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The pain and trial of relationships / La peine et l’épreuve des relations/ Job eprouvé par sa femme

The pain and trial of relationships / La peine et l'épreuve des relations/ Job eprouvé par sa femme dans immagini sacre 15%20CHOQUEZ%20JOB%20EPROUVE%20PAR%20SA%20FEMME
http://www.artbible.net/1T/job_c_relationships_trial/index_2.htm

Publié dans:immagini sacre |on 27 mai, 2010 |Pas de commentaires »

Romani 14:10-13 (1 Cor. 8:7-13 e 10:14-33)

dal sito:

http://www.valdesidipignano.it/Romani%2014_10_13.htm

Romani 14:10-13 (I Cor. 8:7-13 e 10:14-33)

“Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti, infatti, ci presenteremo al tribunale di Dio, poiché sta scritto: Come è vero che io vivo, dice il Signore, ogni ginocchio si piegherà davanti a me e ogni lingua renderà gloria a Dio.
 Quindi ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso.
 cessiamo dunque dal giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non esser causa di inciampo o di scandalo al fratello”.
Nel Cap.14, Paolo considera il caso di alcuni cristiani deboli nella fede (v.1); ossia che ancora non hanno tratto tutte le conseguenze dalla loro conversione al vangelo. Benché abbiano abbracciato la fede, essi si credono sempre vincolati dalle prescrizioni alimentari del giudaismo.
Nella medesima comunità sono presenti coloro che possiamo definire forti nella fede , che godono del “bene della fede” (v.16), ossia della convinzione –sostenuta da Paolo- che nulla è immondo in se stesso perché in Cristo, Dio ha reso pura ogni cosa (v.14). Con Gesù, infatti, ogni cosa è reclamata da Dio come propria e messa in relazione alla sua propria volontà e potere di trasformazione nel bene. Chi ha questa consapevolezza può godere della libertà cristiana di mangiare ogni cosa, senza attribuire al cibo un valore sacro relativo alla “salvezza”; solo la fede in Gesù ora conta come purezza del cuore indiviso che appartiene a Dio.
Questa libertà che i forti ricevono da Dio, viene però interpretata tendenziosamente da coloro la cui coscienza non è ancora libera rispetto alla coscienza religiosa ebraica circa i cibi.
Per questo nella comunità può verificarsi una frattura della comunione. Se i forti, infatti, sono tentati di disprezzare i loro fratelli meno illuminati e di farsi beffe dei loro scrupoli, i deboli da parte loro, sono portati a condannare coloro che essi credono approfittare della fede per svincolarsi da ogni disciplina morale.
Agli uni e agli altri Paolo ricorda che hanno avuto accesso alla giustificazione per mezzo della sola grazia di Dio, e che uno stesso amore deve ispirare il loro comportamento, “ perché Dio li ha accolti ” (v.3).
Questa affermazione orienta l’argomentazione di Paolo nel cap.14.
Se siamo stati “ accolti ” da Dio, ciò che ora conta è che appunto egli ci tiene presso di sé, così come siamo, con le nostre differenze che non riguardano l’essenza dell’evangelo.
D’altra parte, per chi ha ricevuto vita per un atto di grazia, la misericordia non può non essere il sentimento che orienta il pensiero e l’agire.
Per questo, Paolo chiarisce che abbiamo un unico “debito” verso il nostro prossimo; quello dell’amore vicendevole, che adempie la legge (13,8-10). Paolo argomenta questa idea centrale per gradi.
Paolo chiede da una parte che ciascuno agisca in conformità alle sue convinzioni personali (VV.5-6), e d’altra parte che forti e deboli evitino di giudicarsi vicendevolmente.
Ciascuno agisca in piena coscienza, cercando di approfondire quanto meglio il senso delle sue convinzioni personali. Egli, infatti, deve rendere conto a Dio cui appartiene come servo, e non deve essere giudicato dal proprio fratello. Il forte e il debole sono ambedue servi del Signore (vv.7-9) al quale è riservato il giudizio. “… chi mangia, mangia per il Signore, dal momento che rende grazie a Dio; anche chi non mangia, se ne astiene per il Signore e rende grazie a Dio. Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore ” (vv.6-8).
Si mangia, come ci si astiene dai cibi; si vive, come si muore soltanto per il Signore . E ciascuno renderà conto di se stesso a Dio (v.12), davanti al suo tribunale.
A questo punto dell’argomentazione, sembra che tutta la questione ruoti intorno alla relazione singolo-Dio. Si vive e si agisce solo per il Signore; per rispondere di sé davanti al suo tribunale. Non ci sono terzi in questo rapporto.
Ma può essere questo il messaggio dell’Evangelo? Non si vive e muore anche per gli altri nello spirito di Cristo? Se Gesù ci ha “accolti” donandosi a noi come amore e misericordia di Dio, non dovremmo anche noi essere accoglienti e riflettere lo stesso amore?
Per questo il nostro brano compie un’ulteriore passo in avanti decisivo: “ Cessiamo dunque dal giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non esser causa di inciampo o di scandalo al fratello ” (v.13).
L’amore per il fratello e la sorella, che come noi sono stati ‘accolti” da Dio, deve farci vivere ed agire anche nel loro interesse e per il loro bene.
Come abbiamo già detto, Paolo parla di un unico “debito” che abbiamo gli uni verso gli altri: “ …se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge ”. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore ” (13,8-10).
Al cuore del comandamento di Dio c’è l’amore per persona umana concreta , non un principio –anche giusto- che deve essere fatto valere. Quest’amore adempie la legge nel comandamento: “Portate i pesi gli uni degli altri” (Gal. 6,2).
Il comandamento rivoltomi dall’etica cristiana vuole far crescere, pacificare, rendere gioiosa l’esistenza. Con esso Dio ci ama, e ci chiede di ubbidire per il nostro bene, in modo che il suo amore penetri nella nostra esistenza come amore per se stessi e per gli altri.
La nostra ubbidienza al comandamento di Dio, e simile al grido di quell’uomo che disse a Gesù:”Io credo, sovvieni tu alla mia incredulità”. Noi ubbidiamo al comandamento di Dio in maniera sempre incoerente e parziale. Siamo sempre nella condizione di dover dire: “ Io ubbidisco, ma sovvieni tu alla mia incapacità di fare la tua volontà ”.
Il comandamento di Dio ci indica la direzione del bene, ma in esso non c’è la forza dell’obbedienza. Al massimo, il comandamento ci dà la consapevolezza della nostra incapacità, ma solo la bontà di Dio ci offre le forze per obbedirgli, strada facendo, mentre cerchiamo di aprirci alla sua promessa. Il comandamento è simile ad un pneumatico forato nel bel mezzo dell’autostrada, che ci lascia in panne.
Se Dio ad esempio ci chiede di non rubare, questa richiesta racchiude prima di tutto la promessa: “Io ti dono la possibilità di non rubare, perché la mia vita ti sta ricreando come nuova creatura”.
Se dimentichiamo questo, se non teniamo bene a mente che in ogni comandamento si nasconde l’amore col quale Dio ci unisce a lui ed insieme tra noi, rischiamo di trasformare l’evangelo in una nuova legge, più rigorosa, ma di lottare senza Dio per l’applicazione di un principio di morte. Per questo, ogni volta che facciamo o diciamo anche le cose migliori, ma senza l’amore, queste sono morte e non valgono nulla, perché non vengono da Lui (Inno all’amore).
Se ho compreso per davvero il senso del comandamento cristiano, allora so bene cosa significa cercare l’ubbidienza. Significa impegnarsi con tutte le forze, ma vivere soprattutto nel perdono di Dio, attendendo che la sua grazia trasformi gradualmente la vita, creando in noi l’uomo e la donna nuovi. E’ un cammino di “contraddizione”; nel senso che in esso ognuno si scopre prima di tutto “ giusto e peccatore ” nelle mani di Dio.
Quando noi vogliamo realizzare la nostra giustizia nell’ubbidienza ad un comandamento, la grazia di Dio ci rimanda a Cristo che ci dice che siamo peccatori, prigionieri nel peccato e bisognosi di aiuto; quando ci confessiamo tali, la grazia di Dio ci annuncia che siamo da Dio considerati giusti nel suo amore.
Per chi vive in questa dialettica della fede, la propria coerenza, la propria sincerità non la si può giudicare fino in fondo, perché si impara a riconoscere che soltanto Dio può leggere nella profondità oscura del cuore. La nostra propria coerenza e sincerità, si fermano e sono racchiuse nel grido: Io voglio seguirti fedelmente, sovvieni tu alla mia disubbidienza, perché mi affido a te pienamente; io sono tuo, questa è la mia identità.
Ditemi un poco: chi vive autenticamente il comandamento di Dio in questo modo; chi sa di essere “accolto”, come può giudicare il proprio prossimo? E’ proprio vero che chi si lascia andare al giudizio, forse ancora non ha scoperto cosa significa vivere nell’ubbidienza del comandamento di Dio.
Giudicare non significa certo esprimere delle considerazioni, più o meno obiettive, ma sostituirsi al giudizio di Dio, decretando la condanna della persona, facendo ‘terra bruciata’ intorno a lei.
Gesù ci comanda di accogliere sempre chi ci chiede perdono, e noi pensiamo che invece sia più giusto essere implacabili nel nostro rifiuto; Gesù ci dice che c’è sempre speranza per il cambiamento anche delle persone peggiori (e che questo riguarda da vicino anche noi come peccatori), e noi invece pensiamo che essere ‘accoglienti’ come vuole Gesù, significhi perdono sprecato.
Il comandamento di non giudicare, che il nostro brano ci rivolge, ci dice invece che quando considero l’obbedienza del il mio prossimo con gli occhi di Dio, allora non può non esserci lo stesso amore per la persona concreta con le sue difficoltà, i suoi limiti, le sue ambiguità, le necessità che Dio stesso ama in me, in quanto ci ha insieme “accolti”.
Quando viviamo autenticamente il comandamento di Dio, e la ricerca della sua volontà non è ubbidienza a delle regole, si produce in noi uno spostamento dei termini di riferimento dell’ubbidienza.
L’ubbidienza cristiana non si riferisce immediatamente a Dio, ma ai nostri simili. Se l’ubbidienza è comunione con l’amore di Dio, allora nessuno può più pensare di dire che vuole ubbidire solo al Signore, dimenticando i propri fratelli e sorelle.
L’apostolo Giovanni, nelle sue epistole ci mette in guardia: “Come potete dire di amare Dio che non vedete, mentre odiate il fratello che vedete? Come potete dire di ubbidire a Dio per amore, se non servite nel medesimo amore il fratello che Dio ama? Ogni volta che diciamo di voler essere fedeli alla volontà di Dio, senza amare il fratello e la sorella, non siamo più nella fedeltà, ma stiamo servendo forse un’idea di bene, la nostra rigidità morale che coltiviamo rimanendo fedeli a delle regole di condotta religiosa, che ci fanno condannare il nostro simile.
Ma obbedire al comandamento di Dio infatti significa prima di ogni cosa praticare l’obbedienza del servizio nella carità, non giudicando, ma accogliendo le debolezze del proprio fratello, perché come Dio vuole, egli possa continuare a vivere; perché non rimanga schiacciato dal peso della colpa, ma venga risollevato dal perdono, in modo da poter continuare il proprio cammino sulla strada della vita.
Questo vuole farci comprendere la famosa frase di Gesù: “ Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio ” (Lc. 6,36-38).
Dio offre a chi pecca, sempre una possibilità nel perdono generosamente concesso da chi è misericordioso e non giudica il fratello che gli ha fatto del male, sostituendosi così al giudizio di Dio. Chi pratica questa generosità, si apre al senso della giustizia di Dio, perdona infinitamente, porta il peso dell’altro e gli dona una nuova dignità, perché crede che Dio può compiere cose impossibili e cambiare la condizione di chi è schiavo dell’errore. Chi agisce in questo modo, porta i persi dell’altro; costui sarà abbondantissimamente ricompensato da Dio per la propria generosità che lo rende simile a lui.
Non giudicare dunque, ma portare i pesi gli uni degli altri; in questo modo si adempie la legge. In questo senso, non si commette adulterio, non si ruba, non si desidera, per ‘ubbidire’ al bene dei nostri simili; perché Dio stesso vuole che così lo si onori, non provocando a caduta la debolezza del fratello.
Rubare, commettere adulterio ecc. Sono evidentemente cose che per noi non vanno fatte, e siamo d’accordo. Ma più difficile è dire perché non vanno fatte. Certamente mi direte, perché Dio non vuole. E siamo d’accordo; ma perché Dio non vuole? Perché queste cose sono cattive mi direte. E allora io vi chiedo: per quale motivo sono cattive?
La risposta la troviamo nel nostro brano, quando consideriamo cosa dice Paolo a proposito della condotta dei forti .
Essi agiscono –dice Paolo- in maniera non cattiva; mangiano liberamente ogni cibo sapendo che nessuna cosa è impura. Ma ciò nonostante, benchè essi non facciano nulla di male, Paolo dice: “ Ora se per il tuo cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo carità ” (v.15).
Il loro agire “buono”, diventa cattivo” se non è guidato dalla carità; ossia dall’interesse per il bene ed il progresso del prossimo.
Rubare, commettere adulterio, desiderare ciò che non è nostro, mette in pericolo la sicurezza e la pace della vita del prossimo; per questo è cattivo anche agli occhi di Dio.
Vorrei farvi notare a tal proposito, che quella che chiamiamo etica cristiana, che troviamo nella Bibbia, altro non è che l’insieme delle regole del mondo-ambiente nel quale le comunità cristiane dei tempi biblici trovarono diffuse, come espressione in genere di un’ideale filosofico-religioso pagano. Paolo ad esempio è imbevuto di motivi ed idee dell’etica stoica; gli elenchi biblici dei diritti e dei doveri che troviamo nelle sue lettere, ricalcano le indicazioni dell’elevato senso comune della morale greco-romana.
Ma allora, in cosa risiede la particolarità ‘cristiana’ delle indicazioni di comportamento che troviamo nella Bibbia?
Come già abbiamo accennato, soltanto nella straordinaria particolarità della vita nuova resa presente per noi nella resurrezione di Cristo.
La Bibbia non solo ti chiede ad es. di non uccidere, ma ancora approfondisce questa legge dicendoti che si può uccidere con una parola. La Bibbia non solo ti dice che non devi commettere adulterio, ma che si può peccare anche con una sguardo. Quello che è straordinario nel comandamento ‘cristiano’ è che Dio ti dica, che egli conosce la tua impossibilità ad ubbidire; egli stesso ti donerà la possibilità di essere un’altro uomo, un’altra donna che non peccano più.
La volontà di Dio che chiede ubbidienza, diventa una promessa di fedeltà che chiede impegno; quello di cercare l’ubbidienza e di accettare umilmente la propria debolezza e quella degli altri, senza giudicare, perché Dio l’ha accolta con amore.
Per questo un comportamento cristiano, prima ancora che essere qualcosa che giudichiamo “bene” o “male”, è un “ essere per l’altro ”.
Se ascoltiamo questa parola di grazia che il Signore oggi ci rivolge, sorelle e fratelli, l’ubbidienza che ognuno deve a Dio, non può portarci assolutamente a giudicare e condannare la vita degli altri che disubbidiscono, ma invece ad agire con carità come Cristo ha agito.
Il nostro vivere e morire sia per il bene del fratello e della sorella, cercando di non essere causa di inciampo o di scandalo per l’altro.
Chi di noi ritiene di essere forte nella fede, è chiamato a servire con umiltà chi non possiede chiarezza e coerenza dell’agire.
Sorelle e fratelli, siamo chiamati a non giudicare, e non possiamo più dare maggior valore allo ‘sgarbo’ del nostro simile, di quanto valore diamo a Dio che ci accoglie insieme come peccatori perdonati.
Non è dunque ammissibile che tra noi vi siano separazioni che durano una vita; odi che separano fratelli, sorelle, famiglie intere.
Dio ci accoglie oggi insieme nel suo perdono e ci chiede di perdonare il male ricevuto. Se sentiamo che ciò per noi è difficile, ripetiamo a noi stessi: “Signore, aiutami ad ubbidirti, perché io sono tuo; ti appartengo perché tu mi hai accolto come peccatore”.

