Evangelizzare o testimoniare? Il caso di Paolo negli Atti degli Apostoli

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Evangelizzare o testimoniare? Il caso di Paolo negli Atti degli Apostoli     

Partendo dalla costatazione che nel libro degli Atti il vocabolario della testimonianza è più esteso di quello dell’evangelizzare, mi chiederò quale è il rapporto tra i due campi semantici, paragonando Pietro e Paolo, per vedere se la testimonianza di Paolo ha lo stesso oggetto, lo stesso status e la stessa funzione per il narratore degli Atti (Nr). Vedendo come egli struttura la testimonianza, cercherò di trarne le conseguenze per noi oggi.

Le componenti della testimonianza

1. Componenti definite da Gesù stesso

Tutti i commentatori ammettono che, negli Atti e in tutte le sue componenti, la testimonianza va definita da Gesù: «Lo Spirito Santo verrà su di voi e riceverete da lui (la) forza per essermi testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea, nella la Samaria e fino all’estremità della terra» (At 1,8). La formula mette in risalto il legame tra Gesù e i testimoni. Il pronome greco «di me» è allo stesso tempo un genitivo di origine — gli apostoli sono testimoni perché costituiti e dichiarati tali da Gesù —, un genitivo soggettivo — perché Gesù è più che mai il loro signore —, e un genitivo oggettivo — perché parleranno di lui. Certo, l’enunciato non dispiega chiaramente il contenuto della testimonianza, ma siccome si tratta di un esordio, tutto rimane ancora conciso e sfocato.
Che Gesù abbia anche fissato l’estensione della testimonianza, At 1,8 lo indica palesemente. Gesù dice che la testimonianza deve estendersi fino ai confini della terra, e così determina e definisce ciò che oggi chiamiamo la missione. Inoltre, il suo contenuto è radicalmente cristologico: la testimonianza (riguardante Gesù) costituisce la finalità della missione, e la sua estensione diventa uguale a quella del Vangelo1.
Oltre a fissare l’oggetto e l’estensione della testimonianza, Gesù stabilisce la condizione senza la quale essa non può essere effettuata, cioè il dono dello Spirito: quanto alla testimonianza, la competenza viene dal ricevere lo Spirito Santo. E che la testimonianza dipenda da questo dono, Pietro stesso lo riconosce e lo ribadisce spesso2. Certo, in At 1,8, il lettore non può ancora sapere perché lo Spirito deve dare forza — e non brillanti doti retoriche — per testimoniare: lo sfondo di violenza e di persecuzione giustificherà man mano la scelta del vocabolo. Solo la forza dello Spirito potrà venire in aiuto alla fragilità di quelli devono essere testimoni di fronte a potenze e autorità contrarie, che non esiteranno a perseguitare, persino a mettere a morte i testimoni di Gesù (At 7).

