Archive pour août, 2010

MARTEDÌ 3 AGOSTO 2010 – XVIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MARTEDÌ 3 AGOSTO 2010 – XVIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalla «Lettera», detta di Barnaba   (Capp. 5,1-8; 6,11-16; Funk, 1,13-15.19.21)

Una nuova creazione
Il Signore accettò di dare il suo corpo alla morte perché ci fossero rimessi i peccati e fossimo santificati mediante il lavacro del suo sangue. Di lui infatti è stato scritto: Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità; per le sue piaghe noi siamo stati guariti; come agnello fu condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori (cfr. Is 53,5-7). Queste parole riguardano il popolo ebreo, ma anche noi.
Dobbiamo dunque rendere grazie al Signore perché ci ha mostrato le cose passate, ci ha istruito sulle presenti, e non ci ha lasciati privi della conoscenza delle cose future.
Fratelli miei, il Signore ha voluto subire la morte per la nostra vita, lui padrone di tutto il mondo, lui, al quale Dio disse nella creazione del mondo: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza» (Gn 1,26). Come dunque ha potuto subire la morte per mano di uomini? Rispondono i profeti, che furono illuminati dai suoi carismi proprio per parlare di lui.
Egli doveva apparire nella carne, e così distruggere la morte e mostrare la risurrezione dai morti. Doveva accettare di soffrire per compiere le promesse fatte ai Padri. Si sarebbe preparato un popolo nuovo, e avrebbe dimostrato, già durante la sua vita terrena, che, dopo la risurrezione finale, sarebbe stato il giudice di tutti.
 
Il Signore, per mezzo della remissione dei peccati, ci fece creature nuove e innocenti come bambini. Ci diede una dignità singolare quando disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza, domini sugli animali della terra, gli uccelli del cielo e i pesci del mare (cfr. Gn 1,26). Riferendosi poi alla seconda creazione, da lui operata, disse ancora: Ecco che io faccio le ultime cose come le prime. Di questo stato di nuova creatura parla l’autore sacro quando afferma: Entrate nella terra dove scorre latte e miele e prendetene possesso (cfr. Es 33,3)
Ecco allora che noi siamo stati formati una seconda volta. Lo afferma il profeta: Ecco, dice il Signore, strapperò da loro (cioè da quelli predestinati dallo Spirito divino) i cuori di pietra e vi metterò cuori di carne (cfr. Ez 11,19). Per questo si fece carne e abitò fra noi. Da allora il nostro cuore è diventato tempio santo e dimora del Signore.
In altro luogo il Verbo si domanda: Dove mi presenterò a Dio, mio Signore, per celebrarlo? E risponde: Ti celebrerò nell’adunanza dei miei fratelli e canterò a te nel mezzo della riunione dei santi (cfr. Sal 21,23).
Vedete che siamo noi quelli della terra promessa!

