Archive pour août, 2010

San Serafino di Sarov: « Vegliate e pregate in ogni tempo » (Lc 21,36)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100808

XIX Domenica delle ferie del Tempo Ordinario – Anno C : Lc 12,32-48
Meditazione del giorno
San Serafino di Sarov (1759-1833), monaco russo
Colloqui con Motovilov, 160

« Vegliate e pregate in ogni tempo » (Lc 21,36)

        O ! Quanto vorrei, amico di Dio, che in questa vita fossi sempre nello Spirito Santo. « Renderò a ciascuno secondo lo stato in cui lo troverò » dice il Signore (Ap 22, 12). Guai a noi se ci troverà appesantiti dalle preoccupazioni e dalle pene di questo mondo, perché chi potrà sopportare la sua ira e chi potrà resistirle ? Perciò è stato detto : « Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione » (Mt 26, 41). Cioè per non essere privi dello Spirito di Dio, perché le veglie e la preghiera ci danno la sua grazia.

        Certo ogni opera buona fatta nel nome di Cristo conferisce lo Spirito Santo, ma la preghiera più di ogni altra cosa, essendo essa sempre a nostra disposizione. Avresti per esempio voglia di andare in chiesa, ma la chiesa è troppo lontano, o l’ufficio è finito ; avresti voglia di fare l’elemosina, ma non vedi nessun povero o non hai moneta. Vorresti rimanere vergine, ma non lo puoi a causa della tua costituzione e delle insidie del nemico, contro le quali la debolezza della tua carne umana non ti permette di resistere ; vorresti forse trovare un’altra opera buona da fare nel nome di Cristo, ma non ne hai la forza, o l’occasione non si presenta. Invece, nessuna di tutte queste cose può impedire la preghiera : ognuno, sempre, ha la possibilità di pregare, il ricco come il povero, il notabile come l’uomo comune, il forte come il debole, quello che sta bene come il malato, il virtuoso come il peccatore…

        Tale è, amico di Dio, la potenza della preghiera. Più di ogni altra cosa, essa ci dà la grazia dello Spirito e, più di ogni altra cosa, è sempre alla nostra portata. Beati noi quando Dio ci troverà vegliando nella pienezza dei doni del suo Spirito. Potremo allora sperare di essere « rapiti tra le nuvole, per andare incontro al Signore nell’aria » (1 Tes 4, 17) quando verrà con grande potenza e gloria, a giudicare i vivi e i morti e dare a ciascuno il suo dovuto (Mt 13, 26 ; 2 Tm 4, 1).

8 agosto: San Domenico di Guzman

dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/santi/2010-08-08.html

San Domenico di Guzman

Sacerdote

BIOGRAFIA
 1170-1221. Nativo di Calaruega in provincia di Burgos (Vecchia Castiglia), era canonico regolare agostiniano nella cattedrale di Osma; nel 1203 accompagnò il suo vescovo nel sud della Francia, a quel tempo devastato degli albigesi. Domenico iniziò il suo apostolato tra gli eretici, che sarebbe durato tutta la vita e nel 1206 riuscì ad aprire a Prouille un convento per monache convertite dall’eresia albigese. Esso fu il germe del suo ordine di frati conosciuto come frati predicatori, che Domenico mandò ovunque a predicare e ad insegnare. L’Ordine fu approvato nel 1216 e in pochi anni si diffuse in tutta Europa. Con il suo fascino personale san Domenico si conquistò l’entusiastico affetto dei suoi seguaci; morì a Bologna e fu canonizzato nel 1234.

DAGLI SCRITTI…
Dalla «Storia dell’Ordine dei Predicatori»
O parlava con Dio, o parlava di Dio

