Archive pour juillet, 2010

Deserto – di Enzo Bianchi

dal sito:

http://paroledivita.myblog.it/archive/2009/03/03/deserto.html

03/03/2009

Deserto

di Enzo Bianchi

« L’esperienza del deserto è stata per me dominante. Tra cielo e sabbia, fra il Tutto e il Nulla, la domanda diventa bruciante. Come il roveto ardente, essa brucia e non si consuma. Brucia per se stessa, nel vuoto. L’esperienza del deserto è anche l’ascolto, l’estremo ascolto » (Edmond Jabès). Forse è questo legame con l’ascolto che fa sì che nella Bibbia il deserto, presenza sempre pregna di significato spirituale, sia così importante. Certo, esso è anzitutto un luogo, e un luogo che nell’ebraico biblico ha diversi nomi: caravah, luogo arido e incolto, che designa la zona che si estende dal Mar Morto fino al golfo di Aqaba; chorbah, designazione più psicologica che geografica che indica il luogo desolato, devastato, abitato da rovine dimenticate; jeshimon, luogo selvaggio e di solitudine, senza piste, senz’acqua; ma soprattutto midbar, luogo disabitato, landa inospitale abitata da animali selvaggi, dove non crescono se non arbusti, rovi e cardi. Il deserto biblico non è quasi mai il deserto di sabbia, ma è frutto dell’erosione del vento, dell’azione dell’acqua dovuta alle piogge rare ma violente, ed è caratterizzato da brusche escursioni termiche fra il giorno e la notte (cf. Salmo 121,6). Refrattario alla presenza umana e ostile alla vita (Numeri 20,5), il deserto, questo luogo di morte, diviene nella Bibbia la necessaria pedagogia del credente, l’iniziazione attraverso cui la massa di schiavi usciti dall’Egitto diviene il popolo di Dio, diviene in sostanza luogo di rinascita.

La nascita del mondo come cosmo ordinato non avviene forse a partire dal caos informe del deserto degli inizi? La terra segnata da mancanza e negatività (« Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra »: Genesi 2,4b-5) diviene il giardino apprestato per l’uomo nell’opera creazionale (Genesi 2,8-15). E la nuova creazione, l’era messianica, non sarà forse un far fiorire il deserto? « Si rallegreranno il deserto e la terra arida, esulterà e fiorirà la steppa, fiorirà come fiore di narciso » (Isaia 35,1-2). Ma tra prima creazione e nuova creazione si stende l’opera di creatio continua, l’intervento salvifico di Dio nella storia. Ed è in quella storia che il deserto appare come luogo delle grandi rivelazioni di Dio: nel midbar (deserto), dice il Talmud, Dio si fa sentire come medabber (colui che parla). E’ nel deserto che Mosè vede il roveto ardente e riceve la rivelazione del Nome (Esodo 3,1-14); è nel deserto che Dio dona la Legge al suo popolo, lo incontra e si lega a lui in alleanza (Esodo 19-24); è nel deserto che colma di doni il suo popolo (la manna, le quaglie, l’acqua dalla roccia); è nel deserto che si fa presente a Elia nella « voce di un silenzio sottile » (1 Libro dei Re 19,12); è nel deserto che attirerà nuovamente a sé la sua sposa-Israele dopo il tradimento di quest’ultima (Osea 2,16) per rinnovare l’alleanza nuziale…

Ecco dunque abbozzata, tra negatività e positività, la fondamentale bipolarità semantica del deserto nella Bibbia che riveste i tre grandi ambiti simbolici a cui il deserto stesso rinvia: lo spazio, il tempo, il cammino. Spazio ostile da attraversare per giungere alla terra promessa; tempo lungo ma a termine, con una fine, tempo intermedio di un’attesa, di una speranza; cammino faticoso, duro, tra un’uscita da un grembo di schiavitù e l’ingresso in una terra accogliente, « che stilla latte e miele »: ecco il deserto dell’esodo! La spazialità arida, monotona, fatta silenzio, del deserto si riverbera nel paesaggio interiore del credente come prova, come tentazione. Valeva la pena l’esodo? Non era meglio rimanere in Egitto? Che salvezza è mai quella in cui si patiscono la fame e la sete, in cui ogni giorno porta in dote agli umani la visione del medesimo orizzonte? Non è facile accettare che il deserto è parte integrante della salvezza! Nel deserto allora Israele tenta Dio, e il luogo desertico si mostra essere un terribile vaglio, un rivelatore di ciò che abita il cuore umano. « Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore » (Deuteronomio 8,2). Il deserto è un’educazione alla conoscenza di sé, e forse il viaggio intrapreso dal padre dei credenti, Abramo, a risposta dell’invito di Dio « Va’ verso te stesso! » (Genesi 12,1), coglie il senso spirituale del viaggio nel deserto.

