Non una teoria, ma l’incontro con la persona di Gesù

dal sito:

http://www.parrocchiadiarenzano.it/FileDoc/2009/LezioneGennaio18.doc

Non una teoria, ma l’incontro con la persona di Gesù

Teologia paolina – anno 2009 – Don Claudio Doglio
Lezione del 18/01/2009

L’incontro con la persona di Cristo è l’essenziale di Paolo e di ciascuno di noi. Non una teoria, ma una persona; non una dottrina o una serie di regole, ma l’incontro con una persona viva: è quello che ha fatto diventare Paolo cristiano. Non è nato cristiano, lo è diventato e lo è diventato  andando contro un proprio schema mentale che invece lo portava a contrapporsi a Gesù. Metà della vita di Paolo è stata senza Cristo, l’altra metà insieme a Cristo.
Quest’anno festeggiamo l’anniversario della nascita: 2000 anni indicativamente perché non sappiamo di preciso l’anno di nascita di Paolo. In genere si fissano le date fra il 5 e il 10 d.C.
Paolo morì nell’anno ’67, quindi indicativamente sui 60 anni. L’incontro con il Cristo sulla via di Damasco è databile nell’anno ’36, quindi aveva circa 30 anni.
Sono importanti tutti gli anni della sua vita. Dopo l’incontro con Cristo, Paolo ha maturato ancora di più il significato degli anni vissuti prima e li ha capiti come preparazione, non come tempo buttato via. Paolo ha vissuto un’esperienza particolare di incontro con il Signore cambiando nella sua reazione con la persona di Gesù. Non ha cambiato comportamento e non è neppure corretto parlare di conversione. Quando si parla di conversione si intende in genere un cambiamento che può essere di due tipi: una conversione morale o una conversione religiosa. Si parla di conversione morale quando uno cambia il comportamento. Ci può essere un cambiamento religioso, quando uno cambia religione, ma anche in questo caso Paolo non ha cambiato. Noi rischiamo di dire entrambe le cose: prima Paolo era cattivo, violento, perseguitava i cristiani, poi è diventato un sant’uomo e ne facciamo un cambiamento morale. Non è quello il cambiamento di Paolo, oppure potremmo dire: Paolo prima era ebreo, poi è diventato cristiano. Non funziona così. Quell’evento fondamentale della sua storia è una maturazione, è un cambiamento. Una figura interessante di personaggio storico non noto, che meriterebbe di essere  conosciuto molto di più è il rabbino di Roma: Eugenio Zolli. Fu un rabbino capo di Roma che diventò cristiano e si fece battezzare scegliendo il nome di Eugenio in onore del Papa regnante in quel tempo: Pacelli. Naturalmente fu mandato via dalla comunità ebraica ed ebbe situazioni molto difficili perché era un personaggio conosciuto. In onore del « politicamente corretto », noi lo abbiamo dimenticato. Eugenio Zolli intervistato da un giornalista sulla sua conversione rispose: « non mi sono convertito: sono arrivato ».
E’ una risposta che avrebbe potuto dare anche S.Paolo. Paolo, l’aggettivo cristiano non lo adopera; nel N.T c’è pochissime volte. Lui dice di essere in Cristo.
Si è sempre considerato un giudeo, quindi se avesse dovuto presentarsi avrebbe detto « io sono un giudeo in Cristo », un giudeo innestato nel Messia.
Non ha cessato di essere giudeo, non ha rinnegato né la razza, né la tradizione, né la rivelazione biblica; non ha buttato via niente di quello che aveva. E’ arrivato là dove la sua preparazione l’aveva orientato. Quindi più che di una conversione conviene parlare di un incontro, di una vocazione che culmina col battesimo.
Uno dei testi più sintetici ma significativi dell’epistolario di Paolo con cui l’apostolo esprime la propria esperienza, si trova nella lettera ai Filippesi (3,12) : « Sono stato conquistato da Cristo. Gli corro dietro perché lui mi ha conquistato ». Proviamo a riflettere sul verbo « conquistare ». E’ un verbo usato in ambito militare: si conquista una città, un territorio.
Il verbo della conquista implica una lotta, un combattimento, ma la metafora militare viene frequentemente adoperata in ambito amoroso. Uno conquistato da un’altra persona fa riferimento ad un assedio.
« Fare la corte » in fondo equivale ad assediare e tenere sotto controllo. E’ un’immagine di relazione che nasce e potrebbe anche sottolineare un cambiamento perché non è una cosa così fuori dal normale che due persone al primo incontro si urtino e e poi nel  giro di qualche tempo, si innamorano. Paolo usa un linguaggio di questo tipo: « sono stato conquistato da Cristo » Sembra che faccia riferimento a una specie di guerra che Cristo gli ha mosso, ma non l’ha conquistato con la violenza, con la forza schiacciante e umiliante, ma lo ha conquistato con amore. Paolo ammette di aver incontrato una persona significativa che gli ha preso il cuore. Da quel momento si è messo a corrergli dietro E’ un’altra espressione che anche noi adoperiamo in ambito amoroso. Correre dietro a una ragazza è sinonimo di farle la corte. Paolo corre dietro a Cristo. E’ un’immagine che sottintende una relazione di amicizia e dice il desiderio di un incontro pieno, totale. E’ il correre col desiderio dell’incontro pieno con quella persona.
