Archive pour mai, 2010

Beata Teresa di Calcutta: « Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100502

Meditazione del giorno
Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità
A Simple Path (Un Cammino tutto semplice)

« Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri »

        Dico spesso che l’amore comincia a casa. C’è prima la famiglia, poi la propria città. È facile pretendere di amare coloro che sono lontano, ma molto meno facile è amare coloro che vivono con noi o accanto a noi. Diffido dei grandi progetti impersonali, perché solo conta ogni persona. Per riuscire ad amare qualcuno, bisogna rendersi vicino a lui. Tutti hanno bisogno di amore. Ognuno di noi ha bisogno di sapere che conta per gli altri e che ha un valore inestimabile agli occhi di Dio.

        Cristo ha detto : « Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri ». E anche : « Ciò che fate a uno solo di questi miei fratelli umani più piccoli, lo fate a me » (Mt 25, 40). In ogni povero,  amiamo lui, e ogni uomo sulla terra è povero di qualche cosa. Egli ha detto « Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ero forestiero e mi avete ospitato » (Mt 25, 35). Ricordo spesso alle mie sorelle e ai nostri fratelli che la nostra giornata è fatta di ventiquattro ore con Gesù.

Joh-13,01_Le lavement des pieds (precede immediatamente la lettura del vangelo)

Joh-13,01_Le lavement des pieds (precede immediatamente la lettura del vangelo) dans immagini sacre 15%20HAUSBUCHMEISTER%20THE%20FEETWASHING
http://www.artbible.net/3JC/-Joh-13,01_The%20feetwashing_Le%20lavement%20des%20pieds/index3.html

Publié dans:immagini sacre |on 1 mai, 2010 |Pas de commentaires »

ancora una Omelia sulla prima lettura (non sapevo quale scegliere)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/9835.html

Omelia (06-05-2007) 
don Marco Pratesi
Dalla fede al Regno

PRIMA LETTURA

La lettura di Atti ci presenta la conclusione del primo viaggio missionario, che ha condotto Paolo e Barnaba a Cipro e nell’Asia Minore, e il cui evento saliente è stato il deciso volgersi della missione cristiana ai pagani. Appunto questo elemento è menzionato nella concisa relazione che Luca ne dà: « riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto insieme a loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede » (v. 27).
I due Apostoli percorrono a ritroso il viaggio fatto, per visitare le comunità appena fondate, animarle ed esortarle. Si tratta della seconda fase dell’evangelizzazione. Dopo aver accolto il primo annunzio, la Buona Notizia del Cristo crocifisso e risorto, occorre che il discepolo mantenga viva e approfondisca la relazione personale che ha cominciato a stabilire col Risorto. Perché si mantenga e si accresca la gioia iniziale dell’incontro col Risorto (cf. At 13,48.52), gli viene richiesto di « rimanere (saldo) nella fede » (v. 22); egli deve sapere da subito che la sua fede sarà sottoposta a prove, dovrà affrontare delle sfide: è cosa certa. Luca usa qui il caratteristico « è necessario » (v. 22) che impiega anche per la sofferenza del Cristo (Lc 9,22; 17,25; 22,37; 24,7.26.44.46). Il piano di Dio è questo, non c’è adesione a Cristo che possa esimersi dall’essere messa alla prova da contrarietà. Forse questi primi discepoli avevano già cominciato a farne esperienza subito dopo la conversione.
Per questo si rende necessaria l’esortazione da parte degli Apostoli, che è anche incoraggiamento e consolazione. La parola apostolica seguente al primo annunzio è insieme stimolo e sostegno, vuole suscitare fiducia e impegno, evitando da un lato l’illusione di una strada senza ostacoli, dall’altro la prospettiva di difficoltà insuperabili: entrambi le cose impedirebbero di giungere alla meta ultima della fede, il Regno di Dio (v. 22). Occorre mettersi in cammino senza illusione, ma senza disperazione; non esaltati, non demoralizzati.
Per conservare la gioia e arrivare al traguardo, il cammino di fede richiede di essere sostenuto, oltre che dalla ferma determinazione personale, anche da una struttura comunitaria. Per questo gli Apostoli scelgono alcuni presbiteri, ovvero anziani. Nasce così, sia pure in forma ancora non ben definita, il ministero presbiterale, a servizio della comunità e del suo consolidamento nella fede. Ministero preceduto e seguito, dunque avvolto, dalla preghiera degli Apostoli, che prima pregano e digiunano per operare la scelta dei presbiteri, e poi li affidano al Signore e alla sua cura (ma questo atto potrebbe riferirsi anche a tutta la comunità).
Del resto essi stessi, Paolo e Barnaba, erano prima stati affidati dalla comunità di Antiochia alla grazia del Signore (v. 26). È veramente lui, il Signore, il protagonista della vita della comunità e della missione. Protagonista che tuttavia sceglie di non agire da solo, che vuole avere dei compagni. Così i due Apostoli possono raccontare con gioia a tutta la comunità quello che Dio ha compiuto insieme a loro (non « per mezzo loro », come recita la versione CEI, che è idea differente). 

