“IL PRETE, MINISTRO E TESTIMONE DELLA SPERANZA” (alla scuola di san Paolo)

dal sito:

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Olivier de Berranger -   vescovo di Saint-Denis (Francia)

“IL PRETE, MINISTRO E TESTIMONE DELLA SPERANZA”  (alla scuola di san Paolo)

Mi è stato chiesto di meditare insieme con voi su “il prete, testimone della speranza nel suo ministero”. Nel mettermi in particolare alla scuola di san Paolo, attraverso le sue Lettere, sono giunto a riflettere direttamente sul “ministero della Speranza” che è il nostro. La formula, come tale, non vi si trova. L’Apostolo parla del ministero del Vangelo, del ministero dello Spirito, del ministero della Nuova Alleanza, del ministero della riconciliazione… ma non del ministero della Speranza in quanto tale, né, in un altro luogo, d’un ministero della Fede o della Carità. Eppure, la speranza è certamente al cuore della sua testimonianza apostolica. Essa è pure, forse, la questione fondamentale che si pongono i nostri contemporanei, e ciò di cui, come preti, abbiamo noi stessi il più grande bisogno. Per tale motivo m’applicherò a trattarne, considerando in primo luogo in san Paolo la speranza come il fondamento dell’itinerario cristiano nel mondo, dicendo poi, sempre alla scuola di Paolo, come il nostro ministero può  trovarvi rispettivamente una fonte di rinnovamento e l’oggetto stesso della sua testimonianza. In seguito, in una seconda parte, farò qualche suggerimento per un aggiornamento di questa dottrina nella nostra situazione attuale.

I.- La speranza in san Paolo

1. La speranza a fondamento dell’itinerario cristiano.        Con Paolo, nella Lettera ai Romani,
mettiamoci di fronte all’itinerario di Abramo. Ricordiamo come l’Apostolo invita a “camminare sulle orme della fede del nostro padre Abramo”, questa fede che in lui ebbe forza sufficiente per farlo partire verso una terra a lui sconosciuta ( cfr. Rm 4, 12). Per Paolo, in questa lettera, ciò che importa evidentemente è mostrare che la fede, avendo preceduto la circoncisione, resta decisiva oltre quella. C’è un “Vangelo nascosto” in tutta la storia giudaica, una sorte di preesistenza di Cristo nella fede di coloro che, nel corso dei secoli di attesa di Cristo, hanno camminato sulle orme di Abramo. Essi sono i profeti, i santi e gli anawim, i poveri di Yahvé. L’orizzonte che Paolo svolge nel suo ministero di Apostolo, questo ingresso delle “nazioni” nel Popolo di Dio di cui si tratta nel “primo concilio di Gerusalemme” (cfr. At 15, 14), lungi dall’essere allora, secondo lui,  un inizio assoluto, si riallaccia alle origini, In Abramo, Dio ha “giustificato” in anticipo la fede degli incirconcisi. Dio ha amato i pagani. Anche presso di loro esiste un “Vangelo nascosto”.
 Tutto il proposito di Paolo sarà di spiegare come Abramo, e l’universalità delle nazioni che
la sua fede genera, sono stati fatti “eredi del mondo” ad opera di questa fede (cfr. Rm 4, 13s). Fede nella remissione dei peccati per tutti gli uomini, fede assoluta in Dio che promette la nuova nascita  di un popolo impossibile da contare, anticipando già sulla buona novella della resurrezione dei morti intravista già dal profeta Ezechiele: “un esercito grande, sterminato!” (cfr. Ez 37, 10). Abramo, partendo alla chiamata del suo Dio, non aveva altro punto d’appoggio che la sua fede. Aveva camminato contra spem in spem, “sperando contro ogni speranza” (4, 18). Aveva creduto perché era stabilito su una speranza divina, una speranza che Dio gli aveva donato e alla quale egli aveva dato il suo assenso. Come ha scritto Gerhard von Rad nel suo magnifico commento al libro della Genesi (1972), quando Abramo parte verso il paese di Moria con il figlio Isacco, non è più soltanto al suo passato che egli rinuncia, la terra dei suoi padri, come quando aveva abbandonato Ur dei Caldei, è il suo stesso futuro che egli abbandona a Dio (cfr. Gen 22, 1-19). E ora, noi che ascoltiamo la lettura di questo brano durante la Veglia pasquale, noi vi scopriamo l’annuncio del mistero del Figlio unico offerto per la salvezza di tutti i popoli. La speranza di Abramo ha trovato il suo adempimento in Cristo. La nostra speranza per noi si fonda ormai  sulla Morte e la Risurrezione del Signore. E noi, preti, non è stato per esserne i ministri e i testimoni che abbiamo “lasciato tutto” e seguito Gesù (cfr. Mt 19, 27) ?
 Ma continuiamo con san Paolo: “Per suo mezzo (il Signore Gesù Cristo) abbiamo anche
ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo, e ci vantiamo nella speranza della Gloria di Dio. E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, e la pazienza una virtù provata e virtù provata la speranza. E la speranza non fa arrossire (cfr. Rm 10, 11; Sal 119, 6. 116) perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5, 2-5). La speranza di Abramo si manterrà viva  nei cristiani di ogni tempo e di tutte le latitudini. Per la grazia essa alimenta, in mezzo alle miserie e alle tribolazioni, una gioia e una forza interiori, frutto di questo amore personale (agàpe) diffuso nei nostri cuori dallo Spirito Santo che ci è stato donato. Quando ci è stato donato? Ma al momento del nostro battesimo, della nostra cresima, della nostra ordinazione. Più fondamentalmente, questi avvenimenti sacramentali hanno inizio con la morte di Cristo, “mentre eravamo ancora peccatori” (Rm 5, 8). Ma, ed è tutto lo sviluppo ulteriore della lettera che pone questa questione, se la sua Morte  ci ha permesso d’essere tanto largamente beneficiari di un così grande amore, che ne sarà della sua Vita? E’ grazie alla risurrezione di Cristo che tutto il nostro essere è riconciliato e salvato nella speranza! E questa speranza non delude. Ogni volta che celebriamo la Pasqua del Signore nell’eucaristia, ogni volta che accogliamo il perdono del Salvatore nella riconciliazione, noi lasciamo che di nuovo lo Spirito Santo “riversi” l’amore di Dio nei nostri cuori!

