Il sacerdote secondo il Cuore di Cristo e di Paolo: lo zelo per le anime

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Il sacerdote secondo il Cuore di Cristo e di Paolo: lo zelo per le anime

A cura di Mauro Regazzoni, Barnabita

Terminato il 29 giugno l’anno santo dedicato a s. Paolo, per volere di papa Benedetto XVI si è aperto quello sacerdotale, con il richiamo della figura di s. Giovanni Maria Vianney, a modello di vita sacerdotale. Tanto l’apostolo delle Centi quanto il santo « Curato d’Ars » hanno come denominatore comune lo zelo per Dio e per la salvezza delle anime. Ci soffermiamo, pertanto, sullo « zelo »: una virtù che, per quanto propria di tutti i cristiani, è particolarmente richiesta e auspicata nel sacerdote. Ci viene in aiuto, ancora una volta, l’opera del padre Sigismondo Laurenti, che mette in luce questa virtù « sacerdotale » in S. Paolo.

Parlando dello zelo, s. Agostino dice che è un effetto della carità; per cui, quanto più l’amore è intenso per la cosa che si ama, tanto più è intenso lo zelo. Infatti, poiché l’amore è un certo moto verso l’oggetto amato, l’amore fa ogni sforzo per escludere tutto ciò che gli ripugna e gli è di impedimento, così fa anche lo zelo se è vestito della veste di carità; e, in tal caso, acquista il titolo di amore casto (In Ps. 118). Ne segue che, essendo lo zelo effetto della carità – la quale ha due aspetti: uno riguarda Dio e l’altro il prossimo -, esso, dice s. Tommaso d’Aquino, con un occhio guarda l’onore e la gloria della Divina Maestà, osservando i suoi comandamenti, e con l’altro, la salvezza del suo prossimo e il bene delle anime. Così che lo zelo verso Dio altro non è che un fuoco dentro il cuore e una brama ardente che ha l’anima, perché Dio sia glorificato e onorato e, vedendo accadere altrimenti, si duole e si cruccia. Questo zelo, dice ancora s. Tommaso, viene generato dalla carità, dal fuoco dell’amore divino, il quale procura la sola gloria di Dio, sommo bene e principio di ogni bontà, Creatore, Redentore e Padre nostro.