Il deserto è il luogo delle ribellioni a Dio, delle mormorazioni, delle contestazioni (Esodo 14,11-12; 15,24; 16,2-3.20.27; 17,2-3.7; Numeri 12,1-2; 14,2-4; 16,3-4; 20,2-5; 21,4-5). Anche Gesù vivrà il deserto come noviziato essenziale al suo ministero: il faccia a faccia con il potere dell’illusione satanica e con il fascino della tentazione svelerà in Gesù un cuore attaccato alla nuda Parola di Dio (Matteo 4,1-11). Fortificato dalla lotta nel deserto Gesù può intraprendere il suo ministero pubblico! Il deserto appare anche come tempo intermedio: non ci si installa nel deserto, ma si traversa il deserto! Quaranta anni, quaranta giorni: è il tempo del deserto per tutto Israele, ma anche per Mosè, per Elia, per Gesù. Tempo che può essere vissuto solo imparando la pazienza, l’attesa, la perseveranza, accettando il caro prezzo della speranza. E forse, l’immensità del tempo del deserto è già esperienza e pregustazione di eternità! Ma il deserto è anche cammino: nel deserto occorre avanzare, non è consentito « disertare », ma la tentazione è la regressione, la paura che spinge a tornare indietro, a preferire la sicurezza della schiavitù egiziana al rischio dell’avventura della libertà. Una libertà che non è situata al termine del cammino, ma che si vive nel cammino. Ma per compiere questo cammino occorre essere leggeri, con pochi bagagli: il deserto insegna l’essenzialità, è apprendistato di sottrazione e di spogliazione.

Il deserto è magistero di fede: esso aguzza lo sguardo interiore e fa dell’uomo un vigilante, un uomo dall’occhio penetrante. L’uomo del deserto può così riconoscere la presenza di Dio e denunciare l’idolatria. Giovanni Battista, uomo del deserto per eccellenza, mostra che in lui tutto è essenziale: egli è voce che grida chiedendo conversione, è mano che indica il Messia, è occhio che scruta e discerne il peccato, è corpo scolpito dal deserto, è esistenza che si fa cammino per il Signore (« nel deserto preparate la via del Signore! »: Isaia 40,3). Il suo cibo è parco, il suo abito lo dichiara profeta, egli stesso diminuisce di fronte a colui che viene dopo di lui: ha imparato fino in fondo l’economia di diminuzione del deserto. Ma ha vissuto anche il deserto come luogo di incontro, di amicizia, di amore: egli è l’amico dello sposo che sta accanto allo sposo e gioisce quando ne sente la voce. Sì, è a questa ambivalenza che ci pone di fronte il deserto biblico e così esso diviene cifra dell’ambivalenza della vita umana, dell’esperienza quotidiana del credente, della stessa contraddittoria esperienza di Dio. Forse ha ragione Henri le Saux quando scrive che « Dio non è nel deserto. E’ il deserto che è il mistero stesso di Dio ».

tratto da:
 ENZO BIANCHI, Le parole della spiritualità,
 Rizzoli, 1999 pp.47-51

Omelia per il giorno 27 luglio 2010

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/15719.html

Omelia (28-07-2009) 
a cura dei Carmelitani

1) Preghiera

O Dio, nostra forza e nostra speranza,
senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia
perché, da te sorretti e guidati,
usiamo saggiamente dei beni terreni
nella continua ricerca dei beni eterni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…

2) Lettura del Vangelo

Dal Vangelo secondo Matteo 13,36-43
In quel tempo, Gesù lasciò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!