Tutta la Chiesa 

 A nostra volta; lasciamoci confermare nell’amore; stabilire nella speranza. Non è forse un invito a questa parrhèsia, cara a san Paolo, la certezza apostolica che non si lascia fuorviare dalle contraddizioni, pur in mezzo alle debolezze e alle tribolazioni “per le quali noi siamo fatti” (cfr. 1 Ts 3, 3, traduzione Osty)! Il “noi” di Paolo, nella lettera ai Romani, sembra dapprima che indichi lui, con i suoi collaboratori, ministri del Vangelo. Esso indica però in seguito o allo stesso tempo, come spesso negli  scritti apostolici, tutta la Chiesa  acquistata dal sangue di Cristo (cfr. Rm 3, 25; 5, 9; At 20, 28). Ma la testimonianza che questa deve  rendere al suo Signore nel mondo non può rimanere ristretta a coloro che lo hanno già ricevuto.  Come l’ha affermato in maniera così forte il Vaticano II – come il ministero di Giovanni Paolo II, quale è stato percepito nel vasto mondo, lo ha specialmente mostrato – il “noi” di Paolo ingloba   tutta l’umanità (= mentre noi eravamo senza forza… mentre noi eravamo ancora peccatori”, Rm 5, 6-8). O piuttosto, avrei voglia di dire, questo “noi” ingloba la Chiesa  nell’umanità, nel suo seno, perché, un po’ alla maniera del serpente ragno nel deserto, essa vi è presente come segno premonitore che la condizione ferita e lacerata degli uomini non è più definitivamente mortale. Questa condizione, Dio, “per il grande amore con il quale ci ha amati” (cfr. Ef 2, 4, propter nimiam charitatem suam), l’ha assunta “mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato” (Rm 8, 3). Ci ha liberati nella speranza dalla schiavitù del peccato e della morte. La Chiesa, secondo il Vaticano II, è “sacramento universale di salvezza”. Essa dunque è là per significare mediante tutto il suo essere, la sua prassi, la sua capacità d’inserzione nel cuore del mondo, e soprattutto mediante un amore coestensivo a questa umanità, ferita ma amata e ricca di grazie nascoste, che la riconciliazione operata da Cristo si attualizza di nuovo oggi  presso tutti i popoli della terra.
 Paolo c’invita ad andare ancora più lontano. Conosciamo questa specie di inno cosmico che egli inserisce nella stessa lettera sul tema dell’attesa della creazione: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui  che l’ha sottomessa – e nutre la speranza  di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione   geme e soffre  fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo…”. Paolo evoca il gemito della creazione tutta intera (8, 22), poi il nostro (8, 23) e in fine quello dello Spirito in noi (8, 26). Il più percepibile, dall’interno della storia, è il nostro, in quanto noi siamo membri di questa umanità attraversata dal male. Ma, secondo san Paolo, esso viene come eco a quello della creazione, presa “dalle doglie del parto”. Confrontato con questo gemito lacerante, il grido dello Spirito è “inesprimibile”, ma è esso che, nei nostri cuori, trasforma le grida dell’universo in preghiera. E’ lui che ci fa presentire che il parto nel dolore è quello dei “figli di Dio”.
Tra la tensione della creazione verso “la rivelazione dei figli di Dio” e “l’attesa impaziente della redenzione del corpo”, in noi che possediamo le primizie dello Spirito, si gioca una sorte di reciprocità. In effetti il corpo umano, sottomesso ai ritmi della natura e votato, come essa, all’inevitabile corruzione, è la garanzia  tangibile  della nostra appartenenza cosmica. Ma il gemito interore dello Spirito attesta una trasfigurazione escatologica della creazione, della quale la promessa glorificazione dei corpi è la garanzia. Nella sua bellezza e finitudine, i suoi ritmi e le sue rotture, la creazione tutta intera è tesa verso questa trasfigurazione futura. “Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza” (8, 24-25).
