Archive pour septembre, 2010

Job and His Wife

Job and His Wife  dans immagini sacre 15%20DURER%20JOB%20AND%20HIS%20WIFE

http://www.artbible.net/1T/job_c_relationships_trial/index_2.htm

Publié dans:immagini sacre |on 27 septembre, 2010 |Pas de commentaires »

LIBRO DI GIOBBE (commento)

metto un commento al libro di Giobbe perché la prima lettura di questa settimana – tranne mercoledì – è tratta da questo libro, dal sito:

http://www.parrocchiadibazzano.it/catechesi/letturaq/giobbe.pdf

Commento alla lettura quotidiana
 
LIBRO DI GIOBBE
 
Giobbe 1 
Giobbe è “un uomo integro e retto, che ha il timore del Signore e si astiene dal male” (1). Quest’uomo era “il più grande fra tutti i figli d’Oriente” (3). La sua vicenda si svolge fuori dalla Terra data dal Signore a Israele. Il raconto vuole dunque parlare al cuore dell’uomo, di ogni uomo, indipendentemente dalle sue appartenenze. Giobbe è un uomo felice perché possiede moltissimi beni. Dio infatti ha posto attorno a lui “una siepe” onde gli sia evitato ogni male (10). Nasce una domanda: vive Giobbe nel vero “timore di Dio”? E’ una domanda che Giobbe non aveva affrontato direttamente e, in genere, nemmeno noi! Ma “Satana (diavolo)”, cioè l’Avversario che vuole infangare l’opera di Dio mettendo in discussione che l’uomo sappia tenere con lui un rapporto “retto” cioè totalmente gratuito, il Satana dunque dà il via alla “grande prova”: vediamo se Giobbe serve Dio “gratis”, per amore! Allora a Giobbe viene tolto il bene dell’agricoltura (15-16), del commercio (17) e dei figli (19). Sono tutti beni o “doni” del Signore. Se il Signore “ha dato”, dice Giobbe, il Signore può anche togliere: sia benedetto il nome del Signore (21). In questo Giobbe non peccò, cioè non se la prese con Dio dandogli delle colpe! (22). 
 
Giobbe 2 
Distruggere Giobbe senza una ragione, per niente, “gratis”! (3). La scommessa tra Dio e Satana era questa: Vediamo se Giobbe serve Dio “gratis”! Dio allora è spinto da Satana a distruggere Giobbe senza una ragione, “gratis”! Nasce di qui tutta la “prova” raccontata nel libro di Giobbe. Non c’è dunque una motivazione “logica” in quello che capita a Giobbe (sarà questo invece il pensiero portato avanti in modo esasperante dai suoi tre amici).  La vita di Giobbe entra nella fase più “provata”. Dopo la sottrazione dei beni, egli viene “colpito/piagato” nella sua vita personale: ossa e carne (5). I suoi tre amici vengono a fare “lutto su di lui” considerato ormai come morto (essendo colpito/impuro). “Grande era il suo dolore” (13).  Ma Giobbe “non peccò con le sue labbra” (10). Cioè, non dichiarò Dio “colpevole” di quello che gli stava infliggendo. Resta però la domanda lancinante: Perché Dio agisce così? Darà egli “ragione” di quello che sta provocando? E’ questo che Giobbe vuole “sapere”. In realtà egli “non sa” … per questo incomincia a parlare. Ma le sue parole sono di uno che “non sa” … (42,3). 
 
Giobbe 3 
Giobbe accetta da Dio anche il male (2,10), ma “non sa”, cioè non gli è dato conoscere “la ragione” di quello che sta succedendo. L’avvio del capitolo terzo suggerisce che è il prolungamento della sua situazione di dolore a portarlo a questa amara decisione: Non voglio più vivere. O meglio: Non fossi mai nato! (3). Giorno e notte, stelle e luce, babbo e mamma … i grandi doni della bontà di Dio vengono “maledetti” e non più benedetti (Genesi 1). Giobbe vorrebbe non essere mai stato. “Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha l’amarezza nel cuore?” (20). Continua: “ … ad un uomo la cui via è nascosta” (23). Intende dire: Perché venire al mondo se poi non conosco il senso (“via nascosta”) del mio esistere? Non è forse Dio stesso che mi nega tutto ciò? (23). Giobbe 4-5 
Dice Elifaz, il primo amico che replica. Come si fa a tacere di fronte a quello che dici? Tu sei depresso! Una volta eri tu che insegnavi agli altri, ora la sventura è toccata a te (4,5). Perché? Prova a pensare alla tua vita: se sei caduto nella depressione è perché non hai più l’antica integrità e il timore del Signore (4,6-7). D’altra parte, “può il mortale essere giusto davanti a Dio?” (4,17). Quindi, a Dio devi rivolgerti. Sappi che è proprio lui che ti sta “correggendo” (5,17). Quanto tu hai insegnato agli altri, quanto noi abbiamo appreso da una parola notturna, da un “silenzio” (4,16) …e cioè che Dio rialza il misero, ebbene ora “ascoltalo tu e applicalo a te!” (5,26).   
 
Giobbe 6-7 
Replica Giobbe. La mia pena è grande, per questo le mie parole sono sconnesse e confuse (6,3). Non ce la faccio più! Morirò nell’angoscia senza pieta (di Dio!), ma io non ho rinnegato le sue parole (6,10). Almeno voi amici dimostrate pietà verso di me (6,14). Tutti mi hanno abbandonato.  Come fate a trovare peccato nelle mie parole? Provatemelo! Non ho forse ragione? (6,24ss). Credetemi: la mia giustizia c’è ancora tutta (6,29).  Però a me sono « toccati in eredità” (!) giorni e notti di dolore (7,1ss). Sono un soffio. Che almeno possa aprire la bocca, lamentarmi nell’amarezza della mia vita. Io non vivrò in eterno. E allora, Dio, lasciami vivere bene i miei pochi giorni. Perché mi stai appresso, mi scruti e non mi lasci nemmeno respirare? Se anche avessi peccato, perché mi bersagli così? (7,20). Piuttosto, cancella il mio peccato e lasciami vivere in pace quel po’ di vita che mi resta (7,21). 
 