Domenico era dotato di grande santità ed era sostenuto sempre da un intenso impeto di fervore divino. Bastava vederlo per rendersi conto di essere di fronte a un privilegiato della grazia. V’era in lui un’ammirabile inalterabilità di carattere, che si turbava solo per solidarietà col dolore altrui. E poiché il cuore gioioso rende sereno il volto, tradiva la placida compostezza dell’uomo interiore con la bontà esterna e la giovialità dell’aspetto. Si dimostrava dappertutto uomo secondo il Vangelo, nelle parole e nelle opere. Durante il giorno nessuno era più socievole, nessuno più affabile con i fratelli e con gli altri. Di notte nessuno era più assiduo e più impegnato nel vegliare e pregare.
Era assai parco di parole e, se apriva la bocca, era o per parlare con Dio nella preghiera o per parlare di Dio. Questa era la norma che seguiva e questa pure raccomandava ai fratelli. La grazia che più insistentemente chiedeva a Dio era quella di una carità ardente, che lo spingesse a operare efficacemente alla salvezza degli uomini. Riteneva infatti di poter arrivare a essere membro perfetto del corpo di Cristo solo qualora si fosse dedicato totalmente e con tutte le forze a conquistare anime. Voleva imitare in ciò il Salvatore, offertosi tutto per la nostra salvezza.
A questo fine, ispirato da Dio, fondò l’Ordine dei Frati Predicatori, attuando un progetto provvidenziale da lungo accarezzato. Esortava spesso i fratelli, a voce e per lettera, a studiare sempre l’Antico e il Nuovo Testamento. Portava continuamente con sé il vangelo di Matteo e le lettere di san Paolo, e meditava così lungamente queste ultime da arrivare a saperle quasi a memoria. Due o tre volte fu eletto vescovo; ma egli sempre rifiutò, volendo piuttosto vivere con i suoi fratelli in povertà. Conservò illibato sino alla fine lo splendore della sua verginità.
Desiderava di essere flagellato, fatto a pezzi e morire per la fede di Cristo. Gregorio IX ebbe a dire di lui: «Conosco un uomo, che seguì in tutto e per tutto il modo di vivere degli apostoli; non v’é dubbio che egli in cielo sia associato alla loro gloria».(Libellus de Principiis O.P:; Acta canoniz. sancti Dominici; Monumenta O.P. Mist. 16, Romae 1935, pp. 30 ss., 146-147). 

Publié dans:SANTI, Santi - biografia |on 7 août, 2010 |Pas de commentaires »

commento alla seconda lettura di domanica 2010: Ebrei 11,1-19

dal sito:

http://www.nicodemo.net/NN/ms_pop_vedi2.asp?ID_festa=240

Ebrei 11,1-19

La fede dei padri

La lettera agli Ebrei contiene, dopo l’esordio (1,1-4), una prima parte in cui si descrive il ruolo di Cristo nel piano di Dio (1,5 – 2,18). Nella seconda parte si presenta Gesù come sommo sacerdote (3,1 – 5,10). La salvezza da lui portata è delineata nella parte centrale della lettera (5,11 – 10,39). Successivamente (11,1 – 12,13), l’autore affronta il tema della risposta che la comunità deve dare a questa salvezza. Questa risposta, già preannunziata in 10,38-39, consiste essenzialmente nella fede perseverante, mediante la quale si ha accesso ai beni che il sacrificio di Cristo ha acquistati. Al significato di questa fede l’autore dedica tutto il lungo capitolo 11, soffermandosi non su concetti astratti, ma su una serie di personaggi biblici presentati come modelli da seguire. Egli apre la sua esposizione con una definizione della fede (vv. 1-3), passando poi subito a elencare i suoi personaggi che caratterizza con tratti veloci: i patriarchi dell’umanità pre-abramitica (vv. 4-7), Abramo e i padri del popolo ebraico (vv. 8-22), Mosè e Giosuè (vv. 23-31), e infine tutta una serie di personaggi di cui indica solo alcuni nomi, descrivendo però con enfasi la loro testimonianza (vv. 32-38); l’esposizione termina con una breve conclusione (vv. 39-40). La liturgia si limita a riportare i due versetti iniziali e poi l’esempio di Abramo (vv. 8-19).

Significato della fede (vv. 1-3)

L’autore introduce il suo discorso affermando che la «fede» (pistis) è «fondamento» (hypostasis, garanzia) delle cose che si sperano e «prova» (elenchos, certezza) di quelle che non si vedono (v. 1). In questa formulazione, che si ispira al parallelismo biblico, la fede è presentata come la certezza di ottenere un giorno quelle realtà che, proprio perché non si vedono, sono oggetto di speranza. In altre parole l’autore intende affermare che il credente è colui che non si ferma alle realtà visibili e materiali, ma si orienta con piena fiducia verso beni futuri (trascendenti), non ancora visibili ma attestati dalla parola di Dio (cfr. 11,11) e quindi sicuramente disponibili. Naturalmente si tratta di realtà talmente importanti da giustificare, per ottenerle, la rinunzia a quanto si sperimenta con i sensi. La fede non consiste dunque nell’assenso intellettuale a una determinata verità, ma nel proiettarsi in modo dinamico verso beni che non si possiedono ancora in modo pieno, ma per i quale vale la pena di lottare, soffrire e morire.