LUNEDÌ 2 AGOSTO 2010 – XVIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

LUNEDÌ 2 AGOSTO 2010 – XVIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

UFFICIO DELLE LETTURE

SECONDA LETTURA         

Dalla «Lettera», detta di Barnaba

(Capp. 2,6-3,1.3; 4,10-14; Funk 1,7-9.13)
La nuova legge del nostro Signore

    Dio ha abrogato i vecchi sacrifici perché la nuova legge del Signore Nostro Gesù Cristo, libera dal giogo della costrizione, avesse un’offerta che non è opera degli uomini. Dice infatti: Quando i vostri padri uscirono dall’Egitto ho forse prescritto loro di offrirmi olocausti e sacrifici? Diedi invece questo comando: Nessuno di voi serbi rancore in cuor suo contro il prossimo, e non amate il falso giuramento (cfr. Ger 7,22-23).
    Se dunque non siamo insensati, dobbiamo comprendere il sentimento di bontà del Padre nostro; egli infatti ci parla perché vuole che noi nel cercare di accostarci a lui non sbagliamo a somiglianza degli antichi Ebrei. A noi dunque dice così: Sacrificio per il Signore è un cuore contrito, odore soave per il Signore è lo spirito che glorifica colui che lo ha creato (cfr. Sal 50,19).
    Perciò, o fratelli, dobbiamo attendere con grande cura alla nostra salvezza, perché il Maligno non si insinui in noi per sedurci e farci perdere il bene della vita.
    Il Signore disse anche queste parole: «Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso. È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l’uomo si mortifica?» (Is 58,4-5). Dio mostra chiaramente qual è la sua volontà dicendo: Ecco il digiuno che io desidero: Sciogli ogni catena di ingiustizia, spezza i legami dei contratti ottenuti con la violenza, lascia liberi gli oppressi e rimetti loro ogni debito, annulla ogni obbligazione ingiusta. Dividi il tuo pane con gli affamati, e quando vedi qualcuno che è nudo, rivestilo, e accogli in casa tua coloro che sono senza tetto (cfr. Is 58,6-10).
    Fuggiamo dunque la vanità e detestiamo assolutamente ogni male e ogni condotta cattiva. Non isolatevi, rinchiudendovi in voi stessi, come se già foste giustificati, ma riunitevi insieme e cercate quello che è di vantaggio per tutti. Infatti la Scrittura dice: «Guai a coloro che si credono sapienti e si reputano intelligenti» (Is 5,21).
    Diveniamo spirituali, rendiamoci tempio consacrato a Dio. Per quanto sta in noi meditiamo sul timore di Dio, e sforziamoci di osservare i suoi comandamenti, per trovare gioia nella sua legge.
    Il Signore giudicherà il mondo senza preferenze di persone (cfr. 1 Pt 1,17). Ciascuno riceverà secondo quello che ha fatto: se sarà stato buono, la sua giustizia camminerà davanti a lui; se sarà stato cattivo, si troverà davanti la ricompensa della sua malvagità. Non avvenga che restiamo inattivi quando siamo chiamati e ci addormentiamo nei nostri peccati e così il principe del male acquisti potere su di noi e ci strappi dal regno di Dio.
    Comprendete ancora questo, fratelli miei: se dopo tanti miracoli e prodigi fatti per il popolo eletto essi sono stati abbandonati, badiamo che non si verifichi anche di noi il detto: «Molti sono chiamati, ma pochi eletti» (Mt 22,14).

San Leone Magno: « La gloria che dovrà essere rivelata in noi » (Rm 8,18)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100806

Trasfigurazione del Signore, festa : Lc 9,28-36
Meditazione del giorno
San Leone Magno ( ?-circa 461), papa e dottore della Chiesa
Discorsi, 51, 2-6

« La gloria che dovrà essere rivelata in noi » (Rm 8,18)

        Gesù prese con sè Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. Infatti, anche se loro avevano capito che la maestà di Dio risiedeva nella sua persona, non sapevano che il suo corpo, che serviva da velo alla sua divinità, partecipava alla potenza di Dio. Perciò il Signore aveva espressamente promesso, qualche giorno prima, che alcuni tra i discepoli non sarebbero morti finché non avessero visto il Figlio dell’uomo venire nel suo regno (Mt 16, 28), cioè nello splendore della gloria che conveniva specialmente alla natura umana che aveva assunto…

        Questa trasfigurazione, senza dubbio, mirava soprattutto a rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce, perché l’umiliazione della Passione, volontariamente accettata, non scuotesse la loro fede, dal momento che era stata rivelata loro la grandezza sublime della dignità nascosta del Cristo. Ma, secondo un disegno non meno previdente, egli dava un fondamento solido alla speranza della santa Chiesa, perché tutto il Corpo di Cristo prendesse coscienza di quale trasformazione sarebbe stato oggetto, e perché anche le membra si ripromettessero la partecipazione a quella gioia, che era brillata nel Capo.

        Di questa gloria lo stesso Signore, parlando della maestà della sua seconda venuta, aveva detto : « Allora i giusti splenderanno come il sole nel Regno del Padre loro » (Mt 13, 43). La stessa cosa affermava anche l’apostolo Paolo dicendo : « Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura, che dovrà essere rivelata in noi » (Rm 8, 18). In un’altro passo dice ancora : « Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Quando si manifesterà Cristo, vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria » (Col 3, 4).