Giobbe 8 
Interviene un altro amico, Bildad. Le tue parole, Giobbe, fanno solo del chiasso, come vento
impetuoso. Dio non cambia il suo modo di agire (suo diritto) per te, per la tua bella faccia! Se i tuoi figli sono morti, è segno che hanno peccato (1-4). E tu, cerca di essere puro e integro, vedrai che il Signore ti sarà nuovamente vicino (6). Prova a interrogare il passato, a riflettere sulle nostre tradizioni. Dicono che se uno dimentica Dio (13) è come una pianta di papiro che pretenda di crescere fuori dall’acqua. Se tu non vivi più nell’acqua della tua giustizia, come pretendi che Dio sia con te e ti faccia crescere? Tu lo sai bene: “Dio non rigetta l’uomo integro e non sostiene la mano dei malfattori” (20). Tira allora le tue conclusioni. 
 
Giobbe 9-10  Dice Giobbe. Chi non sa che Dio “non rigetta mai l’uomo integro”? Chi non sa che non si può aprire un contenzioso con lui? (9,3). Dio ha sempre ragione (9,20). Con lui non si può avere “dibattimento”. Ci vorrebbe una arbitro tra i due contendenti (9,33). Ma l’arbitro non c’è, anzi l’arbitro è lui stesso! L’unica mossa da fare è chiedere pietà (9,15). Posso soltanto “lamentarmi”, sfogare il mio dolore, continuare a chiedere ragione del perché mi assilla, mi scruta, mi getta nella povere, pur sapendo che sono innocente. Eppure Dio mi ha creato per amore! O … è per altro motivo che mi ha fatto vedere la luce? (10,8-13). Perché mi mette alla prova “gratis”, senza una ragione che io possa comprendere? Certo, Dio non mi “deve” una risposta! Allora io continuo a dire: perché mi hai fatto nascere? (10,18). “Lasciami, che io respiri un poco” (10,20), poi venga pure la morte! 
 
Giobbe 11 
Parla il terzo amico, Zofar. Giobbe è l’uomo delle parole, è un ciarlatano! Crede d’aver ragione perché parla molto! E cosa dice di spropositato? “Io sono innocente davanti a Dio” (4). E se si mettesse a parlare Dio stesso? Ti direbbe che con quello che ti ha mandato di mali, egli ha inteso “saldare” soltanto una parte delle tue colpe (5ss). Cosa vuoi o cosa pretendi di sapere riguardo alle scelte di Dio! (7ss). Piuttosto “dirigi il tuo cuore a Dio” (13), prega, purificati dal male che hai fatto e vedrai che Dio sarà con te: ti sentirai sicuro e ti riposerai tranquillo (18ss). 
 
Giobbe 12,1-13,12 
Parla Giobbe. Tutta la scienza di Dio è con voi, e con voi morirà! No, non morirà certamente. Anch’io ho intelligenza (cuore) e ve lo dimostro riprendendo per filo e per segno la vostra “bella lezione”! Sì, Dio sa tutto e può far tutto (12,5-25). Questo l’ho visto anch’io, l’ho udito e l’ho appreso (13,1).  Non dunque con voi che voglio parlare. Voglio parlare e discutere con Dio, l’Onnipotente (13,3). Ho pronta la mia “querela” e la mia difesa (13,6). Non sarete voi a difendere Dio, anche se vi costituite suoi avvocati (13,8). Ma come farete? Se Dio vi scruta, certamente vi redarguirà (13,10). Come potrete essere suoi difensori? Le vostre sentenze sono “cenere”, le vostre difese “argilla” (13,12). Il vostro “castello” di difesa non sta proprio in piedi davanti a Dio! 
 
Giobbe 13,13-14,22 
Voglio difendere la mia vita coi denti, costi quel che costi! Voglio mettere davanti a Dio la mia condotta. Lo so che non ho speranza: alla fine egli mi ucciderà, vincerà nel dibattimento. Ma almeno ho potuto parlare con lui, e questo sarà per me salvezza. Potrebbe infatti un empio parlare con lui? (13,13-16). Io so che sarò riabilitato (13,18), a condizione però che possa parlare in una situazione di pace: che Dio la smetta di pesare su di me con la sua mano. Inizia la difesa di Giobbe. Perché mi nascondi la tua faccia? Perché mi tratti come un nemico? Perché vai a scavare gli errori della mia giovinezza? Sono una foglia dispersa dal vento, mi consumo come legno tarlato. E tu, Dio, chiami a giudizio un essere così fragile? (14,3). Ma lascialo in pace, perché non c’è speranza per lui di ritornare in vita (14,7-12). Dà una misura, un limite alla tua “ira”. Se l’uomo ritornasse in vita! Accetterei tutto, aspetterei tutti i giorni della mia povera vita (14,14). Sarà così? Sarebbe bellissimo: allora “impallidiresti d’amore” per la tua creatura (14,15).  Ma ora la mia vita è dura, dal momento che stai misurando i miei peccati, li stai sigillando come in un sacchetto. E pesano tanto! Se tu non li dimentichi, io non potrò avere speranza (14,16-22).
 
Giobbe 25-27 
Per bocca di Bildad ritorna la provocazione di sempre: “Come può un uomo essere giusto davanti a Dio?” (25,4). L’uomo infatti è un verme!  In un primo momento Giobbe sembra non ascoltare la provocazione. Con linguaggio sapienziale egli stesso canta le grandezze di Dio, o meglio, le sue scelte/vie, cioè le sue opere. Di esse noi vediamo soltanto “i margini”, ne sentiamo “il sussurro”. Ma se Dio “tuonasse”, se manifestasse a pieno la sua potenza, cosa succederebbe? (26,14).  Ritorna poi sul cuore del problema e dice. Dio mi ha privato del mio diritto e ha amareggiato la mia vita, mentre io sono sempre rimasto integro davanti a lui. La coscienza non mi rimprovera nulla (27,1-6). Sia l’empio (e non io!) a subire il giudizio di Dio (27,13). La fortuna dell’empio infatti durerà poco (27,14-23). 
 
Giobbe 28 
Continua a parlare Giobbe. Certamente c’è un disegno di Dio, c’è una sapienza che guida il mondo e gli uomini. Ma come scoprire la sapienza? Dove abita? Qual è il suo “luogo”?  Per le grandi capacità espresse dall’uomo si sa dove si trovano i metalli preziosi (28,1-11), eppure “là” non si trova la sapienza. L’uomo conosce tutto, ma non conosce la via della sapienza, cioè il senso delle cose e della sua stessa vita (28,12.20). L’abisso, il mare, l’inventiva umana … dicono: “La sapienza non è in me, non è presso di me” (28,14). Dov’è allora la sapienza? “Dio soltanto conosce la via, egli soltanto conosce il luogo” (28,23). Dio soltanto (l’uomo no!) è sapiente ed esercita sapienza quando ordina splendidamente l’universo. Questa sapienza Dio non la trattiene gelosamente per sé, anzi la dona all’uomo. Come? Indicandone “la via”. E la via per avere in eredità tale dono è “il timore del Signore”. Il timore non è la paura di Dio, ma l’allontanarsi dal male e la ricerca rinnovata di venirne fuori (28,28).  

