Archive pour août, 2010

San Tommaso Moro : « Credo, aiutami nella mia incredulità » (Mc 9,24)

dal sito:

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Sabato della XVIII settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Mt 17,14-20
Meditazione del giorno
San Tommaso Moro (1478-1535), statista inglese, martire
Dialog of Comfort against Tribulation

« Credo, aiutami nella mia incredulità » (Mc 9,24)

        « Signore, aumenta la nostra fede » (Lc 17, 6). Meditiamo le parole di Cristo e diciamo ciascuno tra sè e sè : Se non permettessimo alla nostra fede di intiepidire, anzi di raffreddare, di perdere la sua forza sparpagliando i nostri pensieri in futilità, cesseremmo di attribuire importanza alle cose di questo mondo e raccoglieremmo la nostra fede in un’angoletto del nostro animo.

        Allora la semineremmo come un grano di senapa nel giardino del nostro cuore, dopo aver sradicato tutte le erbacce, e il germoglio crescerebbe. Con una salda fiducia nella parola di Dio, solleveremo un monte di afflizioni, mentre se la nostra fede è vacillante, non sposterà nemmeno un monticello. Per concludere questo colloquio, direi che, poiché ogni conforto spirituale presuppone una base di fede, e nessuno salvo Dio può darla, non dobbiamo mai cessare di domandargliela.

Madonna col Bambino

Madonna col Bambino dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 6 août, 2010 |Pas de commentaires »

L’eredità di San Paolo? – La «buona battaglia» adesso tocca a noi

dal sito:

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L’eredità di San Paolo?    

La «buona battaglia» adesso tocca a noi

ENZO BIANCHI
(« Avvenire », 8/6/’08)

La storia ormai « bimillenaria » della presenza del cristianesimo in Italia ci porta a volte a dimenticare le vicende della sua prima diffusione, quel prodigioso dilatarsi della « buona notizia » del Signore Gesù morto e risorto, a partire da Gerusalemme e dalla Galilea fino al cuore dell’impero romano. Così diamo per scontate la radici cristiane del nostro continente e riconosciamo senza eccessiva fatica il contributo determinante che la fede cristiana e il comportamento quotidiano dei discepoli di Gesù di Nazareth hanno offerto nel corso dei secoli all’edificarsi e al definirsi del continente europeo. Ma siamo tentati di dimenticare i primi passi di questa «corsa della Parola di Dio», rimuoviamo più o meno inconsciamente il dato che intere regioni del bacino del Mediterraneo, che avevano conosciuto e abbracciato la fede cristiana nell’età apostolica, si ritrovano oggi con « sparute » presenze cristiane, legate a rare « vestigia » di un passato che appare non più riproponibile ai nostri giorni. Che ne è delle sette Chiese dell’Apocalisse o della Tarso nativa di Paolo; cosa resta di Antiochia, sede della prima « cattedra petrina », o dei luoghi dei primi « concilii ecumenici » come Nicea e Calcedonia; dov’è il « pullulare » di fervore cristiano, di dibattito teologico, di presenze monastiche che caratterizzavano la Cappadocia? E ancora: come vivono le più o meno esigue minoranze cristiane nella regione di Damasco, testimone della rivelazione del Signore Gesù al fariseo Saulo, o nelle agostiniane Ippona e Tagaste, o in quella prodigiosa Alessandria, dove la sapienza di Origene si era innestata nella ricchezza culturale di una città che aveva dato la versione greca dell’Antico Testamento e custodito il patrimonio di una biblioteca ineguagliabile? Sì, in quella a volte stanca consuetudine con cui ci diciamo e sentiamo appartenenti a una terra «cristiana», finiamo per scordarci che nulla di tutto ciò è scontato, che non vi è nessuna garanzia che le vicende storiche che hanno segnato quanti ci hanno preceduto nel cammino della fede possano ripetersi anche ai nostri giorni o in quelli delle generazioni che verranno. Davvero la trasmissione della fede riposa sulla fragile testimonianza di uomini e donne semplici, guidati dallo Spirito e alimentati dal « cibo » della Parola e dell’Eucarestia, ma anche esposti ai « rovesci » di eventi più grandi di loro: l’esile « filo rosso » tessuto da quanti hanno camminato dietro a Gesù sulle strade di Galilea e poi dipanatosi negli scritti « neotestamentari » e giunto fino a noi è affidato alle mani e al cuore di generazioni di cristiani «ordinari», di eroi del quotidiano, di oscuri testimoni della speranza. Ripercorrere il cammino apostolico compiuto dall’infaticabile San Paolo, nell’anno a lui dedicato, può significare allora riandare ai fondamenti della nostra fede e fare memoria non solo di questo «gigante» del pensiero e del vissuto cristiano, ma anche di quella miriadi di battezzati che ci ha preceduto e ora ci attendono, di quanti hanno saputo mostrare anche fino al martirio che vale la pena vivere e morire per Cristo.
Commemorare, allora, non sarà banale nostalgia di una « mitica » stagione delle origini, né curiosità « archeologica », ma autentica esperienza di fede, azione di grazie per quanto il Signore ci ha dato di vivere e di sperimentare: «la corsa della Parola» avviata da Paolo, la «buona battaglia», la conservazione e la trasmissione della fede dipende anche da noi, qui e oggi, e dal nostro agire quotidiano teso a una conformità sempre maggiore al vivere e all’agire di Gesù, passato in mezzo agli uomini facendo il bene.