Lo zelo: effetto della carità
Intorno a questo zelo si legga anche s. Gregorio Magno, il quale dice che, quando lo si ha nel petto, muove il cuore a darne un segno chiaro ed evidente (In Ez 12); e ciò lo prova s. Dionigi l’Areopagita con l’esempio di Davide, allorquando, essendo pieno di carità, diceva: Mi divora lo zelo per la tua casa, ricadono su di me gli oltraggi di chi ti insulta (Sl 69,10). Lo zelo della vostra santa casa, Signore, e del vostro onore consuma e brucia le mie viscere e il mio cuore, perché le ingiurie, che sono fatte alla vostra Maestà, sono ingiurie e offese fatte a me; e l’onore, che si dà a voi, è la mia gloria (De div. Nom. 4); e s. Agostino disse bene a tale proposito: Colui che quando vede che qualcosa non va, si sforza di correggerla, cerca di rimediarvi, non si dà pace: se non trova rimedio, sopporta e geme (In Gv. 10,9). Un tale sentimento adotta l’anima devota, quando, vedendo Dio poco onorato, gene e sospira; come faceva il profeta Davide: Mi divora lo zelo della tua casa, perché i miei nemici dimenticano le tue parole (Sl 119,139). Dallo stesso fuoco fu arso Geremia, che disse: Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo. Sentivo le insinuazioni di molti: Terrore all’intorno! (Ger 20,9-10); e similmente il cuore di Elia, toccato da questo zelo: Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza (1 Re 19,10). Anche Pincas, per il grande zelo verso Dio e la sua santa legge, vedendolo vilipeso e la legge violata, uccise quel temerario: Seguì quell’uomo di Israele nella tenda e li trafisse tutti e due, l’uomo d’Israele e la donna (Num 25,8). Un simile omicidio fece Mattatia, uccidendo il sacrilego che adorava gli idoli: Ciò vedendo, Mattatia arse di zelo; fremettero le sue viscere ed egli ribollì di giusto sdegno. Fattosi avanti di corsa, lo uccise sull’altare; uccise nel medesimo tempo il messaggero del re, che costringeva a sacrificare, e distrusse l’altare. Egli agiva per zelo verso la legge del Signore come aveva fatto Pincas con Zambri figlio di Salmon (1 Mac 2,24-26). Davide stesso ha ragione di piangere, vedendo commettersi nel mondo tanti mali e tali sciagure contro la legge divina: Fiumi di lacrime mi scendono dagli occhi, perché non osservano la tua legge (SI 119,136).
E tutto vero, quanto si dice, ma si deve avvertire che il santo zelo di Dio deve essere sempre accompagnato dalla virtù della compassione e pietà verso le mancanze altrui, come accenna s. Agostino, raccontando il fatto di Mose, che, essendo sceso dal monte e intendendo essersi fatta dal popolo ebreo l’adorazione di un falso Dio in forma di vitello d’oro con tanto vilipendio di Dio, per zelo ruppe le Tavole della Legge, scritta col proprio dito da Dio e datagli sul monte con tanta solennità e con un lungo digiuno di quaranta giorni; con tutto ciò, intenerito nel cuore, Mose stesso, mosso a compassione del suo popolo, si rivolse a Dio pieno di pietà, con tutto l’affetto del suo cuore, e gli disse: 5e tu perdonassi il loro peccato… E se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto! (Es 32,32). Fu questa un’azione tanto grande e un fatto così singolare, dicono s. Agostino e s. Giovanni Crisostomo, che superò di gran lunga tutte le altre azioni meravigliose da lui compiute con tanti segni sulla terra e nel cielo al cospetto del faraone, perché, da una parte, mostrò il santo zelo per l’onore di Dio e, dall’altra, non si scordò della pietà verso il suo popolo, impetrandogli da Dio il perdono totale. Per altro, Dio stesso nella sacra Scrittura è chiamato il Dio di zelo: il Signore si chiama Geloso: egli è un Dio geloso, che punisce la colpa (Es 20,5; 34,14); così come ci insegna che è la dolcezza stessa e ha viscere di pietà: perché è misericordioso e benigno, tardo all’ira e ricco di benevolenza (Gl 2,1 3); e più oltre: Il Signore si mostri geloso per la sua terra e si muova a compassione del suo popolo (Gl 2,18). Quindi s. Gregorio Magno disse che: La vera giustizia sa comprendere, mentre quella falsa nutre disprezzo. Altro è però ciò che si compie sotto il pungolo dell’orgoglio e altro ciò che è suggerito dallo zelo per la rettitudine (In Ev. 34, 2).
Noi sappiamo che Cristo è la giustizia stessa e insieme il fonte della carità: Dio è carità (1 Gv 4,16). Per cui, chi ha questo zelo discreto è molto simile a Dio, al quale non si può fare maggior piacere che, oltre ad avere zelo per la sua gloria, mostrarsi anche con la compassione verso le anime ricomperate con il suo prezioso sangue; e, dice s. Gregorio Magno: Nessun sacrificio è così accetto a Dio onnipotente quanto lo zelo per le anime (In Ez. 12,30). Lo conferma s. Giovanni Crisostomo, che aggiunge che ha maggiore merito salvare un’anima, che avere la grazia di fare miracoli sulla terra, e con ciò si assicura la salvezza propria e di quella del suo fratello. Per questo s. Giacomo disse: Chi riconduce un peccatore dalla sua vita di errore, salverà la sua anima dalla morte (Gc 5,20).