La Transfiguration

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http://www.artbible.net/3JC/-Mat-17,01_The_La_Transfiguration/index5.html

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la Basilica di Santa Maria Maggiore

la Basilica di Santa Maria Maggiore  dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/

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Per la festa della Trsfigurazione del Singore – Omelia Mons. Riboldi: Maestro è bello restare qui

dal sito:

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=7721

Maestro è bello restare qui

mons. Antonio Riboldi 

Trasfigurazione del Signore (Anno B) (06/08/2006)
Vangelo: Mc 9,2-10  

Non era facile, quando Gesù, Figlio di Dio, visse tra di noi, nella missione avuta dal Padre, di « vestirsi totalmente dei nostri panni » che sanno di infelicità, miseria, solitudine, e deviazioni.
Quando ci si ferma un istante a voler guardare la profondità del nostro vivere quotidiano, sembra proprio di entrare in una nube senza luce, che toglie speranza e gioia.
Ci fu un momento in cui Gesù chiese direttamente ai suoi, a quelli cioè che Lui aveva scelto e chiamati a stare con Lui, cosa la gente pensava di Lui. Tutti ricordiamo la risposta: « La gente crede che tu sei un grande profeta, come Mosè, Elia, o altri profeti ». Ma sempre un uomo come noi, un uomo speciale, che però non appariva tale a tutti. Aveva molti nemici e tante incomprensioni.
Quando rivolge la domanda agli apostoli: « E voi chi dite che io sia? » La risposta la conosciamo tutti e viene da Pietro, il generoso pescatore che poco sapeva e poteva sapere della meravigliosa realtà di Dio. « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente ». La replica di Gesù è di quelle che si incidono nella storia per non solo ricordare, ma come fondamento della vita, così come della fede della Chiesa che per anni sente nella risposta di Gesù il senso della vita. « Beato te, Simone figlio di Bar Iona. Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non potranno prevalere mai ».
C’è una bella differenza tra queste affermazioni, che sono centro della storia dell’uomo e le tantissime che vengono da uomini che si propongono come « personaggi importanti » e sono come un urlo senza eco di ritorno e non saranno mai ciò che solo il Figlio di Dio è stato ed è per noi: « Cristo Gesù, nostro Signore, ieri, oggi, sempre ».
E come a incidere per sempre la propria identità, non più affidata alla parola, ma ad una manifestazione di chi davvero era ed è, tutti i Vangeli raccontano la trasfigurazione, che si propone a noi, se ci identifichiamo con Pietro, Giacomo e Giovanni.
Ogni volta che ho avuto il dono di visitare la Terra Santa, uno dei luoghi, che più attirava ed affascinava, era il Monte Tabor. Salendo, trasportato dai taxi che facevano spola verso il monte, cercavo di entrare nel fatto della trasfigurazione. E non si poteva sottrarre al fascino di quel monte che dominava tutta la pianura sottostante, come se non si fosse disperso lo stupore della trasfigurazione. Veniva voglia di grande silenzio e preghiera.
Così narra l’evangelista Luca: « Gesù prese con sé Pietro, Giacomo, Giovanni e salì sul monte a pregare. E mentre pregava il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco due uomini parlavano con Lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella loro gloria e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno: tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con Lui. Mentre questi si separavano da Lui, Pietro disse a Gesù: Maestro è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè ed una per Elìa. Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così venne una nube e li avvolse: all’entrare in quella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce che diceva: Questi è il mio Figlio, l’eletto, ascoltatelo. Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno quello che avevano visto » (Lc 9,28-36).
Possiamo facilmente immaginare il silenzio di quella notte sul Tabor. Gesù era a colloquio con il Padre. E davanti a Lui sfilava la terribile storia del suo amore per noi, narrata già dai Profeti. Si vedeva arrestato, trattato come il peggiore dei nemici, con la sua dignità, di figlio di Dio, fatta a brandelli, fino alla crocifissione, da dove nulla più poteva manifestare della grandiosità di quello che prima operava tra gli uomini che correvano a Lui. E forse sentiva il bisogno di avere vicino qualcuno che credesse ancora in Lui e fosse poi testimone di quell’amore che è ora il grande tesoro che la Chiesa conserva e non solo racconta, ma rende presente.