Il Signore ci benedica 

Amen.

La carità al centro della teologia agostiniana

riferimenti a Paolo, come spesso su Sant’Agostino, dal sito:

http://www.santagostinopavia.it/agostino/caritateoago.asp

La carità al centro della teologia agostiniana

S. Agostino, conosciuto come il dottore della grazia, è anche il dottore della carità. Commentando la prima lettera di Giovanni, la lettera della carità, diceva ai fedeli: “Quanto più godo di parlare della carità, tanto meno vorrei terminare la spiegazione di questa lettera. Nessuna è più calda nella raccomandazione della carità. Niente di più dolce vi può essere predicato, niente di più salutare potete bere” ( Io ep tr 8, 14). La carità è l’oggetto di tutta la rivelazione biblica. Cristo stesso non è venuto nel mondo se non a causa della carità. Con l’incarnazione e la morte in croce Cristo ci ha rivelato non solo che egli ci ha amati fino a dare la sua vita per noi, ma che anche il Padre ci ama, proprio perché, come dice l’Apostolo, “Egli non risparmiò il proprio Figlio, ma lo diede per noi tutti”( ib 7, 7). Con tale rivelazione il dio di Platone, il Bene e il Principio impersonale, il dio che non comunica con gli uomini, cede il posto al Dio-Amore. Dio rimane sempre avvolto nel mistero. Ma agli occhi di coloro che credono a Cristo il mistero divino si riveste di una luce abbagliante: nell’unità perfetta del Dio rivelato da Gesù Cristo pulsa dall’eternità un’intensa vita d’amore trinitario. C’è il Padre che per amore genera il Figlio, donandogli tutto ciò che è e tutto ciò che possiede; c’è il Figlio, che riceve tutto dall’amore del Padre, ma che ricambia l’amore ricevuto donandosi a lui con uguale amore; c’è infine lo Spirito Santo, lo Spirito del Padre e del Figlio, che è il loro mutuo amore, la loro amicizia, la loro comunione consustanziale. Agostino, grande ammiratore di Platone, resta abbagliato dal Dio trino e uno della rivelazione cristiana. Dall’inizio della sua conversione agli ultimi anni di vita spende tutta la forza della sua mente per riflettere sulla Trinità divina, facendosi guidare dalla fede della Chiesa. Il suo contributo più originale alla storia della teologia, riconosciuto anche da S. Bulgakov, sta proprio qui: nell’aver presentato per primo la vita trinitaria come una comunità di amore. Una sua immagine si può trovare anche nell’amore umano: anche nell’amore di un amico “ci sono tre cose: uno che ama, ciò che ama e l’amore ” (Trin 8,10, 14).

Alla luce della rivelazione trinitaria, poi, legge tutta la storia della salvezza, a cominciare dalla creazione. Il mondo è opera della Trinità creatrice ed è opera di amore: “il Padre ha creato insieme tutte le cose ed ogni singola natura per mezzo del Figlio nel dono dello Spirito Santo” (vera rel 7, 13). Dio non ha creato il mondo perché avesse un bisogno da soddisfare, ma per puro amore. Proprio perché Dio ha creato tutto con amore e sapienza, tutte le creature sono buone e belle. In ognuna di esse si possono riconoscere un vestigio della Trinità divina. Un caso del tutto particolare è costituito dall’uomo. L’uomo infatti è l’unica creatura di questo mondo che sia stato creato a immagine di Dio, dotato cioè di ragione e volontà libera per conoscere e amare Dio. Con ciò si comprende la grande dignità dell’uomo, chiamato da Dio a dialogare e cooperare con lui nella storia. L’uomo è l’unico essere sulla terra capace di conoscere il disegno di Dio sulla storia e coinvolgersi liberamente alla sua realizzazione.