2. Il ministero della speranza. Il Padre de Lubac, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente, mi aveva fatto osservare un giorno, quando era ancora a Fourvière,  che i primissimi scritti cristiani cominciavano col citare preghiere di ringraziamento. Sono quelle dell’Apostolo Paolo, unite a quelle dei suoi compagni d’apostolato, secondo quanto leggiamo nelle prime righe delle sue lettere ai Tessalonicesi: “Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere… “ ( 1 Ts 1, 2s; cfr.  2 Ts 1, 3s). Del resto la maggior parte delle lettere di Paolo cominceranno così, mostrando quanto per lui la preghiera è al cuore del ministero. Amo in particolare quella che egli redige ancora al termine della sua vita, nella lettera agli Efesini: “ … il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi…” (Ef 1, 17-18).
 Mentre la lettera ai Romani, l’abbiamo appena richiamato, parlava della “speranza che non vede”, facendo piuttosto pensare a questo “specchio (con visione confusa)” del cantico della carità a proposito della fede (cfr.  1 Cor 13, 12), qui si parla della “speranza che ci attende nei cieli” (cfr. Col 1, 5), detto in altri termini, della speranza come oggetto della predicazione e del ministero. Non quindi una speranza provvisoria, fuggitiva, che deve scomparire, ma la speranza teologale propriamente detta, quella di cui Paolo ci dice giustamente, al termine dell’inno all’Agàpe, che essa non passa, che ella rimane per sempre con la fede e la carità, perché Dio è “sempre più grande”, perfino per i santi e per gli angeli! Ora è proprio di questa speranza che Paolo si sente ministro, una speranza fondata saldamente  su “Colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo di quanto possiamo domandare o pensare secondo la potenza che già opera in noi” (Ef 3, 20). Per lui questa speranza ha un nome, essa è personificata, è Gesù, il Cristo. Lo afferma nell’indirizzo che introduce la prima lettera a Timoteo: “Paolo, apostolo di Cristo Gesù, per comando di Dio nostro Salvatore e di Cristo Gesù  nostra speranza” (1 Tim 1, 1). La “lettera di missione” che Paolo ha ricevuto direttamente da Dio non è dunque quella di un ministero di speranza che in qualche maniera sarebbe fondato su un’idea, una semplice formulazione o un sistema di valori, è quella del Dio vivente, quale si è rivelato nella nostra storia in Gesù il Cristo (cfr. 1 Tim 4, 10).
 “Vescovo per voi, cristiano con voi”: il celebre motto di sant’Agostino è vero di ogni ministero nella Chiesa. Quello dei preti, oggi più che mai, non si comprende che nel suo rapporto indissolubile al sacerdozio dei battezzati, come lo ha messo in luce la Costituzione Lumen gentium. Già in san Paolo, che non  esita a redigere, per esempio nel finale della lettera ai Romani, la lista dei suoi collaboratori nel servizio missionario, uomini e donne, giovani e coppie, questo legame appare  come attaccato sulla speranza che lo abita (cfr. Rm 16, 1-16). “La nostra speranza riguardo a voi è ferma, scrive egli ai Corinzi: sappiamo che, partecipando alle nostre sofferenze, voi parteciperete pure alla nostra consolazione” (2 Cor 1, 7). Se riprendiamo tutte le citazioni d’una preghiera costante per i  suoi corrispondenti, possiamo pure fare nostro, riguardo a tanti fedeli laici di oggi, quello che egli vi esprime  di riconoscenza: “…continuamente memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo. Noi ben sappiamo, fratelli amati da Dio, che siete stati eletti da lui” (1 Ts 1, 3-4).