3) Riflessione

• Il vangelo di oggi ci presenta la spiegazione di Gesù a richiesta dei discepoli, della parabola del grano e della zizzania. Alcuni studiosi pensano che questa spiegazione, che Gesù dà ai discepoli, non sia di Gesù, ma della comunità. E’ possibile e probabile, poiché una parabola, per sua natura, richiede il coinvolgimento e la partecipazione delle persone nella scoperta del significato. Così come la pianta è già dentro il seme, così certamente, la spiegazione della comunità è nella parabola. Ed è esattamente questo l’obiettivo che Gesù voleva e vuole raggiungere con la parabola. Il senso che noi oggi stiamo scoprendo nella parabola che Gesù ha raccontato duemila anni fa era già racchiuso nella storia che Gesù raccontò, come il fiore è già nel suo seme.
• Matteo 13,36: La richiesta dei discepoli a Gesù: la spiegazione della parabola del grano e della zizzania. I discepoli, in casa, parlano e chiedono una spiegazione della parabola del grano e della zizzania. (Mt 13,24-30). Viene detto molte volte che Gesù, in casa, continuava ad insegnare ai suoi apostoli (Mc 7,17; 9,28.33; 10,10). In quel tempo, non c’era la televisione e le lunghe ore delle sere d’inverno la gente le trascorreva riunita a parlare dei fatti della vita. In queste occasioni Gesù completava l’insegnamento e la formazione dei discepoli.
• Matteo 13,38-39: Il significato di ognuno di questi elementi della parabola. Gesù risponde riprendendo ognuno di questi elementi della parabola e dando loro un significato: il campo è il mondo; il buon seme sono i membri del Regno; la zizzania sono i membri dell’avversario (maligno); il nemico è il diavolo; la mietitura è la fine dei tempi; i mietitori sono gli angeli. Ed ora rileggi di nuovo la parabola (Mt 13,24-30) dando il giusto significato ad ognuno di questi sei elementi: campo, buon seme, zizzania, nemico, mietitura e mietitori. Così la storia assume un senso completamente nuovo ed è possibile raggiungere l’obiettivo che Gesù aveva in mente quando ha raccontato alla gente la parabola della zizzania e del buon seme. Alcuni pensano che questa parabola deve essere capita come un’allegoria e non come una parabola propriamente detta.
• Matteo 13,40-43: L’applicazione della parabola o dell’allegoria. Con queste informazioni date da Gesù, capirai meglio la sua applicazione: « Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. » Il destino della zizzania è la fornace, il destino del grano è brillare al sole nel Regno del Padre. Dietro queste due immagini c’è l’esperienza delle persone. Dopo che loro hanno ascoltato Gesù e lo hanno accettato nella loro vita, tutto è cambiato per loro. Ciò vuol dire che in Gesù è avvenuto ciò che speravano: il compimento delle promesse. Ora la vita si divide in prima e dopo aver accettato Gesù nella loro vita. La nuova vita è iniziata con lo splendore del sole. Se avessero continuato a vivere come prima, sarebbero come la zizzania nella fornace, vita senza senso che a nulla serve.
• Parabola e Allegoria. C’è la parabola. C’è l’allegoria. C’è la mescolanza delle due che è la forma più comune. Generalmente tutto è una chiamata nella parabola. Nel vangelo di oggi abbiamo l’esempio di un’allegoria. Un’allegoria è una storia che una persona racconta, ma quando la racconta non pensa agli elementi della storia, ma al tema che deve essere chiarito. Nel leggere un’allegoria non è necessario prima guardare la storia come un tutto, perché in un’allegoria la storia non si costruisce attorno a un punto centrale che dopo serve da paragone, bensì ciascun elemento ha una sua funzione indipendente, partendo dal senso che riceve. Si tratta di scoprire ciò che ogni elemento delle due storie cerca di dirci sul Regno, come fece la spiegazione che Gesù ci dà della parabola: campo, buon seme, zizzania, nemico, raccolto e mietitori. Generalmente le parabole sono anche allegorie. Mescolanza delle due.