Giobbe 29-30 
Gli amici di Giobbe sono ormai ridotti al silenzio. Il dialogo/scontro ora è tra Giobbe e Dio stesso! Le parole di Giobbe sono accorate. Potessi ritornare al tempo in cui Dio “era con me” (29,5). Tempo non solo di fortuna personale, ma di aiuto al povero, di consolazione al misero, di paternità verso tutti, di guida spirituale per il popolo (29,5-25). Tempo benedetto!  Ora invece Dio “è contro di me” (30,1ss). Mi ha tolto la forza, mi ha abbattuto (30,11) sicché tutti lavorano per mandarmi in rovina (30,12). Ora io stesso sono distrutto “dentro” e così sono diventato “polvere e cenere” (30,19). Grido forte, ma tu non rispondi. Davvero tu sei “contro di me” (30,21). Ho capito che piano piano “mi conduci alla morte” (30,23). Aspettavo da te una “ricompensa” diversa per tutto quello che ho fatto di bene! spettavo il bene ed è venuto il male” (30,26). 
 
Giobbe 31 
L’arringa finale di Giobbe è puntuale e convincente. Espressa sotto forma di giuramento, recita così: “se ho fatto la tal cosa … mi succeda questo grande male!”.  Ecco dunque la sua difesa. Non ho agito con falsità (5). Non sono andato fuori strada nella mia condotta, non sono stato avido di beni e non ho intrigato per averli (7). Non sono stato adultero (9). Ho agito con equità verso i miei servi (13). Ho sempre aiutato i poveri, anzi ho condiviso la mia vita con loro (16). Nei tribunali ho difeso l’innocente, fosse anche povero (21). Non ho goduto dei miei beni al punto da farne il mio dio e la mia sicurezza (24). Non ho mai rinnegato Dio seguendo culti illeciti (26). Non ho gioito della disgrazia del mio nemico (29) e non ho mandato imprecazioni contro di lui (30). Sono stato ospitale: ho dato cibo e alloggio al povero (31-32). Non ho mascherato la mia colpa, chiuso nel mio orgoglio di clan, come di solito succede (33). Ho rispettato le leggi della Terra e ho pagato chi la lavorava (38). Ho finito … e ci metto la firma!  Ecco, ora tocca all’Onnipotente rispondere (35). Scriva le sue accuse. Sono certo di poter andare in giro, fiero del verdetto di vittoria!  Qui finiscono le parole di Giobbe (40). 
 
Giobbe 32-33 
I tre amici cessarono di replicare a Giobbe. Ha vinto lui: è lui il giusto, e non Dio! (32,1-2). Si comprende allora lo sdegno di Eliu sia contro Giobbe che si proclama giusto, sia contro i tre amici che non erano riusciti a “inchiodarlo” ed erano rimasti senza parole (32,2-5.12). Eliu, più giovane dei tre “saggi” che hanno tanto parlato, è pieno di “spirito” (32,18). Prende la parola a lungo (32-37). Parla da amico, anche lui fatto di terra (33,6).
Giobbe, tu non hai ragione! Ti dico che Dio è più grande dell’uomo (33,12). Dici che Dio non ti parla? In realtà ti parla. Lo fa nel sogno per ammonirti (33,15), lo fa col dolore e la malattia (33,19-22), lo fa quando tu lo supplichi (33,23ss), quando chiedi di essere perdonato e liberato da morte (33,27). Ecco, Dio fa così con l’uomo e lo fa sempre. Parla e interviene “per sottrarre l’anima sua dalla fossa e illuminarla con la luce dei viventi” (33,29-30). 
 
Giobbe 34-35 
Cerchiamo cos’è il bene (34,4). Giobbe ha detto: Io sono giusto e Dio mi fa torto (34,5). Ha detto ancora: Non giova all’uomo essere in grazia con Dio (34,9). No, dice Eliu, Dio non condanna un giusto (34,11). Il Giusto e il Potente potrebbe mai governare il mondo contro la stessa giustizia? Ma se Dio tace, se Dio non mostra la sua faccia (34,29) gli si può dire: Mostrami il tuo modo di giudicare, mostrami le tue scelte? (34,31s). Questo modo di parlare è “senza sapienza”, anzi è da “uomo empio” (34,36) che aggiunge al peccato anche la ribellione (34,37). Dio non ha alcun interesse se sei giusto, e non ha alcun danno se tu sei iniquo (35,6-7). Quindi non devi fartela con Dio! Guarda a te stesso e riconosci, per te stesso e in te stesso, che le cose non stanno così. Prendi atto della tua colpa, che è un parlare di Dio in modo “vano e senza conoscenza” (35,16). 

Giobbe 36-37 
C’è altro da dire in favore di Dio (e contro di te!). Dio è grande! Non lascia vivere l’iniquo, ma rende giustizia ai miseri (36,5s). Se a volte le cose vanno male al giusto, è perché Dio lo vuole correggere allontanandolo dall’iniquità in cui era caduto (36,10). Smetti dunque di parlare in modo empio! A che serve il tuo grido? (36,17ss). “Non volgerti all’iniquità, poiché per questo sei stato provato dalla miseria” (36,21). Dio è grande! Come possiamo pensare di conoscerlo veramente? Guida i popoli e l’universo in modo meraviglioso. Come possiamo pensare di comprendere il suo agire? (37,5).  Giobbe, ascolta e considera le meraviglie di Dio (37,14). Cosa sei tu? Cosa conosci? Cosa vuoi insegnare? Puoi forse aiutare Dio nella conduzione del mondo?  Giobbe, sta per arrivare la luce! Se il vento spaza le nuvole, tu vedrai la luce. Ricordati: Dio non opprime nessuno e non fa ingiustizia. Cerca di avere il timore di Dio e diventa saggio nel cuore (37,14-24). 
 