Dopo aver dato la sua definizione della fede, l’autore soggiunge che per mezzo di essa gli antichi ricevettero una buona testimonianza (v. 2). Con queste parole egli lascia intendere che non farà un discorso astratto sulla natura della fede, ma presenterà esempi concreti dai quali i lettori saranno guidati nel loro cammino di fede. Infine, quasi per giustificare la possibilità stessa di porre la propria fiducia in cose non visibili, egli si rifà nel v. 3 (tralasciato dalla liturgia) alla creazione, sottolineando che le cose che ora si vedono provengono, in forza della parola di Dio, precisamente da cose non visibili. La fede, proprio in quanto mette in rapporto con le cose invisibili, permette all’uomo di inserirsi armonicamente nel creato.

I patriarchi pre-abramitici (vv. 4-7)

La carrellata dei testimoni della fede inizia con questo brano (tralasciato dalla liturgia) in cui sono ricordati alcuni personaggi, Abele, Enoc e Noè, esistiti prima che il popolo ebraico apparisse alla ribalta della storia. Il primo ad essere nominato è Abele, il cui il sacrificio, proprio in forza della sua fede, è stato gradito a Dio più di quello di Caino (v. 4). Alla fede viene ascritto anche il fatto che egli continui a parlare dopo la morte (cfr. Gn 4,10). Di Enoc si ricorda invece che è stato «portato via» da Dio in modo da non sperimentare la morte (Gn 5,22-24): ciò è visto come segno e conseguenza del gradimento divino (v. 5). Per ambedue è determinante il fatto di aver superato la morte proprio in forza della fede.

L’esperienza di Enoc offre all’autore l’occasione per affermare che senza fede non si può essere graditi a Dio: infatti chi si accosta a lui deve credere che «egli esiste e ricompensa coloro che lo cercano» (v. 6). Anche qui non si tratta di affermazioni dottrinali, ma della certezza di un ordine che non si vede ma che regola tutto l’andamento del mondo. Infine viene citato Noè, del quale si dice che, istruito da Dio, proprio mediante la fede ha saputo prevedere le cose invisibili; per questo ha deciso di costruire l’arca con la quale tutta la sua famiglia è stata salvata, mentre il resto dell’umanità, proprio per la sua mancanza di fede, è andato distrutto. La fede di Noè viene vista qui, sulla linea del pensiero paolino, come l’origine e la causa della sua giustizia (v. 7).

Abramo e i padri del popolo ebraico (vv. 8-22)

Dopo i tre personaggi della storia primordiale, l’autore si sofferma su Abramo (vv. 8-19), la cui vicenda spirituale è distribuita in tre sequenze: la partenza (vv. 8-10), l’attesa (vv. 11-12) e la prova (vv. 17-19). Al centro (vv. 13-16) si trova una riflessione che tende a spiegare in che senso Abramo e implicitamente gli altri patriarchi, a cui si accennerà subito dopo, sono i modelli della fede.

Il cammino di fede di Abramo inizia con la «partenza» (vv. 8-10) o l’uscita dal suo passato sicuro per andare verso un futuro che non conosce, ma che gli è promesso come «eredità», cioè come un bene da trasmettere alla sua discendenza. All’origine di questa partenza c’è la chiamata di Dio alla quale Abramo aderisce prontamente. Questa prima fase, in cui predomina la tensione tra quello che è posseduto a quello che non lo è ancora, tra quello che si vede e quello che non si vede, è caratterizzata dalla promessa divina. Abramo, e con lui Isacco e Giacobbe, sono disposti ad abitare da stranieri in una tenda nel paese che un giorno sarà loro, perché sono certi che possederanno una «città» dalle solide fondamenta, progettata e costruita da Dio.

La seconda fase si svolge attorno al tema della «discendenza» (vv. 11-12), oggetto della seconda promessa fatta da Dio ad Abramo. Anche qui è sottolineato il contrasto tra la sterilità di Sara e la potenza di generare: esso è superato grazie alla «fede», che spinge a far affidamento sulla potenza e fedeltà di Dio. È per la fede che da uno solo, ormai segnato dalla morte, ha avuto origine una moltitudine di discendenti.