5) Preghiera finale

Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe,
chi spera nel Signore suo Dio,
creatore del cielo e della terra,
del mare e di quanto contiene. (Sal 145) 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 juillet, 2010 |Pas de commentaires »

Beata Teresa di Calcutta: « Il seme buono sono i figli del regno »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100727

Martedì della XVII settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Mt 13,36-43
Meditazione del giorno
Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità
A Simple Path, 69

« Il seme buono sono i figli del regno »

        Non ci sono due mondi, il mondo fisico e il mondo spirituale ; ce n’è solo uno : il Regno di Dio « come in cielo così in terra » (Mt 6, 10).

        Molti tra noi dicono nella preghiera : « Padre nostro che sei nei cieli ». Pensano che Dio sia lassù, il che radica l’idea di una separazione fra i due mondi. A molti occidentali piace distinguere la materia dallo spirito. Ma ogni verità è una, e anche la realtà è una. Appena ammettiamo l’incarnazione di Dio, che per i cristiani si realizza nella persona di Gesù Cristo, allora cominciamo a prendere le cose sul serio.

Madonna con Bambino con San Gioacchino ed Anna

Madonna con Bambino con San Gioacchino ed Anna dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/immagini/Original/23700/23700AV.JPG

Publié dans:immagini sacre |on 26 juillet, 2010 |Pas de commentaires »

Gioacchino e Anna: genitori di Maria, memoria il 26 luglio

dal sito:

http://www.parrocchiadisantanna.it/blog/?p=22

Gioacchino e Anna: genitori di Maria

25 gennaio 2009 by: Pellegrina R.