Una lotta

 Ma noi sappiamo quanto un tale ministero fu egualmente fonte di tensioni per Paolo. Le
due lettere ai Corinzi sono eloquenti a questo proposito. Là intuiamo,  per esempio, la lotta che egli ha dovuto condurre  per non lasciare che questo ministero si lasciasse determinare da problemi di denaro. Confrontando le affermazioni delle sue lettere ai racconti degli Atti, possiamo notare che, tuttavia, questi problemi non furono secondari per lui. Se ne fece anche il testo d’un’ecclesiologia in prima gestazione, desiderando che la generosità verso i poveri della Chiesa-Madre di Gerusalemme da parte delle Chiese nate dai gentili, fosse segno di unità. Ma il ministero, esso, quali che fossero i suoi diritti, doveva restare libero, “per non recare intralcio al Vangelo di Cristo” (1 Cor 9, 12). Non è forse per noi un gran conforto vedere il lato appassionato di questo grande apostolo nella relazione che egli stringe, attraverso il suo  stesso ministero, con le diverse comunità che egli fonda o che aiuta a strutturarsi? Che ci può essere di più attuale che la sua focosa arringa davanti ai Corinzi, movendo dal conflitto che questi sembrano più o meno voler attizzare tra il ministero di Apollo e il suo? Fatte le debite proporzioni, credo che non sarebbe, senza dubbio, difficile  trasferire  alla situazione del ministero odierno ciò che egli scriveva  allora: “Già siete sazi, già siete diventati ricchi; senza di noi già siete diventati re. Magari foste diventati re! Così anche noi potremmo regnare con voi. Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all`ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi” (1 Cor 4, 8-13). Anche se questi ultimi tratti possono sembrare molto lontani (ma, per mia parte, penso al ministero di certi vescovi e sacerdoti cinesi, tra gli altri), l’insieme della descrizione mi sembra applicarsi mutatis mutandis alla nostra situazione.
 Per concludere provvisoriamente su questa tematica della speranza nel ministero in san Paolo, lasciatemi ritornare con voi sul “tesoro” che, egli ci dice, “noi portiamo in vasi di creta”. Ciò ci introdurrà del tutto naturalmente alla seconda parte di questo intervento. “Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo” (2 Cor 4, 8-10). L’attualità alla quale faccio allusione, per interpretare questi testi nel nostro presente, non è superficiale, essa si affonda nella carne della nostra esperienza di uomini e di preti. Senza pretendere di applicarci in maniera letterale o fondamentalista la parola di Paolo, è tempo di evocare alcune sfide cui noi siamo confrontati senz’altro qui e ora.

