SAULO DI TARSO, IL PERSECUTORE PERDONATO

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sabato, 16 agosto 2008

SAULO DI TARSO, IL PERSECUTORE PERDONATO

Nel considerare la vicenda di Saulo di Tarso, poi Paolo, l’apostolo delle genti, non va dimenticato il ruolo svolto da personaggi “minori” che sono entrati in contatto con lui, come il diacono Stefano e molti altri, figure determinanti nella sua conversione a Cristo.

Chi è questo Saulo? Luca, nel suo secondo libro, gli Atti degli Apostoli,  cita per ben tre volte, in pochi versetti, il nome di Saulo, in occasione del martirio di Stefano, sottolineando il suo ruolo di testimone nell’esecuzione della sentenza di morte nei confronti Stefano: “Lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo: E i testimoni deposero il loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo”(Atti 7,58). E subito dopo : “Saulo era fra coloro che approvarono la sua uccisione”(8,1°). Infine lo cita come zelante persecutore di coloro che seguivano la via di Gesù: “Saulo intanto infuriava contro la Chiesa ed entrando nelle case prendeva uomini e donne e li faceva mettere in prigione” (8,3). Questa insistenza ci dice che ci troviamo di fronte a un personaggio di spicco nell’ambiente di Gerusalemme.
Luca riprende il discorso su Saulo al capitolo 9:
“Saulo sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al Sommo Sacerdote e gli chiese lettere per le Sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo” (vv. 1-2).
 Saulo è un giudeo molto impegnato, è un giovane studioso, è teologo pieno di fervore e di zelo. È un uomo generoso e con tante capacità di ordine intellettuale, un fariseo autentico e sincero nella sua fede. Discepolo di Gamaliele, tra i più acuti, si pone dei problemi di ordine teologico: il suo problema fondamentale è il problema della salvezza. È il tema della giustificazione, come dirà poi nelle sue lettere. La giustificazione, la salvezza, l’opera di Dio per la salvezza del mondo. Paolo è convinto che l’opera di Dio per la salvezza del mondo si compie attraverso quella particolare vocazione che è stata assegnata al popolo dell’Alleanza, Israele.
Attraverso Israele, in forza dell’osservanza dei precetti, in cui sono impegnati e a cui sono tenuti i fedeli di Israele, Dio salva tutti. Per questo l’osservanza dei precetti per un credente, per un teologo, per un testimone così generoso come è Paolo, non è una questione di fanatismo moralistico, individualistico, per la salvezza personale. L’osservanza dei precetti della legge per un uomo come Saulo è una missione per la salvezza del mondo, perché nel suo quadro teologico Dio salva l’umanità attraverso quella particolare missione che ha affidato al popolo d’Israele.
Ma, come dirà nelle sue lettere, questa osservanza dei precetti della legge non si riesce a vivere pienamente. Allora il dramma, l’angoscia, il turbamento e d’altra parte l’accanimento, l’insistenza, la passione di un vero giudeo, di un vero osservante. Saulo è sulla strada di Damasco e, forse, sta ragionando su queste cose, sta rimuginando questi pensieri, gli bollono dentro le domande sulle questioni teologiche cruciali.
Va a Damasco perché là c’è qualcuno che ha aderito al nome di Gesù, che ha dedicato la propria vita all’incontro con Gesù. Non solo a Gerusalemme ma anche a Damasco, Gesù è riconosciuto Messia, Gesù é il Signore. Saulo va a Damasco con l’incarico di reprimere questi seguaci della “dottrina” di Gesù. E’ tutto preso dalla preoccupazione di raccogliere quelli del suo popolo, in una prospettiva di impegno sempre più intransigente nell’osservanza della legge. Altrimenti, pensa Saulo, si disperdono le forze, ci si smarrisce per la strada, si perde l’appuntamento con la missione che Dio ha affidato al suo popolo.