Il culto dei genitori di Maria è molto antico; si diffuse in Oriente sin dal tempo di Giustiniano, mentre in Occidente, è venuto molto più tardi, nel secondo millennio, più o meno dopo il X secolo.
I Padri della Chiesa hanno spesso ricordato nelle loro opere i genitori di Maria. Splendide, per esempio, le parole di san Giovanni Damasceno: “Poiché doveva avvenire che la Vergine  Madre di Dio nascesse da Anna, la natura non osò precedere il germe della grazia; ma rimase senza il proprio frutto perché la grazia producesse il suo. Doveva nascere, infatti, quella primogenita dalla quale sarebbe nato il primogenito di ogni creatura ‘nel quale tutte le cose sussistono’ (Col 1,17). O felice coppia,  Gioacchino ed Anna! A voi è debitrice ogni creatura, perché per voi la creatura ha offerto al Creatore il dono più gradito, ossia quella casta  madre, che sola era degna del creatore.
Rallégrati Anna, ‘sterile che non hai partorito, prorompi in grida di giubilo e di gioia, tu che non hai provato i dolori’ (Is 54,1). Esulta, oGioacchino, poiché dalla tua figlia è nato per noi un bimbo, ci è stato dato un figlio, e il suo nome sarà angelo di grande consiglio, di salvezza per tutto il mondo, Dio forte (cfr. Is 9,6). Questo bambino è Dio.
O Gioacchino ed Anna, coppia beata, veramente senza macchia! Dal frutto del vostro seno voi siete conosciuti, come una volta disse il Signore: ‘Li conoscerete dai vostri frutti’ (Mt 7,16).
Voi informaste la condotta della vostra vita in modo gradito a Dio e degno di colei
che da voi nacque. Infatti, nella vostra casta e santa convivenza avete dato la vita a quella perla di verginità che fu vergine prima del parto, nel parto e dopo il parto. Quella, dico, che sola doveva conservare sempre la verginità e della mente e dell’anima e del corpo.
O Gioacchino ed Anna, coppia castissima!
Voi, conservando la castità prescritta dalla legge naturale, avete conseguito, per divina virtù, ciò che supera la natura: avete donato al mondo la Madre di Dio che non conobbe uomo.
Voi, conducendo una vita pia e santa nella condizione umana, avete dato alla luce una figlia più grande degli angeli ed ora regina degli angeli stessi.
O Vergine bellissima e dolcissima! O figlia di Adamo e Madre di Dio. Beato il seno, che ti ha dato la vita! Beate le braccia che ti strinsero e le labbra che ti impressero casti baci, quelle dei tuoi soli genitori, cosicché tu conservassi in tutto la verginità!
‘Acclami al Signore tutta la terra, gridate, esultate con canti di gioia’ (Sal 97,4). Alzate la vostra voce, gridate, non temete.
Non è da meno sant’Andrea di Creta: “Gioacchino è un uomo modesto, mite, educato secondo la legge di Dio, vissuto sobriamente e sempre costante nell’amore di Dio, ma invecchiato senza figli, fisicamente vegeto, ma senza che il suo vigore fosse coronato dal dono della prole…
Anna è amante di Dio, sobria e continente, affezionata al marito, ma priva di figli, ma alla fine le sue preghiere vennero esaudite. Così da alberi ormai secchi e infecondi, quasi fossero irrigati, ci spuntò il generoso frutto: questa immacolatissima Vergine”. Non c’è dubbio che Maria abbia ricevuto dai suoi genitori i primi impulsi alla fede, sia stata da loro guidata nel riconoscere la voce del Signore e nel sottomettersi alla sua volontà. La risposta all’angelo Gabriele e la costante testimonianza di fede e di carità della Madre di Gesù avevano, di certo alla spalle, l’impronta dei santi Gioacchino ed Anna; anche se non abbiamo notizie relativeal fatto se essi fossero stati consapevoli o meno del disegno di Dio sulla loro figlia e neppure quali potessero essere i loro pensieri relativi alla vicenda che si andava realizzando nella giovane Maria.
Nonostante la scarsità di notizie storiche unita al fatto che i nomi di Gioacchino ed Anna, genitori di Maria e nonni terreni di Gesù, non siano nominati dai Vangeli, ma citati nel Protovangelo di Giacomo, un libro apocrifo assai noto, la vicenda liturgica di questi due santi è assolutamente
interessante; tanti Pontefici, infatti, se ne occuparono: Gregorio XV ne fece comporre interamente l’Ufficio divino, Clemente XI fissò la festa all’ottava dell’Assunzione;
Leone XIII ne elevò il rito; san Pio X fissò la data il 16 agosto, infine Paolo VI nella riforma del Calendario Liturgico collocò definitivamente la loro festa il 26 luglio.
Per cui è fondamentale associare Gioacchino
ed Anna nello stesso giorno liturgico
per farne memoria e insieme anche per sottolineare l’unità coniugale e la fedeltà degli sposi.
Sant’Anna, però, è assai più popolare di Gioacchino e non c’è reparto ospedaliero, nella divisione ostetrica, ove non ci sia una statua di sant’Anna con fiori sempre freschi, come freschi sono i fiori che si portano alle neo-mamme. Patrona della maternità e di tutte le donne che sono in attesa, viene invocata nei parti difficili e contro la sterilità coniugale; inoltre, sono molti coloro che riconoscono in sant’Anna
la propria Patrona: gli orefici, i minatori,
specie quelli della Germania, i palafrenieri,
le ricamatrici, gli ebanisti, ma non mancano anche quelli che la invocano, insieme a san Giuseppe, come patrona della buona morte, al pensiero che ebbe accanto la santa Vergine al momento del trapasso da questa vita all’altra.
Nell’Europa settentrionale il culto di sant’Anna
era molto diffuso e spesso erano celebrati i nove martedì in suo onore. San Gioacchino è assai meno popolare dalla santa consorte, ma la città di Colonia vanta
il merito di avere la preziosa reliquia del suo capo.
Da più parti, inoltre anche da alcune Conferenze Episcopali, si tende ad identificare la memoria liturgica dei Santi Gioacchino ed Anna (26 luglio) con la festa dei nonni, ossia l’occasione per rivolgere un pensiero di gratitudine e di affetto a quelle persone che, per la loro età, le loro abitudini, le qualità morali e spirituali e soprattutto per la loro condizionedi vita, hanno un profondo legame con le proprie famiglie e offrono loro un preziosissimo esempio

Publié dans:SANTI, Santi - biografia |on 26 juillet, 2010 |Pas de commentaires »