Giobbe 38-39 
Finalmento viene la “risposta” di Dio! (38,1). E’ la risposta di un Dio infinitamente “lontano”, infatti parla “avvolto nella tempesta”. Nello stesso tempo però è un Dio amorevolmente “vicino/presente” attraverso la cura quotidiana del creato.  Secondo lo stile letterario orientale, la risposta è fatta di continue “interrogazioni”. Dio “tace” sui problemi messi in campo da Giobbe. In questo, la sua risposta “delude”. Piano piano, però, porta Giobbe (e ogni uomo) “oltre”: fuori dalle sue domande irritate e dalle sue pretese di autogiustificazione, per porlo su un piano diverso, quello del vero “ascolto”, cioè della “visione/contemplazione” di Dio. Solo chi “vede” trova pace.  Dice dunque Dio. Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra? Dillo, dal momento che hai tanta intelligenza (38,4). Hai forse creato tu il mondo? E ora hai un qualche potere su di lui? Hai in tasca la sapienza? E della forza della morte, cosa sai? Certo, tu sai tutto! Allora, rispondi!  E cosa dire del mondo delle mie creature? Dov’è il tuo dominio sugli animali? Guarda l’asino selvatico (39,5), il bufalo (39,9), lo struzzo (39,13) … Sono gli animali più stupidi, ma sono
abbastanza furbi da sfuggire al tuo controllo. E il cavallo che ti dà di vincere in battaglia! Sei tu che gli dai forza? (39,19). Vedi quanti animali ti sfuggono e se la ridono della tua conoscenza e del tuo potere? (39,26-30). 
 
Giobbe 40-41 
Ha ancora qualcosa da obiettare il contestatore dell’Onnipotente? (40,2). No, risponde Giobbe. “Io non conto niente, non posso risponderti, anzi, mi tappo la bocca. Ho parlato troppo!” (40,4). E’ un’ammissione di sconfitta, che però non dà ancora vera pace.  Riprende Dio. Vuoi proprio farmi passare per malvagio, mentre tu saresti il giusto? (40,8). Oltre a non avere la conoscenza (38-39), tu non hai la potenza. “Hai tu un braccio come quello di Dio e puoi tuonare con una voce pari alla sua?” (40,9). Guarda la forza bruta, impersonata
dall’ippopotamo. Che ci puoi fare tu con la tua sola forza? (40,15-24). Guarda anche il Leviatan, mostro marino. “Nessuno sulla terra è pari a lui” (41,25). Esso è pura potenza: la perfezione della forza orgogliosa. Nessuno può resistergli sulla terra. E tu, che non puoi resistere ai questi “mostri”, vorresti resistere a me? Solo io posso loro resistere e domarli definitivamente. Solo io sono signore dell’universo e di quanto contiene. Perché non capisci? Perché non “vedi” tutto questo? Perché non abbandoni la prova di forza con me? Perché non ti fidi, tu che sei debole e pieno di paure? 
 
Giobbe 42 
Ora riconosco (dice Giobbe) e per questo “ho la conoscenza” che tu puoi tutto quello che vuoi. E quello che vuoi è meravigliosamente al di sopra e al di là della mia conoscenza e della mia potenza. Come si può dunque denigrare la tua volontà? Lo potrebbe fare uno che “non ha la conoscenza”. Io  stesso ho agito così e mi sono addentrato in cose che vanno soltanto “viste/contemplate”. Io invece le volevo “conoscere da me stesso e per me stesso” per esserne il sicuro e tranquillo possessore. Attraverso l’ascolto di quello che mi hai detto sono arrivato a “vedere te”: “I miei occhi (finalmente!) ti hanno visto!” (42,5). Ora io stesso ti ho visto, ora ho fatto esperienza di te, ora sono in comunione con te (42,5). Smetto di contestare, mi pento. Accetto la mia situazione di miseria, ridotto a “polvere e cenere”. Solo così trovo pace (42,6).  Gli amici di Giobbe sono usciti sconfitti dalla disputa (42,7). Giobbe invece è chiamato “mio servo” (42,8), cioè uno che ascolta e vive in comunione col suo signore. Proprio nella sua solitudine di “maledizione” e nella sua grande prova diviene intercessore per i suoi amici e per tutti (42,9). Per questo Dio “cambiò la sorte misera di Giobbe” (42,10). Allusione alla liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù di Babilonia per opera del “servo del Signore”? Allusione (per noi cristiani) alla morte e risurrezione di Gesù?

Publié dans:LETTURE DALL'ANTICO TESTAMENTO |on 27 septembre, 2010 |Pas de commentaires »

Omelia per il 27 settembre 2010

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16242.html

Omelia (28-09-2009) 
a cura dei Carmelitani

1) Preghiera

O Dio, che riveli la tua onnipotenza
soprattutto con la misericordia e il perdono,
continua a effondere su di noi la tua grazia,
perché, camminando verso i beni da te promessi,
diventiamo partecipi della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…

2) Lettura

Dal Vangelo secondo Luca 9,46-50
In quel tempo, sorse una discussione tra i discepoli, chi di essi fosse il più grande.
Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un fanciullo, se lo mise vicino e disse: “Chi accoglie questo fanciullo nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Poiché chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande”.
Giovanni prese la parola dicendo: “Maestro, abbiamo visto un tale che scacciava demoni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non è con noi tra i tuoi seguaci”. Ma Gesù gli rispose: “Non glielo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi”.

