SALMO 39: I miei giorni sono un soffio – di Gianfranco Ravasi

dal sito:

http://www.apostoline.it/riflessioni/salmi/Salmo39.htm

I SALMI   CANTI SUI SENTIERI DI DIO

« I miei giorni sono un soffio » (Salmo 39)

di Gianfranco Ravasi

… proviamo per una volta a spezzare i fili dorati degli anni giovani e tesi al futuro, e con un antico poeta dei Salmi mettiamoci in ascolto di un canto aspro. È il Salmo 39 (38 nella numerazione della liturgia) che ha per tema il fluire del tempo che ci sfugge come sabbia dalla mano lasciando alle spalle – come scriveva il celebre romanziere francese Proust – solo le foglie galleggianti dei ricordi sulla palude della vita.

Questa straziante preghiera, « forse la più bella di tutte le suppliche del Salterio », come l’ha definita uno studioso dei Salmi, è una meditazione autobiografica sul « male di vivere », sulla miseria della condizione umana, sulla radicale fragilità dell’esistenza. Essa sembra annodarsi ad un filo nero che si dipana all’interno di tutte le letterature e di tutte le religioni. « Noi, come le foglie fa nascere la fiorita stagione della primavera, appena sbocciano ai raggi del sole; simili ad esse per pochissimo tempo godiamo dei fiori della giovinezza. Ma nere ci stanno ai fianchi le Parche ed è subito meglio esser morto che vivere »: così nel VII-VI sec. a.C. scriveva Mimnermo, poeta greco dell’amore. Leggiamo subito il nucleo centrale poetico del nostro salmo.

Rivelami, Signore, la mia fine;
quale sia la misura dei miei giorni
e saprò quanto è breve la mia vita.

Vedi, in pochi palmi hai misurato i miei giorni
e la nostra esistenza davanti a te è un nulla.
Solo un soffio è l’uomo che passa;
solo un soffio che si agita,
accumula ricchezze e non sa chi le raccoglie.

Sto in silenzio, non apro la bocca,
perché sei tu che agisci così…
Ogni uomo non è che un soffio (vv. 5-7.10.12).

La parola del poeta, dopo un attimo di silenzio atterrito (v. 3), esplode ed è come un fuoco devastatore che si manifesta in quella domanda bruciante: « Rivelami la mia fine! ». Dio deve aiutare l’uomo a rendersi ragione e a penetrare nel senso ultimo del limite che lo attanaglia. Un altro orante, quello del Salmo 90, pregava: « Insegnaci, Signore, a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore ». E la lezione divina è impietosa, espressa attraverso tre simboli fragranti ma impressionanti. La prima immagine è quella dell’ombra e suggerisce l’idea della vita come fantasma, come nuvola fuggevole. Pensiamo, ad esempio, alla definizione dell’uomo come « walking shadow », « ombra che cammina », coniata da Shakespeare nel Macbet.

La seconda figura è affine alla precedente: « soffio », in ebraico hebel, un vocabolo caro al libro più pessimista si tutto l’Antico Testamento, il Qohelet (o Ecclesiaste). Nell’originale ebraico il termine rimanda ad un alito di vento impalpabile, ad una nebbia inafferrabile, ad una nube che si dissolve al primo apparire del sole. Celebre è la dichiarazione programmatica di Qohelet posta in apertura e in conclusione del suo libro: « Vanità (hebel) delle vanità, tutto è vanità ». L’esistenza è percorsa dal vuoto e dal nulla, dall’assurdo e dalla miseria. Questo vocabolo risuona nel salmo per tre volte, in crescendo ed è quasi la firma poetica del salmista.

La terza immagine è quella della misura in palmi. Il palmo è la lunghezza delle quattro dita della mano e corrisponde a 7 centimetri circa, un simbolo di brevità. Già un antico testo egiziano osservava che « il tempo vissuto dall’uomo sulla terra è breve come se fosse una chimera ». E Giobbe: « I miei giorni scorrono veloci come la spola, svaniscono senza più un filo di speranza. Ricordati, vento è il mio vivere, i miei occhi non contempleranno più la felicità… Lasciami, i miei giorni sono un soffio » (c. 7). Anche nel Nuovo Testamento ci incontriamo con la stessa considerazione nella lettera di Giacomo: « Ma cos’è mai la nostra vita? Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare (4,14).

Siamo, quindi, di fronte ad una meditazione dura, dettata dal dolore, difficile da farsi soprattutto quando si sente la freschezza della giovinezza e si immagina di aver di fronte un’immensa distesa di giorni e di anni. La preghiera del Salmo 39 spazza via le illusioni e le superficialità e si chiude con un’altra strofa di grande potenza ed amarezza realistica.

Ascolta la mia preghiera, Signore!
Porgi l’orecchio al mio grido,
non essere sordo alle mie lacrime,
perché io sono un forestiero,
uno straniero come tutti i miei padri.
Distogli il tuo sguardo, che io respiri,
prima che me ne vada e più non sia (vv. 13-14).

I due vocaboli « forestiero » e « straniero » sono un’acuta definizione della fragilità della vita umana. L’uomo p sulla terra come un estraneo che non ha la pienezza della cittadinanza, è – come diceva Goethe – « un triste viandante sulla terra oscura », un nomade vagabondo in un mondo indifferente e spesso ostile. È a questo punto che il salmista rivolge a Dio una preghiera molto strana: di solito gli oranti dei Salmi chiedono a Dio di volgere il suo volto verso la loro miseria; qui invece avviene il contrario. Il nostro autore implora Dio di « distogliere il suo sguardo » da lui e di lasciarlo respirare un istante (l’originale ebraico dice curiosamente: « fa’ che io inghiottisca la saliva », un’espressione che ancora oggi in arabo indica un momento di tregua).

Anche Giobbe pregava così: « Lasciami, che io possa respirare un istante in allegria, prima di partire per un viaggio senza ritorno nel paese delle tenebre e delle ombre mortali (10,29-22). Siamo, quindi, davanti ad una preghiera « povera » che esprime una fede nuda, senza tante illusioni o consolazioni. Se Dio ci ha fatti così, il fedele accoglie quell’istante di pace e poi si avvia verso l’abisso della morte che sigilla un’esistenza tanto breve. All’orizzonte del Salmo 39 non è ancora apparso il bagliore della Pasqua di Cristo.

Potremmo dire con Pascal: « Non vi è nulla sulla terra che non mostri o la miseria dell’uomo o la misericordia di Dio, o l’impotenza dell’uomo senza Dio o la potenza dell’uomo con Dio ».

GIANFRANCO RAVASI

(da SE VUOI)

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