2. Componenti ben note dai discepoli

Senza accontentarsi di notare che Gesù risorto stesso ha elencato le componenti della testimonianza — seppure di maniera incoativa —, il racconto insiste anche sul fatto che i discepoli hanno ben colto il messaggio del loro Signore. La prima cosa che Pietro chiede ai compagni è di procedere alla sostituzione di Giuda (At 1,15-26). Nel discorso che rivolge loro, egli dice: «Bisogna che tra coloro che furono con noi per tutto il tempo in cui il Signore Gesù è stato nostro capo, incominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di tra noi assunto (in cielo), uno divenga, insieme a noi, testimone della sua risurrezione» (v.21-22). Ovviamente, la condizione previa — e per ciò segnalata anteriormente alla testimonianza — è di essere stato con Gesù fin dall’inizio, di aver visto ciò che ha fatto e sentito ciò che ha detto: non basta quindi essere divenuto suo seguace poco prima della sua Passione o averlo visto risorto, per appartenere al gruppo dei Dodici. Ma questa condizione, espressa in uno stile poco scorrevole, sbocca nel punto decisivo, cioè la necessità di avere dei testimoni della risurrezione di Gesù, per annunziarla. Così va enunciata un altra condizione essenziale della testimonianza riguardante Gesù: la sua pluralità o, più esattamente, il suo carattere collegiale. Dall’essere o camminare insieme si passa al testimoniare insieme. L’uomo scelto per sostituire Giuda non lo è per testimoniare da solo, ma per testimoniare con gli altri della risurrezione del Signore. Pero, la testimonianza non deve essere soltanto plurale o molteplice — come se un più grande numero dovesse essere più affidabile — ma anche convergente, perché viene da un gruppo di compagni.
Il giorno della Pentecoste, lo stesso Pietro ripeta ciò che ha anteriormente detto, cioè che loro sono testimoni della risurrezione di Gesù (At 2,32). Qui, per la prima volta, va chiaramente enunciato da un discepolo il rapporto tra risurrezione, invio dello Spirito e testimonianza: essendo risorto e avendo ricevuto lo Spirito, Gesù lo ha effuso sui apostoli, dando loro la possibilità di testimoniare della sua risurrezione.
Come lo si vede, la conoscenza che Pietro ha delle condizioni e componenti (cioè del processo) della testimonianza indica che lo Spirito ha operato come lo doveva, rendendo competenti e capaci i discepoli finora impauriti. Inoltre, per Pietro in At 2, l’effusione dello Spirito non è solamente ciò che permette di testimoniare; i suoi effetti — profezie, parlare in altre lingue, ecc. — descritti dal narratore nel v.4-12 ed elencati da Pietro nei v.16-20, costituiscono una prova maggiore della risurrezione di Gesù; profetizzando per mezzo dello Spirito ricevuto in abbondanza, gli apostoli testimoniano della vittoria e della signoria di colui che era stato crocifisso. La profezia è più che mai testimonianza.
Ma deve essere sottolineato che Pietro e gli altri non si accontentano di testimoniare: dicendo perché lo fanno, dimostrano di sapere perché lo fanno. In altri termini, nella prima parte del libro degli Atti, la testimonianza include una conoscenza delle sue condizioni, delle sue componenti e della sua finalità; così, il dichiararsi testimoni fa parte del testimoniare.
Quanto all’oggetto del loro testimoniare, è quasi esclusivamente la risurrezione di Gesù, almeno fino al cap. 13:
At 1,22 Pietro: «(occorre che l’uno…) sia con noi testimone della sua risurrezione» At 2,32 Pietro: «Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni» At 3,15 Pietro: «Dio l’ha risvegliato dai morti, noi ne siamo testimoni» At 4,33 il narratore: «con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù».
At 5,32 Pietro: «di questi fatti [la risurrezione] noi siamo testimoni e lo Spirito…»
At 10,41s Pietro: «[Gesù risorto visibile] non a tutto il popolo ma a testimoni prescelti da Dio .. e ci ha ordinato di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio» At 13,31 Paolo: «Egli si fecce vedere per molti giorni a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono i suoi testimoni davanti al popolo.»
Solo in At 10,39 Pietro dichiara che i discepoli sono testimoni «di tutto ciò che Gesù ha fatto nel paese dei Giudei e a Gerusalemme». Ma il contesto spiega bene perché l’apostolo fa questa aggiunta. Infatti, egli si rivolge a un gruppo di pagani; se questi hanno già sentito parlare di Gesù di Nazareth, del suo ministero e della sua morte, non hanno potuto, a differenza delle folle giudaiche che seguivano assiduamente Gesù dappertutto, vedere le sue guarigioni e udire il suo insegnamento. Pietro deve quindi star garante per loro del ministero salvifico di Gesù. La testimonianza suppone quindi un uditorio che non ha avuto contatto diretto con le persone o gli eventi di cui si parla. Se quindi nella prima parte degli Atti la testimonianza si fissa sulla risurrezione di Gesù, è dovuto al fatto che, tramite il loro portavoce Pietro, gli apostoli si rivolgono ai Giudei che avevano incontrato Gesù, lo avevano seguito e conoscevano bene i suoi miracoli: era inutile testimoniare di cose che loro stessi avevano potuto controllare. È quindi normale vedere la testimonianza estendersi al ministero di Gesù per chiunque non lo ha personalmente incontrato. Per forza, con il tempo e lo spazio, la testimonianza apostolica deve anche coprire tutta la vita di Gesù. Vale a dire che tra le righe dei discorsi di Pietro in At 1 e 10, il narratore lucano giustifica la prima parte del suo dittico come traccia scritta della testimonianza apostolica riguardante la vita pubblica di Gesù, traccia necessaria non soltanto per il lettore del suo tempo ma per tutti quelli dei secoli futuri. In breve, se gli apostoli sottolineano il loro essere testimoni della risurrezione, a seconda delle circostanze e dei destinatari ne estendono l’oggetto a tutta la vita di Gesù.
Se, presso i Giudei della Palestina d’allora, gli apostoli testimoniano innanzitutto della risurrezione, il lettore di At 13,16-41 non può non chiedersi perché Paolo non si menziona tra la lista dei testimoni della risurrezione. Dopo aver detto: «egli [Gesù] si fecce vedere per molti giorni a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono i suoi testimoni davanti al popolo», Paolo non aggiunge: «anche io sono testimone della sua risurrezione, perché mi è apparso; l’ho visto e sentito». È o non è testimone della risurrezione di Gesù, e se lo è, perché tace l’incontro di Damasco?