Paolo: il Cacciatore di Cristo
S. Paolo ebbe zelo in eccesso di ricondurre i peccatori a Dio e di salvare le anime; e per raffigurarlo al vivo, per ora chiamerei l’Apostolo il Cacciatore di Cristo. Cacciatore veramente spirituale, del quale Cristo stesso disse in s. Luca, d’averlo eletto: per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli d’Israele (At 9,15); così come Pietro viene chiamato Pescatore del Signore, al quale, come a tutti gli Apostoli, Cristo in persona disse: Seguitemi, vi farò pescatori di uomini (Mt 4,19).
Paolo fu uno di quei primi cacciatori di Cristo, ai quali fa accenno Geremia e dei quali Dio disse: Ecco, io invierò numerosi cacciatori, che daranno loro la caccia su ogni monte, su ogni colle e nelle fessure delle rocce (Ger 16,16). Paolo andò a caccia per le valli, per i monti e per tutto il mondo, traendo moltissime anime dalle cieche e oscure grotte dell’ignoranza e dalle profonde caverne del peccato e dell’inferno; e Dio gli pose ai fianchi gli sproni della carità: Ci spinge l’amore di Cristo (2 Cor 5,14), perché proseguisse questa caccia spirituale, non di belve, ma di anime e di uomini peccatori, peggiori delle stesse belve; per cui andava là dove Dio voleva, fino agli ultimi confini della terra e fino là fece sentire la sua voce, come di tromba di Dio: Mi sono fatto un punto di onore di non annunziare il Vangelo se non dove ancora non era giunto il nome di Cristo (Rm 15,20), per cui, con particolare ragione si deve cantare di Paolo in modo conforme a quello che la Chiesa canta degli altri Apostoli: Per tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro parola (Sl 19,5); poiché il suono della sua voce e la predicazione del santo Vangelo di Cristo si udì ovunque, spargendo fiamme di zelo e fuoco di carità per l’universo. Fiamme e fuoco a cui accenna Ezechiele quando dice: Prendi una teglia di ferro (Ez 4,3); e che cosa fare di tale strumento? Risponde s. Gregorio secondo lo spirito: per arrostire le anime in un santo sacrificio a Dio con il fuoco della carità, come aveva fatto della sua nel medesimo fuoco: Sì, lo zelo spirituale fa friggere l’anima di ogni dottore, perché egli si cruccia molto, quando vede i deboli abbandonare le cose eterne e dilettarsi in quelle temporali. Come aveva preso seriamente la teglia di ferro Paolo, quando, tormentato dallo zelo per le anime, diceva: Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non frema? (2 Cor 11,29). Il medesimo suo cuore, che si accendeva di zelo per le anime, che altro era diventato se non una teglia in cui ardeva di amore per le virtù contro i vizi? Ciò che bruciava era la teglia. Prendeva fuoco e cuoceva, perché si accendeva di amarezza, ma con l’afflizione del suo cuore preparava alimenti di virtù (In Ez. 12, 29).
L’Apostolo si struggeva per lo zelo che aveva di provvedere il cibo a Cristo, con il cuocere i cuori con il fuoco del divino amore; per cui doveva dire con il Signore, che portò il fuoco dell’amore divino dal cielo sulla terra: Come vorrei che fosse già acceso!(Lc 12,49). Così come in effetti egli bruciò molte anime, introducendole nelle viscere di Cristo, tra le fiamme della carità, che vi avvampavano: Dio mi è testimonio del profondo affetto che ho per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù (Fil 1,8).
Lo zelo fu in lui tanto grande che, nel mezzo dei travagli nei quali stava immerso, non si perse mai d’animo, né di cuore, né abbandonò mai l’impresa, ancorché si trovasse circondato da infiniti mali: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte (2 Cor 11,23); e avesse grandi contrasti con i nemici, i demoni, il mondo e la carne: battaglie all’esterno, timori al di dentro (2 Cor 7,5); oltre la sollecitudine e l’affanno continui, che aveva per le Chiese: Il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese (2 Cor 11,28). Senza interrompere mai le fatiche per qualsiasi sinistro incontro, la sua soddisfazione e la sua gloria era trovare nei fedeli una costanza invincibile e ferma e il loro progresso nelle virtù, come scrisse ai Tessalonicesi: Ora sì ci sentiamo rivivere, se rimanete saldi nel Signore (1 Ts 3,8). Per cui s. Giovanni Crisostomo osserva che Paolo attese al frutto e al solo bene del suo prossimo, tanto da scrivere ai Corinti: Vi ho scritto, perché apparisse chiara la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio. Ecco quello che ci ha consolati (2 Cor 7,12-13); e ai Tessalonicesi: Abbiamo avuto fiducia nel nostro Dio di annunciarvi il vangelo di Dio con molta sollecitudine (1 Ts 2,2). Quanto a noi, fratelli, dopo poco tempo che eravamo separati da voi, di persona ma non con il cuore, eravamo nell’impazienza di rivedere il vostro volto, tanto il nostro desiderio era vivo, ma satana ce lo ha impedito (1 Ts 2,17-18). Per questo, non potendo più resistere, mandai a prendere notizie sulla vostra fede (1 Ts 3,5). Ho infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale, perché ne siate fortificati, o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io (Rm 1,11-12).
Tanto era lo zelo delle anime in lui che, per aiutarle, si accontentò di stare nel mondo, piuttosto che in cielo, perché stimava più il loro acquisto che il godimento di Dio faccia a faccia, anteponendo salvezza degli altri ai gusti del paradiso: Sono messo alle strette tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne (Fil 1,23). Insomma, tale era il suo zelo che, dopo aver mostrato l’affetto di un padre amorevole verso i suoi figlioli: Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri (1 Cor 4,15), mostra anche l’affetto di una madre amorevole: Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore, finché non sia formato Cristo in voi! (Gal 4,19).