Questo disegno, che si è manifestato pienamente in Cristo, è ancora un disegno di amore. Da una parte abbiamo saputo che il Padre “non ha voluto che il suo Unigenito Figlio restasse solo e, affinché avesse dei fratelli, adottò dei figli che potessero possedere con lui la vita eterna”( Io ep tr 8, 14), dall’altra parte che “l’il Figlio unigenito è morto per noi per non rimanere l’unico. L’unico che morì non volle essere il solo. L’unico Figlio di Dio fece molti figli di Dio. Si acquistò dei fratelli con il suo sangue”( S. 171, 5). Così il Padre e il Figlio operano nel mondo per amore l’uno dell’altro e nel loro amore coinvolgono gli uomini. Il disegno divino attraversa tutta la storia dell’uomo e si realizza per tappe. Annunciato in modo oscuro con la promessa fatta ad Abramo, incomincia a prendere piede con l’antico popolo dell’Alleanza, si configura chiaramente con la Chiesa di Cristo e si realizzerà pienamente nel cielo con “la società perfettamente ordinata e concorde, in cui tutti godranno di Dio e l’uno dell’altro in Dio” (Civ Dei 19, 17).

La Chiesa, dunque, è l’altro grande tema della riflessione teologica agostiniana. Essa è vista di preferenza come un mistero di unità : “molti e un solo corpo in Cristo”(ib 10, 6), ma anche come un mistero di carità: la Chiesa è essa stessa Caritas. Nasce il giorno di Pentecoste, quando sui discepoli riuniti nel cenacolo scese lo Spirito Santo sotto forma di lingue di fuoco: “essi furono tutti pieni dello Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue”( At 2, 4). Il prodigio delle lingue per S. Agostino è un chiaro segno della cattolicità della Chiesa, chiamata ad estendersi in tutto il mondo, affinché gli uomini dispersi in una molteplicità di popoli, di lingue e di culture fossero riportati all’unità mediante l’unica fede, l’unica speranza e l’unica carità. La Chiesa, perciò, è un riflesso della Trinità, perché a tenerla unita insieme è lo stesso Spirito Santo, che è il dono che unisce da sempre il Padre e il Figlio: “Essi hanno voluto che noi fossimo in comunione tra noi e con loro con ciò che hanno in comune tra loro e mediante questo dono raccoglierci nell’unità”( S. 71, 12, 18). La vera natura della Chiesa trova la sua prima espressione nella comunità dei credenti descritta dagli Atti degli Apostoli: “La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune”(At 4, 32). Sono testi questi di fondamentale importanza per l’ecclesiologia agostiniana. Allo scisma dei Donatisti il vescovo di Ippona oppone costantemente il disegno di Dio di una Chiesa cattolica, diffusa in tutto il mondo, quale si manifesta nella promessa fatta ad Abramo e nel miracolo delle lingue il giorno di Pentecoste. D’altra parte, l’esperienza della comunità di Gerusalemme costituisce per lui un punto di riferimento altrettanto costante per la vita quotidiana delle comunità ecclesiali. Egli vuole che nella sua chiesa si celebri quotidianamente l’Eucaristia, perché questo è “il sacramento dell’unità” ( Ep 185, 11, 50), “è il sacramento della nostra unità e della nostra pace”( S. 272). Quando si celebra il memoriale del sacrificio della croce, in cui Cristo sacerdote offre se stesso come vittima, la Chiesa si unisce al suo capo, offrendo anche se stessa, la sua vita di reciproca carità, in cui ciascuno porta il peso dell’altro, e impara da lui a offrire se stessa (Civ dei 10, 20).

Ma perché ciò avvenga è necessario che i singoli fedeli siano rinnovati interiormente dallo Spirito Santo. Con il battesimo essi hanno già ottenuto la remissione dei peccati, l’ostacolo che separa da Dio, e sono stati resi figli adottivi di Dio, membri del corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo. Sono dunque chiamati a vivere secondo i doni ricevuti, per crescere e progredire nella carità. Non possono più vivere per se stessi, ma come figli amati da Dio, ricambiando l’amore del Padre; come membra del corpo di Cristo, curando gli interessi di Cristo, suo Capo, a beneficio di tutto il corpo, che è la Chiesa; pienamente consapevoli di essere tempio di Dio, per fare della propria vita un’offerta a lui gradita. La vita cristiana così concepita non è che un’esperienza di amore verso Dio e verso i fratelli. Per questo motivo S. Agostino ha combattuto contro ogni tipo di naturalismo e legalismo nella vita morale. Pelagio voleva essere un austero riformatore della Chiesa. Ma nel suo zelo commetteva due errori: da un lato invitava il cristiano a fare pieno affidamento sulla volontà umana, come se tutto il bene dell’uomo dipendesse da lui solo; dall’altro lato dava tanta importanza all’osservanza della legge, senza preoccuparsi affatto dell’amore che deve animare l’osservanza. Così facendo, dimenticava la promessa fatta da Dio per mezzo del profeta che nella nuova Alleanza avrebbe dato ai credenti un cuore nuovo e uno spirito nuovo. La profezia nell’interpretazione dell’Apostolo si è adempiuta con il dono dello Spirito, che ha scritto la legge dell’amore nel cuore dei credenti. Pertanto, conclude S-Agostino, “appartenere al Testamento Nuovo vuol dire avere la legge di Dio scritta non su tavole, ma nel cuore, cioè abbracciare la giustizia della legge negli affetti intimi, dove la fede diventa operosa mediante la carità”(Spir et litt 26, 46). D’altra parte, ancora l’Apostolo aveva detto che “la pienezza o il compimento della legge è l’amore”. Pelagio dimenticava anche questa lezione, rischiando di riportare l’esperienza cristiana al legalismo condannato nel vangelo. Per S. Agostino, invece, quello che conta nell’agire morale è l’amore di Dio e del prossimo. Osservare una legge giusta, fare un’opera di misericordia senza amore o peggio per motivi egoistici, non vale nulla. Il suo invito è che ciascuno interroghi la propria coscienza per sapere qual è la vera motivazione del proprio operare: se la carità o l’amore di sé. Il suo pensiero è racchiuso tutto nel famoso principio: “ama e fa ciò che vuoi”, dove l’amore è quello di benevolenza, che abbraccia il Creatore e le creature.

Alla luce di questa concezione della carità, che abbiamo cercato in fretta di illustrare, non meraviglia che S. Agostino finisca per riporre in essa il criterio supremo per interpretare la Scrittura. Poiché tutta la rivelazione, contenuta nelle Scritture, non parla se non dell’amore di Dio, che si manifesta nella creazione e nell’opera della redenzione, e poiché tutto quello che Dio vuole dall’uomo si riassume nel duplice precetto dell’amore di Dio e del prossimo, “chiunque crede di aver capito le divine Scritture o una qualsiasi parte delle medesime, se mediante tale comprensione non riesce a innalzare l’edificio di questa duplice carità, di Dio e del prossimo, non le ha ancora capite”(Dott Crist 1, 36, 40).

Omelia (27-05-2010)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/18572.html

Omelia (27-05-2010) 
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
« Che cosa vuoi che io faccia per te? » E il cieco gli rispose: « Rabbunì, che io veda di nuovo ».

Come vivere questa Parola?
Questo cieco che Gesù incontra sulla strada presso Gerico non ha nome! Viene detto di chi è figlio, di Timeo appunto, ma non come si chiama egli stesso!
Quel cieco è ciascuno di noi, che come Giacomo e Giovanni, nel brano precedente, abbiamo occhi ma non vediamo. Rincorriamo nostri sogni di potere e quindi non cogliamo la vita che già germoglia! Sediamo lungo la strada e, come il seme che cadendovi viene subito calpestato e rubato da Satana, noi ci disperdiamo in mille azioni dimostrative che convincano e non cogliamo lo sguardo d’amore di Dio che chiede di camminare con noi.
Quel cieco che grida verso Gesù chiamandolo col suo nome messianico ‘Figlio di Davide’, quindi potente nobile e di casta, è ciascuno di noi che invoca Dio per i suoi poteri e per i propri bisogni.
Gesù fa’ chiamare il cieco e, come con Giacomo e Giovanni, chiede: « Cosa vuoi che io faccia per te? » Il cieco si alza, getta via il mantello (il mantello indica la persona), si libera di ciò che lo chiude e lo rende cieco e esprime la sua richiesta.
« Rabbunì » – non lo chiama più Figlio di Davide. ‘Rabbunì’ era un termine reverenziale che veniva usato per Dio; i maestri di Israele venivano chiamati « Rabbi », ma Dio veniva chiamato ‘Rabbunì’, quindi il discepolo incomincia a comprendere. « Che io veda di nuovo! » Quindi prima ci vedeva, è diventato cieco, non è nato cieco.
Quando il cieco riconosce Dio e si situa per rapporto a Lui, ricupera la vista e si mette sulla Sua strada. Gli si accende nel cuore la fede e vede Gesù il Figlio di Dio! Così è stato per i due discepoli, così per il cieco, così per ciascuno di noi. E Dio che nella pienezza dei tempi manda suo Figlio, non è l’onnipotente secondo le nostre categorie socioculturali di potere, è onniamante. Così si rivela in Gesù.

Oggi nel mio rientro al cuore pregherò con umile amore:

Che io veda di nuovo, Signore Gesù!

La voce di un testimone di oggi
La nostra vita acquista significato quando è innanzi tutto risposta viva alla chiamata di Dio. Ma come riconoscere una tale chiamata e scoprire ciò che Dio si aspetta da noi? Dio si aspetta che siamo un riflesso della sua presenza, portatori di una speranza del Vangelo. Chi risponde a questa chiamata non ignora le proprie fragilità, così custodisce nel suo cuore queste parole di Cristo: « Non temere, continua a fidarti! ».
Frère Roger 

Guglielmo di Saint-Thierry : « Che vuoi che io ti faccia ? »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100527

Giovedì dell’VIII settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Mc 10,46-52
Meditazione del giorno
Guglielmo di Saint-Thierry (circa 1085-1148), monaco benedettino poi cistercense
La Contemplazione di Dio, 1-2 ; SC 61

« Che vuoi che io ti faccia ? »

        «Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe perché ci indichi le sue vie» (Is 2,3). Voi tutti, intenzioni, desideri intensi, volontà e pensieri, affetti e tutte le energie del cuore, venite, saliamo sul monte, giungiamo al luogo dove il Signore vede e si fa vedere. Ma voi, preoccupazioni, sollecitudini e inquietudini, fatiche e schiavitù, aspettateci qui… finché, andati fin lassù, ritorniamo poi da voi, dopo aver adorato (cfr Gen 22,5). Dovremo infatti tornare, e ahimé, troppo presto.