Quali testimoni e quale testimonianza?

1. Paolo testimone accreditato?
Se, in At 13,31-32, Paolo omette di dire che il Risorto gli è apparso nei dintorni di Damasco è dovuto, come lo dicono alcuni, al fatto che egli sa di non avere lo status di apostolo e quindi di non poter testimoniare con una autorità uguale alla loro? Certo no, perché, poco dopo (At 14,4.14), il narratore chiamerà Barnaba e Paolo apostoli.
Certo si potrebbe obiettare che, a differenza degli altri, loro ricevono quel titolo solo una volta, ma una tale obiezione non è rilevante, perché il titolo è collettivo; il narratore non dice mai: «l’apostolo Pietro» o «l’apostolo Giacomo», ecc., ma utilizza sempre il vocabolo apostoli al plurale. Che Paolo non sia mai chiamato apostolo non significa che il narratore non lo consideri tale, ma che focalizzando sul suo ministero a partire da At 16 (Barnaba e Paolo si sono separati in At 15,39-40), non avrà più l’occasione di applicargli un titolo adoperato al plurale.
Pur essendo uno degli apostoli, Paolo non sarebbe un testimone uguale agli altri? La risposta deve ancora essere negativa. Così come Pietro, Paolo è sicuro di essere un testimone accreditato; il narratore lo afferma, Paolo stesso dice pubblicamente che gli è stato notificato da Dio e dichiara di esser stato tale: At 18,5 il narratore: «Paolo si dedicò alla predicazione, testimoniando davanti ai Giudei che Gesù era il Cristo» At 20,21 Paolo agli Anziani di Efeso dice di aver: «scongiurato Giudei e Greci di convertirsi a Dio e di credere nel nostro Signore Gesù» At 20,24 idem : «il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio» At 22,15 Paolo, citando ciò che gli disse Anania: «gli [= Gesù] sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito» At 22,18 Paolo, ripetendo le parole del Risorto: «affrettati ed esci presto da Gerusalemme, perché non accetteranno la tua testimonianza su di me» At 23,11 il narratore: «il Signore gli [= Paolo] disse: ’Coraggio! Come hai testimoniato di ciò che mi concerne a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma’» At 26,16 Paolo citando le parole del Risorto: «ti sono apparso per costituirti servitore e testimone di quelle cose (cioè la visione) in cui mi hai visto» At 26,22 Paolo: «L’aiuto di Dio mi ha assistito fino a questo giorno e ho reso testimonianza agli umili e ai grandi» At 28,23 il narratore: «rendendo la sua testimonianza, egli [Paolo] esponeva loro il Regno di Dio cercando di convincerli riguardo a Gesù, a partire dalla Legge e dei Profeti» Così come gli altri apostoli, Paolo attesta quindi la realtà della risurrezione e della presenza di Gesù alla sua Chiesa. Allora, perché in At 13,31-32 egli non menziona il suo nome tra quelli che hanno incontrato il Risorto?