Proprio mentre nell’animo di Saulo si agitano tumultuosamente tutte queste preoccupazioni, c’è una folgorazione, una luce. È una luce che riduce Saulo alla cecità. Saulo rimane al buio, è cieco, non vede nulla, però è una luce. E’ solo un lampo improvviso, ma è un ribaltamento completo della prospettiva
Saulo è stato formato alla scuola di Gamaliele e sa tante cose. Conosce i discepoli del Signore e li combatte proprio perché li conosce, sa anche quali sono le loro convinzioni. Ma adesso la prospettiva si ribalta. Ora, all’improvviso, Saulo si rende conto che: “proprio Colui che rifiuta, colui che vuole contestare, colui contro cui combatte, proprio Lui lo accoglie. “Saulo, Saulo perché mi perseguiti?”. “Chi sei Signore? Io sono Gesù che tu perseguiti. Alzati e va’ in città e ti sarà detto che cosa devi fare”(Atti 9, 4-6). Il ribaltamento è completo. Saulo lotta contro Gesù combattendo quei discepoli che nel nome di Gesù si raccolgono, battezzano, evangelizzano. E nella relazione con Gesù, vivono.
Gesù, il Crocifisso, quel personaggio disonorato, ucciso fuori le mura della città santa come un maledetto, proprio Lui mi viene incontro. Saulo non ha conosciuto direttamente Gesù ma sa bene come sono andate le cose. Ora sotto quella luce folgorante, comprende che proprio questo Gesù è lo strumento di Dio per accogliere gli uomini, per ricapitolare la storia umana in un unico disegno di salvezza. Proprio Colui che è stato rifiutato, è la rivelazione dell’amore di Dio, che ha accolto anche me.
In questa rivelazione dell’amore di Dio, vi è lo spazio per accogliere tutto il mondo, perché lo spazio è in Cristo Signore, attraverso di Lui. La conversione di Saulo, assume le caratteristiche di una fondamentale e radicale esperienza di debito. Saulo scopre intimamente, profondamente di essere un debitore. L’opera di salvezza, secondo le intenzioni di Dio, si compie non secondo le osservanze a cui è tenuto il popolo dell’Alleanza, ma per la sua gratuita iniziativa d’Amore, realizzata in Cristo Gesù.
Nell’esperienza di una gratuità piena, Saulo scopre di essere debitore. “Io sono Gesù che tu perseguiti”. Quel Gesù, che tu perseguiti, è il Signore che ricapitola la storia di tutti gli uomini peccatori, tutti gli uomini che rifiutano, tutti gli uomini che muoiono, all’interno di un disegno di misericordia. E’proprio Gesù, che tu perseguiti, che si prende cura di te, che vuole te, che cerca te, che ama te, che salva te.
Saulo scopre di essere un debitore nei confronti di Dio. Sulla strada c’è anche qualcuno che lo prende per mano: “Guidandolo per mano lo condussero a Damasco, dove rimase per tre giorni senza vedere, senza prendere né cibo né bevanda.” (vv. 8b-9). Un uomo che si converte è un debitore! Sullo sfondo possiamo vedere questa esperienza di un debito assoluto, in rapporto ad un disegno d’amore che è gratuito.
A Damasco, Saulo sta tre giorni senza mangiare e senza bere. A Damasco c’è un discepolo che si chiama Anania. Anania non sa quello che è successo lungo la strada! Il Signore parla ad Anania in preghiera e lo invia a Saulo. E quando Anania va’ “entrò nella casa, impose le mani e disse: Saulo fratello mio” (v. 17).
Questo gesto di Anania, Saulo non lo dimenticherà mai. C’è qualcuno che lo ha chiamato “fratello” quando aveva tutte le buone ragioni per mantenere le distanze. Anania invece va’ e dice: ”Saulo, fratello mio, mi ha mandato a te il Signore che ti è apparso sulla via per la quale venivi, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo” (v. 17). Saulo, il convertito, è un uomo nuovo, che sta imparando cosa vuol dire essere debitore, cosa vuol dire essere gratuitamente avvicinato, gratuitamente interpellato, gratuitamente accompagnato. Con Anania c’è tutta una piccola Chiesa, che si rivolge a lui nei termini di un rapporto fraterno: “Saulo fratello mio!”. E adesso Saulo riacquista la vista, poi il battesimo, poi mangia e beve e le forze ritornano, poi subito si dà da fare a Damasco. Certamente la vita di Saulo è cambiata, ma l’interpretazione della sua vita è cambiata man mano che ha imparato a ringraziare perchè qualcun altro si è gratuitamente preso cura di lui.