Forse sapeva dell’abbandono, come avremmo forse fatto anche noi davanti al Crocifisso, ossia all’uomo della speranza, dell’amore, finito apparentemente nel pericoloso silenzio della morte. Forse per questo aveva voluto vicino Pietro, Giacomo Giovanni…per mostrare loro chi veramente era e la ragione del suo sacrificio.
E tutti sappiamo come sotto la croce non c’erano Pietro e Giacomo, ma solo Giovanni con Maria, sua madre, e l’altra Maria. Là non c’era posto per costruire le « tende »!
Eppure quella « gloria » non si è spenta sulla croce, ma anzi, per meravigliosa trasfigurazione, che è l’amore donato, quella gloria continua a manifestarsi.
Lo sanno i miei fratelli nella fede, che veramente « vivono Cristo » non superficialmente, ma in profondità, come nella contemplazione, a volte, ci si senta come sul Tabor e Gesù appare in tutta la sua gloria. Occorre uscire a volte dalla mediocrità della vita, e sapere salire sul Tabor in compagnia di Gesù, per carpire almeno qualche raggio di quella bellezza che Lui sa mostrare…anche nel dolore nostro.
Dipende dal rapporto di fede e di amicizia che corre tra noi e Lui. Ho davanti ai miei occhi tanti, che ho avuto la fortuna di conoscere o avere al mio fianco, per capire cosa voglia dire essere come rapiti dall’estasi, ossia dal vedere la gloria di Dio.
Ho avuto come compagno di riposo, in estate, un grande poeta convertito e datosi totalmente a Dio: Padre Clemente Rebora. Penso tanti di voi ne abbiano almeno sentito parlare o conoscano le sue liriche, che sono una gloria della poesia del secolo scorso.
Gli servivo ogni mattina la S. Messa, ma a volte sembrava non appartenesse più a questa terra, tanto si elevava. Chiedeva al Superiore di avere la camera vicina alla cappella, che è nel reparto riservato ai religiosi, nella grande basilica della Sacra di S. Michele, in Valle di Susa. E chiedeva questa camera perché diceva: « Sistemo il mio letto in modo che la sponda dove riposa la testa sia proprio vicino alla parete in cui è il tabernacolo. Così la notte dormo testa a testa con Gesù ».
Così come ho potuto avere il privilegio di assistere a parecchie Sante Messe nella Cappella privata dell’amato Giovanni Paolo II…anzi con lui concelebravo. Ma che differenza passava tra il Tabor e quella cappella, nel momento della consacrazione? Nessuna.
E di questi, che « vedono » Gesù trasfigurato, ce ne sono tanti…e non solo nei monasteri. E’ come vedessero il Volto di Dio. Un poco come quando noi, .ma in forma ridottissima, incontriamo il volto di una persona cara. Ci trasfiguriamo.
E in quello « stare con Gesù », si accetta ogni prova della vita, come dono di amore. Anzi a volte i santi, come S. Francesco d’Assisi o Padre Pio, accettano di partecipare alla passione con le stigmate.
Così, quasi, commenta tutto questo l’apostolo Pietro, oggi: « Carissimi, non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate, vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre, quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: « Questi è il Figlio mio prediletto nel quale mi sono compiaciuto ». Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte. E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione, come la lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori » (Pt 1,16-19).
Sarebbe bello oggi condurvi per mano sul Tabor per gustare insieme la trasfigurazione, guidati dalle parole piene di passione del grande Paolo VI che, a Manila, nel Novembre 1970, così parlo di Gesù: « Guai a me se non predicassi il Vangelo. Io sono mandato da Lui, da Cristo stesso per questo. Io sono apostolo, io sono testimone…Gesù Cristo, voi ne avete sentito parlare, anzi voi, la maggior parte certamente, siete già suoi, siete cristiani. Ebbene a voi cristiani, io ripeto il suo nome: a tutti io lo annuncio: Gesù Cristo è il principio e la fine: l’alfa e l’omèga: Egli è il re del nuovo mondo. Egli è il segreto della storia. Egli è la chiave dei nostri destini. Egli è il mediatore, il ponte fra la terra e il cielo. Egli è per antonomasia, il Figlio dell’ uomo, perché Egli è il Figlio di Dio, eterno, infinito. E’ il Figlio di Maria, la benedetta fra tutte le donne, sua madre nella carne, ma madre nostra nella partecipazione allo Spirito del Corpo Mistico.
Gesù Cristo! Ricordate, questo è il nostro perenne annunzio: è la voce che noi facciamo risuonare per tutta la terra e per tutti i secoli ».
Quanta passione vi era nel Santo Padre. Crea confusione in noi che, a volte, per paura di lasciare questa terra, non riusciamo a sollevarci nella gioia di conoscerLo, amarLo e quindi vederLo.
Viene spontaneo il desiderio di dire quanto disse Pietro sul Tabor: « Maestro, facciamo tre tende qui, una per te e le altre per noi! »