2.Quando Paolo parla del suo essere testimone?

Ovviamente, nel discorso pronunciato di fronte agli Ebrei di Antiochia di Pisidia, Paolo utilizza il vocabolario dell’annuncio per descrivere il suo ruolo e quello di Barnaba: «Noi vi annunziamo la buona novella …» (v.32). Senza dubbio si tratta di un annuncio evangelico, come lo conferma ampiamente la seconda parte del discorso (v.26-41), che ha tutte le caratteristiche del kerigma primitivo, sottolineando bene che la testimonianza è resa da coloro che «sono saliti con lui [Gesù] dalla Galilea a Gerusalemme». Ovviamente, Paolo non ha seguito Gesù sulle strade della Palestina e non può essere testimone della vita di Gesù come loro. Ma se in seguito il racconto ci dirà che Paolo è vero testimone, perché egli stesso non lo dice durante questo discorso? Possiamo per quanto riguarda la predicazione di Paolo, rilevare nel racconto lucano una vera progressione: (1) poco tempo dopo l’incontro con il Risorto (At 9,20) : annuncio e predicazione segnalate dal narratore, ma senza che il contenuto ne sia offerto al lettore; (2) missione ufficiale (At 13-20) con due discorsi missionari emblematici dei due mondi ai quali si rivolge Paolo, ma senza che Paolo si dichiari testimone: – primo discorso: agli Ebrei di Antiochia (At 13,16-41), – secondo discorso: ai Greci e pagani di Atene (At 17,22-31) (3) prigioniere, accusato, Paolo presenta la sua difesa di fronte a autorità ebree e romane, in diversi discorsi3; egli parla del suo essere testimone di Gesù Cristo in At 22 e 26.
Appaiono chiaramente le scelte del Nr: solo alla fine, quando deve difendersi, Paolo parla di testimonianza: da accusato diventa veramente testimone di Cristo, perché, in fine dei conti, tramite lui, è il Vangelo cioè Cristo stesso che va rigettato e accusato.
Ma il lettore attento non può non vedere la differenza tra il modo in cui Pietro e Paolo si presentano come testimoni. Il primo insiste fortemente sul «noi ne siamo testimoni», mentre il secondo non dice mai: «Io sono testimone», ma si accontenta di riportare ciò che gli ha dichiarato Gesù, tramite Anania o direttamente in visione: «mi è stato detto: ‘sarai testimone’ o ‘mi renderai testimonianza’». Più che all’affidabilità della sua parola, Paolo rinvia a quella che gli ha dato la sua competenza e quindi il dovere di parlare in conseguenza. In breve, il racconto lucano descrive l’evoluzione della testimonianza in Cristo Risorto: dall’attestare la realtà della risurrezione (Pietro), si passa al racconto di un incontro avendo cambiato una vita al punto di esserne il punto di riferimento per eccellenza, per se e per gli altri (Paolo).