        Signore, Dio della mia forza, rivolgici a te: «Rialzaci, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi» (Sal 79,20). Ma Signore, quanto è inopportuno, temerario, presuntuoso, contrario alla regola portata dalla parola della tua verità e della tua sapienza, pretendere di vedere Dio con un cuore impuro! O sovrana bontà, bene supremo, vita dei cuori, luce dei nostri occhi interiori, a motivo della tua bontà, Signore, abbi pietà.

        Eccola la mia purificazione, la mia fiducia e la mia giustizia: la contemplazione della tua bontà, Signore buono! Tu, mio Dio, hai detto alla mia anima, come sai fare: «La tua salvezza, sono io» (Sal 34,3). Rabbunì, sovrano Maestro e insegnante, tu l’unico medico capace di farmi vedere ciò che desidero vedere, di’ al tuo mendicante cieco: «Che vuoi che io ti faccia?» E sai bene, tu che mi dai questa grazia…, con quale forza il mio cuore ti grida: «Ho cercato il tuo volto; il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto» (Sal 26,8).

LA CONTEMPLAZIONE DI PAOLO (Atti degli Apostoli)

dal sito:

http://www.indes.info/lectiodivina/2002-03_Atti_degli_Apostoli/La_contemplazione_di_Paolo.html

LA CONTEMPLAZIONE DI PAOLO
Di Pino Stancari

(Atti degli Apostoli)

Un nuovo protagonista

Oramai sulla scena narrativa del nostro libro rimane come figura di spicco, come personaggio che domina la scena, Saulo. Paolo l’abbiamo rincontrato a Gerusalemme nel cap. 12, là dove ancora una volta registra un debito. Questo del debito è un fenomeno ricorrente nell’esperienza di Saulo, è il criterio che ci ha aiutato a entrare nel segreto della sua conversione: l’esperienza del debito. Saulo è ancora un volta debitore a Gerusalemme nei confronti di Pietro,che bussa dall’esterno a quella casa nella quale sono raccolti i discepoli del Signore, la casa di Maria, madre di Giovanni detto Marco, parenti di Barnaba, e qui sono momentaneamente presenti Saulo e Barnaba. Pietro bussa alla porta di quella casa, di quella chiesa, mentre viene celebrata la pasqua del Signore. Quella porta deve aprirsi nel nome di Cristo redentore che è morto ed è risorto per ogni povero uomo di questo mondo, figlio di Adamo, per ogni creatura, anche la più miserabile tra tutte le creature che è stata spazzata via nel corso della storia umana. Cristo nostro Signore è risorto dai morti per riportare alla pienezza della vocazione alla vita l’antico Adamo, e tutti i figli di Adamo che si sono persi nella miseria del loro fallimento. Saulo è in quella casa quando Pietro bussa. E Pietro continua a bussare fino a che quella porta non si aprirà. E’ Pietro che evangelizza la chiesa. Lo stesso Pietro è stato protagonista per la prima volta dell’evangelizzazione di un pagano. Anche i pagani si convertono, anche i pagani ritornano alla vita, anche i pagani! Tutti i figli di Adamo sono raccolti, convocati, richiamati alla vita. L’evangelo cresce, l’evangelo prosegue nella corsa. Oramai la prima comunità dei discepoli del Signore che si è costituita a Gerusalemme ha assunto quella fisionomia che la rende matura per affrontare l’impegno missionario in tutte le direzioni, ben oltre i confini di Gerusalemme, lungo le strade del mondo, in contatto con ogni esperienza umana, in contatto con il mondo dei pagani in modo da entrare in relazione con tutte le lingue e con tutte le culture, con l’intero complesso sempre problematico svolgimento della storia umana: l’evangelo cresce.

Pietro ha svolto il suo ministero. La figura di Pietro non sparisce totalmente, ma assume da ora in poi una posizione marginale. Ha svolto il suo ministero. Rimane figura dominante sulla scena del racconto Saulo.

Saulo è adesso colui che si dedica alla attività missionaria nella forma più libera, più intensa, più appassionata, senza che ci siano più confini irraggiungibili. Non bisogna dimenticare mai comunque che colui che ha inaugurato l’evangelizzazione rivolta ai pagani è stato Pietro. Saulo si muove in quella direzione, con tutta la sua competenza, la sua cultura teologica, la sua capacità pastorale. Si muove in quella medesima direzione conservando sempre la consapevolezza di essere debitore nei confronti di coloro che lo hanno preceduto, che gli hanno aperto la strada, che si sono presi cura di lui, di coloro che hanno evangelizzato anche lui. E Saulo oramai è totalmente consacrato per fare della sua vita una testimonianza resa all’evangelo.

Il primo viaggio missionario

Nel cap. 13 affrontiamo il primo grande viaggio missionario di Paolo. Ce ne saranno altri. E’ proprio in questo primo viaggio che Saulo diventerà Paolo.

Nel corso di questo primo viaggio che impegna Saulo nella prospettiva dell’evangelizzazione rivolta ai pagani senza più titubanze, ambiguità i problemi non mancano, e Saulo li affronterà e li risolverà. L’attività pastorale svolta da Saulo è sempre rivolta in primo luogo ai giudei, a coloro che come lui appartengono al popolo d’Israele. Prima destinataria dell’evangelizzazione è sempre la comunità di coloro che appartengono a Israele, al popolo della prima alleanza, ma passando attraverso questo primo approccio, Saulo poi prosegue direttamente e senza remore verso i pagani.

Gli uomini sono coinvolti in una relazione con Gesù in quanto figli di Adamo, uomini di questo mondo, uomini che sono chiamati a condividere la pasqua di morte e di resurrezione del Figlio di Dio. Non è l’appartenenza ad un popolo particolare che determina l’ingresso in quella prospettiva nuova che appunto è stata inaugurata dal Figlio di Dio, Gesù, messia d’Israele che è morto ed è risorto. Non è l’appartenenza ad Israele che determina il riferimento a Cristo Signore, risorto, vivente, protagonista della vita nuova. La relazione con il Signore vivente è attuata in forza dell’evangelo, in forza di un coinvolgimento che si attua al di là di ogni confine istituzionale, di ogni appartenenza culturale, al di là di ogni riferimento teologico nella storia della salvezza, che identifica in modo inconfondibile il popolo d’Israele. Questa identità inconfondibile rimane per il popolo d’Israele, ma la relazione con il Signore vivente non dipende dalla appartenenza al popolo d’Israele.

Sono situazioni nuove, oramai chiarite, a riguardo delle quali Saulo assume una responsabilità pastorale diretta, esplicita, travolgente.

«C’erano nella comunità di Antiochia profeti e dottori». Antiochia. Il centro è Gerusalemme, così è stato fin dall’inizio, e comunque Gerusalemme mantiene una posizione di riferimento che non potrà mai essere dimenticata. Gerusalemme è la sede della chiesa madre. Tutte le chiese sono figlie di quella prima chiesa, non c’è dubbio. Gerusalemme conserva una posizione di responsabilità nei confronti delle altre chiese. Nella chiesa di Antiochia sono presenti dei giudei, ma sono presenti sopratutti i pagani. Essa diventa centro di una attività missionaria. La periferia diventa centro. Questa paradossale dislocazione del centro vitale della chiesa verso la periferia è assai interessante per noi. In questo fenomeno c’è qualcosa che poi rimane nel corso dei secoli come elemento caratteristico della vita, della storia della comunità dei discepoli del Signore. Il centro della chiesa non sta là dove l’apparato organizzativo si sistema con le sue configurazioni istituzionali, ma sta là dove l’evangelo incontra il mondo degli uomini. Il centro sta nella periferia. Antiochia è il centro. Rimane indiscutibile il riferimento a Gerusalemme, ma l’evangelo dilaga nel mondo.

«Barnaba, Simeone soprannominato Niger, Lucio di Cirène, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode tetrarca, e Saulo». Personaggi curiosi con nomi singolari e c’è anche Saulo. «Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando» Sono in preghiera, una preghiera che, il digiuno ce lo conferma, ha un preciso riscontro «lo Spirito Santo disse: Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati. Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li accomiatarono».

Così ha inizio il primo viaggio missionario. Sono insieme Barnaba e Saulo, si aggiungerà anche il nipote di Barnaba, quel Giovanni detto Marco, che sarà poi l’evangelista che abbiamo già incontrato a Gerusalemme nella casa di sua madre Maria, erano ospiti Barnaba e Saulo quando Pietro, uscito dal carcere, bussava alla porta.

Da Barnaba a Paolo

Dunque una spedizione che ha una configurazione organica e in questo contesto Barnaba ha ancora una posizione di preminenza, Saulo è collaboratore di Barnaba. Nel corso del viaggio, come vedremo, le posizioni varieranno. Saulo assumerà in maniera inconfondibile una posizione di responsabilità, sono i fatti nel loro svolgimento che manifestano quali sono le qualità carismatiche dei personaggi. E Barnaba, da parte sua, per come noi abbiamo imparato a conoscerlo, è personaggio che non desidera altro che dare spazio a Saulo o a chi come lui fosse dotato di quel corredo di doni da cui l’evangelo potrebbe ricevere un servizio più maturo, più sapiente, più efficace di quello che Barnaba, da parte sua pensa di poter offrire. Barnaba è personaggio modesto, umilissimo, proprio per questo è un personaggio grande che svolge un ruolo prezioso nell’ambito della chiesa primitiva. E’ quella figura sapiente e intelligente che sa valorizzare la presenza altrui.

Barnaba, che ufficialmente conduce la spedizione, darà spazio a Saulo e sarà proprio Saulo che emerge con tutta la sua straordinaria ricchezza di energia pastorale e di intelligenza teologica.

Notate qui il termine opera: «lo Spirito Santo disse: Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». E’ un po’ il tema che adesso andremo rintracciando nel corso delle pagine che leggeremo.