Il commento teologico che interrompe il discorso su Abramo (vv. 13-16) riguarda non solo lui ma anche gli altri patriarchi. Tutti vissero sulla terra da «stranieri viandanti» e morirono senza avere conseguito la realizzazione delle promesse: ciò significa che erano alla ricerca di un futuro diverso da quello della terra e della semplice discendenza fisica. Questo futuro è una «patria migliore» di quella da cui venivano, la Mesopotamia, e coincide con quella città di cui Dio è architetto e costruttore. Garanzia di questo futuro migliore è la relazione vitale che Dio stabilisce con i padri quando si proclama il «Dio di Abramo, di Isacco e Giacobbe» (cfr. Es 3,6.15).

Il terzo momento, quello della prova (vv. 17-19), manifesta al massimo la forza della fede. Chiedendo il sacrificio di Isacco Dio stesso sembra voler distruggere ogni garanzia di attuazione delle promesse. La crisi viene superata da Abramo, il quale si fida della «potenza» di Dio, sapendo che è capace anche di risuscitare i morti: perciò riottene il figlio come un «simbolo» (en parabolêi), cioè come caparra della pienezza futura. L’accenno alla risurrezione apre la via a una rilettura cristiana della vicenda di Abramo, il quale diventa così il modello di una fede che si basa ormai sulla risurrezione di Cristo e punta verso la risurrezione finale dei morti.

La sezione dedicata alla fede di Abramo è completata dai ritratti di Isacco Giacobbe e Giuseppe (vv. 20-23), a cui fanno seguito quelli di Mosè e di Giosuè (vv. 24-31) e di altri personaggi significativi del periodo dei giudici e dei re (vv. 32-35a). In seguito (vv. 35b-38) si passano in rassegna le situazioni tragiche in cui uomini santi hanno vissuto la loro fede, in attesa della risurrezione. Gli ultimi due versi rappresentano la conclusione non solo dell’ultima parte, ma di tutto il capitolo. In essi l’autore riprende la frase iniziale del v. 2 riguardante gli uomini del passato, sottolineando che essi ricevettero «una buona testimonianza» in base alla loro fede. Poi delinea la loro condizione con un’espressione generale: essi non ottennero la realizzazione della promessa (v. 39). E giustifica questo ritardo spiegando che il pieno compimento del progetto divino si ha solo ora nella fase ultima e definitiva, inaugurata da Cristo, che porta a compimento la nostra fede (v. 40).

Linee interpretative

La suggestiva panoramica di storia biblica contenuta in questo capitolo mette in luce  gli aspetti più caratteristici della fede. Per l’autore essa consiste nel guardare verso un futuro ancora avvolto nel mistero, accettando come unica garanzia la parola di Dio che ne annunzia la prossima realizzazione. La fede assume così una forte dimensione storica che fa di essa uno stile di vita basato sulla fedeltà radicale a Dio nelle situazioni concrete. In altre parole si tratta di un’apertura al futuro di Dio, che rende provvisorie e precarie le realizzazioni concrete della storia.

L’esperienza di Abramo mostra chiaramente che la fede, vissuta come apertura a un futuro che Dio promette, consiste in un rapporto personale con lui,  in forza del quale è possibile superare la caducità e la miseria di una vita segnata inesorabilmente dalla morte. È così che Abramo. proprio per aver accettato per fede la morte del figlio, ottiene una specie di risurrezione anticipata, che troverà compimento nella risurrezione di Cristo e di coloro che crederanno in lui. La fede dei patriarchi è quindo solo una prefigurazione della fede di cui godono i credenti in Cristo.

Infine le vicende di Abramo e dei patriarchi mettono in luce la struttura comunitaria della fede, la quale per sua natura implica la solidarietà con una catena storica di uomini credenti che costituiscono insieme un «popolo»  rivolto alla città o patria che Dio ha progettato e sta costruendo non solo per loro ma anche per tutta l’umanità. È l’esistenza stessa di un popolo solidale che anticipa nell’oggi quelle realtà che non si vedono, ma che costituiscono lo scopo a cui orientare la propria vita. Senza fede non esiste la comunità, ma è anche vero che senza la comunità la fede è priva di fondamento.