I sotterranei di Santa Maria Maggiore a Roma: catacombe moderne e misteri antichi

dal sito:

http://www.archeorivista.it/003184_i-sotterranei-di-santa-maria-maggiore-a-roma-catacombe-moderne-e-misteri-antichi/

I sotterranei di Santa Maria Maggiore a Roma: catacombe moderne e misteri antichi

Autore: Romano Maria Levante

Immagini sul sito:

La visita agli scavi sotto la prima Basilica cristiana dà inizio ai “venerdì di Archeorivista”, un appuntamento settimanale ai lettori con i ritrovamenti e i misteri dei reperti dell’antichità, che in Santa Maria Maggiore vede riassunti tanti motivi di particolare interesse e di indicibile fascino.

Nulla di catacombale si preannuncia nella Basilica Papale di Santa Maria Maggiore a Roma nel centralissimo rione Esquilino, nelle vicinanze della Stazione Termini in una zona con altre preesistenze e basiliche di grande pregio storico e artistico, da Santa Prassede a San Martino ai Monti. Si erge maestosa nella sua bellezza monumentale, con la deliziosa loggia delle benedizioni all’esterno affrescata in alto, le imponenti scalinate semicircolari di accesso dai due lati in basso.

La leggenda e il mistero della Basilica Liberiana

Ma entrando nella sua storia leggenda e mistero formano una miscela intrigante, c’è anche una nevicata il 5 agosto a Roma e una basilica costruita per celebrare l’evento su disposizione del papa Liberio con la liberalità del patrizio Giovanni; ad entrambi la Madonna avrebbe annunciato in sogno il prodigio della neve d’agosto sull’Esquilino dove si incontrarono tra la folla accorsa e il papa disegnò sulla coltre bianca i confini della chiesa. Si era tra il 352 e il 358, la basilica divenne realtà e ogni anno si celebra l’evento leggendario in Santa Maria Maggiore il 5 agosto con una pioggia di petali bianchi nella Cappella Paolina. Dalla leggenda al mistero il passo è breve, perché la Basilica Liberiana non corrisponde a quella attuale costruita tra il 432 e il 440 da papa Sisto III, iniziando l’anno dopo il dogma della maternità divina della Madonna proclamato nel Concilio di Efeso del 431.

“Liberio fecit basilicam nomine suo iuxta Macellum Liviae” la fonte ne indica così l’ubicazione, ma non sono state trovate tracce nella zona, di qui il mistero della sua “scomparsa”. E’ la prima grande basilica cristiana di Roma, dopo l’editto di Costantino del 313, in precedenza i luoghi di culto erano messi a disposizione dai membri della comunità per radunarsi, non essendovi esigenze di carattere rituale né architettonico, bastava riunirsi per trasmettersi il messaggio in sedi private. La basilica paleocristiana di papa Sisto fu fondata un secolo dopo sulla sommità nord dell’Esquilino.

I motivi di interesse di questo primo “venerdì di Archeorivista”

Per questa sua primazia, alla quale si unisce l’attrazione della leggenda e del mistero, abbiamo voluto iniziare i nostri “venerdì di Archeorivista” da Santa Maria Maggiore. Nei suoi sotterranei possiamo trovare i principali motivi di interesse e il fascino tutto particolare della fruizione di beni culturali e memorie del passato che regala l’archeologia allorché si visitano i siti e l’arte antica.

Abbiamo detto venerdì scorso, nel commentare l’indagine dell’Associazione Civita sul pubblico dell’archeologia, che mentre dinanzi alle opere d’arte si è presi soprattutto dalla bellezza e dall’emozione al cospetto di rappresentazioni suggestive dove c’è da decifrare soprattutto lo stile e la peculiarità dell’artista, nel sito archeologico il fascino è dato da quello che non si vede ma si intuisce perché ad esso fanno risalire gli indizi visibili in quanto supportati da fonti storiche, induzioni e anche supposizioni aperte a tutti.

Ci si trova a investigare e fare ipotesi ad alta voce e, quando la visita, come di solito, avviene in gruppo diventa un gioco coinvolgente, animato e partecipato. Tutto questo abbiamo riscontrato nella visita ai sotterranei di Santa Maria Maggiore, dove gli scavi con i reperti archeologici penetrano tra le fondamenta della maestosa cattedrale. Ci siamo aggregati al gruppo dell’Associazione culturale Info.roma.it, che organizza di continuo visite guidate nei siti archeologici e nelle chiese, nei palazzi e negli altri infiniti luoghi d’arte romani, con la dottoressa Adelaide Sicuro, archeologa accompagnatrice del gruppo, che dosa certezze e ipotesi riuscendo ad acuire l’interesse e a superare le eventuali delusioni iniziali rispetto ad attese non corrisposte.