Lo zelo verso Dio
Il simbolo dello zelo verso Dio: il ferro ardente e infuocato; e il motto: Noli me tangere.
Lo si dice di Paolo, quando si trattava della difesa dell’onore di Dio: egli si faceva tutto fuoco, come fece contro alcuni di Corinto, che si erano intiepiditi nel servizio di Dio: Che volete, devo venire a voi con la verga? (1 Cor 4,21).
L’Apostolo, desideroso che tutti si mostrassero zelanti nel servizio divino, come egli stesso mostrava di fare, istruì i Corinti ad essere zelanti verso la sua Divina Maestà con l’osservanza della sua legge e dei suoi santi precetti, onorandoli e abbracciandoli volentieri, poiché la circoncisione era abrogata; e lo prova con questa ragione: La circoncisione non conta nulla e la non circoncisione non conta nulla; conta invece l’osservanza dei comandamenti. Ciascuno rimanga nella condizione in cui era, quando è stato chiamato (1 Cor 7,19-20); così come scrisse agli Ebrei: Proprio per questo bisogna che ci applichiamo con maggiore impegno a quelle cose che abbiamo udito (Eb 2,1). Infatti, tale osservanza è il mezzo per farci conoscere Dio, scrive s. Giovanni: Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti (1 Gv 2,3); e ciò in modo conforme alla dottrina del Savio nei suoi Proverbi: Conserva il consiglio e la riflessione, né si allontanino mai dai tuoi occhi: saranno vita per te e grazia per il tuo collo (Pr 2,21-22). Se con zelo osserverai la santa legge di Dio e i suoi consigli, sarà vita per la tua anima e dolcezza al tuo palato, che è la dolcezza di cui disse Davide, che l’aveva gustata: Quanto sono dolci al mio palato le tue parole: più del miele per la mia bocca (Sl 139,103); e ciò perché era un diligente osservatore dei precetti divini: Corro per la via dei tuoi comandamenti (Sl 119,32).
Per questo Dio lo favorì tanto, così come favorisce coloro che davvero lo amano, perché: Quelli che mettono in pratica la legge saranno giustificati (Rm 2,13). Perciò non si deve considerare difficile la sua osservanza, sebbene a prima vista possa apparire dura, perché dopo è soave e dolce: Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero (Mt 11,30); e ciò per effetto della carità, che è l’ambrosia stessa: Il fine di questo richiamo è la carità (1 Tm 1,5). Tuttavia, ciò si gusta quando il cuore è puro e netto da ogni colpa: Sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera. Proprio deviando da questa linea, alcuni si sono volti a fatue verbosità, pretendendo di essere dottori della legge, mentre non capiscono né quello che dicono, né alcuna di quelle cose che danno per sicure. Certo, noi sappiamo che la legge è buona (1 Tm 1,5-7).
Quindi Paolo invita i Romani all’osservanza e allo zelo di essa, con il dare a Dio il dovuto tributo del loro cuore: Perché con un solo animo e una sola voce rendiate gloria a Dio, come sta scritto: Per questo ti celebrerò tra le nazioni pagane e canterò inni al tuo nome (Rm 15,6.9). Di questa osservanza ne parla anche s. Giacomo: Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi (Gc 1,22); e poco oltre: Chi fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato, ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla (Gc 1,25). Per questo l’Apostolo esorta quelli di Corinto a rifiutare le leggi degli infedeli: Non lasciatevi legare al giogo estraneo degli infedeli. Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l’iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre? Quale intesa tra Cristo e Beliar, o quale collaborazione tra un fedele e un infedele? Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente (2 Cor 6, 14-16). Dovrebbero farsi mutilare coloro che vi turbano. Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà, purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne (Gal 5,12-13). Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre (Ef 5,11). Altrimenti, chi conosce la verità e non la mette in pratica, avrà maggiore colpa, dice s. Isidoro: Male minore è non conoscere ciò che brami, anziché non compiere ciò che conosci.
Paolo, dunque, mosso da santo zelo per il mantenimento dell’osservanza della legge di Dio, scrisse anche a Tito di fuggire i faziosi come la peste, che infetta e dà la morte spirituale: Dopo una o due ammonizioni sta’ lontano da chi è fazioso (Tt 3,10); e a Timoteo, esortandolo ad avere in se questo zelo: Partendo per la Macedonia, ti raccomandai di rimanere in Efeso, perché tu invitassi alcuni a non insegnare dottrine diverse e a non badare più a favole e a genealogie interminabili, che servono più a vane discussioni che al disegno divino manifestato nella fede (1 Tm 1,3-4). Allo stesso scrive con il medesimo zelo: Quelli poi che risultano colpevoli, riprendili alla presenza di tutti, perché anche gli altri ne abbiano timore (1 Tm 5,20); e la stessa cosa consiglia anche a Tito: Vi sono infatti, soprattutto fra quelli che provengono dalla circoncisione molti spiriti insubordinati, chiacchieroni e ingannatori della gente. A questi tali bisogna chiudere la bocca (Tt 1,10-11). Perciò correggili con fermezza, perché rimangano nella sana dottrina e non diano più retta a favole giudaiche (Tt 1,13-14).
Nel contempo, mostra gli inconvenienti, che nascono, allorché cessa lo zelo santo verso la legge divina: 5e qualcuno insegna diversamente e non segue le sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e la dottrina secondo la pietà, costui è accecato dall’orgoglio, non comprende nulla ed è preso dalla febbre di cavilli e di questioni oziose. Da ciò nascono le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi, i conflitti di uomini corrotti nella mente e privi della verità (1 Tm 6,3-5).