Omelia domenica 8 agosto 2010

dal sito:

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=11328

Commento Luca 12,32-48 (forma breve: Luca 12,35-40)

don Daniele Muraro 

XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (12/07/2007)

« Beati quei servi, che al momento del suo ritorno, il padrone troverà ancora svegli », pronti ad accoglierlo e all’opera, così suona la beatitudine espressa da Gesù nel Vangelo di oggi, che fa il paio con l’altra Beatitudine, la seconda di quelle proclamate sul monte: « Beati gli afflitti, perché saranno consolati! ».
Un servo finché si mantiene nel suo ruolo di servitore, non può che essere affannato, tutto preso dalle sue incombenze, con poco tempo per distrarsi, preoccupato di cercare non le proprie soddisfazioni, ma di adattarsi alle esigenze del padrone. E questa è la normalità della condizione umana. Davvero quaggiù non mancano i motivi di apprensione e di affaticamento.
La Chiesa è stata accusata nel recente passato di opporsi alle gioie sane del mondo e di presentare una visione negativa della vita, fatta tutta di rinunce e di sacrificî, riducendo questa terra a una immensa valle di lacrime.
Eppure guardandoci attorno, con senso di realismo, dobbiamo riconoscere che per i quattro quinti degli abitanti del mondo le giornate sono pesanti al di là di ogni nostra immaginazione e quello che la Chiesa si limita a consigliare a noi cristiani del primo mondo come esercizio di virtù, per loro è pratica quotidiana, perché non possono fare altro. Digiuni, moderazione nei divertimenti, rinuncia al lusso ostentato, tutto questo è la regola e non l’eccezione per cristiani e non cristiani del terzo e forse anche del secondo mondo.
Anche noi, per quel che ci riguarda, spesso non possiamo fare altro che sottoscrivere le parole di Giobbe: « Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra / e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario? / Come lo schiavo sospira l’ombra / e come il mercenario aspetta il suo salario, / così a me son toccati mesi d’illusione / e notti di dolore mi sono state assegnate. »
Questi sentimenti di scoraggiamento e di abbattimento non si adattano al clima di euforia propagandato dai mezzi di comunicazione sociale, ma affiorano e rigurgitano nei fatti di cronaca delittuosa che non mancano mai fra le notizie del giorno.
« I nostri padri nella fede, ci dice la seconda lettura, morirono senza aver conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini » sopra questa terra.
Ci viene da chiederci allora in che cosa consista la consolazione promessa dal Signore a chi si trova afflitto dalle tante prove che non mancano mai nella vita di ciascuno, per ognuno diverse, ma in ogni caso mai leggere o facili da superarsi.
L’esperienza ci dice che il dolore segue inesorabile ad ogni piacere consumato dentro le pieghe di questo mondo. Sembra essere una regola generale, di cui già avevano preso coscienza gli antichi pagani: « Un non so che d’amaro – scriveva il poeta Lucrezio – sorge dall’intimo stesso di ogni piacere e ci angoscia già nel mezzo delle nostre delizie ».
Secondo la visione cristiana delle cose, al piacere scelto contro la legge di Dio e simboleggiato dal frutto proibito che Adamo ed Eva gustano, Dio ha permesso che seguissero il dolore e la morte, più come rimedio che come punizione. L’egoismo e l’istinto lasciti andare a briglia sciolta infatti impediscono la convivenza e ipotecano il futuro. Così non è un caso che al piacere vediamo ormai aderire, come la sua ombra, la sofferenza.
Cristo ha finalmente spezzato questa catena. Egli, « in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce ». Fece, insomma, il contrario di ciò che fece Adamo e che fa ogni uomo. « La morte del Signore – ha scritto san Massimo il Confessore –, a differenza di quella degli altri uomini, non fu un debito pagato per il piacere, ma piuttosto un peso gettato contro di esso. E così, attraverso questa morte, Gesù cambiò il destino meritato dall’uomo ». Risorgendo da morte, Egli inaugurò un nuovo genere di felicità: quello che non precede il dolore, come sua causa, ma lo segue come suo frutto e che propriamente si chiama gioia.
E allora domandiamoci: « Dove andiamo noi cristiani a cercare le nostre consolazioni? »
Non mi sto riferendo ai piccoli sfizi quotidiani, che ciascuno si concede e per lo più sono innocui, ma anche insignificanti, perché se una cosa da poco ci consola allora significa che sono inezie anche le nostre afflizioni. Sto parlando dei punti di appoggio solidi, quelli che permettono di non cadere né barcollare, anche se si viene colpiti negli affetti più cari e nelle aspettative più realistiche.
« Mangiamo e beviamo, perché domani moriremo! », chi ragiona così, dimostra di non avere compreso né accettato il messaggio della resurrezione e di non essere alla ricerca di nessuna patria migliore, ma di accontentarsi di una sistemazione di breve durata.
Esiste questa città dalle salde fondamenta il cui architetto e costruttore è Dio stesso? La Scrittura ci dice di sì. Facciamo fatica ad immaginarla e per questo per essa non ci sacrifichiamo, ma quanto più volentieri non ci sacrificheremmo se già fin da adesso avessimo provato quella consolazione e quella gioia che il Signore dà ai suoi amici. Questo è il segreto dei santi.
Padre Pio diceva: « Ci rianimi il consolante pensiero che, dopo aver asceso il Golgota, si ascenderà ancor più in alto. »
« Nel suo pellegrinaggio la Chiesa, dice sant’Agostino, ma noi potremo dire i cristiani, proseguono tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio » e queste consolazioni non mancano mai, perché il vero Consolatore, la Consolazione in persona, è lo Spirito santo e, l’abbiamo sentito due domeniche fa’, volentieri Dio ne fa dono a chi lo richiede. Diceva Gesù: tutti cercano di dare del loro meglio ai propri figli « quanto più, allora, il Padre celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono! ». Mai come a questo riguardo dobbiamo riconoscere: non abbiamo, perché non chiediamo!
Concludo allora con il saluto di san Paolo ai cristiani di Corinto, in cui si dimostra il suo animo di discepolo del Signore e di suo vero ministro: « Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. »
Potessimo far sempre nostre queste parole, compreso l’impegno successivo: « Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è (sempre) per la vostra consolazione. »