La prima è stata lo scoprire che l’assetto catacombale del sito non dipende da vere e proprie catacombe, anche se siamo nella zona dove si trovava la necropoli dell’Esquilino, in un bosco sacro nel punto più alto della città, e se ne sentiva la presenza nell’aria, per così dire. La zona era inclusa solo parzialmente nelle Mura Serviane, in particolare per le Ville di Mecenate, vi erano parecchi luoghi di culto pagano, in particolare per Giunone Lucina che presiedeva alle nascite: per la fertilità e per prepararsi al parto ci si rivolgeva alla dea invocandola a mezzo di riti popolari con corse di giovani sotto i colpi della sferza. La zona, degradante verso la Suburra, continuò ad avere grandi orti e in parte fu urbanizzata. E’ attraversata dall’attuale Via Urbana, asse stradale di allora. Secondo alcune ipotesi la basilica nel nome della Madonna avrebbe potuto contrastare, con la sua immagine di Madre e con la natività divina, l’antico culto pagano legato a fecondità e maternità.

Abbiamo chiamato i sotterranei catacombe moderne perché in qualche modo le richiamano, trattandosi di cunicoli che si aprono in anditi e girano lungo il perimetro della Basilica creando dei sostegni. Nella loro modernità c’è il merito di essere stati il frutto di scavi decisi per un motivo funzionale: consolidare il sottosuolo per l’assetto statico e creare un’intercapedine intorno in modo da ridurre l’eccessiva umidità proveniente dal terreno essendo le fondazioni e le mura dell’edificio addossate alla collina; umidità tale da minacciare il prezioso pavimento cosmatesco della Basilica.

E’ vero che sin dal ‘700 si parlava di resti romani sotto la costruzione, ma non si era andati oltre queste sensazioni fino alle indagini e ai primi lavori del 1930-31 allorché si ebbero delle conferme; soltanto i lavori compiuti tra il 1964 e il 1971 per volontà di Paolo VI hanno portato a bonificare 1500 metri quadri di sotterraneo, i due terzi della superficie, di cui 500 per il Museo della Basilica.

Quindi un vasto scavo perimetrale senza che si sia andati sotto al corpo centrale. E sono stati proprio questi lavori a far venire alla luce reperti di notevole interesse che risalgono ad epoca anteriore alla realizzazione della Basilica cristiana, oltre a resti umani trovati nel sottosuolo.

Spiegato il senso delle catacombe moderne restano i misteri antichi del nostro titolo, ma questi non li possiamo conoscere all’inizio della visita, si dipaneranno nel corso della stessa con le notizie che l’archeologa Adelaide Sicuro dispensa dosandole con accortezza per creare un clima che presto va oltre l’interesse culturale. Il “corpus “completo di notizie lo dobbiamo alla cortesia del Prefetto del Museo della Basilica Papale, monsignor Michal Jagosz, a lui dobbiamo anche le immagini.

(I reperti visibili – immagini sul sito)

Innanzitutto i reperti visibili, due muri di “opus reticulatum” di un grande edificio romano. risalente al I secolo avanti Cristo fino all’età di Cesare, resti di un ambiente con delle nicchie e apparati di riscaldamento con parti di muro recanti dipinti e tracce di pavimento con mosaici.

Si è constatata la caratteristica tipica dei siti, l’evoluzione nel tempo con la costruzione di nuove strutture su quelle precedenti: qui sembra si tratti di due stanze aggiunte tra il II e il III secolo che furono prima decorate con marmi alle pareti, poi con affreschi: si tratta di un calendario agricolo diviso in due semestri la cui collocazione potrebbe essere o sulla stessa parete o su due pareti, una magari nella parte opposta del periplo dei sotterranei. Del calendario, in gran parte svanito, si apprezzano i resti di affreschi finemente decorati e le iscrizioni sulle operazioni stagionali. E’ il più antico pervenuto e l’unico nel luogo in cui fu affrescato; Filippo Magi, a cui va la scoperta, lo ritiene di poco successivo al 332 dopo Cristo perché sono menzionati i Ludi sarmatici celebrati dal 25 novembre al 1° dicembre dopo la vittoria in tale anno di Costantino sui Sarmati.

