SALMO 15 (Divo Barsotti)

dal sito:

http://www.figlididio.it/salmi/index.htm

DIVO BARSOTTI

Salmo 15

Signore, chi abiterà nella tua tenda?
Chi dimorerà sul tuo santo monte?
Colui che cammina senza colpa,
agisce con giustizia e parla lealmente,
non dice calunnia con la lingua,
non fa danno al suo prossimo
e non lancia insulto al suo vicino.
Ai suoi occhi è spregevole il malvagio,
ma onora chi teme il Signore.
Anche se giura a suo danno, non cambia;
5 presta denaro senza fare usura,
e non accetta doni contro l’innocente.
Colui che agisce in questo modo
resterà saldo per sempre.


Il Tempio di Salomone
Il salmo è ben modesto come componimento lirico: di un’estrema povertà letteraria, direi, ma di un grande insegnamento invece, per quello che riguarda Israele e noi.
È a forma di catechismo e ne ha la semplicità. L’orante domanda quali siano le condizioni per vivere nella casa di Dio, per dimorare nella tenda dell’Altissimo, per essere protetto dal Signore, perché abbia di lui misericordia e lo difenda. È una domanda cultuale e si aspetterebbero delle condizioni cultuali. Dimorare nella casa di Dio sotto l’ombra dell’Altissimo poteva essere soltanto, sembrerebbe, del sacerdote o comunque di colui che fedelmente adempie tutte le prescrizioni della legge e del culto: ma non vi è altro culto per Israele che la vita stessa nei suoi rapporti con gli altri: il vero culto è questo e a questo del resto ci richiama anche il Vangelo quando ci dice: « se tu vai a far la tua offerta e ti ricordi che un tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta e vai prima a riconciliarti con lui ». La liturgia cristiana, e prima ancora la liturgia ebraica, non è vissuta nel Tempio, in rapporto con un idolo vano e muto, è vissuta nel rapporto dell’uomo con l’uomo, perché l’uomo all’uomo è suo Dio. Le parole sono della letteratura romana, « homo, homini deus », ma più che appartenere a una letteratura romana e pagana, sono, si direbbe, la sintesi di quello che è l’insegnamento profetico e di quello poi che è l’insegnamento cristiano.
E noi stessi cristiani dobbiamo ricordarci perché è anche per noi sussiste il pericolo di credere di poter vivere un rapporto con Dio, prescindendo da un nostro rapporto con gli altri, anche per noi sussiste il pericolo di credere che siamo anime pie se facciamo l’ora di adorazione davanti al Santissimo Sacramento, e poi manchiamo di carità verso i nostri fratelli. Un certo pietismo contamina anche la nostra vita religiosa, non potrà mai la pietà nostra individuale, la nostra preghiera, sostituire la carità fraterna, perché la pietà verso Dio non solo si dimostra vera se si congiunge a questa carità, ha la sua prova, ha la sua misura nella carità con gli altri, ma perché la pietà verso Dio deve avere come suo frutto questo rapporto che è l’effetto principale, fondamentale dell’Eucarestia. Il culto cristiano trova nell’Eucarestia il suo centro, trova nell’Eucarestia l’attuo suo fondamentale. Il frutto fondamentale dell’Eucarestia e l’unità dei cristiani; anche in questo, vedete, il pietismo degli ultimi secoli ha, non contaminato, ma diminuito estremamente il contenuto del mistero cristiano. Nei manuali di teologia si vede che il frutto dell’Eucarestia è una suavitas, una dulcedo interna, o è l’alimento della nostra vita di pietà, o è il rimedio ai mali quotidiani della nostra esistenza; noi ci dimentichiamo di quello che è il frutto fondamentale che san Paolo già dichiara nella lettera ai Corinti, l’edificazione del Corpo di Cristo, l’unità del Corpo di Cristo: ogni qualvolta si compie l’Eucarestia si crea la Chiesa di Dio, l’assemblea cristiana, la convocatio, gli uomini chiamati dalla divina Parola. Anche per noi cristiani, dunque, il rapporto con gli altri è la vera liturgia, la pietà personale deve terminare e deve manifestare la sua forza, esprimere la sua grandezza proprio nel rapporto degli uomini fra loro. Voi vedete qui (e in questo già, la religione cristica si oppone a tutte le religioni pagane) le condizioni di un culto, sono soltanto una morale sociale, prescrizioni di morale sociale.
A quello che qui dice il salmista possono essere aggiunte chissà quatte altro prescrizioni di morale sociale, si potrebbe dire che sono state scelte anche male, ma l’insegnamento fondamentale è questo, che il culto divino, le condizioni per vivere accetti a Dio, sono il rapporto che l’uomo ha con l’altro uomo, rapporto di giustizia, di carità. Qui non si parla troppo di carità, ma indubbiamente la giustizia che qui è supposta, che qui è inculcata, importa anche un minimo di carità, perché importa un minimo di volontà interiore, di rispetto dell’altro. Non vi è mai una perfetta giustizia che non implichi la carità, non è vero chesumma iustitia, summa iniquitas, una giustizia quando si parte dall’intimo non è soltanto un voler adempiere delle prescrizioni positive della legge, quando si parla all’intimo, quando implica il rispetto della altrui persona, quando esige una volontà di non nuocere, già per sé implica una certa carità, è già l’inizio, in fondo, dell’amore. D’altra parte il salmo non ci parla soltanto di una morale sociale considerandola in prescrizioni precise, di questo rapporto con gli altri; parla precisamente fin dall’inizio