Paolo è diventato cristiano in quel momento e allora noi potremmo soffermarci proprio a ragionare sul senso del nostro essere cristiani. Dicevamo che Paolo non adopera questo aggettivo , noi invece lo adoperiamo abitualmente, ma molte volte anche a sproposito. Nel nostro parlare quotidiano, il termine cristiano viene applicato in senso molto lato, talvolta addirittura come sinonimo di « buona educazione ». A volte ci sarà capitato di dire a qualcuno che sta seduto in modo scomposto:  » ma stai seduto da cristiano! » Perché c’è un modo particolare di stare seduti da cristiani? A volte  per noi cristiano è sinonimo di « educato ».
Istintivamente abbiamo fatto diventare il termine cristiano sinonimo di educato o di umano, quasi contrario di bestia. Nel linguaggio dialettale si distinguono le bestie dai cristiani; era un’abitudine legata al fatto che tutti sono cristiani e poi si distinguono le bestie. Adesso che cominciamo ad accorgerci che il mondo è più grande e che cristiano non è sinonimo di essere umano, perché ci sono altri esseri umani che non sono cristiani, allora questo linguaggio non funziona.
Benedetto Croce, filosofo italiano della prima parte del ’900, scrisse un opuscolo intitolato: « Perché non possiamo non dirci cristiani? » Perché lui, non credente laico, non se la sentiva di non dirsi cristiano? Perché gli piacevano l’arte e la letteratura. Ma noi non siamo cristiano perché ci sono dei quadri o delle belle poesie; non siamo cristiani per motivi culturali. Ma allora l’essere cristiano ridotto all’osso diventa poi la prassi. Un autore marxista scrisse negli anni ’60 un libro intitolato: « Gesù per gli atei » sostenendo che gli autentici cristiani sono i marxisti perché di fatto cercano di operare i principi di Gesù a favore dei poveri. L’idea è: chi è cristiano? Chi fa del bene, chi aiuta i poveri, chi difende i diritti delle minoranze. Chi è cristiano? Chi conosce la Divina Commedia? No! Chi si impegna per difendere la giustizia. Qui ci troviamo di fronte a dei valori, a delle idee, a dei principi morali, ma essere cristiano è un’altra cosa. Per questo la nostra riflessione è intitolata: « non una teoria, ma una persona », perché il punto fondamentale del nostro essere cristiani non è la teoria, la dottrina, le regole, la morale, ma la persona di Gesù in relazione con la nostra persona. Cristiano è un aggettivo che indica relazione e infatti può essere sostituito da un genitivo: « di Cristo ». San Paolo molte volte si presenta come il servo di Cristo. In greco adopera « dulos » che non è un termine tranquillo e onorifico, ma bisognerebbe tradurlo come « schiavo ». Pensiamo a tutto quello che significa la schiavitù: Paolo si considera schiavo di Cristo: « pur essendo libero, mi sono fatto servo di tutti. Sono servo di Cristo perché sono stato conquistato da Lui ».
Nella prima lettera ai Corinzi: « siete stati comprati a caro prezzo e non siete vostri ». Questo è il cuore del discorso paolino: io non mi appartengo perché sono stato comperato ». E’ un linguaggio da mentalità schiavista; c’erano le persone che venivano comperate e vendute, che non erano libere e appartenevano ad un padrone. Paolo è nato libero con i diritti di cittadino romano, quindi anche  autonomo economicamente e tuttavia essendo stato conquistato da Cristo, si sente comperato da Lui, per cui non si appartiene più: è diventato schiavo di Cristo.
Sottolineare troppo questa relazione è pericoloso perché nella nostra ottica sembrerebbe mettere in evidenza la figura di Cristo come di un padrone. L’immagine invece che funziona di più è quella dell’innamoramento. Paolo è innamorato di Cristo e si sente conquistato e comprato e gli appartiene in un atto totale di amore. Pensiamo alla differenza che c’è tra « tu mi piaci » e « io ti voglio bene »: nascondono due mentalità molto diverse.
« Tu mi piaci »: il centro sono io. E’ il mio piacere che viene da te
« Io ti voglio bene »: io voglio il tuo bene.
Se è vero che ti voglio bene, pur essendo libero io divento tuo servo…servo per amore
Servo per amore vuol dire diventare servo di Cristo perché sei stato preso dall’amore di Cristo. Non si tratta di condividere dei valori, non si lotta per delle idee, non si muore per dei principi; si da la vita per una persona. Se non c’è una relazione personale intensa e forte, non c’è fede cristiana e Paolo ha vissuto a metà della sua vita, l’esperienza dell’incontro. E’ qualcosa che noi abbiamo già vissuto….o forse no. E’ possibile che il nostro essere cristiani sia un frutto dell’abitudine.