Da una testimonianza all’altra

1. Altre dimensioni della testimonianza apostolica

L’episodio di Cornelio (At 10,1 — 11,18) è importante non soltanto perché determina decisamente e definitivamente il futuro della Chiesa — l’ammissione dei pagani avrà conseguenze inaudite, già all’interno del racconto lucano e per il suo snodarsi — ma perché permette agli apostoli di riflettere sulle vie di Dio, e, correlativamente, di rilevare e valutare l’importanza della loro testimonianza.
Ciò che dovrebbe colpire il lettore in quel brano è la ripetizione dei motivi: il narratore non si accontenta di descrivere le visioni di Cornelio (10,3-6) e Pietro (10,9-16), i personaggi del racconto le menzionano anch’essi4. Senza studiare tutti i particolari dell’episodio, andiamo subito al dunque: a Cornelio la voce celeste non notifica nient’altro che di «far venire un certo Simone detto anche Pietro» (10,5). Il messaggio è chiaro: tocca a Pietro e a lui solo parlare di Cristo; la voce, pur essendo celeste non ha voluto sostituirsi all’apostolo, ed è interessante vedere come questo aspetto è narrativamente sottolineato: Cornelio invia subito tre messaggeri (v.7-8), e quando Pietro arriva a casa sua, vede che il centurione lo aspetta da tempo (v.24b), non da solo ma con tutta la famiglia e con molti amici (v.24b. 27); questi sono segni ovvi che per lui e i suoi, la venuta di Pietro ha una importanza decisiva. Se la divinità non ha dunque direttamente rivelato Gesù Cristo a Cornelio ma ha voluto che Pietro lo facesse, è senz’altro per indicare il carattere insostituibile della testimonianza apostolica.
Così la tensione narrativa è orientata verso ciò che Pietro sta per dire. Ora, il lettore, che ha già sentito i lunghi sviluppi kerigmatici dell’apostolo si rallegrerà forse di leggerne uno molto breve, ma deve ammettere che, per i pagani che non hanno mai sentito parlare del Nazareno, questo kerigma è per lo meno conciso; sarebbe stato più che opportuno parlare a lungo della vita di Gesù, delle sue numerose guarigioni, del suo insegnamento, della sua Passione e morte ingiusta, della sua risurrezione e del tempo passato con i discepoli prima di andarsene lassù! Il contrasto tra l’attesa di Cornelio e la performance di Pietro è palese. Si obietterà forse che Luca no vuole indisporre il suo lettore e che si accontenta di riportare per sommi capi ciò che l’apostolo ha detto, a fine di arrivare più presto all’apice della scena, cioè l’effusione dello Spirito. È in parte vero. Ma allo stesso tempo, si deve cogliere la tecnica utilizzata; più che al contenuto del kerigma, senz’altro conosciuto da lui, il lettore deve stare attento al vocabolario della testimonianza che compare massicciamente; una comparsa così densa è unica nel libro degli Atti: v.39 «noi (siamo) testimoni de tutte le cose che egli ha fatte nella regione dei Giudei e a Gerusalemme» v.41 «(Gesù apparve) non a tutto il popolo ma a testimoni, quelli prescelti da Dio» v.42 «(Gesù) ci ha ordinato di proclamare al popolo e di testimoniare che egli è stato designato da Dio come giudice dei vivi e dei morti» v.43 «a lui (Gesù) tutti i profeti rendono questa testimonianza: chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome» Tre sono i punti che dovrebbero destare la nostra attenzione: (i) Come già detto sopra, se Pietro dice di essere testimone dell’intero ministero di Gesù (v.39), è perché sta in mezzo