di questa disposizione interiore di integrità e di giustizia nei confronti degli altri: « Colui che cammina senza colpa, agisce con giustizia e parla lealmente. Sono tre prescrizioni che in fondo si riducono a una sola: parlare in verità. Essere veri vuol dire manifestare nei rapporti con gli altri quei sentimenti che noi conserviamo nell’intimo. Siccome non possiamo avere verso gli altri che un atteggiamento di giustizia e di rispetto, questo sentimento dobbiamo possederlo nel cuore. Questa è l’integrità della vita, questa è la fedeltà alla legge, questo è operare giustizia, secondo il salmista. Poi viene una esemplificazione che di per sé non è esaustiva, sono degli esempi, quegli esempi che potevano maggiormente interessare forse il mondo nel quale viveva il salmista: la corruzione dei potenti, far dei doni ai potenti, « le bustarelle » perché i potenti non osservassero la legge in favore del povero, in difesa dell’orfano e della vedova, ma piuttosto favorissero chi portava la « bustarella »: è chiaro. È una esemplificazione che risponde dunque ad un dato stato sociale, a una condizione, che era propria nel regno di Giuda e del regno d’Israele quando sorsero i Profeti: effettivamente il salmo richiama in gran parte la morale giudaica: anche i profeti vedono che il culto di Dio implica necessariamente questi rapporti di umanità, di equanimità, equità e giustizia con gli altri. Che cosa vale il digiuno? Il tuo vero digiuno è sovvenire l’orfano e la vedova: « Se tu verrai incontro al povero, la tua giustizia brillerà come un sole », diranno il Profeta Isaia e il Profeta Michea, e a loro faranno eco gli altri Profeti, Osea e Geremia: « Che me ne faccio io dei vostri sacrifici, ho in uggia le vostre preghiere, il grasso degli animali mi è venuto a nausea, fate il bene, purificate il vostro cuore, non opprimete il vostro fratello, questo è il vero sacrificio gradito a Dio ». Con questo il Signore vuole forse negare l’efficacia di un culto che Egli stesso ha prescritto? Nell’economia cristiana ora vorrebbe voler dire forse che il cristianesimo tutto si esaurisce in un rapporto sociale? Ma se fosse soltanto un rapporto sociale non saremmo nemmeno cristiani! Il vostro rapporto con gli altri è già un rapporto mistico non più sociale, siamo una sola cosa fra noi, io devo amare il mio prossimo come me stesso, perché il mio prossimo sono io, tutti siamo uno solo in Cristo. Vivere il mio rapporto con gli altri vuol dire vivere il mistero stesso cristiano in questa unità che tutti ci riassume nella Persona di Nostro Signore, nel suo Mistico Corpo. Nella Persona, dico, di Nostro Signore, non dico soltanto nel suo Mistico Corpo, perché san Tommaso d’Aquino arriva a questa affermazione, che tutti siamo una sola persona mistica; che cosa voglia dire nemmeno i teologi lo sanno, comunque è san Tommaso che lo dice, cioè l’unità di tutti noi in Cristo, è una unità non soltanto morale, è una unità mistica, ma in certo modo anche fisica, e, più grande dell’unione stessa fisica, è una unità di cui non abbiamo paragone quaggiù. In tanto ognuno di noi e nemico a sé stesso, in tanto la società umana è nemica a se stessa in quanto tutto e tutti non realizzano la loro unità col Signore, non sono che un unico Cristo, quel Cristo in cui non vi è più né barbaro o greco, né maschio né femmina, né uomo libero o schiavo ». Uno solo, e san Paolo non dice ei come dice san Giovanni nel suo IV Vangelo, ma dice Eis; un solo uomo, non una sola cosa, un solo uomo noi siamo, questo è il mistero cristiano.
Nella misura che Egli ti sceglie, ti strappa dal mondo e ti mantiene nella tua solitudine, ti strappa dalla tua condizione umana, che ancora non ti introduce nel regno, rimani estraneo alla terra e Dio rimane egualmente estraneo a te, tutti i popoli ti opprimono e Dio rimane in silenzio, la vita umana per te rimane come legata e la vita divina non ti viene concessa. Senso di una solitudine e di un vuoto che diviene ogni giorno più grande nella misura che Dio ti porta nelle sue vie, nella misura che Egli ti strappa a te stesso sciogliendoti per iniziarti a una comunione con Lui che deve divenire sempre più intima. Ma la comunione con Lui ora la sperimenti come una morte, in una divisione da tutto, in un silenzio nel quale sembra affondare tutta la tua vita.
« Svegliati, perché dormi o Signore? » Quante volte l’anima sarebbe tentata di rivolgersi a Dio con le stesse parole, e noi dobbiamo sapere, questo almeno ci sia di conforto, che queste parole rimangono preghiera anche se sembrano bestemmia, che queste parole sono anzi la preghiera di un popolo scelto, eletto: Israele; sono l’espressione di un popolo che risponde con questo grido di angoscia alla propria elezione. Dobbiamo saperlo perché non ci inganni il nostro linguaggio. Molto spesso forse non è preghiera quella che noi crediamo preghiera, ed è preghiera proprio la nostra stanchezza, ed è preghiera proprio la nostra non rivolta, non ribellione, ma il nostro smarrimento, il nostro sgomento, la nostra paura, ed è preghiera la nostra sofferenza, onde l’anima non sa più capir nulla, e crede di essere abbandonata da Dio e dagli uomini e crede che per sé non esista più che la morte.

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