3) Riflessione

• Il testo s’illumina. Se precedentemente Luca ci aveva presentato il convergere degli uomini attorno a Gesù per riconoscerlo nella fede, per attendere all’ascolto e assistere alle sue guarigioni, ora, si apre una nuova tappa nel suo itinerario pubblico. La persona di Gesù non monopolizza più l’attenzione delle folle ma ci viene presentato come colui che lentamente viene sottratto ai suoi per andare verso il Padre. Tale itinerario prevede l’andata a Gerusalemme. E mentre sta per intraprendere un tale viaggio Gesù svela loro il destino che lo attende (9,22). Poi si trasfigura davanti a loro come a indicare il punto di partenza del suo «esodo» verso Gerusalemme. Ma subito dopo la luce sperimentata nell’evento della trasfigurazione, Gesù riprende nuovamente ad annunciare la sua passione lasciando i discepoli nell’incertezza e nel turbamento. Le parole di Gesù sull’evento della sua passione, «il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini», incontrano nei discepoli incomprensione (9,45) e silenzioso timore (9,43).
• Gesù prende un bambino. L’enigma della consegna di Gesù scatena una disputa tra i discepoli per decidere a chi spetterà il primo posto. Senza che venga richiesto il suo parere Gesù, che come Dio stesso legge nei cuori, interviene con un gesto simbolico. In un primo momento prende un bambino e lo pone accanto a sé. Tale gesto è indizio di elezione, privilegio che si estende al momento in cui si diventa cristiani (10,21-22). Perché il gesto non resti nella sua incertezza Gesù fa seguire una parola di spiegazione: non si pone l’enfasi sulla «grandezza» del bambino ma nella sua inclinazione all’«accoglienza». Il Signore considera «grande» chi come il bambino sa accogliere Dio e i suoi messaggeri. La salvezza presenta due aspetti: l’elezione da parte di Dio e che viene simboleggiata dal gesto di Gesù che accoglie il bambino: e l’accoglienza di colui che lo ha inviato, il Padre, di Gesù (il Figlio) e di ogni uomo. Il bambino incarna Gesù e tutti e due insieme, nella loro piccolezza e sofferenza realizzano la presenza di Dio (Bovon). Ma i due aspetti della salvezza sono indicativi anche della fede: nel dono dell’elezione emerge l’elemento passivo; nel servizio, quello attivo; due pilastri dell’esistenza cristiana. Accogliere Dio o Cristo nella fede ha come conseguenza l’accoglienza totale del piccolo da parte del credente o della comunità. L’«essere grandi» di cui discutevano i discepoli non è una realtà dell’al di là, ma riguarda il momento presente e si esprime nella diaconia del servizio. L’amore e la fede vissuta svolgono due funzioni: siamo accolti da Cristo (prendere il bambino); ma anche abbiamo il dono singolare di riceverlo («chi accoglie il bambino, accoglie lui, il Padre», v.48). Segue poi un breve dialogo tra Gesù e Giovanni (vv.49-50). Quest’ultimo discepolo è annoverato tra gli intimi di Gesù. L’esorcista che non appartiene alla cerchia degli intimi di Gesù è affidato lo stesso ruolo che viene dato ai discepoli. È un esorcista che da un lato, è esterno al gruppo, ma dall’altro, si trova all’interno perché ha compreso l’origine Cristologica della forza divina che lo guida («nel tuo nome»). L’insegnamento di Gesù è chiaro: un gruppo cristiano non deve ostacolare l’attività missionaria di altri gruppi. Non ci sono cristiani più «grandi» degli altri, ma si è «grandi» nell’essere e diventare cristiani. E poi l’attività missionaria deve essere al servizio di Dio e non per accrescere la propria notorietà. È cruciale quell’inciso sulla potenza del nome di Gesù: è un allusione alla libertà dello Spirito Santo, la cui presenza è certa all’interno della chiesa, ma può estendersi al di là dei ministeri istituiti o ufficiali.

4) Per un confronto personale

• Tu, in quanto credente, battezzato, come vivi il successo e la sofferenza?
• Che tipo di n«grandezza» vivi nel tuo servizio alla vita, alle persone? Sei capace di trasformare la concorrenza in cooperazione?

5) Preghiera finale

Rendo grazie al tuo nome
per la tua fedeltà e la tua misericordia.
Nel giorno in cui t’ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza. (Sal 137) 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 septembre, 2010 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini...buona notte...e 1223

Nautilocalyx lynchii

http://toptropicals.com/html/toptropicals/catalog/photo_db/N.htm?NumPerPage=20&NumPerLine=4&listonly=0&first=20

Publié dans:immagini...buona notte...e |on 25 septembre, 2010 |Pas de commentaires »

commento di Papa Benedetto XVI alla parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro

dal sito:

http://www.sanpaolo.org/fc07/0715fc/0715fc08.htm

UN CAPITOLO DEL NUOVO LIBRO DI BENEDETTO XVI

LA SALVEZZA DEL POVERO

La parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro va letta nel contesto dei Salmi. E rivela che da Dio proviene l’autentica sapienza.

Quella che consola e che redime.

Arriva il libro tanto atteso, quello che il Papa firma « Joseph Ratzinger – Benedetto XVI », quello scritto dal teologo che è diventato Papa, quello che lui stesso ha autorizzato a discutere, quello sul quale non c’è alcun vincolo di Magistero pontificio. Il Papa delle parole regala parole al compimento degli ottant’anni e di due anni di pontificato. E mette in pagina l’argomento fondamentale: il Gesù della fede e del Vangelo non è altra cosa dal cosiddetto Gesù storico. Gesù è una persona, non è un mito, è un uomo con il quale è possibile stabilire una grande amicizia. Altre volte Joseph Ratzinger ha scritto di Gesù e lo ha sempre fatto per sgombrare il campo dalle espressioni riduttive, ideologiche, inquinate da messianismo irragionevole o dalle incrostazioni del tempo. Il suo è un racconto appassionato di una vicenda che attorno a Gesù vede tanti personaggi, a cui Gesù offre compagnia e amicizia e che diventano esempi e simboli di opere, idee, riflessioni. Dal libro Gesù di Nazaret, scritto da Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, anticipiamo un brano del settimo capitolo, « Il messaggio delle parabole ». Il volume (448 pagine, 19.59 euro) è pubblicato dalla Rizzoli che, per incarico della Lev (Libreria Editrice Vaticana), ne ha curato anche la vendita dei diritti nel mondo.

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commento di Papa Benedetto XVI alla parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro
  
La parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31) In questa storia ci troviamo un’altra volta di fronte a due figure contrastanti: il ricco che gozzoviglia nella sua agiatezza e il povero che non può nemmeno afferrare i bocconi che i ricchi crapuloni buttano dal tavolo, i pezzetti di pane con cui i commensali, secondo il costume del tempo, si pulivano le mani e che poi buttavano via. I Padri, in parte, hanno inquadrato anche questa parabola nello schema dei due fratelli applicandola al rapporto tra Israele (il ricco) e la Chiesa (il povero Lazzaro), perdendo però in questo modo la tipologia completamente diversa che qui è in gioco.
Lo si vede già nella differente conclusione. Mentre i testi sui due fratelli restano aperti, terminando come domanda e invito, qui viene descritta la fine irrevocabile di entrambi i protagonisti.
Come sfondo che schiude a noi la comprensione di questo racconto dobbiamo considerare la serie di Salmi nei quali si leva a Dio il lamento del povero che vive nella fede in Dio e nell’obbedienza ai suoi comandamenti ma conosce solo sventura, mentre i cinici che disprezzano Dio passano da un successo all’altro e godono tutta la felicità della terra. Lazzaro fa parte di quei poveri, la cui voce udiamo per esempio nel Salmo 44: «Ci hai resi la favola dei popoli, su di noi le nazioni scuotono il capo. [...]Per te ogni giorno siamo messi a morte, stimati come pecore da macello» (v. 15-23; cfr. Rm 8,36). L’antica sapienza di Israele si fondava sul presupposto che Dio premia il giusto e punisce il peccatore, che cioè al peccato corrisponde l’infelicità e alla giustizia la felicità. Almeno dal tempo dell’esilio, questa sapienza era entrata in crisi.
Non solo Israele come popolo nel suo insieme pativa più dei popoli che lo circondavano, che lo avevano costretto all’esilio e lo opprimevano, anche in ambito privato diventava sempre più evidente che il cinismo è vantaggioso e che, in questo mondo, il giusto è destinato alla sofferenza. Nei Salmi e nella tarda letteratura sapienziale assistiamo alla faticosa ricerca di sciogliere questa contraddizione, a un nuovo tentativo di diventare «saggi», di comprendere la vita in modo corretto, di trovare e intendere in modo nuovo Dio, che sembra ingiusto o del tutto assente.
Uno dei testi più penetranti di questa ricerca, il Salmo 73, sotto certi aspetti può essere considerato come lo sfondo culturale della nostra parabola. Vediamo quasi stagliarsi innanzi a noi la figura del ricco epulone, del quale l’orante – Lazzaro – si lamenta: «Ho invidiato i prepotenti, vedendo la prosperità dei malvagi. Non c’è sofferenza per essi, sano e pasciuto è il loro corpo. Non conoscono l’affanno dei mortali [...]. Dell’orgoglio si fanno una collana [...]. Esce l’iniquità dal loro grasso [...]. Levano la loro bocca fino al cielo [...]. Perciò seggono in alto, non li raggiunge la piena delle acque. Dicono: « Come può saperlo Dio? C’è forse conoscenza nell’Altissimo? »» (Sal 73,3-11).