SABATO 7 AGOSTO 2010 – XVIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SABATO 7 AGOSTO 2010 – XVIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal trattato «Contro le eresie» di Sant’Ireneo, vescovo
(Lib. IV, 17,4-6; SC 100,590-594)

Io voglio l’amore più che il sacrificio
Dio non esigeva sacrifici e olocausti dagli Ebrei, ma fede, obbedienza e giustizia per la loro salvezza. Attraverso il profeta Osea esponeva loro la sua volontà con queste parole: «Voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti» (Os 6,6). Ma. anche nostro Signore diede loro lo stesso insegnamento dicendo: «Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato persone senza colpa» (Mt 12,7). Così rese testimonianza alla verità dei profeti, mentre accusava i suoi interlocutori, stolti e colpevoli.
Parimenti Cristo raccomandò ai suoi discepoli di offrire a Dio le primizie delle sue creature, non perché ne avesse bisogno, ma perché non fossero essi stessi senza frutto e ingrati. Per questo prese il pane, che proviene dal mondo creato, e rese grazie dicendo: «Questo è il mio corpo». Allo stesso modo prese il calice del vino, proveniente anch’esso dalle realtà cosmiche alle quali noi stessi apparteniamo, lo chiamò suo sangue e disse che era oblazione nuova della Nuova Alleanza (cfr. Mt 26,28).
La Chiesa ha ricevuto questa offerta dalle mani degli apostoli e la offre a quel Dio che ci dà gli alimenti, come primizia dei doni della Nuova Alleanza. Questa oblazione fu preannunziata da Malachia, uno dei dodici profeti, quando disse: «Non mi compiaccio di voi, dice il Signore degli eserciti, non accetto l’offerta dalle vostre mani! Poiché dall’oriente all’occidente grande è il mio nome tra le genti e in ogni luogo è offerto incenso al mio nome e un’oblazione pura, perché grande è il mio nome fra le genti, dice il Signore degli eserciti» (Ml 1,10-11). Con queste parole indicava nettamente che il primo popolo avrebbe cessato di fare offerte a Dio, mentre in ogni luogo un nuovo sacrificio sarebbe stato immolato a Dio, ma questo veramente puro, e così il suo nome sarebbe stato glorificato fra le nazioni.
E quale altro nome vi è che sia glorificato fra le genti se non quello di nostro Signore, per mezzo del quale è glorificato il Padre e riceve gloria l’uomo? Ma proprio perché questo è il nome del suo proprio Figlio e viene da lui (cfr. Mt 1,21; Lc 1,31) lo chiama suo.
Se un re dipingesse lui stesso l’immagine del suo figlio, giustamente direbbe suo quel ritratto, per il doppio motivo che è di suo figlio e che l’ha fatto lui stesso. Così avviene per il nome di Gesù Cristo, che riceve gloria in tutto il mondo nella Chiesa. Il Padre ha dichiarato suo questo nome, sia perché è di suo Figlio, sia perché l’ha inciso lui stesso, dandolo a salvezza degli uomini (cfr. At 4,12).
Dunque il nome del Figlio appartiene come proprio al Padre e la Chiesa fa in ogni luogo la sua offerta a Dio onnipotente per mezzo di Gesù Cristo. Tenendo presente questo duplice fatto, il profeta poté dire a giusto titolo: «E in ogni luogo è offerto incenso al mio nome e una oblazione pura» (Ml 1,11).Questo incenso, secondo san Giovanni, è figura delle «preghiere dei santi» (Ap 5,8).