L’opera di Dio, l’opera alla quale li ho chiamati, è l’opera della quale Dio è protagonista. I due, Barnaba e Saulo, con l’aggiunta di Marco, sono inviati non per eseguire un’opera, non è questo il linguaggio del racconto, ma sono inviati per essere spettatori di quell’opera di cui Dio è protagonista. E’ interessante questo modo di descrivere le cose. Fin dall’inizio i grandi missionari sono presentati a noi dall’evangelista Luca come personaggi dediti alla contemplazione. Può sembrarci strano, per noi il missionario è una figura caratterizzata da una attività generosa, appassionata, fino allo stremo delle forze, in questo restiamo incantati e commossi; mentre se pensiamo a figure esemplari nella contemplazione pensiamo ad altro che a figure di missionari. Ed invece il primo grande viaggio missionario del nostro Paolo è raccontato da Luca come una esperienza contemplativa. Protagonista di un’opera è il Dio vivente. Coloro che sono inviati non sono dei realizzatori, sono inviati in quanto coinvolti in una esperienza contemplativa: osserveranno, vedranno, scruteranno, riconosceranno, ammireranno, contempleranno l’opera di Dio e certamente a quell’opera di dedicheranno con tutta la loro possibilità di collaborare, di aderire, di indicare, di celebrare. Ma si tratta sempre di una esperienza contemplativa.

Ora prima tappa del viaggio missionario, i nostri personaggi si spostano a Cipro per via di mare.

«Essi dunque, inviati dallo Spirito Santo, discesero a Selèucia e di qui salparono verso Cipro. Giunti a Salamina cominciarono ad annunziare la parola di Dio nelle sinagoghe dei Giudei, avendo con loro anche Giovanni come aiutante.».

inseguitori della Parola

Luca usa l’espressione « parola di Dio ». Parola di Dio in quanto contenuto di un annuncio? Non è semplicemente questo, anzi non è esattamente questo. L’espressione “parola di Dio” indica in Luca il protagonismo di Dio, quella presenza del Dio vivente per cui egli realizza l’opera sua, quell’opera che si è compiuta una volta per tutte mediante l’incarnazione del Figlio, che è disceso e risalito, che è morto ed è risorto, che è intronizzato nella gloria e quell’opera di Dio che con potenza di Spirito Santo, si compie nella storia umana in modo tale che tutte le creature siano raccolte, ricapitolate nella comunione con il Figlio glorioso, nella comunione con il corpo glorioso del Figlio risorto dai morti. E’ l’opera di Dio.

Questa opera si compie in forza di quella presenza che interpella, che chiama, che suggerisce, che educa, che è presenza che si fa ascoltare nell’intimo del cuore, nella profondità del cuore umano, suscitando degli echi sempre più eloquenti. E’ la parola di Dio. E i nostri inviati, i nostri missionari, sono descritti da Luca come coloro che inseguono la Parola. Non sono esattamente annunciatori della parola, che pure è un’espressione usata, non c’è alcun dubbio, ma annunciatori non nel senso che loro fabbricano quel messaggio, lo impacchettano e poi lo trasmettono, e lo consegnano a dei destinatari, a seconda delle occasioni più o meno favorevoli. Essi sono al servizio di quella parola da loro annunciata in quanto sono impegnati a percepire e valorizzare l’eco che la parola di Dio suscita nel cuore dell’uomo, là dove la parola di Dio è protagonista e i nostri missionari sono contemplativi. Essi inseguono la parola di Dio che avanza, che è dotata di una forza sua, di una sua energia travolgente, di una sua eloquenza penetrante. E’ la parola di Dio che si fa ascoltare. E gli inviati sono coloro che prendono contatto con le situazioni più diverse, prendono contatto con ogni persona per affacciarsi su quella misteriosa profondità che si spalanca sul cuore di ogni uomo là dove la parola di Dio si fa ascoltare. I missionari sono coloro che rendono testimonianza a quella parola ascoltata, ricevuta, che riecheggia, che attrae a sé la corrispondenza, l’adesione, la fede. I missionari non sono gli organizzatori di una certa impresa associativa, non sono neanche i propugnatori di una certa dottrina che dev’essere inoculata nei propri interlocutori. Tutto questo in qualche modo ha anche una sua evidente verità, ma è qualcosa che viene molto dopo. I nostri missionari sono testimoni della presenza del mistero nel cuore dell’uomo: quella presenza che è parlante, che è penetrante, che è coinvolgente. Là dove con potenza di Spirito Santo gli uomini sono chiamati a incontrare il Signore Gesù, sono chiamati a riconoscere nel Signore Gesù il compagno, l’amico, il fratello della loro vita. Potenza di Spirito Santo che rende profeti, che rende gli uomini capaci di chiamare per nome il Signore glorioso: si chiama Gesù. E’ l’opera di Dio. Certo la presenza dei nostri missionari non è superflua, mai, ma bisogna che ne intendiamo bene la modalità, il contenuto, il valore specifico.

Da Saulo a Paolo

Nella prima tappa del viaggio missionario i nostri amici si trovano a Cipro e a Cipro, «attraversata tutta l’isola fino a Pafo, vi trovarono un tale, mago e falso profeta giudeo, di nome Bar-Iesus, al seguito del proconsole Sergio Paolo, persona di senno». Il proconsole è la massima autorità dell’isola, provincia romana. Sergio Paolo è persona di senno, molto sensibile, che ha dei problemi di coscienza, è un illustre e nobile romano, appartiene all’ordine senatorio. Questo Sergio Paolo ha una sua problematica religiosa e c’è questo bar Jesus, mago, giudeo che gli sta accanto e sembra indottrinarlo a suo piacimento.

«Egli aveva fatto chiamare a sé Barnaba e Saulo e desiderava ascoltare la parola di Dio. Ma Elimas – colui che si nasconde, il mago -, il mago, ciò infatti significa il suo nome faceva loro opposizione cercando di distogliere il proconsole dalla fede».

L’attività di questo personaggio consiste nel separare Sergio Paolo dalla sua vocazione, da quella vocazione che la parola di Dio suscita in lui, separarlo dalla fede. Saulo lo affronta e qui, per la prima volta, leggiamo che Saulo è detto anche Paolo. Da questo momento in poi sarà chiamato Paolo. Paolo è il nome di quel proconsole, è il nome di Saulo cittadino romano dalla nascita, dunque aveva un nome romano: nel racconto degli Atti Saulo si chiama Paolo nel momento in cui ha a che fare con quel pagano che, impegnato nell’ascolto della Parola, sta procedendo in un cammino di conversione. Saulo sta auscultando quel che succede nel cuore di un uomo che si converte. Saulo prende come suo il nome di quell’uomo. Si chiama Paolo in relazione a quel tale, il pagano proconsole di Cipro, Sergio Paolo che è coinvolto in un processo di conversione. Che cosa avviene nell’animo di un uomo che si converte? Saulo assume come suo il nome di quell’uomo.

«Allora Saulo, detto anche Paolo, pieno di Spirito Santo, fissò gli occhi su di lui». Il mago è affrontato con micidiale irruenza, rimane accecato per il momento.

«Quando vide l’accaduto, il proconsole credette, colpito dalla dottrina del Signore».

Dal punto di vista di Saulo, che adesso si chiama Paolo, questa vicenda missionaria esemplare, assume in modo evidentissimo una valenza contemplativa. Paolo sta contemplando come si muove, si apre, si dispone, si contorce, si esprime la coscienza di un uomo che è coinvolto nella relazione con il Dio vivente, dal momento che è lui, il Dio vivente il protagonista di questa novità che si chiama evangelo, per cui il Figlio che è risorto dai morti viene chiamato per nome. E’ a Gesù che gli uomini appartengono perché la potenza dello Spirito Santo suscita quella energia straordinaria che rende una creatura contraddittoria, avvilita, compromessa da tutte le conseguenze del peccato, capace di aderire alla pienezza della vita, quella pienezza che è realizzata nel Figlio di Dio risorto dai morti, il Kurios, il Signore.

E’ in questa direzione che procede il racconto dal momento in cui lasciano Cipro e si spostano in Asia minore, la costa meridionale della penisola anatolica, sbarcano a Perge e poi si inoltrano verso l’interno.

Nel frattempo Giovanni detto Marco si ritira, non ne vuole più sapere, si è stancato, troppo giovane. Probabilmente, torna a Gerusalemme. Rimangono i due, Barnaba e Paolo. Oamai Paolo e i suoi compagni (13,13). Vedete come i ruoli dei personaggi sono trasformati. Paolo è figura emergente non perché è un prepotente. L’unico e vero protagonista, è il Dio vivente. Paolo e i suoi compagni. E adesso, passando di luogo in luogo giungono ad Antiochia di Pisidia. Qui, nel cap. 13, troviamo uno dei famosi discorsi di Paolo. Si rivolge in sinagoga a giudei, i suoi primi interlocutori sono loro, quelli del suo popolo (13,16-41). Paolo ricapitola tutta la storia della salvezza, la storia del popolo chiamato in seguito alle promesse e spiega come le promesse si siano compiute dal momento che Gesù è il messia e Gesù è risorto dai morti. Nella resurrezione dai morti di Gesù tutte le promesse si sono compiute, quelle promesse rivolte a Israele e le promesse che coinvolgono la storia di tutti gli uomini. Per adesso Paolo si rivolge ai Giudei, fino al momento in cui, passando attraverso opportune citazioni dell’AT, al v. 38 Paolo concludendo il suo discorso afferma questo:

«Vi sia dunque noto, fratelli, che per opera di lui, che è Gesù risorto dai morti, compimento delle promesse, in rapporto a lui si compie la storia del nostro popolo, la sua vocazione, la sua missione, lui in quanto è risorto dai morti, ora per opera di lui «vi viene annunziata la remissione dei peccati e che per lui chiunque crede riceve giustificazione da tutto ciò da cui non vi fu possibile essere giustificati mediante la legge di Mosè».