L’interesse della visita si è acuito, e si cerca di acuire anche la vista per distinguere i reperti visibili di un’opera di così grandi dimensioni: apprendiamo che nei 17 metri di lunghezza per ogni semestre erano scritti a caratteri bianchi su sfondo rosso i fatti da ricordare; i pannelli relativi ai singoli mesi intervallati per quasi tre metri tra l’uno e l’altro da dipinti di scene relative ai lavori del singolo mese. Il più visibile è il mese di settembre restaurato nel 2000 a cura dei Musei Vaticani con una veduta agreste finemente dipinta, una costruzione al centro, scene bucoliche intorno. Si avverte la delicatezza delle figure dipinte, alte meno di dieci centimetri, e si intravedono le scritte sui ludi circensi in corrispondenza della prima decade di ottobre e sui ludi sarmatici alla fine di novembre.

Ci fu una successiva fase di affreschi forse per il deterioramento di quelli preesistenti e il calendario venne ricoperto da pitture di scarso valore di tipo geometrico con decorazioni colorate a scacchiera. Una chicca, per così dire, è il palindromo latino che si intravede: tre parole che suonano nello stesso modo sia se sono lette da destra sia da sinistra, è la scritta in graffito Roma summus amor.

L’effetto catacombale non è dato soltanto dall’occasionale conformazione degli scavi, ma dai reperti di pregio che punteggiano il percorso, ben isolati e valorizzati nella loro consistenza, che rimandano di continuo alla Basilica soprastante, perché ne sono la base, non solo architettonica e costruttiva dato che la Basilica sorge su queste vestigia, ma anche e soprattutto storica nel senso che aiutano nella lettura delle vicende che hanno interessato quel sito nei primi secoli.

(Il mistero del Calendario e del Macello – immagine sul sito)

E qui scatta il mistero, che dà un sapore del tutto particolare alla visita, il gruppo di appassionati dell’antichità si comporta come una squadra di investigatori: fa ipotesi, le confronta con i reperti, ne discute, seguendo i percorsi logici oltre che storici della sapiente archeologa. Perché lo chiamiamo il mistero del calendario? Ne abbiamo descritto i resti e la presumibile conformazione originaria, ma c’è un altro enigma: come mai un calendario agricolo che descrive le operazioni campestri nelle varie date in una zona centrale non agricola, nelle vicinanze della quale c’era il Macello di Livia?

L’archeologa snocciola una serie di fonti, prima tra tutte il “Liber Pontificalis”, con le vite dei Pontefici a partire da Pietro, dove si parla della Basilica di Liberio presso (letteralmente “iuxta”) il Macello di Livia, all’inizio abbiamo riportato la citazione completa. Questo edificio doveva essere del I secolo dopo Cristo , nel II secolo c’erano altri ambienti. Ma se era un ambiente collegato al Macello, cioè al mercato, come si spiega il calendario delle lavorazioni agricole? E’ difficile trovarvi un nesso, né è stata accettata l’ipotesi avanzata dallo scopritore Filippo Magi, che i resti sotto la basilica fossero proprio del Macello intitolato nell’anno 7 a Livia, la celebre moglie di Augusto; non corrisponde la struttura, dai resti murari e da altri reperti sembra indubbio si trattasse di un cortile con portico, forma inusitata nei mercati.

E se fosse la domus di un grande proprietario terriero? E’ l’ipotesi prospettata dall’archeologa dopo una serie di supposizioni, con la quale ora il gruppo si trova a confrontare le rispettive opinioni.

La destinazione al culto cristiano è ancora lontana, nel periodo pre-costantiniano, lo abbiamo premesso, le “ecclesie” nel senso di assemblee si svolgevano in siti privati messi a disposizione dei proprietari, tra le pareti domestiche; ovviamente i più facoltosi avevano residenze adatte ad ospitare un certo numero di adepti, senza che vi fossero problemi di clandestinità, a parte le persecuzioni di Giuliano l’Apostata e di Diocleziano contro chi non ne riconosceva l’autorità imperiale.