Lo zelo verso il prossimo
Il simbolo dello zelo verso il prossimo: la gallina che cova le uova di varie specie di polli. Il motto: Donec formentur. Quale gallina, che con infinita sofferenza sta covando le uova di vario tipo fino a quando non nascono i pulcini, così s. Paolo, per lo zelo indicibile che aveva indifferentemente verso le anime, non pensava ad altro che a correggerle, purificarle, istruirle e perfezionarle, fino a quando fossero unite perfettamente a Dio; per cui diceva: 5ono debitore verso i Greci come verso i barbari, verso i dotti come verso gli ignoranti (Rm 1,14), scrivendo ai Galati: Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi! (Gal 4,19).
L’Apostolo, sembrandogli poco nutrire in petto il fuoco di questo santo zelo, si sforzò di suscitarlo con ogni mezzo anche nel cuore di ogni buon cristiano; e particolarmente i coloro ai quali, come a tanti pastori, da Dio era stata commessa la cura del suo gregge, ricuperando dalle fauci e dalla tirannia di quell’antico lupo, che in cento modi lo insidiava. Per cui scrive a Timoteo: Vigila su te stesso e sul tuo insegnamento e sii perseverante: così facendo salverai te stesso e coloro che ti ascoltano (1 Tm 4,16). Sta attento prima a te stesso e poi alla dottrina: cioè all’ammaestramento del tuo prossimo, per salvare prima te stesso e poi loro. Altrove, manifestò lo stesso pensiero con altre parole: Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui (1 Cor 10,24). Non cercate l’amore interessato di voi stessi, ma di usare la carità verso gli altri, poiché la messe è molta e gli operai sono pochi! (Mt 9,37). Poiché pochi sono gli operai buoni di Cristo; maggiore è il numero delle anime che si dannano per mancanza d’aiuto, di quelle che si salvano: Molti sono i chiamati, ma pochi eletti (Mt 22,14).
Per questo s. Giovanni Crisostomo grida: Ohimè, se vedi un cieco, che va a cadere in un fosso, tu l’aiuti; e non ti muovi per le anime, che se ne vanno all’inferno e che sono costate tanto a Cristo, ricomprate con lo spargimento del suo prezioso sangue? (Ad pop. 16). Infatti siete stati comprati a caro prezzo (1 Cor 6,20). Per cui il Savio dice: Aiuta il tuo prossimo secondo la tua possibilità (Sir 29,20). Quindi Paolo si fa tutto a tutti, né si sottrae alla fatica per salvarli: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo (1 Cor 3,22-23). Perciò conviene anche a voi avere le viscere di pietà e questo santo zelo a lei congiunto. Rivestitevi dunque come amati di Dio, santi e diletti, di viscere di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza (Col 3,12). È necessaria la compassione per guadagnarsi i cuori e per acquistare anime al Signore: Mediante la carità siate al servizio gli uni degli altri (Gal 5,1 3); e conclude: Soltanto desideriamo che ciascuno di voi dimostri il medesimo zelo, perché la sua speranza abbia compimento sino alla fine (Eb 6,11). Spiegando quel passo s. Agostino disse che l’Apostolo ebbe questo zelo, congiunto con la pietà. Chi è debole, che anch’io non lo sia? (2 Cor 11,29). Imparatelo dal vostro Maestro, Cristo, il quale scese dal cielo in terra, mandato dal Padre per la salvezza degli uomini: Egli non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi (Rm 8,32).