Omelia 02-05-2010 – prima lettura : Il criterio di credibilità –

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/18392.html

Omelia (02-05-2010) 
Atti 14,21-27

padre Gian Franco Scarpitta
Il criterio di credibilità

Listra, Iconio, Antiochie e poi in Pisidia e in Panfilia. Così Paolo e Barnaba eseguono la missione loro conferita, in circostanze differenti l’uno dall’altro, da parte del Signore: annunciano la Parola e confermano nella fede i fratelli in un primo momento ammessi alla fede tramite il battesimo. Si può anche supporre che questa confermazione sia la stessa che si conferisce tutt’oggi con l’invocazione ulteriore dello Spirito Santo su coloro che ricevono la Cresima: Dio conferma nella fede i battezzati per mezzo del ministero degli apostoli e li esorta a perseverare nella fedeltà a Dio, contro ogni intemperie e difficoltà. La missione di Paolo e Barnaba è il riflesso dell’intera Chiesa che man mano che aggrega sempre più nuovi elementi a sé, afferma se stessa come realtà di salvezza istituita da Cristo, testimonia agli uomini la verità del Risorto e comunica a tutti le meraviglie di Dio per apportare la novità di vita del Regno. Dopo l’ascensione del Signore si attualizza infatti il « tempo della Chiesa », cioè l’opera di annuncio, di evangelizzazione e di salvezza che si protrae fino alla fine del tempi. Ma la Chiesa non agisce come istituzione umana o come società per azioni: in tal caso la sua sussistenza non potrebbe mai essere duratura perché non sarebbe una realtà diversa dalle altre strutture associate che sussistono nel mondo; sarebbe paragonabile a uno dei tanti gruppi o movimenti di impronta politica, culturale e anche filantropica. E’ invece in forza dello Spirito Santo effuso il giorno di Pentecoste che la Chiesa trova il suo sprone nella comunione e nell’annuncio, animata dallo stesso Spirito che la sostiene e la spinge alla missione di salvezza. Si tratta dello Spirito che il Signore Gesù Cristo aveva promesso come Spirito di verità e di testimonianza, che avrebbe preso del suo e lo avrebbe dato agli apostoli illuminandoli intorno alla verità, quindi lo Spirito che conduce alla verità nella testimonianza del Risorto.
In forza dello Spirito, Cristo stesso agisce nella persona degli apostoli, secondo la promessa affermata che sarebbe rimasto « con loro » fino alla fine del mondo. Lo stesso Cristo, che sempre in virtù dello Spirito concede alla Chiesa anche dei motivi di credibilità e ogni sorta di dono per cui gli apostoli possono essere da tutti resi oggetto di attenzione e di fiducia. Per esempio egli ispira loro il famoso « comandamento nuovo »: « Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi. » Da questo riconosceranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri » Un monito abbastanza categorico e apodittico, che trova il suo commento non in una delucidazione dettagliata o in una catechesi o omelia illuminante e esaustiva, ma semplicemente in un atto concreto che lo stesso Signore aveva eseguito ancor prima di pronunciare i moniti suddetti: la lavanda dei piedi. Questo atto di servile sottomissione da parte di Gesù, commentato dalle parole del comandamento nuovo è stato illuminante per gli apostoli perché espressivo di quanto l’amore debba essere reale, concreto e disinteressato non perché scaturisce da impostazioni di pensiero ma perché è amore puramente divino che ha raggiunto noi per primi prima di renderci missionari. Se è vero che la rivelazione di Dio avviene tramite parole e atti strettamente congiunti in modo che le azioni significhino le parole e i termini diano la spiegazione delle opere (Dei Verbum, 2), le parole di Gesù accompagnano sempre atti di misericordia e di bontà e avviene così, chiara e convincente, la rivelazione definitiva di Dio in Cristo, quella che ci da la certezza effettiva di un Dio che ci ama e vuole che rimaniamo nel suo amore amandoci mutuamente gli uni gli altri. E questo sarà il contrassegno della cristianità, unica possibilità di esercizio coerente della missione ab extra e unica garanzia di coinvolgimento dei destinatari dell’annuncio. Il grande teologo Congar, visibilmente innamorato della Chiesa, auspicava per essa un serio rinnovamento che optasse per il ritorno alle origini cioè per il primato della Parola e della carità, e auspicava nella Chiesa un rinnovamento nell’ottica del dialogo, del servizio e della carità che avesse come punto di partenza l’esempio concreto di Cristo che è venuto per servire e non per essere servito. Auspicava che tale disposizione al servizio umile e disinteressato riguardasse soprattutto i ministri ordinati.
La CHiesa annuncia la Parola, testimonia il Risorto, comunica annunciando medainte la formazione e la catechesi, ma tutte queste parole non possono prescindere dagli atti che ne spieghino il significato, atti di amore concreto e disinteressato che possa entusiasmare chi ci vede da fuori; azioni di concretezza di carità che scaturiscono da un cuore sincero e da una fede ardente per la quale ci sentiamo spronati verso gli altri perché siamo stati amati da Dio. E’ in forza dell’amore che abbiamo ricevuto, infatti, che noi ci rendiamo testimoni di vera vita evangelica a tutti coloro che incontriamo sulla nostra strada, ma innanzitutto ai nostri fratelli più vicini.
Il monito di Gesù è quanto mai attuale in una Chiesa ancora divisa e intrisa di fazioni e di divisioni ancche nell’ambito della gerarchia. Lo Spirito Santo, che è stato effuso nei nostri cuori oltre che negli apostoli, va ancora invocato per una strada da percorrere ancora lungamente.. 