UDIENZA DI PAPA BENEDETTO SU SAN GIACOMO MAGGIORE, LINK ALLA…

PAGINA DI QUESTO BLOG, PERCHé L’AVEVO GIÀ MESSO:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/2009/07/24/benedetto-xvi-san-giacomo-il-maggiore-udienza-21-giugno-2006/

Dalle «Omelie sul vangelo di Matteo» di san Giovanni Crisostomo, vescovo (per la festa di San Giacomo il Maggiore)

dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/santo/227.html

Dalle «Omelie sul vangelo di Matteo» di san Giovanni Crisostomo, vescovo.

I figli di Zebedeo chiedono al Cristo: «Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra» (Mc 10, 37). Cosa risponde il Signore? Per far loro comprendere che nella domanda avanzata non vi é nulla di spirituale e che, se sapessero ciò che chiedono, non lo domanderebbero, risponde: «Non sapete ciò che domandate», cioé non ne conoscete il valore, la grandezza e la dignità, superiori alle stesse potenze celesti. E aggiunge: «Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?» (Mc 10, 38). Voi, sembra dir loro, mi parlate di onori e di dignità; io vi parlo, invece di lotte e di sudori. Non é questo il tempo dei premi, né la mia gloria si manifesta ora. Il presente é tempo di morte violenta, di guerre e di pericoli.
Osservate quindi come, rispondendo loro con un’altra domanda, li esorti e li attragga. Non chiede se sono capaci di morire, di versare il loro sangue, ma domanda: «Potete voi bere il calice» e per animarli aggiunge «che io devo bere?», in modo da renderli, con la partecipazione alle sue sofferenze, più coraggiosi. Chiama la sua passione «battesimo» per far capire che tutto il mondo ne avrebbe ricevuto una grande purificazione. I due discepoli rispondono: «Possiamo!». Promettono immediatamente, senza sapere ciò che chiedono, con la speranza che la loro richiesta sia soddisfatta. E Gesù risponde: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete» (Mc 10, 39). Preannunzia loro grandi beni: Voi, cioé, sarete degni di subire il martirio e soffrirete con me; finirete la vita con una morte eroica e parteciperete a questi miei dolori. «Ma sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo; é per coloro per i quali é stato preparato» (Mc 10, 40).
Dopo aver preparato l’animo dei due discepoli e dopo averli fortificati contro il dolore, allora corregge la loro richiesta. «Gli altri dieci si sdegnarono con i due fratelli» (Mt 20, 24). Notate come tutti gli apostoli siano ancora imperfetti, sia i due che vogliono innalzarsi sopra i dieci, sia gli altri che hanno invidia di loro. Ma, come ho già detto, osservateli più tardi, e li vedrete esenti da tutte queste miserie. Giovanni stesso, che ora si fa avanti anche lui per ambizione, cederà in ogni circostanza il primato a Pietro, sia nella predicazione, sia nel compiere miracoli, come appare dagli Atti degli Apostoli. Giacomo, invece, non visse molto tempo dopo questi avvenimenti. Dopo la Pentecoste infatti sarà tale il suo fervore che, lasciato da parte ogni interesse terreno, perverrà ad una virtù così elevata da essere ritenuto maturo di ricevere subito il martirio.

Voi non sapete quel che chiedete…
Giacomo il maggiore, l’apostolo fratello di Giovanni è il primo apostolo a subire il martirio dimostrando come fosse pronto ad immolare la propria vita per il Signore. Essere discepoli ed apostoli di Gesù significa anche saper offrire la propria vita. Gesù stesso preannuncia questo futuro alla madre di Giacomo e di Giovanni che già li vedeva beneficati di gloria e di onori terreni. L’intervento materno, comprensibile dal punto di vista umano produce però delle tensioni nel collegio apostolico. Evidentemente a quegli onori aspiravano un po’ tutti gli apostoli ed ognuno si sentiva più degno dell’altro per assumere a posti di maggior onore. L’intervento di Gesù è valido per tutti e non solo per la richiesta della madre ed è insegnamento per noi quando ci sentiamo troppo legati ai riconoscimenti material
i.

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