DOMENICA 8 AGOSTO 2010 – XIX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 8 AGOSTO 2010 - XIX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO dans Lettera agli Ebrei

http://www.santiebeati.it/

DOMENICA 8 AGOSTO 2010 – XIX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

San Domenico di Guzman

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/ordinC/C19page.htm

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura  Eb 11, 1-2.8-19 (Forma breve 11,1-2.8 12)

Aspettava la città il cui architetto e costruttore è Dio stesso.

[ Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio.
Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.
Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare. ]
Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città.
Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: «Mediante Isacco avrai una tua discendenza». Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal «Dialogo della Divina Provvidenza» di santa Caterina da Siena, vergine
(Cap. 13, libero adattamento; cfr. ed. I. Taurisano, Firenze, 1928, I, pp. 43-45)
 
Dio, abisso di carità
Signore mio, volgi l’occhio della tua misericordia sopra il popolo tuo e sopra il corpo mistico della santa Chiesa. Tu sarai glorificato assai più perdonando e dando la luce dell’intelletto a molti, che non ricevendo l’omaggio da una sola creatura miserabile, quale sono io, che tanto t’ho offeso e sono stata causa e strumento di tanti mali.
Che avverrebbe di me se vedessi me viva, e morto il tuo popolo? Che avverrebbe se, per i miei peccati e quelli delle altre creature, dovessi vedere nelle tenebre la Chiesa, tua Sposa diletta, che è nata per essere luce?
Ti chiedo, dunque, misericordia per il tuo popolo in nome della carità increata che mosse te medesimo a creare l’uomo a tua immagine e somiglianza.
Quale fu la ragione che tu ponessi l’uomo in tanta dignità? Certo l`amore inestimabile col quale hai guardato in te medesimo la tua creatura e ti sei innamorato di lei. Ma poi per il peccato commesso perdette quella sublimità alla quale l’avevi elevata.
Tu, mosso da quel medesimo fuoco col quale ci hai creati, hai voluto offrire al genere umano il mezzo per riconciliarsi con te. Per questo ci hai dato il Verbo, tuo unico Figlio. Egli fu il mediatore tra te e noi. Egli fu nostra giustizia, che punì sopra di sé le nostre ingiustizie. Ubbidì al comando che tu, Eterno Padre, gli desti quando lo rivestisti della nostra umanità. O abisso di carità! Qual cuore non si sentirà gonfio di commozione al vedere tanta altezza discesa a tanta bassezza, cioè alla condizione della nostra umanità?
Noi siamo immagine tua, e tu immagine nostra per l’unione che hai stabilito fra te e l’uomo, velando la divinità eterna con la povera nube dell’umanità corrotta di Adamo. Quale il motivo? Certo l’amore.
Per questo amore ineffabile ti prego e ti sollecito a usare misericordia alle tue creature.