II. – La speranza per i preti di oggi

 Non so se voi avete letto la conferenza del Padre Timothy Radcliffe, l’anziano Maestro dell’Ordine dei Predicatori, su I preti e la crisi di disperazione nella Chiesa. L’aveva presentata negli Stati Uniti, per la federazione nazionale dei consigli presbiterali nell’aprile 2004. Questa conferenza, tradotta in francese,  è apparsa nella Documentation catholique nello stesso anno1. Merita la digressione. Noi parliamo del ministero della Speranza. Il Padre Radcliffe, lui, non teme di affrontare con una grande libertà le ragioni di una disperazione latente, che sembra ben oltrepassare i soli problemi del clero americano. Egli lo fa con il suo stile, il suo humour tutto inglese, ed è possibile che questa o quella osservazione da parte sua non ci piaccia. Ma questa conferenza ha per lo meno due meriti. Innanzitutto essa mette il dito sulle cause reali dello scoraggiamento più o meno larvato presso un grande numero di preti. Inoltre essa si sforza di proiettare su questa situazione la luce della speranza pasquale, specialmente a partire dall’Eucaristia.
Citiamo la sua costatazione di partenza: “Sono numerose le ragioni che spiegano  che noi possiamo essere demoralizzati… La maggior parte delle diocesi e degli ordini religiosi soffrono per mancanza di vocazioni. Numerosi sacerdoti sono partiti, senza parlare dei terribili scandali di pedofilia e del modo con cui questi sono stati trattati. Che voi siate demoralizzati  è dunque del tutto comprensibile”. Padre Radcliffe aggiunge che se è già imbarazzante essere demoralizzati per un autista di taxi, un  avvocato, un ragioniere o un barbiere, ciò non è necessariamente incompatibile con l’esercizio della loro professione. “Invece, egli aggiunge, un sacerdote che non è mai su di morale, è colpito nella sua capacità di adempiere la sua missione”.
 Per tentare di ridare il gusto della speranza, la sua argomentazione va quindi a posarsi sul racconto dell’Ultima Cena, non nella forma paolina (collocata già in un clima di crisi, quella della Chiesa di Corinto già divisa) ma nei Sinottici. Ascoltiamo ancora Padre Radcliffe: “Osservate l’Ultima Cena. Si  tratta della nostra storia fondante, la storia della Nuova Alleanza di Dio con noi. Il paradosso è che l’Ultima Cena ha luogo in un momento in cui i discepoli perdono il filo della storia. E’ chiaro ch’erano arrivati a Gerusalemme  pieni di speranza. Forse credevano che il Messia stava per mettersi alla testa d’una ribellione contro i Romani. Come l’hanno confessato i discepoli sulla via di Emmaus: “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele!” (Lc 24, 21). Ma tutto crolla al momento della Ultima Cena. Giuda ha venduto il Cristo, Pietro è sul punto di tradirlo e il resto dei discepoli si prepara a fuggire… Il nostro sacramento della speranza ci racconta la storia della perdita d’ogni speranza”. Per concludere: “In quanto cristiani, non dobbiamo temere la crisi che la nostra comunità attraversa attualmente. Le crisi sono la “specialità della casa” (in francese nell’originale; cfr. più sopra: “le tribolazioni per le quali noi siamo fatti”, 1 Ts 3, 3). La Chiesa è nata da una di queste. Esse la rinnovano e la ringiovaniscono. Come questa crisi qui, si domanda egli alla fine, ringiovanirà la nostra Chiesa tanto amata?”.
E’ facile ritrovare questo testo e lavorarlo, se possibile in équipe, poiché, come lo ricorda Padre Radcliffe citando Pastores  dabo vobis, “il ministero ordinato è di natura  comunitaria” e non può essere adempiuto (e quindi neanche riflettuto) che come “opera collettiva” “Conservando nella  memoria questa conferenza, non ritornerò sui tre argomenti che tratta: distanza sperimentata così di frequente tra il discorso sull’ideale cristiano e l’esperienza reale  della gente (ivi compresa la nostra), problema – non assai nuovo, ma struggente a lungo andare – dei conflitti all’interno della Chiesa, infine il dramma degli “scandali che hanno mortificato la Chiesa  in questi ultimi anni”. Credo piuttosto di parlarvi brevemente di tre altre questioni:
1. Verità mediatica e verità della fede – 2. L’amore nel celibato sacerdotale – 3. Ministero dei preti e missione dei laici. Per restare, a proposito di questi temi di vita, alla trama che ci ha guidati fin qui, io mi riferirò ogni volta all’Eucarestia, ma nel racconto dell’ultima Cena in san Paolo.
1. Verità mediatica e verità della fede. Enunciandola così la contraddizione salta agli occhi. E’
quella che noi abbiamo provato recentemente al momento dell’agonia e della morte di Giovanni Paolo II e poi, poco dopo, al momento dell’elezione di Benedetto XVI. Quanti di quelli che avevano giudicato in maniera perentoria e da lungo tempo, che Giovanni Paolo avrebbe dovuto dare le dimissioni, sono stati costretti a rivedere le loro idee davanti alla marea umana che si è riversata, dappertutto nel mondo, al momento della sua morte  e davanti alla gratitudine espressa talvolta là dove la si sarebbe meno attesa? Come non rilevare questo sensus fidelium presente tra gli umili della terra e che si fa beffa perfettamente dei pregiudizi di ciò che si ritiene ecclesiasticamente corretto? Riguardo  alle prime reazioni suscitate nella stampa europea attorno alla personalità di Benedetto XVI, esse hanno semplicemente riflettuto un apprezzamento unilaterale, politico, del suo ministero anteriore, arrivando talvolta fino alla caricatura e alla calunnia, senza la comune misura  con la dimensione spirituale dell’avvenimento e della persona. Ma forse non lo potevano?
          Non è che un esempio, ma è emblematico, della questione della verità nel mondo mediaticizzato. Come superare la tentazione di stimare vero ciò di cui “si” parla  e come non dedurne che ciò di cui si parla non è “vero” che alla maniera con cui i media ne parlano? Non si tratta però per reazione di rigettare a priori  l’accostamento che fanno i media a un avvenimento. Giovanni Paolo nella enciclica Remptoris missio   (1990) ci ha insegnato a considerare il mondo della comunicazione come “il primo areopago dei tempi moderni”, e questa  espressione ci colloca nel solco dell’apostolo Paolo ad Atene. Ma per avanzare su questa via, noi dobbiamo, in un primo tempo, esercitare il nostro senso critico. Mi domando se, per noi preti in modo del tutto particolare, una nuova forma di digiuno non sarebbe di cercare di tanto in tanto di abbassare il sipario del piccolo schermo per consacrarci alla meditazione e alla preghiera. Così, saremo più disposti a “discernere”, nella massa delle informazioni, “tutto ciò che vi è di vero, tutto ciò che è nobile, giusto, puro, degno d’essere amato, d’essere onorato, ciò che si chiama virtù, ciò che merita lode “ (cfr. Fil 4, 8).
Adopero di proposito il termine “discernere” (diakrìnein)  nel senso che ha per san Paolo nel
racconto dell’istituzione dell’Eucaristia: “Colui che mangia e beve senza discernere il Corpo del Signore mangia e beve la propria condanna” (1 Cor 11, 29) Ciò non vuol dire che la fede che ci fa riconoscere questo Corpo santissimo nell’Eucarestia serve in maniera univoca per la valutazione che noi esercitiamo sull’attualità. Ma ciò indica una via per ricercare la verità dei fatti e delle persone, con l’intelligenza avvertita di coloro per i quali  tutto non è eguale. Nel racconto dell’Ultima Cena, l’Apostolo domanda di non banalizzare il Corpo consacrato. Analogicamente siamo chiamati a cercare la verità in mezzo al mondo come “uomini nuovi creati secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità” (cfr. Ef  4, 24).
2. L’amore nel celibato sacerdotale. Evocavo i numerosi passaggi delle lettere di san Paolo
