsi fratelli e benedicono chi li insulta (cf. 2Cor 11,26)” (RB 7,42-43).
Che l’amore debba continuare ad ardere anche e soprattutto di fronte alle idiosincrasie del fratello, ci è confermato da un altro passo della Regola nel quale san Benedetto ci invita ad associarci a quelle forme propriamente “cristiche”, forme di vita, cioè, che Gesù stesso ci ha lasciato come esempio da seguire. Per il monaco, come per il credente in genere, la pazienza non è motivo di apprezzamento solamente per la sopportazione stoica di cui dà prova di fronte alle avversità, ma anche e soprattutto perché attraverso la pazienza si è introdotti alla partecipazione del mistero di Cristo: «Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza” (Rm 5,3a-4), che è Cristo stesso.

RB, Prologo 50 – cf. Rm 8,17:
b. “In tal modo, non scostandoci mai dal suo insegnamento, saremo perseveranti nel monastero fino alla morte nell’impegno di conformarci alla sua dottrina, e parteciperemo con la “pazienza” da parte nostra ai patimenti di Cristo, per diventare degni di essere partecipi anche del suo regno (cf. Rm 8,17 (2) (RB, Prol. 50).
Se la pazienza deve accompagnare la vita del credente in conformità alla vita del Signore Gesù, il monaco si fa particolarmente attento a sondare le infinite possibilità che le circostanze della vita gli offrono in tal senso. L’esistenza monastica si configura, infatti, come partecipazione al mistero pasquale di Cristo che offre quotidianamente al monaco la possibilità di contribuire alla crescita del Regno di Dio, nella consapevolezza che tale crescita è segnata dalla fecondità della croce. Lì già riluce la forza rinnovatrice della Pasqua.
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(1) Gregorio di Nissa, Omelie sul Cantico dei Cantici 8.
(2)  L’allusione più diretta è a 1Pt 4,13.

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