VENERDÌ 6 AGOSTO 2010 – XVIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

VENERDÌ 6 AGOSTO 2010 – XVIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla seconda lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 3, 7 – 4, 6

La gloria della Nuova Alleanza risplende nel Cristo
Fratelli, se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre, fu circonfuso di gloria, al punto che i figli d’Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore pure effimero del suo volto, quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito? Se già il ministero della condanna fu glorioso, molto di più abbonda di gloria il ministero della giustizia. Anzi sotto quest’aspetto, quello che era glorioso non lo è più a confronto della sovraeminente gloria della Nuova Alleanza. Se dunque ciò che era effimero fu glorioso, molto più lo sarà ciò che è duraturo.
Forti di tale speranza, ci comportiamo con molta franchezza e non facciamo come Mosè che poneva un velo sul suo volto, perché i figli di Israele non vedessero la fine di ciò che era solo effimero. Ma le loro menti furono accecate; infatti fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, alla lettura dell’Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato. Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; ma quando ci sarà la conversione al Signore, quel velo sarà tolto. Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà. E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore.
Perciò, investiti di questo ministero per la misericordia che ci è stata usata, non ci perdiamo d’animo; al contrario, rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio.
E se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio. Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù. E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre (Gn 1, 3), rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo.

Responsorio   1 Gv 3, 1. 2
R. Quale grande amore ci ha mostrato il Padre! * Siamo chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente.
V. Sappiamo che, quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è.
R. Siamo chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente.

Seconda Lettura
Dal «Discorso tenuto il giorno della Trasfigurazione del Signore» da Anastasio sinaita, vescovo
(Nn. 6-10; Mélanges d’archéologie et d’histoire, 67 [1955] 241-244)
 
E’ bello restare con Cristo!
Il mistero della sua Trasfigurazione Gesù lo manifestò ai suoi discepoli sul monte Tabor. Egli aveva parlato loro del regno di Dio e della sua seconda venuta nella gloria. Ma ciò forse non aveva avuto per loro una sufficiente forza di persuasione. E allora il Signore, per rendere la loro fede ferma e profonda e perché, attraverso i fatti presenti, arrivassero alla certezza degli eventi futuri, volle mostrare il fulgore della sua divinità e così offrire loro un’immagine prefigurativa del regno dei cieli. E proprio perché la distanza di quelle realtà a venire non fosse motivo di una fede più languida, li preavvertì dicendo: Vi sono alcuni fra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nella gloria del Padre suo (cfr. Mt 16, 28).
L’evangelista, per parte sua, allo scopo di provare che Cristo poteva tutto ciò che voleva, aggiunse: «Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E là fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui» (Mt 17, 1-3).
Ecco le realtà meravigliose della solennità presente, ecco il mistero di salvezza che trova compimento per noi oggi sul monte, ecco ciò che ora ci riunisce: la morte e insieme la gloria del Cristo.
Per penetrare il contenuto intimo di questi ineffabili e sacri misteri insieme con i discepoli scelti e illuminati da Cristo, ascoltiamo Dio che con la sua misteriosa voce ci chiama a sé insistentemente dall’alto. Portiamoci là sollecitamente. Anzi, oserei dire, andiamoci come Gesù, che ora dal cielo si fa nostra guida e battistrada. Con lui saremo circondati di quella luce che solo l’occhio della fede può vedere. La nostra fisionomia spirituale si trasformerà e si modellerà sulla sua. Come lui entreremo in una condizione stabile di trasfigurazione, perché saremo partecipi della divina natura e verremo preparati alla vita beata.
Corriamo fiduciosi e lieti là dove ci chiama, entriamo nella nube, diventiamo come Mosè ed Elia come Giacomo e Giovanni.
Come Pietro lasciamoci prendere totalmente dalla visione della gloria divina. Lasciamoci trasfigurare da questa gloria divina. Lasciamoci trasfigurare da questa gloriosa trasfigurazione, condurre via dalla terra e trasportare fuori del mondo. Abbandoniamo la carne, abbandoniamo il mondo creato e rivolgiamoci al Creatore, al quale Pietro in estasi e fuori di sé disse: «Signore, è bello per noi restare qui» (Mt 17, 4).
Realmente, o Pietro, è davvero «bello stare qui» con Gesù e qui rimanervi per tutti i secoli. Che cosa vi è di più felice, di più prezioso, di più santo che stare con Dio, conformarsi a lui, trovarsi nella sua luce?
Certo ciascuno di noi sente di avere con sé Dio e di essere trasfigurato nella sua immagine. Allora esclami pure con gioia: «E’ bello per noi restare qui», dove tutte le cose sono splendore, gioia, beatitudine e giubilo. Restare qui dove l’anima rimane immersa nella pace, nella serenità e nelle delizie; qui dove Cristo mostra il suo volto, qui dove egli abita col Padre. Ecco che gli entra nel luogo dove ci troviamo e dice: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa» (Lc 19, 9). Qui si trovano ammassati tutti i tesori eterni. Qui si vedono raffigurate come in uno specchio le immagini delle primizie e della realtà dei secoli futuri.