2 MAGGIO 2010 V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C)

dal sito:

http://www.famigliedellavisitazione.it/foglietto/annoC/2009-2010/pasqua/05Pasquannoc_10.htm

2 MAGGIO 2010 V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C)

(TESTO E COMMENTO SUBITO SOTTO, ANCHE ATTI)

« Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. » Gv 13,34

(I testi riportati sono tratti dal Nuovo Lezionario)

Giovanni 13,31-33a.34-35
31Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. 32Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33aFiglioli, ancora per poco sono con voi. 34Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
35Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».
1)
Quando Giuda fu uscito: nei versetti precedenti si trovano l’ultima cena con la lavanda dei piedi e successivamente la rivelazione di Gesù ai suoi discepoli che ci sarà un traditore. C’è alla fine un’ultima parola di Gesù a Giuda (quello che vuoi fare, fallo presto), che poi esce dal cenacolo, verso la notte. Gesù è profondamente turbato dalla imminenza della sua passione, ma, nello stesso tempo, perfettamente consapevole della sua ora, dell’estremo atto di amore per cui darà la vita per i suoi.
2) Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato: nel contesto della sua passione ormai prossima e quindi della sua umiliazione, Gesù pronuncia questa esclamazione, ripetuta più volte, sulla sua glorificazione. Ora, perché Giuda è uscito nella notte e il Signore ha varcato la soglia della morte, con l’inizio della sua Pasqua sta inaugurando un tempo nuovo. La glorificazione, in accordo con tutto il racconto della Passione secondo Giovanni, sta quindi nella croce, dove Gesù sarà elevato e trascinerà tutti i suoi portandoli con sé nella comunione con il Padre: «quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire (Gv12,32).
3) Figlioli, ancora per poco sono con voi: Gesù anticipa ai suoi discepoli la sua separazione da loro, ma subito dopo, con il comandamento dell’amore, preannuncia il suo nuovo modo di essere presente nello Spirito Santo.
4) Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri: la misura dell’amore che deve manifestarsi nei discepoli è spropositata. Dunque viene spazzata via ogni pretesa di obbedire al comandamento nuovo appoggiandosi alle proprie forze, alle proprie capacità. Nel capitolo 14, Gesù annunciando la sua uscita dal mondo, parla in modo esplicito ai discepoli del dono dello Spirito Santo. Qui non c’è nessun accenno del genere: ma questo comandamento è comprensibile solo se i discepoli ricevono lo Spirito, che Gesù ha consegnato sulla croce al compiersi del suo sacrificio d’amore.
5) Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri: i discepoli imparano dai loro maestri la dottrina e la scienza e un esperto è capace di riconoscere nei discepoli la dottrina di chi li ha istruiti. I discepoli di Gesù hanno ricevuto in dono dal Maestro quel tipo di amore definito dal versetto precedente; quando per grazia sua questo dono si manifesta, tutti lo possono riconoscere, non c’è bisogno di spiegazioni e di indottrinamenti.
Atti 14,21b-27
In quei giorni, Paolo e Barnaba 21b ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, 22confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni».
23Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. 24Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia 25e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; 26di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto.
27Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.
1)