Il giusto sofferente guarda Dio

Il giusto che soffre e vede tutto ciò corre il pericolo di smarrirsi nella sua fede. Davvero Dio non vede? Non sente? Non lo preoccupa la sorte degli uomini? «Invano dunque ho conservato puro il mio cuore [...]poiché sono colpito tutto il giorno, e la mia pena si rinnova ogni mattina. [...]Si agitava il mio cuore» (Sal 73,13s.21). Il cambiamento improvviso sopraggiunge quando il giusto sofferente nel santuario volge lo sguardo verso Dio e, guardandolo, allarga la sua prospettiva. Adesso vede che l’apparente intelligenza dei cinici ricchi di successo, osservata alla luce, è stupidità: questo genere di sapienza significa essere «stolti e non capire», essere «come una bestia» (cfr. Sal 73,22). Essi rimangono nella prospettiva delle bestie e hanno perduto la prospettiva dell’uomo che va oltre l’aspetto materiale: verso Dio e la vita eterna.
A questo punto ci tornerà alla memoria un altro Salmo, in cui un perseguitato dice alla fine: «Sazia pure dei tuoi beni il loro ventre, se ne sazino anche i figli [...]. Ma io per la giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua presenza» (Sal 17,14s). Qui si contrappongono due generi di sazietà: la sazietà dei beni materiali e il saziarsi «della tua presenza», la sazietà del cuore mediante l’incontro con l’amore infinito. «Al risveglio», ciò rimanda, in definitiva, al risveglio alla vita nuova, eterna, ma si riferisce anche a un «risveglio» più profondo già in questo mondo: il destarsi alla verità, che già fin d’ora dona all’uomo una nuova sazietà.
Di questo destarsi nella preghiera parla il Salmo 73. Ora, infatti, l’orante vede che la tanto invidiata felicità dei cinici è solo «come un sogno al risveglio»; vede che il Signore, quando sorge, fa «svanire la loro immagine» (Sal 73,20). E adesso l’orante riconosce la vera felicità: «Ma io sono con te sempre: tu mi hai preso per la mano destra. [...] Chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra. [...] Il mio bene è stare vicino a Dio» (Sal 73,23.25.28).
Queste non sono soltanto belle parole per far sperare nell’aldilà, bensì è il destarsi alla percezione della vera grandezza dell’essere uomo, della quale naturalmente fa parte anche la vocazione alla vita eterna.

Ogni invidia è superata

Con ciò solo apparentemente ci siamo allontanati dalla nostra parabola. In realtà, con questa storia il Signore ci vuole introdurre proprio nel processo del «risveglio» che ha trovato la sua espressione nei Salmi. Non si tratta di una condanna meschina della ricchezza e dei ricchi, generata dall’invidia. Nei Salmi su cui abbiamo brevemente riflettuto ogni invidia è superata: anzi, all’orante si rende ovvio che l’invidia per questo genere di ricchezza è stolta, perché egli ha conosciuto il vero bene.
Dopo la crocifissione di Gesù incontriamo due uomini benestanti – Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea – che hanno trovato il Signore e sono persone che stanno «risvegliandosi». Il Signore ci vuole condurre da un’intelligenza stolta alla vera sapienza, ci vuole insegnare a riconoscere il vero bene. E così, anche se ciò non si trova nel testo, possiamo in base ai Salmi dire che il ricco epulone già in questo mondo era un uomo dal cuore vuoto, che nei suoi stravizi voleva solo soffocare il vuoto che era in lui: nell’aldilà viene solo alla luce la verità che era ormai presente anche nell’aldiqua. Naturalmente questa parabola, risvegliandoci, è al contempo anche un’esortazione all’amore che dobbiamo donare ora ai nostri fratelli poveri e alla responsabilità nei loro confronti – su ampia scala, nella società mondiale – così come nell’ambito ridotto della nostra vita di tutti i giorni.

La richiesta di segni

Nella descrizione dell’aldilà, che segue poi nella parabola, Gesù si attiene ai concetti correnti nel giudaismo del suo tempo. Pertanto non è lecito forzare questa parte del testo: Gesù adotta gli elementi immaginifici preesistenti senza con questo elevarli formalmente a suo insegnamento sull’aldilà. Approva, tuttavia, chiaramente la sostanza delle immagini. Pertanto non è privo d’importanza il fatto che Gesù riprenda qui le idee dello stato intermedio tra morte e risurrezione, che ormai erano diventate patrimonio comune del giudaismo. Il ricco si trova nell’Ade come luogo provvisorio, non nella «geenna» (l’inferno), che è il termine per lo stato definitivo.
Gesù non conosce una «risurrezione nella morte». Ma, come detto, non è questo il vero insegnamento che il Signore ci vuole trasmettere con questa parabola. Come ha illustrato in modo convincente Jeremias, si tratta piuttosto, in un secondo vertice della parabola, della richiesta di segni.
L’uomo ricco dice dall’Ade ad Abramo quello che, allora come oggi, tanti uomini dicono o vorrebbero dire a Dio: se vuoi che ti crediamo e che conformiamo la nostra esistenza alla parola di rivelazione della Bibbia, allora devi essere più chiaro. Mandaci qualcuno dall’aldilà che ci possa dire che è davvero così. Il problema della richiesta di segni – la pretesa di una maggiore evidenza della rivelazione – pervade l’intero Vangelo. La risposta di Abramo, come, al di fuori della parabola, quella di Gesù alla richiesta di segni da parte dei suoi contemporanei, è chiara: chi non crede alla parola della Scrittura, non crederà nemmeno a uno che venga dall’aldilà. Le verità più sublimi non possono essere costrette alla stessa evidenza empirica che, appunto, è propria solo della dimensione materiale.
Abramo non può mandare Lazzaro nella casa paterna dell’uomo ricco. Ma ora ci viene in mente una cosa che ci colpisce. Pensiamo alla risurrezione di Lazzaro di Betania, narrata nel Vangelo di Giovanni. Che cosa succede? «Molti dei Giudei [...]credettero in lui», ci racconta l’evangelista. Vanno dai farisei e riferiscono l’accaduto. Il Sinedrio si riunisce per discuterne. La faccenda, in quella sede, viene considerata sotto l’aspetto politico: un movimento del popolo, che può risultarne, potrebbe chiamare in causa i romani e generare una situazione pericolosa. Così si decide di uccidere Gesù: il miracolo non porta alla fede bensì all’indurimento (Gv 11,45-53). 