Un testo molto bello in cui Paolo racconta la propria esperienza, lo troviamo nella lettera ai Galati, al 1° capitolo. E’ l’unico testo propriamente autobiografico. Paolo racconta quello che gli è capitato, senza adoperare nessuna delle immagini presenti negli Atti degli Apostoli. Cap 1,11: « vi dichiaro fratelli che il Vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti io non l’ho ricevuto, Né imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo ».
La parola che adopera Paolo è rivelazione. In greco per rivelazione c’è Apocalisse. Adopera molto di più la parola Apocalisse Paolo, che non Giovanni.
Paolo non definisce l’esperienza di Damasco la sua conversione, ma la definisce la rivelazione di Gesù Cristo: l’Apocalisse. E’ stato rimosso il velo (re – velo = tolgo ciò che vela). Se tolgo il velo, vedo oltre.
« Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi superando  nel giudaismo la maggior parte dei miei connazionali e coetanei accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri ». Paolo elabora un autoritratto duro: si presenta come un terrorista, un fanatico, accanito conservatore delle tradizioni ebraiche. Perseguitava fieramente la chiesa di Dio, ma non lo faceva perché era cattivo; lo faceva perché era religioso. Paolo aveva una mentalità religiosa sbagliata, era esagerato e quindi sbagliava a fin di bene. Lui non conosceva Dio, conosceva una teoria ed era fissato.
Ci sono delle persone religiose che sono maniache: non conoscono Dio, ma sono solo fissate. Il rischio è che le persone molto religiose possono, anziché essere molto vicine a Dio, allontanarsi da Lui, attaccandosi alle loro fissazioni religiose e rischiano di finire per fare del male con l’ossessione di fare del bene. Perché Paolo perseguitava la Chiesa? Perché era convinto che quelli sbagliassero e lui voleva che cambiassero, voleva estirpare quella malattia. Il suo intento religioso era quello di correggere gli erranti e punire i peccatori per salvare la religione
« Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me suo figlio, perché io lo annunziassi in mezzo alle genti, subito senza dar retta alla carne e al sangue, senza andare a Gerusalemme da quelli che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi tornai a Damasco ».
Velocemente ha raccontato i fatti : il riferimento a Damasco c’è, ma nessun altro particolare. Soggetto dell’azione di cui sto parlando è Dio Padre, « colui che mi aveva scelto fin dal seno di mia madre ». Fin dal seno di sua madre il Signore lo ha scelto e per quei 30 anni lo ha chiamato con la sua grazia. Ad un certo momento si compiacque di rivelargli Suo Figlio. Che cosa è successo sulla via di Damasco? Dio Padre ha rivelato a Paolo che Gesù è Suo Figlio. Paolo era convinto che Gesù avesse torto, che fosse sbagliato quel che aveva detto e quello che insegnava ai suoi apostoli. In quel momento Paolo si rende conto che invece Gesù ha ragione ed è Dio che si rivela come Padre. Padre è un termine relativo, automaticamente implica il Figlio. Dio ha rivelato a Paolo di avere un figlio.
Per gli ebrei e per i musulmani, la rivelazione che Dio ha un figlio è scioccante. Quindi significa che Gesù ha ragione: ha detto di esserlo perché lo è davvero. Questa rivelazione è sconvolgente per Paolo.
In quel momento ha incontrato il Signore che credeva di conoscere. Nel racconto degli Atti, Luca dice che Saulo di Tarso ha sentito il suo nome ripetuto proprio nella formula semitica.
La reazione di Paolo è una domanda. Avrebbe potuto dare tutte le buone risposte che sapeva invece ha capito che c’è qualcosa che non funziona e che tutte le risposte che avrebbe potuto dare non funzionavano. L’unico Dio in cui egli crede gli sta domandando : « perché mi perseguiti? » Saulo risponde con una domanda: « chi sei o Signore? ». E’ una domanda intelligente; è la domanda fondamentale della persona religiosa. Paolo, con tutta la sua formazione religiosa aveva tutte le risposte che voleva, ma aveva delle risposte teoriche che non corrispondevano alla realtà, perché non aveva mai incontrato il Signore. Paolo ascolta un Signore che credeva di conoscere e in realtà lo scopre come profondamente nuovo. « Io sono Gesù ». Paolo sta parlando con Adonai, il nome proprio di Dio.
L’ultima cosa che immagina Paolo è che il Signore che egli adora si identifichi con Gesù. Gli rivela il Figlio, ma si rivela una sola cosa con il Figlio. A quel punto Paolo crolla perché si rende conto che tutto il suo schema mentale è sbagliato. Non la Bibbia, ma il suo schema.
Il linguaggio è molto simile a quello che troviamo nel Vangelo di Matteo a proposito della professione di fede di San Pietro: « Sei fortunato perché né la carne, né il Sangue te lo hanno rivelato » Pietro non è arrivato a capire Gesù con la carne o con il sangue, ma per rivelazione del Padre.

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