GIOVEDÌ 5 AGOSTO 2010 – XVIIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

GIOVEDÌ 5 AGOSTO 2010 – XVIIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dai «Trattati» di Baldovino di Canterbury, vescovo
(Tratt. 10; PL 204,513-514.516)

L’amore è forte come la morte
Forte è la morte, che è capace di privarci del dono della vita. Forte è l’amore, che è capace di ricondurci ad un miglior uso della vita.
Forte è la morte, che è in grado di spogliarci del vestito di questo corpo. Forte è l’amore, che è capace di strappare le nostre spoglie alla morte e restituircele.
Forte è la morte, a cui nessun uomo è in grado di resistere. Forte è l’amore, al punto da trionfare su di essa, spuntarne il pungiglione, smorzarne la forza, vanificarne la vittoria. Verrà il tempo in cui sarà insultata, quando si potrà dire: Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? Dov’è la tua forza? (cfr. Os 13,14; 1Cor 15,55)
«Forte come la morte è l’amore» (Ct 8,6), perché l’amore di Cristo è la fine della morte. Perciò dice: Io sarò la tua fine o morte; io sarò il tuo flagello, o inferno (cfr. Os 13,14). L’amore, infatti, che portiamo a Cristo, anch’esso è forte come la morte, perché deve essere una specie di morte, in quanto è distruzione della vecchia vita, abolizione dei vizi e abbandono delle opere morte.
Sia questo amore una specie di contraccambio a Cristo, anche se dobbiamo ammettere che sarà sempre impari al suo amore per noi e come una sua sbiadita immagine. Egli infatti ci ha amato per primo (cfr. 1Gv 4,10) e con l’esempio del suo amore è diventato per noi come un richiamo per renderci conformi alla sua immagine, spogliarci dell’uomo terreno e rivestirci dell’uomo celeste.
Come ci ha amati, così dobbiamo amarlo. Ci ha lasciato, infatti, un esempio perché seguiamo le sue orme (cfr. 1Pt 2,21).
Per questo dice: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore» (Ct 8,6). Come se dicesse: Amami come io ti amo. Abbimi nella tua mente, nei tuoi ricordi, nei tuoi desideri, nei tuoi sospiri, nei tuoi lamenti, nei tuoi gemiti.
Non dimenticarti, o uomo, che da me viene tutto quello che sei. Ricorda come ti ho preferito a tutte le altre creature, a quale dignità ti ho innalzato, come ti ho coronato di gloria e di onore, come ti ho fatto poco meno degli angeli, e tutto ho posto sotto i tuoi piedi (cfr. Sal 8,6-7). Ricordati non solo di quanto ti ho donato, ma quante cose terribili ed immeritate ho sofferto per te. Solo allora potrai capire quanto sei ingiusto verso di me privandomi del tuo amore. Chi infatti ti ama come ti amo io? Chi ti ha creato, se non io? Chi ti ha redento, se non io?