La conversione dei pagani

Dunque chiunque crede, perché non è mediante la legge di Mosè che noi siamo stati giustificati, ma è in forza della relazione con lui risorto dai morti. La remissione dei peccati ci coinvolge e ci riabilita a percorrere la strada della vita. E allora Paolo dice:

«Guardate dunque che non avvenga su di voi ciò che è detto nei Profeti: Mirate, beffardi, stupite e nascondetevi, poiché un’opera io compio ai vostri giorni, un’opera che non credereste, se vi fosse raccontata!». Ritorna due il termine opera, ergon. E’ il nostro tema dell’opera. Ma quale opera? L’opera di chi? Chi è il protagonista di quest’opera. Non c’è alcun dubbio. Paolo sta spiegando qui ad altri giudei come lui nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, che quest’opera oramai si compie, è giunto oramai il momento di raccoglierla, per quanto sia opera così sbalorditiva da sbaragliare tutte le migliori aspettative di Israele. Questa opera consiste nella conversione dei pagani, quell’opera per cui gli uomini sono riconciliati all’interno dell’unica famiglia che li costituisce come figli del Dio vivente, in rapporto a Gesù, nel nome di Gesù, in quanto sono inseparabilmente congiunti con Gesù, il Figlio risorto dai morti. Questa è l’opera, l’evangelo per i pagani. La visita di Dio nella storia degli uomini si è compiuta compiendo le promesse rivolte a Israele, ma si è compiuta in modo tale da riportare alla vita tutti gli uomini che sono chiamati a credere, che sono messi in grado di aderire, di rispondere, tutti gli uomini che ricevono la Parola e la ascoltano. Ed è proprio in questo che consiste al missione svolta dal nostro Paolo e dagli altri con lui, in questo prestare attenzione a quell’ascolto della parola di Dio che oramai è esperienza viva nel cuore degli uomini.

Il discorso finisce, interesse da parte degli ascoltatori, ma anche qualche sospetto. Le reazioni tenderanno poi a diventare sempre più incerte, sempre più drammatiche. L’assemblea viene sciolta, si danno appuntamento per il sabato successivo.

«Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola di Dio. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono pieni di gelosia e contraddicevano le affermazioni di Paolo, bestemmiando». I giudei sono disturbati, perché c’è quasi tutta la città, perché ci sono i pagani in misura oramai così abbondante senza più controllo, distinzioni.

«Allora Paolo e Barnaba con franchezza dichiararono: Era necessario che fosse annunziata a voi per primi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore: Io ti ho posto come luce per le genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra».

Fatto sta che qui Paolo cita i testi dell’AT per ribadire come la luce splende oramai per tutti gli uomini, per i pagani di questo mondo.

Quel che Paolo sta dicendo qui non toglie nulla alla vocazione particolare e insostituibile d’Israele, ma indica qual è la potenza straordinaria, fecondissima, per la vita degli uomini, per l’evangelo che oramai cresce senza limiti nella storia dell’umanità. L’opera di Dio si compie. E i nostri missionari sono impegnati nella contemplazione di quest’opera. La loro attività missionaria è un’attività contemplativa per così dire. Sono contemplativi nell’azione, come si dirà poi nella storia della spiritualità cristiana.

«Nell’udir ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola di Dio e abbracciarono la fede tutti quelli che erano destinati alla vita eterna».

Destinati alla vita. La fede, sono in ascolto, la parola di Dio, sono coinvolti nella relazione con il Signore Gesù nel senso della profezia, nel senso che sono riempiti di Spirito, sono in grado di aderire, di corrispondere all’evento che si è compiuto una volta per tutte mediante la morte e la resurrezione del Figlio.

«La parola di Dio si diffondeva per tutta la regione». E’ la parola di Dio che si diffonde, corre, avanza, scatta, è la parola di Dio che penetra, chiama, tocca, è la parola di Dio che ferisce, scandaglia, rimbomba nel cuore degli uomini, è la parola di Dio che si diffonde per tutta la regione. E il nostro Paolo, con Barnaba, all’inseguimento. Il missionario è all’inseguimento della Parola che corre avanti ed è già arrivata dappertutto. La parola di Dio è arrivata in fondo all’abisso infernale, è arrivata nelle altezze supreme del cielo, la parola di Dio è già parlante nel segreto del cuore umano, per questo il missionario va, per contemplare, per riscontrare, per testimoniare. In questo c’è poi una funzione insostituibile, ma va ben compresa nel suo valore autentico. La parola di Dio si diffondeva per tutta la regione, «ma i Giudei sobillarono le donne pie di alto rango e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba e li scacciarono dal loro territorio. Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio, mentre i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo».

Rimangono i discepoli. Oramai il discepolato riguarda i pagani come i giudei, oramai la vita nuova secondo l’evangelo, interpella, coinvolge, trascina, rigenera i pagani come i giudei: pieni di gioia e di Spirito Santo.

Ad Iconio una problematica analoga alla precedente, una certa distinzione all’interno delle due componenti della comunità cittadina, giudei e pagani e distinzione all’interno di ciascuna delle due componenti. C’è una problematica che riguarda proprio gli atteggiamenti interiori. Non ci si può limitare a distinguere tra giudei e pagani. Tra giudei c’è una distinzione. Nell’animo di ogni uomo c’è una distinzione, c’è un chiarimento che si impone e la parola di Dio avanza per scardinare, per dirimere, per abbattere e per chiamare, generare, vivificare là dove il cuore di ogni uomo ascolta e risponde, nel nome di Gesù. Ecco. Ogni uomo viene messo in grado di confidare nella vittoria del Figlio di Dio sulla morte.Ogni uomo è in grado di intraprendere il cammino della vita.

A Listra

Intanto Paolo e Barnaba affrontano momenti di polemica, qualche volta anche molto aspra, molto violenta, guardate cosa succede adesso a Listra (14,8ss).

«C’era a Listra un uomo paralizzato alle gambe, storpio sin dalla nascita, che non aveva mai camminato». Dal grembo di sua madre. La vita di quest’uomo è stata segnata fin dal grembo di sua madre da una calamità così straziante: non è mai stato capace di camminare.

«Egli ascoltava il discorso di Paolo». Anche quel tale ascolta la parola, la parola gli entra dentro, lo scava dentro, lo chiama nell’intimo, suscita in lui la nostalgia della vita, la potenza della vita. Colui che è stato generato storpio dal grembo di sua madre, è generato a vita nuova dalla parola che ascolta. Paolo è testimone di questa novità. E’ una testimonianza contemplativa. Che cosa avviene nel cuore di un uomo che ascolta la Parola? Che cosa avviene quando un uomo ascolta la parola ed è generato, rigenerato alla vita? Per questo ci sono i missionari in giro per il mondo. E

«Egli ascoltava il discorso di Paolo e questi, fissandolo con lo sguardo – lo sguardo contemplativo -e notando che aveva fede di esser risanato, disse a gran voce: Alzati diritto in piedi! Egli fece un balzo e si mise a camminare».

La gente vedendo queste cose, si mette a gridare: sono arrivati gli dei sulla terra, Zeus ed Ermes. Dicono questo in dialetto licaonio. Paolo e Barnaba li per li non capiscono cosa stanno dicendo quelli, perché parlano in dialetto. Questi si sono entusiasmati, tanto che vogliono celebrare un sacrificio. Quando finalmente Paolo capisce cosa stanno combinando, si butta nella mischia: che ambiguità terrificanti.

«Sentendo ciò, gli apostoli Barnaba e Paolo si strapparono le vesti e si precipitarono tra la folla, gridando: Cittadini, perché fate questo? Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi predichiamo di convertirvi da queste vanità al Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano. Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che ogni popolo seguisse la sua strada; ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge e stagioni ricche di frutti, fornendovi il cibo e riempiendo di letizia i vostri cuori. E così dicendo, riuscirono a fatica a far desistere la folla dall’offrire loro un sacrificio».

Il discorso resta a metà ma intanto viene evitato un gesto così increscioso. In questo caso Paolo mette in piedi, in modo un po’ approssimativo, un discorso valido per i pagani, ha sviluppato un’ampia catechesi in quel discorso rivolto ai giudei, ma nella sinagoga e con tutto il tempo disponibile. Qui, nel caos del momento, Paolo elabora una catechesi adatta a dei pagani con tutti i limiti dell’urgenza, ma comunque con tutta la lucidità di chi vuole colpire nel segno. Il cuore umano appartiene al Signore, il cuore umano oramai è raggiunto dalla parola che chiama per rigenerare gli uomini alla vita. Protagonista di quest’opera è il Dio vivente, che si è rivelato a noi, che si è presentato a noi, per questo il Figlio morto e risorto vive nella gloria, e per questo noi siamo in comunione con lui, in forza di quella nuova potenza di comunione e di riconciliazione che ci consente di respirare senza più dipendere dal dominio della morte.

Fatto sta che le vicende sono sempre molto contrastate. «Ma giunsero da Antiochia e da Icònio alcuni Giudei, i quali trassero dalla loro parte la folla; essi presero Paolo a sassate e quindi lo trascinarono fuori della città, credendolo morto».

Non si scherza mica, lo hanno massacrato di botte e sembra morto e quindi lo buttano. Si passa così da un momento all’altro con una disinvoltura che a noi sembra sconcertante.

«Allora gli si fecero attorno i discepoli ed egli, alzatosi, entrò in città», come se niente fosse nonostante i lividi e le ferite. Sembrava morto e non era morto.

Poi parte con Barnaba per Derbe e poi tornano indietro e ripercorrono tutti i luoghi e le situazioni. Crescono, le coscienze maturano, i cuori si aprono e la parola di Dio suscita quella eco nel cuore umano che diventa fede, profezia che invoca il nome del Signore, cammino di vita nuova. E’ l’opera di Dio.

Il viaggio continua

«Attraversata poi la Pisidia, raggiunsero la Panfilia e dopo avere predicato la parola di Dio a Perge, scesero ad Attalìa; di qui fecero vela per Antiochia là dove erano stati affidati alla grazia del Signore per l’impresa che avevano compiuto». Impresa è l’opera, ergon, che avevano compiuto. E’ l’opera di Dio

«Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro». E’ chiarissimo. Ritornano per raccontare tutto ciò che Dio ha realizzato, tutto ciò di cui Dio è stato protagonista, per testimoniare come la storia degli uomini oramai è determinata dalla presenza operosa del Dio vivente, la visita di Dio si è compiuta. Si è compiuta una volta e si è compiuta in modo tale da raccogliere tutti e coinvolgere tutto nell’unico disegno di riconciliazione, il disegno che si ricapitola nel delinearsi della strada aperta per ritornare alla vita.

«Riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede». Qui bisognerebbe tradurre: come aveva aperto ai pagani una porta di fede. La strada è aperta, la strada della vita.

«E si fermarono per non poco tempo insieme ai discepoli». I missionari sono dei narratori, raccontano. Di questo siamo stati testimoni, è successo questo, Dio ha operato così. E’ l’opera di Dio.