che portano il segno d’un ministero apostolico vissuto in stretta relazione con vari collaboratori., uomini e donne, coppie, famiglie, comunità. Nell’attenzione che il mio proprio ministero di vescovo mi dà di fare al ministero dei preti della mia diocesi, sono stupito, nella loro esistenza concreta, per il posto di queste amicizie annodate nel corso della loro vita sacerdotale e delle responsabilità successive che hanno avuto. Questa dimensione sfugge, molto di frequente,  ancora là,  a coloro che pur sono assennati nel parlare nei media del celibato dei preti. Piacerebbe convocare certi giornalisti  ai funerali dei preti. Toccherebbero con mano ciò che vuol dire la fecondità d’una vita consacrata  a Gesù e alla Chiesa.
Certo, tutti siamo coscienti delle nostre fragilità. Dal clima di eroticizzazione delle nostre
società e a faccia della poca stima apparente di cui gode il prete, per lo meno in Francia, la castità dell’amore sacerdotale è diventata un mistero nascosto, perfino ai nostri occhi. Forse è là che l’amicizia tra preti, la partecipazione regolare delle gioie e delle sofferenze del ministero, meritano d’essere sostenute e vissute con una preoccupazione d’adattamento costante delle nostre diverse condizioni umane  della vita e della salute a situazioni pastorali esse stesse mutevoli. E’ uno dei ruoli del Consiglio presbiterale, tra i vari Consigli voluti dal Concilio, di farvi attenzione in comunione con il vescovo.
In fondo tuttavia questo problema non potrà trovare soluzione soddisfacente in una sorte di
vaso chiuso tra i preti. E’ tutta la Chiesa  cattolica  che deve sentirsi chiamata a ritrovare non già il senso del celibato solamente, ma una giusta stima dell’amore, sia esso coniugale nel matrimonio o altrimenti “nuziale”, oso dire, nel celibato consacrato. Se qualcuno ne ha reso testimonianza, nella sua vita d’uomo, di prete, di vescovo e di papa, è ben Giovanni Paolo II. Vi confesso d’essere stato io stesso rinvigorito, una sera a saint-Denis, dove mi è stato dato d’assistere in una antica officina abbandonata, al lavoro di teatro scritto da Karol Wojtyla “a” Cracovia a “su” Cracovia, intitolato La bottega dell’Orefice2. Accompagnata da un bel oratorio, secondo la tradizione del ”teatro rapsodico”, essa ha come sottotitolo Meditazioni sul sacramento del matrimonio che di tanto in tanto si trasforma in dramma. Come è successo che sono uscito da questa rappresentazione “rinvigorito”? Il lavoro non fa mai allusione al celibato come tale. Esso si svolge tutto interamente attorno all’amore coniugale, sulle modalità della più pura gioia  degli amanti o delle pene inerenti ai diversi conflitti della coppia, un po’ come ne L’Annonce à Marie di Paul Claudel. Ma giustamente, sono uscito di là impregnato da una coscienza ancora più viva che il celibato, donato per amore, è, esso pure, un bel mistero umano da vivere secondo la differenti tappe e le diverse età dell’esistenza, nell’umiltà e nel ringraziamento. Giovani Paolo II ha continuato con felicità la sua riflessione sull’amore nelle catechesi del mercoledì, dal 1979 al 1984. Non mi sembrerebbe troppo consigliarne la (ri)-lettura meditata, a piccole dosi 3. Al di là del teatro o di queste catechesi di Giovanni Paolo II, riconosciamo come la
dimensione eucaristica di tutto l’amore cristiano rimane ancora nascosta nel racconto  dell’Ultima Cena in Paolo e nei Sinottici. Ogni giorno noi preti ripetiamo queste parole, sotto una forma simile, in persona  Christi: “Questo calice è la nuova Alleanza nel mio sangue…” (1 Cor 11,  25). Il sacramento del matrimonio lega gli sposi a questa “alleanza”, e “questo mistero è grande” (cfr. Ef 5, 32). Quanto al nostro sacerdozio, offrendoci noi stessi ogni volta che celebriamo la Messa insieme con l’unico Prete, noi rinnoviamo la nostra consacrazione al suo servizio”per la moltitudine”.