a persone che non lo hanno mai visto e che lo conoscono solamente per sentito dire. E ciò significa, l’abbiamo anche indicato, che, secondo Pietro, non possiamo andare al Gesù di Nazareth se non per mezzo del racconto autorevole degli apostoli (condizione necessaria). (ii) La loro testimonianza è anche sufficiente, esclusiva? A dire il vero, Pietro stesso stabilisce una differenza tra la testimonianza riguardante la vita pubblica di Gesù e quella relativa alla sua risurrezione. La prima non è esclusiva; di fatti, se gli apostoli possono (e devono) testimoniare di ciò che hanno visto e udito, non sono stati gli unici a seguire il loro maestro; anche quelli che non appartenevano al loro gruppo possono raccontare gli eventi ai quali hanno partecipato. Ma, per la risurrezione, l’apostolo dichiara esclusiva la loro testimonianza: Gesù apparve «non a tutto il popolo, ma (solo) ai testimoni» accreditati, perché prescelti da Dio stesso (v.41). Per la risurrezione, il riferimento alla testimonianza apostolica è quindi imprescindibile.
Tutt’altra testimonianza che pretenderebbe sostituirla va immediatamente scartata. (iii) A dire il vero, anche riguardo alla risurrezione, la testimonianza apostolica non è esclusiva; Pietro stesso invoca le Scritture profetiche (v.43). Ma il lettore deve rilevare l’ordine nel quale le rispettive testimonianze sono menzionate5: prima gli apostoli, e, solo dopo, le Scritture. Così va stabilita la necessaria complementarità dei due momenti; le Scritture non bastono: senza l’incontro personale con il Risorto, esse rimangono profezie non compiute; ma, senza le profezie, l’annuncio degli Apostoli potrebbe essere ricevuto come quello di uomini stregati, squilibrati o creduli6. Ma c’è di più, l’ordine scelto da Pietro (e dal narratore) veicola una teoria del rapporto tra le due testimonianze: certo, le Scritture sono un testimone da non scartare, ma lo diventano concretamente per mezzo della giusta testimonianza degli Apostoli7. La lettura che loro ne fanno, consente alle Scritture di diventare ciò che devono essere, cioè testimoni del progetto salvifico di Dio per la nostra umanità, progetto annunciato e compiuto in Gesù, suo Figlio. La testimonianza apostolica è quindi essenziale e anteriore (nel senso appena detto8) alle altre forme di testimonianza, perché queste ultime dipendono da essa per essere riconosciute come profezie ordinate a Gesù il Risorto! Altrimenti detto, se l’apostolo non riempie il suo compito gli altri testimoni non potranno fare altrettanto. La posta in gioco è indiscutibile.
Questi punti chiariti, possiamo tornare al rapporto studiato: in At 10,34-48, la testimonianza di Pietro precede il ‘cadere’ (v.44) dello Spirito su Cornelio e i suoi. Ovviamente, la progressione del testo lascia intendere che l’esito dipende da ciò che deve dire Pietro9: lo Spirito ricevuto è quello di Gesù, quello annunciato dai profeti, ecc. Di fatto, il lettore attento non può non averlo notato, è proprio quando l’apostolo parla della remissione dei peccati (nel nome di Gesù) annunciata dai profeti che lo Spirito di profezia cade sugli ascoltatori! Così va evidenziata la funzione soteriologica della testimonianza.
Se tale è il legame tra testimonianza e dono dello Spirito per il racconto lucano, sorprende tanto più il fatto che Luca non menziona lo Spirito quando Paolo rende testimonianza al Signore (ad es. in At 22 e 26).