L’incontro di Gerusalemme

Nel cap. 15 viene affrontata una problematica che verrà chiarita una volta per tutte e che ci consente di ripescare in tutta la sua qualità teologica il messaggio che ci invita alla contemplazione dell’opera di Dio di cui le pagine precedenti ci hanno dato il riscontro.

«Ora alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè, non potete esser salvi».

Bisogna diventare giudei per essere discepoli del Signore. Per diventare discepoli bisogna prima diventare giudei, e quindi la circoncisione e tutte le osservanze, ed è in forza di questo ingresso nella fraternità d’Israele (segnata dalla circoncisione e da tutte le altre osservanze) che dipende la possibilità di divenire discepoli, di entrare in comunione, di intraprendere quindi il cammino della vita nuova. Questo insegnano quei tali.

Paolo e Barnaba insorgono ad Antiochia, dicendo che non è così. Discutono animatamente contro quei tali e adesso Paolo e Barnaba vengo incaricati riandare a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione.

«Essi dunque, scortati per un tratto dalla comunità, attraversarono la Fenicia e la Samaria raccontando la conversione dei pagani e suscitando grande gioia in tutti i fratelli».

Paolo e Barnaba in questo contesto non si presentano come dei maestri, ma come dei testimoni che raccontano. E’ poi vero che soprattutto Paolo è maestro, ha una dottrina, ha una teologia. Le sue lettere sono li a dimostrarlo, ma Luca ci tiene a presentarceli come dei contemplativi: noi abbiamo visto questo. Raccontano la conversione dei pagani e in questo modo suscitano grande gioia in tutti i fratelli.

«Giunti poi a Gerusalemme, furono ricevuti dalla Chiesa, dagli apostoli e dagli anziani e riferirono tutto ciò che Dio aveva compiuto per mezzo loro».

Qui a Gerusalemme adesso c’è un’assemblea e nell’assemblea compaiono due personaggi che prendono la parola e che Luca mette in evidenza. Il primo personaggio è Pietro, che rispunta qui, il secondo è Giacomo, il minore, il parente di Gesù. Giacomo il maggiore è già stato ucciso.

All’interno di questi due discorsi che vengono riportati per sommi capi, di nuovo è citata la presenza di Barnaba e di Paolo che raccontano. In questo contesto i teologi di turno non sono Barnaba e neanche Paolo. Sono Pietro, che è stato il primo evangelizzatore di un pagano, ed è esattamente la testimonianza che ancora una volta esplicita con un suo elaborato di valore dottrinario. E poi Giacomo che è la figura di spicco della chiesa madre di Gerusalemme, la chiesa composta esclusivamente di Giudei, ed è il grande maestro della tradizione giudeocristiana. Fate attenzione a questi versetti (15,7-11), il discorso di Pietro che rievoca quel che è successo a Cesarea dove per la prima volta lui è entrato nella casa di un pagano e siamo al v. 12

«Tutta l’assemblea tacque». Silenzio, profondo silenzio, dopo aver ascoltato Pietro. Questo profondo silenzio accoglie la testimonianza narrativa di Barnaba e di Paolo. E’ un silenzio contemplativo anche questo. I nostri missionari si rivolgono a una comunità di cristiani che sono in silenzio, che sono in ascolto e che sono dunque in grado di condividere quella esperienza contemplativa di cui Paolo e Barnaba stanno dando testimonianza.

«Tutta l’assemblea tacque e stettero ad ascoltare Barnaba e Paolo che riferivano quanti miracoli e prodigi Dio aveva compiuto tra i pagani per mezzo loro». Raccontano miracoli e prodigi. Questa espressione negli Atti degli Apostoli ci rimanda alla figura del Servo del Signore, il messia orribile e glorioso, il messia crocifisso e intronizzato. Ebbene quanti miracoli e prodigi Dio ha compiuto tra i pagani. Ecco come il servo è autore di quella opera redentiva che riguarda la miseria di tutti gli uomini chiamati a vita nuova, questo evento. Loro in silenzio. Nel silenzio il racconto che si impone in questo caso non per la sua validità argomentativi, ma per la sua qualità contemplativa.

E adesso interviene Giacomo: «Quand’essi ebbero finito di parlare, Giacomo aggiunse: Fratelli, ascoltatemi. Simone ha riferito come fin da principio Dio ha voluto scegliere tra i pagani un popolo per consacrarlo al suo nome».

Giacomo si rifà a quello che ha detto Pietro. Avete fatto bene ad ascoltarlo, anche lui Giacomo, ha ascoltato. Cita testi dell’AT e dice proprio così: insieme con il nostro popolo tutti gli uomini sono convocati per procedere nel cammino della vita nuova, per cercare il Signore, perché questo è il disegno della misericordia di Dio perché si compie così come dall’inizio di tutto è stato impostato, dall’eternità.

Giacomo giunge a formulare un suggerimento per trovare una soluzione pratica,dal momento che bisogna convivere giudei e pagani, bisogna condividere la stessa mensa, gli stessi ambienti. Allora, per evitare incomprensioni, situazioni di estraneità, addirittura di insofferenza o di conflitto, dice: chiediamo ai pagani di evitare certi usi che sono inaccettabili per la senilità dei giudei, per come sono abituati alle scelte della loro vita. Sono delle raccomandazioni di ordine comportamentale che dovrebbero garantire la convivenza e la condivisione della stessa mensa, in una prospettiva eucaristica, giudei e pagani.

Ritorno ad Antiochia

A questo riguardo viene anche scritta una lettera, affidata due personaggi inviati da Gerusalemme ad Antiochia, insieme a Paolo e Barnaba che tornano indietro. I due, Barsabba e Sila, portatori della lettera, ci risiamo, adesso (15,30): «Essi allora, congedatisi, discesero ad Antiochia e riunita la comunità consegnarono la lettera. Quando l’ebbero letta, si rallegrarono per l’incoraggiamento che infondeva. Giuda e Sila, essendo anch’essi profeti, parlarono molto per incoraggiare i fratelli e li fortificarono. Dopo un certo tempo furono congedati con auguri di pace dai fratelli, per tornare da quelli che li avevano inviati. Paolo invece e Barnaba rimasero ad Antiochia».

Da qui siamo partiti, qui ritorniamo. Paolo e Barnaba rimasero ad Antiochia, la periferia che diventa centro, perché il centro è sempre là dove l’evangelo cresce, dove l’opera di Dio è in corso. Ogni periferia di questo mondo, ogni angolo segreto, ogni piega nascosta di un cuore umano è il centro della chiesa.

«Paolo e Barnaba rimasero ad Antiochia, insegnando e annunziando, insieme a molti altri, la parola del Signore». La parola che rende il cuore umano capace oramai di vivere in comunione con il Signore Gesù.

 3 giugno 2003

Efeso-Mileto: “Ho servito il Signore” Il testamento di Paolo (Atti 20,17-38)

cerco continuamente il commento ad alcuni passi della storia di Paolo, il saluto agli anziani di Efeso mi commuove sempre, dal sito:

http://www.sacrocuoreaigerolomini.it/documenti/Efeso%20Mileto.doc

LABORATORIO DELLA FEDE

Efeso-Mileto: “Ho servito il Signore” Il testamento di Paolo (Atti 20,17-38) 

Anche se l’episodio si svolge a Mileto, Paolo si rivolge ai presbiteri di Efeso e dintorni.
Efeso è la più grande metropoli dell’Asia Minore e condivideva con Antiochia ed Alessandria il primato nel Mediterraneo. A soli 5 Km dal mare all’imbocco della vallata da dove passava il percorso più rapido verso la Siria e l’interno del Medio Oriente, divenne ben presto un emporio tra i maggiori dell’ Asia. Fu sottomessa a Roma dal 133 a.c. divenendo centro amministrativo e religioso della provincia romana dell’Asia. La città era dedicata ad Artemide, dea della fertilità, e ne custodiva il grande tempio, considerato una delle sette meraviglie del mondo antico. Nel mese dell’Artimisio (marzo-aprile) una gran folla di pellegrini rendeva omaggio alla dea, facendo la fortuna degli argentieri che preparavano gli ex voto. Durante la seconda visita di Paolo che si protrasse a lungo, costoro, vedendo minacciati i loro interessi economici, suscitarono una tumultuosa sommossa, che costrinsero l’apostolo ad abbandonare la città e che fece correre gravi rischi ad Aquila e Priscilla. Di ritorno dal terzo viaggio missionario, Paolo preferì incontrare i responsabili della comunità nella vicina Mileto, anziché ad Efeso. A questa comunità è indirizzata una lettera a lui attribuita.

LETTURA Atti 20,17-38

Paolo ormai alla conclusione del suo terzo viaggio Apostolico, sta tornando a Gerusalemme. Veleggiando al largo della odierna Turchia, la nave attracca al porto di Mileto. È durante quella sosta che l’apostolo convoca gli anziani di Efeso per un saluto. Il discorso che rivolge loro ha la forma di un “testamento”, come quello rivolto a Timoteo nella seconda lettera. Paolo avverte una atmosfera insolitamente cupa, con presagi minacciosi sul suo incerto futuro. Solo un fiducioso abbandono alla fedeltà del Signore dona squarci di sereno al suo animo.
Il discorso assume un importanza pastorale di assoluto rilievo e ci dona frammenti preziosi per capire il cuore di Paolo alla vigilia del suo arresto e della lunga detenzione che lo porterà a Roma in catene.
La predicazione di Paolo ad Efeso, durata circa due anni, costituisce un esperienza feconda di bene, capace di trasmettere uno stile di vita e di azione pastorale alla comunità… ora quella esperienza deve essere messa a frutto!
“voi sapete”… dice Paolo agli anziani… quasi a dire loro: “voi siete stati testimoni della mia predicazione… del mio servire il Signore… non dimenticate!!!
La memoria dell’amore e della dedizione di chi li ha condotti all’incontro con Cristo è senza dubbio un valore importante nella vita di un credente e dell’intera comunità. Il ricordo di quei giorni di grazia può sostenere la comunità.
Paolo vuole far cogliere in lui, l’immagine del servo del Signore, che ha obbedito al mandato affidatogli dal Cristo. Ovviamente egli ritiene titolo onorifico essere servo del Signore. E poiché tale compito si esplica nell’annunciare il vangelo alle genti, di tale servizio hanno beneficato le numerose chiese da lui fondate.
Tuttavia Paolo non si dichiara sevo delle comunità… ma servo del Signore Gesù. In questo modo egli rivendica la sua libertà nei confronti delle persone: non ha dovuto piacere a nessuno, né rendere conto a qualche membro della comunità, ma solo al suo Signore… questa medesima libertà di azione viene raccomandata agli anziani di Efeso.
Per Paolo, tale indipendenza non significa indifferenza… ne sono prova le umiliazioni e le lacrime versate durante questo servizio: sofferenze che considera un vanto (cfr. 1Cor 4,9-13; 2Cor 4,8-10; 11,21-33)… egli rimarca tale aspetto affermando infatti: “Non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile”(20,20)… tutti infatti sapevano quante insidie gli avessero procurato i giudei, ed ognuno poteva testimoniare che nulla ha fermato il suo slancio ed il suo servizio missionario.