Omelia, commento alla seconda lettura : 1Tm 6, 13-14

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/10680.html

Omelia (30-09-2007) 
Eremo San Biagio

Commento su 1Tm 6,13-14

Dalla Parola del giorno
Al cospetto di Dio che dà la vita a tutte le cose e di Gesù Cristo che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Pilato, ti scongiuro di conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo.

Come vivere questa Parola?
S.Paolo ha incoraggiato il suo discepolo e collaboratore a « combattere la buona testimonianza della fede ». Timoteo, infatti, ha già « professato la sua fede davanti a molti testimoni ». Proprio riconoscendogli questo atteggiamento di fondo, S.Paolo gli scrive un invito solenne, alla presenza di Dio Padre e di quel Gesù che professò il suo pieno affidarsi al padre davanti a Pilato. Ecco, addirittura lo « scongiura a conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento » fino alla definitiva venuta di Gesù nella gloria. Ma a quale comandamento S.Paolo precisamente allude? Proprio a quello che concerne la vera fede in un Dio che, talmente ci ama da aver mandato il Figlio Unigenito per la nostra salvezza. La fede, infatti, è vera se, come diceva un grande mistico della nostra epoca, Divo Barsotti, è fede nell’AMORE. Però il comandamento qui si allarga. Se credo che Dio, per il Primo, mi ha amato e sempre mi ama, io sono chiamato ad amare. Il comandamento è, in sostanza, il comando di vivere una « fede operante nell’amore », cioè di vivere, giorno dietro giorno, il precetto della carità.

Nella pausa contemplativa, memorizzo l’invito di Paolo a vivere tendendo « alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza » (v.11) e mi soffermo sulla chiave di tutti questi atteggiamenti virtuosi che è proprio il credere all’AMORE, impegnandomi poi ad amare.

Signore, ti prego, concedimi il dono di una robusta fede nel tuo amore, una fede dentro i miei giorni feriali (oltre che festivi) perché sempre e in qualsiasi situazione, per tua grazia, io professi il tuo amore esprimendo gesti di amore.

La voce della Patrona d’Italia
Voi non siete fatti d’altro che d’amore.
S. Caterina da Siena 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 25 septembre, 2010 |Pas de commentaires »