Omelia 7 agosto 2010 – prima lettura

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/7737.html

Omelia (12-08-2006) 
Monaci Benedettini Silvestrini

(prima lettura)

Pregare… ma non solo in neccessità…

Il profeta Abacuc viveva nel tempo della dominazione caldea: una volta di più la situazione per gli Israeliti era angosciosa. Lo sguardo del profeta va dagli eventi a Dio e da Dio agli eventi. L’inizio è la proclamazione della santità di Dio: «Non sei tu fin da principio il mio Dio, il mio Santo?»; quindi la dominazione caldea è un flagello che egli usa per castigare i peccatori, per fare giustizia: «Tu hai scelto un popolo per fare giustizia, l’hai reso forte, o roccia, per castigare». Però la dominazione caldea va agli eccessi, impone una oppressione intollerabile; il profeta la considera e di nuovo volge lo sguardo a Dio: «Tu dagli occhi così puri che non puoi vedere il male e non puoi guardare l’iniquità, perché, vedendo i malvagi, taci mentre l’empio ingoia il giusto?».
Questa domanda: «Perché Dio tace, perché Dio non si muove, non pone limiti alla prepotenza degli invasori?» quante volte ci viene sulle labbra! E una pena che stringe il cuore vedere l’ingiustizia, la violenza che si diffondono nel mondo.
Abacuc guarda come si comportano i Caldei e li paragona a dei pescatori: «Tu tratti gli uomini come pesci del mare, come un verme che non ha padrone. Egli (cioè il Caldeo) li prende tutti all’amo, li tira su con il giacchio, li raccoglie nella rete, e contento ne gode». E questo pescatore è idolatra: «Offre sacrifici alla sua rete e brucia incenso al suo giacchio, perché fanno grassa la sua parte e succulente le sue vivande». Però questa pesca m realtà è una strage: «Continuerà dunque a vuotare il giacchio e a massacrare le genti senza pietà?».
Le situazioni di estrema necessità richiedono uno sforzo di riflessione e di preghiera. Così fa Abacuc:
«Mi metterò di sentinella, in piedi sulla fortezza, a spiare, per vedere che cosa mi dirà, che cosa risponderà ai miei lamenti». La risposta del Signore viene ed è introdotta con una speciale insistenza. Dio chiede che sia messa per iscritto, il che indica che si tratta di una cosa non immediata, che avrà però valore duraturo: «Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette perché la si legga speditamente. E una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce». Bisogna avere pazienza e anche speranza: ciò che Dio dice avverrà. «Se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà». E qual è il messaggio? E questo: «Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede». Nelle situazioni di gravi difficoltà è il momento di insistere sulla relazione con il Signore, di tener bene la sua mano, per poter resistere alla tempesta senza essere travolti verso l’abisso. «Il giusto vivrà per la sua fede». La fede è adesione al Signore, ferma, salda. Soltanto con la fede si è vincitori. «Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo», dice san Giovanni. «Questa è la vittoria che sconfigge il mondo, la nostra fede».
Nel Vangelo di oggi Gesù ci dice: «Se avrete fede pari a un granellino di senapa, niente vi sarà impossibile». Nelle difficoltà quindi manteniamo la fede, manteniamoci uniti al Signore. E le difficoltà, invece di nuocerci, saranno occasioni di grazie preziose. 

Omelia per il 7 agosto 2010

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/15802.html

Omelia (08-08-2009) 
a cura dei Carmelitani

1) Preghiera

Mostraci la tua continua benevolenza, o Padre,
e assisti il tuo popolo,
che ti riconosce suo pastore e guida;
rinnova l’opera della tua creazione
e custodisci ciò che hai rinnovato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…

2) Lettura

Dal Vangelo secondo Matteo 17,14-20
In quel tempo, si avvicinò a Gesù un uomo che, gettatosi in ginocchio, gli disse: “Signore, abbi pietà di mio figlio. Egli è epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e spesso anche nell’acqua; l’ho già portato dai tuoi discepoli, ma non hanno potuto guarirlo”.
E Gesù rispose: “O generazione incredula e perversa! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatemelo qui”. E Gesù gli parlò severamente, e il demonio uscì da lui e da quel momento il ragazzo fu guarito.
Allora i discepoli, accostatisi a Gesù in disparte, gli chiesero: “Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?”. Ed egli rispose: “Per la vostra poca fede. In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile”.