L’Apostolo vuole che, come figli di Dio, ci rivestiamo anche noi di queste viscere di pietà, come santi e diletti di Dio, per assimilarsi alla sua condizione e a quel sommo sacerdote, del quale egli disse: Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità (Eb 4,15). Perciò anche noi dobbiamo compatire volentieri il nostro prossimo, come Cristo compatì tutto il mondo, il che si vede in modo tutto singolare nell’esempio della samaritana. Che cosa non fece Cristo per guadagnare quell’anima? S. Giovanni tratteggia in modo vivo questo affetto compassionevole, quando dice: Gesù, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo (Gv 4,6); e a questo proposito, s. Agostino dice che Cristo, con molta ragione, si paragona a una gallina: Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto? (Mt 23,37). Perché, egli dice, gli altri uccelli si riconoscono se sono madri, o no, se non quando si vedono nei loro nidi; ma la gallina si riconosce sempre essere madre, anche se non è seguita dai pulcini, perché basta osservare il suo solo aspetto: nel vederla distrutta, scaduta e magra; poiché non mangia e, sempre singhiozzando, sta vigilante e attenta solo al governo e alla difesa dei suoi figliuoli. Tale si dimostra Cristo in questo caso: andava per il mondo alla ricerca delle anime così debole, stanco e infiacchito, che, per sfinimento, sedeva presso il pozzo; e, quantunque sia affamato per il viaggio, non vuole mangiare, ancorché pregato dai suoi discepoli; anzi, con cuore zelante, ansioso di ridurre sotto le sue ali una tale anima e farne acquisto, risponde loro: Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete (Gv 4,32). Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura (Gv 4,35).
Noi dobbiamo essergli simili, dice s. Agostino, con l’avere tanto zelo per le anime e con l’essere tanto solleciti e diligenti per il loro acquisto: che questa cura sollecita ci tenga fiacchi, deboli e dimentichi di tutte le nostre comodità, così come se ne dimenticarono Cristo e Paolo, suo imitatore. S. Gregorio Magno tratteggia un tale affetto di carità e di zelo verso il nostro prossimo, rappresentando il cuore di Paolo ferventissimo, come posto dentro a una teglia infuocata e bollente, mentre dice: è più necessario per voi che io rimanga nella carne (Fil 1,24); e ne ricava quale debba essere lo zelo del nostro cuore, per farne un’oblazione e sacrificio a Dio, con queste parole: Quanto plachi Dio onnipotente l’ardore del cuore prodotto dallo zelo spirituale, lo dimostra chiaramente la prescrizione della Legge di offrire in sacrificio fior di farina. A questo pròposito è scritto: Il sacerdote succeduto di diritto al padre friggerà il fior di farina in una teglia cosparsa d’olio e l’offrirà calda, in odore soavissimo al Signore; e soggiunge: Il fior di farina si frigge nella teglia, quando l’anima pura del giusto viene divorata dall’ardore di un santo zelo. Dev’essere cosparsa d’olio, cioè bisogna mescolare allo zelo la misericordia della carità, che arde e splende davanti al Signore onnipotente (In Ez. 12,30). Vuole che arda la mente e il cuore, ma dentro all’olio bollente della compassione verso i deboli e gli infermi per i peccati commessi, aspettando la ricompensa promessa da Dio all’Apostolo stesso, dove disse: Ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. Siamo, infatti, collaboratori di Dio (1 Cor 3,8-9).

(A cura di MAURO REGAZZONI, Il sacerdote secondo il Cuore di Cristo e di Paolo: lo zelo per le anime, in « Eco dei Barnabiti », n. 4, Dicembre 2009, pagg. 15-20)

Publié dans : BARNABITI, SACERDOZIO (sul) |le 23 août, 2010 |Pas de Commentaires »

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