Omelia (26-09-2010) : Dio e la ricchezza: bastonata nr. 2

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/19421.html

Omelia (26-09-2010) 
don Alberto Brignoli

Dio e la ricchezza: bastonata nr. 2

Quando il Caravaggio, nel 1599, dipinge la Vocazione di Matteo per la chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma, rappresenta uno dei compagni dell’apostolo seduti con lui al banco delle imposte mentre fissa le monete riscosse indossando un paio di occhiali, quasi accecato dalla visione del denaro. È solo un’immagine pittorica; ma dice bene ciò che Luca vuol trasmettere anche con un brano di Vangelo come quello di quest’oggi, ovvero che la ricchezza acceca, impedisce all’uomo che ne è in possesso di vedere con occhi limpidi il mondo che lo circonda: e ciò che è peggio, lo trasforma nell’uomo delle tenebre, colui che nell’oscurità e nell’oscuramento delle proprie azioni si sente talmente a suo agio che nel momento delle tenebre fa addirittura emergere il suo senso di umanità.
È la sottile ironia di Luca, quando – attraverso il racconto di Gesù – mette in bocca al ricco vestito di porpora e lino finissimo parole di pietà e misericordia solo nel momento in cui si trova nello Sheol, il Regno dei morti. Gretto e meschino nella vita di fronte al povero della porta accanto, questo ricco si dimostra signore dall’animo nobile e magnanimo nel mondo delle tenebre. Ma è ormai troppo tardi. E poi, nobile e magnanimo con chi? Con i suoi simili, i suoi cinque fratelli (con lui erano sei… interessante… non riescono nemmeno ad arrivare al numero sette della perfezione… del resto, che perfezione vuoi che abbia la ricchezza?!): con chi è diverso da lui, con il povero Lazzaro, nobiltà e magnanimità zero, anche dopo la morte.
Anzi: il povero continua a « servirgli », gli è utile a non provare più il tormento della sete, e allora ordina ad Abramo di mandarglielo giù, negli inferi, con una goccia d’acqua. Come se Abramo fosse il suo maggiordomo che manda uno della servitù a fargli il servizio più umile… del resto, abituato com’era a farsi servire e riverire, non cambierà mai nemmeno da morto!
Ma cos’ha fatto questo ricco per finire nel mondo delle tenebre? Perché Gesù giunge a raccontare una parabola così drammatica e che sembra non lasciare scampo ai ricchi? Va detto che Gesù racconta questa parabola (come Luca dice al versetto 14) per i farisei che, attaccati al denaro, si burlavano di lui, dopo aver ascoltato dal Maestro la frase finale del vangelo di domenica scorsa: « Non potete servire Dio e la ricchezza ». Gesù li conosce bene, e sa altrettanto bene che i farisei credevano molto alla resurrezione dai morti e all’Aldilà, visto come luogo in cui in anima e corpo si poteva portare a piena perfezione quanto operato nella vita. Se quindi un uomo benedetto da Dio aveva accumulato ricchezze nella vita terrena, quanto più in quella futura. Immaginiamoci la reazione dei farisei di fronte a una parabola in cui Gesù parla dell’ Altro Mondo come luogo in cui le situazioni terrene non solo non rimangono identiche, ma addirittura si ribaltano e – secondo la più classica delle teorie del contrappasso (di cui Seneca prima e Dante poi ci danno stupendi esempi letterari) – chi nella vita ha ricevuto beni, nell’Aldilà è fra i tormenti e chi nella vita ha ricevuto mali, nell’Altro Mondo è consolato. D’accordo: questa legge del contrappasso possiamo forse comprenderla nell’ottica di una giusta retribuzione per le cattive opere compiute o subite nella vita terrena. Ma questo ricco, che male ha fatto? E il povero Lazzaro, che male ha subito? La parabola non dice assolutamente nulla dei loro buoni o cattivi comportamenti o dei torti da loro commessi o subiti…
La questione sta proprio lì: ciò che provoca il torto, commesso o subito, non è altro che la ricchezza stessa, che (come già domenica scorsa) il Vangelo ci dice non avere in sé nulla di buono, e la definisce disonesta. Soprattutto quando arriva ad accecare chi la possiede, come il ricco della parabola di oggi. Il quale ha tutto: ricchezze, abiti di prima qualità, cibo in quantità e banchetti quotidianamente succulenti. Ha proprio tutto. Ha pure un povero, fuori dalla sua porta: un povero che sembra quasi una sua proprietà, come un cono d’ombra che in questo meraviglioso dipinto della sua ostentata ricchezza mette ancor di più in luce la sua magnificenza.
Ha tutto, ma gli manca una cosa, che invece il povero ha: un nome. Ovvero, un’identità, una dignità, una percezione precisa di chi egli è nella vita: ha tutto, ma non è nessuno. Il povero, invece, non ha nulla, ma è qualcuno, è Lazzaro, che assurdamente significa « Dio aiuta ». Assurdo per il ricco, e per i farisei da lui rappresentati; assurdo – per loro – che Dio corra in aiuto di una persona che esteriormente non mostra alcun segno meritevole di rispetto. Per coprirsi, non ha vestiti, ma piaghe. Per mangiare, non ha cibi, ma briciole che cadono dalla tavola dei potenti. Per curarsi, non ha medici, ma un branco di cani che leccano le sue ferite e che così mostrano a lui la pietà e la misericordia che altri non hanno. Assurdo, che un uomo dalla visione così poco piacevole stia alla porta della lussuosa villa del ricco: meglio farlo sparire dalla vista! Via i poveri dalle piazze, sono brutti da vedere, sono un fastidio per la vista! Ma per quale vista? Per quella dei ricchi già accecati dalle loro ricchezze e che si accorgono di appartenere all’umanità solo quando sono nel mondo delle tenebre? Attenti, perché Dio vede bene! E ascolta bene, soprattutto il grido del povero. Ci pensa lui, sì, a toglierlo dalla vista del ricco, per farlo portare dagli angeli accanto ad Abramo. Così il ricco potrà continuare a banchettare senza una spina nel fianco, e vivere a lungo felice e contento!
Ma…toh: muore anche il ricco! Con tutti i suoi beni non ha potuto impedire alla vita di fare il suo corso. E la cosa più strana è che i suoi beni non sono andati nel mondo di là con lui! Di lui si sa solo che fu sepolto: una bella pietra sopra ed è tutto finito! Magari! Se la sarebbe goduta per tutta la vita finché ha potuto, per cui tutti lo direbbero beato! E invece non finisce lì. Anche lui va nell’Altro Mondo (i farisei lo sanno bene, perché ci credono): e là, non lo aspettano i suoi beni, ma solo tenebre e tormenti.
Però finalmente gli si aprono gli occhi, e gli si aprono bene: perché vede di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Finalmente il ricco vede anche il povero! Ed inizia a fare ciò che nella vita non ha mai fatto: grida. I suoi canti di gioia e baldoria si trasformano in disperati gridi di dolore. Ed osa ciò che non ha mai osato: chiamare Abramo « Padre », e soprattutto chiamare « quel povero là » per nome, Lazzaro. Scusa, ma allora…lo conosceva bene, anche di nome! Sapeva chi era, nella vita terrena! Allora non era cieco: ci vedeva bene, ma non voleva vederlo, perché gli dava fastidio! Peggio ancora: questo ricco sapeva chi era e dove viveva il povero, e per lui non ha fatto nulla! È proprio finita: non c’è possibilità di riscatto. Altro che improbabili e disperate richieste di misericordia finale, anche solo da « punta del dito a bagnarmi la lingua » (della serie: « Ti prometto, non chiederò nulla di più! »).
Ma Dio non dimentica: e Abramo invita il ricco (ha la memoria un po’ corta, non solo la vista) a « ricordarsi » come stavano le cose nella vita. Adesso tutto si è ribaltato. Per di più, il « grande abisso » del giudizio di Dio non si può più percorrere, è definitivamente chiuso: sentenza inappellabile, anche in Corte di Cassazione! E non c’è amnistia che tenga. Nemmeno per i cinque fratelli, a cui il ricco (preso solo adesso da sentimenti di pietà) vorrebbe inviare Lazzaro (continua a volerlo utilizzare, ‘sto sfacciato!) perché « li ammonisca severamente e non vengano anch’essi in quel luogo di tormento »! Abramo taglia corto con questi tardivi ed inutili sprazzi di pietismo: « Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro ». Profeti, Legge di Mosè e Sapienza formavano la Bibbia dell’israelita: ai cinque fratelli ricchi la Sapienza manca, d’accordo, ma hanno Mosè e i Profeti. Se leggono almeno quelli, qualcosa possono iniziare a capire e potrebbero aprire gli occhi prima del tempo. Non servono a niente le apparizioni miracolistiche di defunti e nemmeno le rievocazioni di spiriti e fantasmi a far cambiare la testa a chi non vuol cambiarla, o a far aprire gli occhi a chi non vuole aprirli. « Se a me Dio dicesse di persona o con un segno cosa devo fare o come comportarmi nella vita, lo ascolterei. Ma così… »: mi sembra di sentirli, il ricco e i suoi cinque fratelli (amici delle energetiche « Sette Sorelle »?) a giustificare la propria opulenza e la propria inezia di fronte alle necessità dei fratelli più poveri…
Che mondo disumano, quello creato dalla ricchezza! Quando finirà tutto questo? Non c’è speranza, pare.
Ma non è così. La parabola è fin troppo chiara. Ancor più, lo è la frase finale della lettura di Amos: « Cesserà l’orgia dei dissoluti ».
E per di più, questa sentenza di Dio sulla ricchezza è inappellabile. 

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