3. Ministero dei preti e missione dei laici. Sarà una scommessa volere dire qualcosa di nuovo
su questo vasto problema in poche parole. Se ho scelto di affrontarlo, quand’anche in conclusione di questa conferenza, è perché esso è al cuore  del nostro ministero della speranza nella quotidianità dei giorni. Quando penso alle 83 parrocchie della mia diocesi e alle altre “comunità cristiane di vicinanza” che tentiamo di farvi vivere, ho una doppia preoccupazione. Quella, costante, da una parte, di rianimare o di attìzzare la fiamma del Vangelo  che brucia in mezzo all’umanità polifonica  di questa grande regione. E, d’altra parte, quella di trasformare, per quanto possibile, il sentimento di reale povertà che ci stringe (ometto qui i dettagli d’ordine statistico) in una occasione di rinascita evangelica.
La fiamma del Vangelo, nel tessuto denso delle nostre 40 città (diversamente senza
dubbio dai comuni molto più numerosi e talvolta dispersi delle vostre diocesi), dipende innanzitutto dall’interiorità e dal vigore della fede dei laici o delle persone consacrate. Io, per esempio, constato che là dove una comunità religiosa, in un “quartiere sensibile” diffonde attenzione  assai vicino agli abitanti, la speranza  è pronta a rinascere, si risvegliano delle generosità. Si allacciano dialoghi di vita con credenti di differenti religioni o con “uomini di buona volontà”. Ma soprattutto là dove un uomo o una donna apostoli, un consacrato o una consacrata o un laico (laica), là dove un diacono, un prete ama Gesù e ama i suoi fratelli e sorelle nell’umanità, la sua testimonianza ne guadagna altre, da vicino a vicino, e la viva fiamma del Vangelo  cresce, incerta agli inizi, poi di più in più chiara e pura. Spetta a noi scoprire  questi testimoni, sostenerli, accompagnarli incoraggiandoli perché portino un frutto di vita. Con essi, forse noi scopriremo dei talenti sommersi fino ad ora. Voglio dire: prima di  lamentarsi di non aver nessuno formato sul territorio, noi sapremo “discernere” i  battezzati pronti ad agire secondo le loro possibilità, posto che li si chiami.
Finalmente, la fonte di un’autentica rinascita per il ministero, nel suo rapporto con la
missione dei laici, è ancora e sempre da ricercare nel paradigma eucaristico. “Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver rese grazie, lo spezzò e disse: Questo è il mio corpo che è per voi; fate questo in memoria di me” (1 Cor 11, 23b-24). Dopo il Concilio amiamo dire che l’Eucaristia  è “fonte e vertice della vita cristiana”. Ciò vale dunque anche della relazione tra preti e laici nei compiti ordinari della Chiesa. Sono vissuti sul modello del dono di sé, nell’amore e nella speranza? Il “fate questo in memoria di me” ha un’applicazione liturgica e sacramentale che si attua nella celebrazione del “mistero della fede”, dove ognuno trova il suo posto proprio in unione con l’unico sacrificio di Cristo. Ma questo “fate… “ trova ugualmente la sua applicazione nella divisione dei compiti al servizio della “moltitudine” per la quale questo sacrificio è offerto. Secondo l’antica formula del rito dell’ordinazione: Imitate quod tractatis, “imitate ciò che celebrate”. Allora il memoriale del Signore diventa veramente vertice di tutta la vita e fonte di speranza nella pratica del ministero.
        
+ Olivier  de Berranger  -  vescovo di Saint-Denis (Francia)

da (Prêtres Diocésaines 12/2005)
traduzione di don Antonio Dusini

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1) Documentation catholique N. 2322, 17.10.2004, p. 888-895.
2) Karol Wojtyla, La bottega dell’Orefice, e altri drammi, p. 5-91, Ed. Club della Famiglia,  1991      
     Milano.
3) Karol Wojtyla, Uomo e donna lo creò, catechesi sull’amore umano, Ed. Città Nuova,  1985
   Roma

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