2. La testimonianza di Paolo

Abbiamo infatti visto che il libro degli Atti include Paolo tra gli apostoli e i veri testimoni della risurrezione di Gesù. Ma allora perché non va detto che la sua testimonianza è provocata e ispirata dallo Spirito? Paolo non avrebbe ricevuto lo Spirito? Ma il racconto indica bene che, a questo riguardo, quel testimone non ha niente da invidiare agli altri apostoli. Egli ha ricevuto lo Spirito Santo e, sin dall’inizio, sa di averlo ricevuto; di più il suo ministero porta frutti spirituali: Ac 9,17 Anania imponendo le mani a Paolo: «mi ha mandato a te il Signore Gesù, che ti è apparso sulla via, perché … tu sia colmo di Spirito Santo» Ac 13,2 il narratore: «lo Spirito Santo disse (alla comunità riunita): ‘Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati’» Ac 13,4 il narratore: «essi [Paolo e Barnaba] inviati dallo Spirito Santo…» Ac 13,9 il narratore: «allora Saulo, detto ancora Paolo, pieno di Spirito Santo…» Ac 19,6 il narratore: «non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, scese su di loro lo Spirito Santo e parlavano in lingue e profetavano» Ac 20,22-23 Paolo agli anziani di Efeso: «avvinto dallo Spirito vado a Gerusalemme… Lo Spirito Santo mi lo attesta: catena e tribolazioni mi aspettano» Questi sono testi indiscutibili. Se Paolo ha pienamente ricevuto lo Spirito, se la sua
testimonianza è autentica, e se, d’altra parte, nel libro degli Atti, testimonianza e Spirito sono indissociabili, perché non si dice che lo Spirito accompagna la sua testimonianza?
Come l’ho già rilevato, che lo Spirito Santo non sia menzionato tra At 21,11 e 28,2510, non significa che non aiuti Paolo ormai prigioniero a testimoniare bene del suo Signore. Per interpretare correttamente il fenomeno, bisogna piuttosto tenere presenti le tecniche lucane. Ora, la prima risposta, senz’altro insufficiente e poco convincente, consisterebbe a dire che i discorsi di At 22-26 non sono kerigmatici, cioè non hanno per funzione di presentare la Passione, la morte e la risurrezione di Gesù per suscitare una risposta di fede e una condotta etica corrispondente. Se, dunque, Spirito e kerigma vanno insieme, l’assenza di un elemento spiegherebbe quella dell’altro. Può darsi, ma il discorso di Stefano in At 7 non ha la forma di un kerigma e la sua finalità non è di suscitare la fede degli ascoltatori; eppure il narratore segnala che il diacono si esprime «pieno di Spirito Santo» (7,55), e Paolo stesso, in At 22, conferma che il discorso del diacono è stato una testimonianza vera e definitiva, perché compiuta con la morte: «quando si versava il sangue di Stefano, tuo testimone, anch’io ero presente». La forma non kerigmatica dei discorsi di Paolo in At 22-26 non basta a spiegare perché i vocaboli Vangelo/evangelizzare non vi compaiono.
È invece istruttivo vedere come il racconto prepara il lettore a non vedere più menzionato lo Spirito Santo durante la Passione di Paolo. Infatti, in At 20 e 21, Paolo dice che lo Spirito l’ha avvertito delle sue tribolazioni (20,23); in altre parole, il narratore ci fa capire che, come Gesù11, così Paolo annunzia la sua Passione; ma è chiaro, e la synkrisis lo esige, Paolo la vivrà come il suo Signore, nell’insicurezza, la precarietà e la povertà; lo Spirito di profezia si manifesta proprio prima della Passione, una ultima volta in At 21,11, per indicare che egli non si manifesterà più con la forza per mezzo della quale era finora riconosciuto: l’apostolo sta per essere avvinto, circondato, minacciato, così come il suo Signore. Lo Spirito non si manifesta più con fenomeni straordinari, pur proteggendo efficacemente Paolo attraverso le sue vicende.
Il lettore non si stupirà quindi di sentire l’apostolo, in At 22 e 26 riportare le parole con le quali il Risorto si presenta a lui: «sono Gesù (il Nazareno) che perseguiti»12; quando perseguitava i discepoli, Paolo perseguitava in realtà Gesù stesso, e adesso, perseguitando Paolo, i giudei ai quali si rivolge fanno lo stesso: per la bocca di Paolo è Gesù stesso, perseguitato, che è riconoscibile! Paolo testimonia veramente del suo Signore perché vive la stessa Passione: egli testimonia del Risorto nel patire; anzi, il suo patire è quello del Risorto. La testimonianza raggiunge così il suo apice perché è vissuta, non soltanto enunciata.

3. La testimonianza di Paolo e la nostra

In At 22 e 26, la descrizione che Paolo fa del Risorto è breve, così come le parole stesse di Gesù che d’altronde si accontenta di citare. Non dice niente sulla vita di Gesù, niente su ciò che gli è stato rivelato del mistero del Figlio di Dio. L’apostolo insiste piuttosto sulla trasformazione provocata da questo incontro. Tutta la sua vita ne è stata radicalmente cambiata. Per lui, testimoniare significa quindi raccontare l’itinerario di una conversione, di un amore ricevuto e proclamato. La vita di Paolo è diventata testimonianza, perché raccontandola egli rivela allo stesso tempo il perdono e l’amore del suo Signore: annunciarlo significa allora raccontare ciò che gli è successo, il cammino suo, ecc.
Così il narratore degli Atti fa capire al suo lettore il tipo di testimonianza richiesto da lui, lettore, che, come Paolo, non ha conosciuto Gesù sulle strade di Galilea e Giudea. Certo, la nostra testimonianza non si sostituisce a quella degli apostoli, ma la loro, pur rimanendo un punto di riferimento necessario, può avere la forza dimostrativa e attiva solo se i credenti di tutti i tempi possono testimoniare del loro incontro personale con Cristo e di ciò che quell’incontro ha cambiato nella loro vita.