“Ora… mi attendono catene e tribolazioni”
L’avverbio “ora” sposta l’attenzione sul tempo presente e sulla situazione attuale di Paolo, in procinto di tornare a Gerusalemme. Egli spiega la sua decisione con l’azione dello Spirito Santo, che ne orienta le scelte e lo avverte delle prove e delle tribolazioni future. Paolo non si presenta in veste di eroe, quasi spavaldo e insensibile alle sofferenze… ma al contrario, appare soggiogato dal richiamo irresistibile dello Spirito, al quale non intende disobbedire. Sa bene che a Gerusalemme rischia l’arresto e la sua stessa vita… ma si considera già prigioniero, non legato dagli uomini, ma totalmente avvinto dallo Spirito di Cristo.
Egli… servo innamorato del Signore, ne segue le orme… fino alla fine… a Gerusalemme!
A questo punto compare un’immagine molto cara all’apostolo, ripresa anche in alcune sue lettere… quella della corsa!
Paolo la usa per rivelare che lui corre in vista del premio… come un corridore che gareggia nello stadio (cfr. 1Cor 9,24-27; Fil 3,13-14)…. Per questo stima un nulla la propria vita di fronte al dovere di proclamare il Vangelo.
“Non vedrete più il mio volto”… è la certezza di una partenza senza ritorno che lo spinge a fare un bilancio della propria vita… quasi una confessione pubblica… dove lascia trasparire la purezza del suo agire e la rettitudine del suo operare, mediante l’impiego di ogni energia.
Sono parole pesate… calibrate… verificate dall’esperienza diretta degli ascoltatori.
Non sono espressioni di ingenuità, bensì l’umile consapevolezza di aver agito così rettamente da poter proporre la sua opera come regola pastorale ai suoi successori.
Ancora una volta il futuro della Chiesa non è tutto da inventare, perché affonda le sue radici nella vita e nell’opera di chi ha servito il Signore prima di noi.
Terminata la sua confessione, Paolo detta le linee dell’azione di coloro che hanno compiti particolari a servizio della comunità. Richiamando l’immagine della sentinella, cara ad Ezechiele (Ez 33, 1-9), esorta gli anziani a vigilare anzitutto su se stessi, a non lasciarsi prendere dall’assopimento spirituale. Sa bene che a forza di vigilare sugli altri si rischia di non vegliare più su se stessi… anche il pastore fa parte del gregge di Cristo.
In questi primi anni della Chiesa, non esiste ancora la distinzione che oggi noi conosciamo tra vescovi e presbiteri… si strutturerà solo più avanti negli anni!
Il popolo cristiano appartiene al Signore e non agli uomini… e questo è un titolo di valore per ciascuno, che mette in risalto la responsabilità dei pastori verso Dio.
L’apostolo esorta alla vigilanza e alla responsabilità perché prevede un pericolo: maestri di errori e false guide insidieranno i fedeli, non solo all’esterno, con il ritorno a riti pagani o alla propaganda giudaica, ma anche all’interno della comunità (20,29-30). Gesù stesso aveva definito “lupi rapaci”, profeti, ingannatori e falsi messia (cfr Mt 7,15; Lc 21,8) ai lupi rapaci si affiancano poi, seminatori di eresie e dottrine fuorvianti, come se ne ha notizia nelle lettere pastorali (cfr 1Tim 1,3-4) e nelle lettere di Pietro (cfr 2Pt 2,1-3). Paolo esorta su tutto questo… memore che la vita e le sorti di ciascuno sono state pagate a caro prezzo dal sangue versato da Cristo… ma anche dalle sue tante lacrime!

Nel momento del congedo ed in vista di così gravi pericoli, potrebbero regnare incertezza e disorientamento. Cosa farà la comunità senza il suo apostolo? Paolo stesso dà la risposta: lui non ci sarà più, ma “Qualcuno” rimane: “Ecco ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia” (20,32). Bella questa affermazione… quasi a dire che gli stessi vescovi e presbiteri che sono gli uomini della Parola per eccellenza, si nutrono di essa e con essa nutrono il gregge!!!
Paolo dunque non lega la comunità alla sua persona, ma mostra al contrario, la libertà di chi sa bene che colui che salva è Dio!
Paolo ricorda di non aver vissuto alle spalle di alcuna comunità… ha lavorato guadagnandosi per vivere e lavorando anche per sostenere chi era nel bisogno… allo stesso modo invoca lo stesso comportamento per chi guiderà in futuro le comunità, ricordando loro una stupenda beatitudine “Si è più beati nel dare che nel ricevere” (20,35).
La preghiera conclusiva orienterà tutto quanto è stato detto e rimanda ancora una volta all’esempio dato da Gesù (Lc 22,41)… “Si inginocchio con tutti loro e pregò”… pregare in ginocchio è un tratto distintivo dei cristiani, perché i giudei pregano sempre in piedi… infine il pianto e i baci riportano alla mente il bacio fraterno usato dai cristiani (cfr Rm 16,16) e indicano che si tratta dell’addio di Paolo alle comunità dell’Asia.
Questa commuovente scena finale, dipinge in modo efficace il legame di affetto che unisce la Chiesa Efesina al suo apostolo… “Erano davvero un cuor solo ed un anima sola” (At 4,32). Ma il momento è drammatico… Paolo si sta avviando alla sua passione!
Qui c’è il passaggio della prima generazione (quella degli apostoli e di Paolo stesso) che cede il campo alla seconda.
Qui possiamo con certezza affermare che il libro degli Atti, al di la delle intenzioni dell’autore, è destinato al lettore di oggi… all’intera Chiesa.
Guardando a Paolo, dobbiamo apprendere che cosa è davvero essenziale nella missione della Chiesa, quale deve essere lo stile di vita di ogni pastore e di tutti coloro che hanno un compito educativo nella Chiesa (famiglie comprese).
Il discorso di addio è ricco di insegnamenti per tutti voi laici.
Anzitutto, la certezza che per poter guardare al futuro con serenità occorre conservare chiara la memoria del passato, inteso come valore da difendere e custodire… e infine… l’ancoraggio più importante per la vita del cristiano è quello dell’affidamento alla Parola di Dio.

RIFLETTIAMO INSIEME
· Paolo dice agli anziani di essere testimoni di ciò che lui ha trasmesso con la sua vita e il suo essere afferrato da Cristo… Chiediamoci: quale è lo spessore della nostra testimonianza della nostra fede… della nostra adesione a Lui?
· Le lacrime e la gioia non sono semplicemente sentimenti dettati da entusiasmi o depressioni emotive, ma denotano la sua intensa partecipazione alle vicende spirituali dei singoli. Lavorare in parrocchia significa soprattutto partecipare alle vicende spirituali della comunità, farsene carico umilmente nella preghiera e con gesti concreti. Esaminiamoci.
· I responsabili della comunità devono attendersi i momenti della prova come ci sono stati nella vita di Gesù e nella missione di Paolo. Le prove sono destinate a rivelare il cuore… questo vale anche per la vita ecclesiale e familiare. Come viviamo le vicissitudini che il Signore permette?
· Sull’esempio di Paolo, ogni educatore è chiamato a dare assoluta priorità e singolare attenzione all’annuncio della Parola, con una dedizione costante e multiforme. Che posto ha la Parola nella mia vita?
· Il metro di giudizio di una azione ecclesiale non è quello dell’efficienza ma della gratuità… assumere stili di vita coraggiosi per una testimonianza vera ed efficace. Sappiamo aiutare i nostri sacerdoti a non stancarsi di noi? Sappiamo donare loro collaborazione e aiuto nella gratuita, ber il bene e l’edificazione della comunità?
· L’orazione riempie l’ultimo momento di condivisione tra Paolo e i suoi presbiteri: so condividere momenti di preghiera con la comunità, con la famiglia e con gli amici?

PREGHIERA
Padre onnipotente e misericordioso,
tu hai chiamato Paolo,
lo hai riservato per te perché fosse testimone
ed annunciatore del vangelo in tutto il mondo.
Paolo non ha deluso le tue attese,
ha testimoniato il tuo amore che salva
senza mai tirarsi indietro,
anche a costo di subire catene e persecuzioni,
sofferenze ed umiliazioni.
Ha terminato la sua corsa
senza ritenere in nessun modo preziosa la sua vita
se non per dare voce al vangelo,
fino alla testimonianza suprema del martirio.
La fedeltà alla tua chiamata è costata a Paolo lacrime e sangue
… e lui ha continuato a dire
che si è più beati nel dare che nel ricevere.
Perdonaci Signore, se troppo spesso abbiamo il timore
che la Tua parola sconvolga la nostra vita
come è avvenuto per Paolo.
Ti chiediamo,
di mettere in noi una sana inquietudine
che non ci consenta mai di adagiarci nelle nostre certezze
dimenticando la luce della tua Parola.
Ti chiediamo la costanza
di lasciarci condurre dal tuo Spirito
nell’ascolto docile e fiducioso della tua Parola.
Allora, impareremo a capire che la croce del tuo Figlio,
scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani,
è la rivelazione
della potenza impotente del tuo amore per noi.
La tua salvezza,
manifestata e donata a noi nel Cristo crocifisso
e annunciata instancabilmente da Paolo
come dono gratuito da accogliere nella fede,
sia ogni giorno l’unica nostra forza.
Amen. 

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