         Luca ritornerà sulla conversione in Paolo in altri due momenti nel libro degli Atti, e sarà Paolo stesso che ne farà il racconto. Al cap 22, Paolo parla in sua difesa davanti ai Giudei di Gerusalemme (vv 3-21) raccontando l’avvenimento di Damasco. Una seconda volta Paolo racconta la sua conversione a Cristo davanti al re Agrippa, ospite del governatore Festo, a Cesarea. Troviamo questo racconto al capitolo 26 degli Atti, vv 9- 18.
         Nel primo di questi racconti, quello del cap 22, verso la fine del discorso, Paolo è come folgorato da un ricordo. Il ricordo di Paolo si concentra su un particolare. Sta ricostruendo i fatti e sta cercando di capire che cosa è successo, qual è la logica dei fatti, qual è il motivo che dal di dentro spiega il senso della sua vita, della sua vocazione, del suo discepolato, il fatto che è divenuto cristiano e quindi l’evangelizzazione. E’ il ricordo di Stefano.
Al v 20, in dialogo con il Signore,  Paolo ricorda il volto di Stefano, quando si versava il suo sangue: “Quando si versava il sangue di Stefano, tuo testimone, anch’io ero presente e approvavo e custodivo i vestivi di quelli che lo uccidevano” (Atti 22,20). Il racconto si conclude in preghiera, proprio all’affiorare della memoria del martirio di Stefano. E’ come se, in trasparenza, Paolo vedesse sul volto di Cristo il volto di Stefano, che prima di morire lo ha perdonato e benedetto e quella benedizione è dilagata nella sua vita di persecutore, rendendolo discepolo di Cristo e apostolo del Vangelo.
Paolo ricorda: quella volta, quando Stefano era aggredito ingiustamente, quando era travolto dalla violenza di tutti, in modo così ingiusto, io ero là, anch’io sono tra quelli che hanno ricevuto da Stefano una testimonianza d’amore. Anch’io sono tra quelli che Stefano ha benedetto, anch’io sono tra quelli che Stefano ha affidato alla misericordia di Dio. All’origine della nostra vita cristiana c’è qualcuno che ci ha voluto bene gratuitamente. La nostra vita cristiana è nata là, è radicata là, era già tutto seminato là, quando qualcuno ci ha amato gratuitamente.
 “Quando si versava il sangue di Stefano, tuo testimone, anch’io ero presente e approvavo e custodivo i vestiti di quelli che lo uccidevano” (22,17). A questo punto Paolo non ha più niente da aggiungere, il racconto si ferma qui, è arrivato al punto in cui ha chiarito l’origine della sua vocazione. E’ stato evangelizzato quando ancora era un nemico. E’ la radice della sua vita cristiana ed è la radice che già conteneva in sé tutto quello che è stato lo sviluppo successivo della sua vita. Fino a tutto quell’impegno teologico e pastorale al quale Paolo si è dedicato con tanta generosità.
Il martirio, accettato per amore di Cristo come una grazia, sarà sempre, lungo i secoli del cammino della Chiesa, il segno della maturità della vita cristiana. Morire perdonando, come il Maestro, vuol dire benedire e pregare per chi ci uccide. La gratuità di quell’amore, espressa nel sangue versato, diventa il seme fecondo di nuovi cristiani, come è accaduto a Paolo e a moltissimi altri dopo di lui. Anche oggi.

a cura di Sr Giuseppina Alberghina, sjbp

Publié dans : LETTURE DAGLI ATTI DEGLI APOSTOLI |le 10 novembre, 2010 |Pas de Commentaires »

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