3) Riflessione

• Contesto. Il nostro brano presenta Gesù nella sua attività di guarire. Dopo aver soggiornato con i soli discepoli nella regione di Cesarea di Filippo (16,13-28) Gesù sale su una montagna elevata e viene trasfigurato davanti a tre discepoli (17,1-10); poi raggiunge la folla (17,14-21) tenta un nuovo approccio con la Galilea per riguadagnarla (7,22). Cosa pensare di questi spostamenti geografici di Gesù? Non si esclude che abbiano potuto avere un tenore geografico, ma a Matteo preme presentare la loro funzione di itinerario spirituale. Nel suo cammino di fede la comunità è sempre chiamata a ripercorrere quell’itinerario spirituale che ha segnato la vita di Gesù: dalla Galilea della sua attività pubblica e da quest’ultima alla sua resurrezione attraverso il cammino della croce. Un itinerario spirituale in cui la potenza della fede gioca un ruolo essenziale.
• Potenza della fede. Gesù, dopo la sua trasfigurazione, con la sua piccola comunità dei discepoli ritorna dalla folla, prima di ritornare in Galilea (v.22) e giungere a Cafàrnao (v.24). E mentre si trova in mezzo alla folla un uomo si avvicina a lui e lo supplica con insistenza per intervenire sul male che tiene imprigionato suo figlio. La descrizione che precede l’intervento di Gesù davvero precisa: si tratta di un caso di epilessia con tutte le sue conseguenze patologiche a livello psichico. Al tempo di Gesù questo tipo di malattia veniva fatto risalire a forze maligne e precisamente all’azione di Satana, nemico di Dio e dell’uomo, e pertanto origine del male e di tutti i mali. Dinanzi a un tale caso in cui emergono forze maligne di gran lunga superiori alle capacità umane i discepoli si scoprono impotenti a guarire il fanciullo (vv.16-19) e a motivo della loro poca fede (v.20). Per l’evangelista, questo giovane epilettico è simbolo di coloro che svalutano la potenza della fede (v.20), che non sono attenti alla presenza di Dio in mezzo a loro (v.17). La presenza di Dio in Gesù, che è l’Emmanuele, non viene riconosciuta; anzi il capire qualcosa di Gesù non è sufficiente, è necessaria la vera fede. Gesù. Dopo aver rimproverato la folla, si fa condurre il ragazzo: «Portatemelo qui» (v.17); lo guarisce e lo libera nel momento in cui sgrida il demonio. Non basta il miracolo della guarigione di una singola persona «»è necessario anche guarire la fede incerta e debole dei discepoli. Gesù si avvicina a loro che sono confusi o storditi per la loro impotenza: «Perché non abbiamo potuto gettarlo fuori?» (v.20). La risposta di Gesù è chiara: «Per la vostra vacillante fede». Gesù chiede una fede capace di spostare le montagne del proprio cuore per identificarsi con la sua persona, la sua missione, la sua forza divina. È vero che i discepoli hanno abbandonato tutto per seguire Gesù ma non sono riusciti a guarire il ragazzo epilettico a motivo della «poca fede». Non si tratta di mancanza di fede, solo che è debole, vacillante per i dubbi, con una predominanza di sfiducia e dubbi. È una fede che non si radica totalmente nella relazione con Cristo. Gesù eccede nel linguaggio quando dice: «se avete fede pari a un granello di senapa potete spostare le montagne»; è un esortazione a lasciarsi guidare nelle azioni dalla potenza della fede, che diventa forte soprattutto nei momenti di prova e di sofferenza e raggiunge la maturità quando non si scandalizza più dello scandalo della croce. La fede può tutto, purché si rinunce a fare affidamento alle proprie capacità umane, può spostare le montagne. I discepoli, la comunità primitiva hanno sperimentato che l’incredulità non si vince con la preghiera e il digiuno ma è necessario unirsi alla morte e resurrezione di Gesù.

5) Preghiera finale

Il Signore sarà un riparo per l’oppresso,
in tempo di angoscia un rifugio sicuro.
Confidino in te quanti conoscono il tuo nome,
perché non abbandoni chi ti cerca, Signore. (Sal 9)
 

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