Togli via da me, o Signore, questo cuore di pietra. Strappami questo cuore raggrumato. Distruggi questo cuore non circonciso. Dammi un cuore nuovo, un cuore di carne, un cuore puro! Tu, purificatore di cuori e amante di cuori puri, prendi possesso del mio cuore, prendivi dimora. Abbraccialo e contentalo. Sii tu più alto di ogni mia sommità, più interiore della mia stessa intimità. Tu, esemplare di ogni bellezza e modello di ogni santità, scolpisci il mio cuore secondo la tua immagine; scolpiscilo col martello della tua misericordia, Dio del mio cuore e mia eredità, o Dio, mia eterna felicità. Amen (cfr. Sal 72,26).

MERCOLEDÌ 4 AGOSTO 2010 – XVIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MERCOLEDÌ 4 AGOSTO 2010 – XVIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SAN GIOVANNI MARIA VIANNEY (m)

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal «Catechismo» di san Giovanni Maria Vianney, sacerdote
(Catéchisme sur la priére: A. Monnin, Esprit du Curé d’Ars, Parigi, 1899, pp. 87-89)

L’opera più bella dell’uomo è quella di pregare e amare
Fate bene attenzione, miei figliuoli: il tesoro del cristiano non è sulla terra, ma in cielo. Il nostro pensiero perciò deve volgersi dov’è il nostro tesoro. Questo è il bel compito dell’uomo: pregare ed amare. Se voi pregate ed amate, ecco, questa è la felicità dell’uomo sulla terra.
La preghiera nient’altro è che l’unione con Dio. Quando qualcuno ha il cuore puro e unito a Dio, è preso da una certa saovità e dolcezza che inebria, è purificato da una luce che si diffonde attorno a lui misteriosamente. In questa unione intima, Dio e l’anima sono come due pezzi di cera fusi insieme, che nessuno può più separare.
Come è bella questa unione di Dio con la sua piccola creatura! E’ una felicità questa che non si può comprendere. Noi eravamo diventati indegni di pregare. Dio però, nella sua bontà, ci ha permesso di parlare con lui. La nostra preghiera è incenso a lui quanto mai gradito.
Figliuoli miei, il vostro cuore è piccolo, ma la preghiera lo dilata e lo rende capace di amare Dio. La preghiera ci fa pregustare il cielo, come qualcosa che discende a noi dal paradiso. Non ci lascia mai senza dolcezza. Infatti è miele che stilla nell’anima e fa che tutto sia dolce.
Nella preghiera ben fatta i dolori si sciolgono come neve al sole. Anche questo ci dà la preghiera: che il tempo scorra con tanta velocità e tanta felicità dell’uomo che non si avverte più la sua lunghezza. Ascoltate: quando ero parroco di Bresse, dovendo per un certo tempo sostituire i miei confratelli, quasi tutti malati, mi trovavo spesso a percorrere lunghi tratti di strada; allora pregavo il buon Dio, e il tempo, siatene certi, non mi pareva mai lungo.
Ci sono alcune persone che si sprofondano completamente nella preghiera come un pesce nell’onda, perché sono tutte dedite al buon Dio. Non c’è divisione alcuna nel loro cuore. O quanto amo queste anime generose! San Francesco d’Assisi e santa Coletta vedevano nostro Signore e parlavano con lui a quel modo che noi ci parliamo gli uni agli altri.
Noi invece quante volte veniamo in chiesa senza sapere cosa dobbiamo fare o domandare! Tuttavia, ogni qual volta ci rechiamo da qualcuno, sappiamo bene perché ci andiamo. Anzi vi sono alcuni che sembrano dire così al buon Dio: «Ho soltanto due parole da dirti, così mi sbrigherò presto e me ne andrò via da te». Io penso sempre che, quando veniamo ad adorare il Signore, otterremmo tutto quello che domandiamo, se pregassimo con fede proprio viva e con cuore totalmente puro.

Responsorio    2 Cor 4, 17; 1 Cor 2, 9
R. Il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria.
V. Occhio non vide, orecchio non udì, né mai entrò in mente umana, ciò che Dio ha preparato per quelli che lo amano:
R. ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria

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