Ma le ipotesi e l’enigma non impediscono di ammirare l’“opus reticulatum” del muro di contenimento del colle e di notare le irregolarità naturali e i dislivelli dei terrazzamenti originari. Diverse le opere murarie a sinistra e a destra, interrogativo di più facile risposta, e comunque meno intrigante dell’enigma vero e proprio: Macellum o Domus romana? C’è da guardare il pavimento con il mosaico, la parte dove spuntano resti di colonne che dovevano sostenere il porticato intorno al cortile. L’archeologa Adelaide Sicuro fa un excursus storico delle trasformazioni cittadine, serve a capire come le destinazioni mutano nel tempo fino a quando si arriva alla costruzione della grande basilica dedicata alla Madonna, “iuxta Macellum Liviae”, quella Liberiana “sparita” non quella attuale che realizzerà Sisto III dopo il Concilio di Efeso del 431, in posizione sopraelevata di sei metri sul piano stradale di allora, costruendola sopra l’edificio preesistente che risultò così interrato.

(Con le tegole d’epoca romana la fine della visita – Immagine sul sito)

Colpiscono le pareti dove sono collocate in bella vista le tegole d’epoca romana reperite nei lavori di restauro di fine 1800: laterizi datati con un bollo, sulla cui data come indizio del periodo dei lavori non si può fare troppo affidamento per la consuetudine di riutilizzare materiale da edifici dismessi o giacenze di magazzino. Ci sono bolli del periodo classico, bolli pagani e bolli cristiani con in mezzo il monogramma di Cristo, 66 di queste tegole hanno il bollo di Cassio, il suo nome in greco e le sigle degli angeli. Si distinguono anche i bolli di Teodorico del VI secolo , uno con la scritta  “in nomine Dei”, un altro con “Maria Madre di Cristo”; alla fine dell’VIII secolo il monogramma di papa Adriano I. Vi è collocata una serie di tegole da Caligola Nerone ad Eugenio IV, un excursus di 1400 anni a datare il percorso temporale di un’istituzione millenaria come la Chiesa di Cristo.

Dopo la parentesi molto significativa dell’archeologia delle tegole si torna a guardare i muri, l’alternanza di tufi a mattoni ben diversa dall’ “opus reticulatun” e dall’“opus sestile” di cui vi sono tracce, qualifica la diversità delle epoche attestate dai reperti murari: si scende in basso, un grande masso al centro e una costruzione rettangolare, la scena si anima, si intravede un affresco su uno zoccolo, e del marmo, rivestimenti preziosi che qualificano il censo dell’antico proprietario.

Resta l’incognita del calendario, anche se non ci si pensava più; il tormentone torna quando si giunge al lato opposto dove potrebbe esserci stato il secondo semestre. La visita è finita, ma in uscita ci regala un nuovo piccolo enigma: gli antichi mosaici ai bordi in alto nella navata centrale della grande Basilica sono molto piccoli, troppo per essere posti a quell’altezza. E allora? Erano destinati ad altro e perché sono lì? Quando, come? Si potrebbe continuare a discuterne ancora.

Ma per oggi può bastare, e dobbiamo essere grati all’Associazione culturale Info.roma.it per averci accolto nel suo gruppo. I misteri invogliano ad approfondire, lo abbiamo fatto anche con le notizie gentilmente forniteci dal cortese Prefetto del Museo della Basilica. Naturalmente né alla sapiente archeologa Adelaide Sicuro, né tanto meno all’autorevole Prefetto monsignor Michal Jagosz possono essere addebitate le lacune e le inesattezze nel racconto della visita. E’ la formula di stile dei ringraziamenti nelle pubblicazioni anglosassoni. Qui non è rituale, il cronista è l’unico responsabile di ciò che ha raccontato, di come lo ha metabolizzato e delle possibili mancanze; essendo Basilica Papale, viene in mente il “mi corrigerete” di Giovanni Paolo II dal balcone della loggia di San Pietro subito dopo l’ascesa al soglio pontificio, e ci fermiamo, “intelligenti pauca”.

Tornando sulla terra, diciamo che la suspence creata dal mistero del calendario ha dato luogo a un tipo di attenzione molto particolare. Speriamo di averne riprodotto il clima, l’atmosfera che si è creata, ed è quello che conta nella visita archeologica. Che fa captare echi e messaggi lontani, regala sorprese da cogliere in diretta. L’approfondimento verrà dopo, stimolato da queste sensazioni.

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