Conclusione

Il narratore del libro degli Atti espone dunque una originale teoria sulla testimonianza. Spero di aver mostrato, seguendolo e mettendo in rilievo le sue tecniche, che egli ci indica il cammino che porta ogni credente a testimoniare e, allo stesso tempo, il cammino che ogni testimonianza fa fare, quando nell’estrema precarietà e nelle le catene il discepolo sperimenta la gioia della vera libertà.

———————————————
1 Uno studio del rapporto tra i campi lessicali del Vangelo e della testimonianza negli Atti è qui escluso. Certo, se tutti e due i campi hanno come oggetto Cristo, insistono nondimeno su aspetti diversi: il Vangelo designa il contenuto dell’annuncio, e la testimonianza connota piuttosto l’impegno degli araldi (la loro convinzione, fino alla morte, ecc.) nonché la loro veracità (e quindi la validità dell’annuncio). D’altronde, se si considera lo snodarsi del racconto, è possibile dire che il testimoniare è più esteso dell’evangelizzare): infatti, il vocabolario del Vangelo scompare dopo At 20,24 (o 21,8), mentre quello della testimonianza va fino alla fine del libro (cf.At 28,23). Questa differenza viene senz’altro dal fatto che, per il racconto, la missione di evangelizzazione effettuata da Paolo finisce (ufficialmente) in At 20. Con il suo arresto nel Tempio inizia, come lo vedremo, un altro modello di testimonianza, determinato dalla situazione di prigioniero e dal tipo di discorsi (difese nei tribunali, ecc.) che essa implica.
2 Vedere ad esempio At 2,32-33; 5,32.
3 At 22,1-21; 24,10-21; 26,2-23
4 Visione di Cornelio descritta dal narratore (10,3-6) visione di Pietro descritta dal narratore (10,9-16); visione di Cornelio riferita dagli inviati di Cornelio (10,22); visione di Cornelio presentata da Cornelio stesso (10,30-32); visione di Pietro narrata da Pietro stesso (11,5-10); visione di Cornelio presentata da Pietro (11,13-14).
5 Questo non è casuale, come lo si può verificare a partire da At 2,32-36 (la testimonianza apostolica precede il ricorso alle Scritture), 13,31-39 (id.).
6 Sul rapporto tra esperienza e coerenza, mi permetto di rinviare al mio saggio, L’arte di raccontare Gesù Cristo. La scrittura narrativa del vangelo di Luca, Queriniana. Brescia 1991, 151-169.
7 Che questa teoria non sia ancora presente nelle formule kerigmatiche antichissime, brani come 1 Cor 15,3-5 lo confermano.
8 Cioè come testimonianza, perché cronologicamente le Scritture sono ovviamente di molto anteriori agli eventi descritti nel libro degli Atti.
9 Cornelio dice all’apostolo che tutti sono pronti «ad ascoltare tutte le cose ordinate a te dal Signore» (v.33). Ma il Signore non ha dettato niente a Pietro, il quale non deve recitare un discorso ‘premasticato’. L’opinione
(sbagliata) di Cornelio ha per funzione di sottolineare l’importanza della testimonianza di Pietro: non è lui ad
aver deciso di parlare, ma è il Signore stesso che richiede, per la bocca di Cornelio (cioè di chi ne ha bisogno) la sua testimonianza riguardante Gesù.
10 In At 23,8.9 il vocabolo pneuma non designa lo Spirito Santo.
11 Lc 9,22; 9,43-45; 18,31-34.
12 At 22,8 e 6,15 (‘il nazareno’ manca in 26,15).

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