(Dopo aver annunciato il Vangelo a quella città [Listra] e aver fatto un numero considerevole di discepoli), Paolo e Barnaba ritornarono a Listra, Iconio ed Antiochia: il testo liturgico è tagliato in modo da non riportare il riferimento all’annunzio del Vangelo da parte di Paolo e Barnaba, con cui invece inizia la pericope nel testo degli Atti. Ma è proprio il Vangelo annunziato dagli apostoli a guidare quanto poi essi compiono ed in particolare a ricondurli a visitare le comunità cristiane nate dalla loro predicazione: Così affezionati a voi avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari (1Ts 2,8). Siete voi la nostra gloria e la nostra gioia. Per questo non potendo più resistere… mandai a prendere notizie della vostra fede, temendo che il tentatore vi avesse messi alla prova e che la nostra fatica non fosse servita a nulla (1Ts 3,1-5).
2) Confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede… perché… dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni: il verbo « confermare » traduce un verbo che in greco ha come primo significato « rendere fermi », « stabili ». Lo stesso verbo si trova nel Vangelo, quando il Signore si rivolge a Pietro, prima della Passione, dicendogli: E tu una volta convertito, conferma i tuoi fratelli (Lc 22,31). Gli apostoli possono confermare i discepoli nella fede solo in quanto per primi si sono convertiti alla buona notizia che annunziano, divenendo, insieme a quanti l’accolgono, partecipi della vicenda del Vangelo, che subisce l’opposizione del mondo. Alla luce del Vangelo, le tribolazioni e le persecuzioni sostenute a motivo della Parola divengono la conferma della piena partecipazione alla Pasqua del Signore di chi le patisce e, dunque, motivo di rafforzamento della fede: è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. Mentre i Giudei chiedono segni e i greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocefisso,scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani (1Cor 1,23). Dio Padre ci ha rigenerati , mediante la resurrezione di Gesù Cristo dai morti,… per una speranza viva… Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete per un po’ di tempo essere afflitti da varie prove.(1Pt 1,3-8).
3) Designarono per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e dopo aver pregato il Signore e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto: il termine tradotto con « designare » deriva da una radice greca che significa tendere la mano e per questo scegliere. Gli « anziani » di queste chiese vengono dunque scelti da Paolo e Barnaba, che strutturano le comunità cristiane secondo il modello della chiesa madre di Gerusalemme (At 15,4). Il testo degli Atti sottolinea che le chiese sono affidate direttamente al Signore: Egli, che è fedele, si prende cura di chi si affida a Lui (Is 28,16; 1Pt 2,25). Anche nell’imminenza della sua prigionia Paolo rivolge parole simili agli anziani di Efeso: E ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che ha il potere di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati (At 20,32).
4) Fecero vela per Antiochia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto. Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro: il testo si riferisce al racconto di Atti 13,1-3: C’erano nella Chiesa di Antiochia profeti e maestri… Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando lo Spirito santo disse: Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati. Allora dopo aver digiunato e pregato imposero loro le mani e li congedarono. L’evangelizzazione non è impresa individuale: è frutto dell’iniziativa dello Spirito Santo e parte, inoltre, dalla comunione d’amore di una chiesa, quale sommamente si realizza nella divina liturgia; di questa comunione nell’amore l’evangelizzazione è un allargamento a chi ne era privo. Per questo Paolo e Barnaba appena tornati ad Antiochia radunano la Chiesa, perché siano rese grazie a Dio per quanto Egli ha compiuto attraverso la predicazione della Parola.
Apocalisse 21,1-5a
1Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più.
2E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
3Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:
«Ecco la tenda di Dio con gli uomini!
Egli abiterà con loro
ed essi saranno suoi popoli
ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.
4E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi
e non vi sarà più la morte
né lutto né lamento né affanno,
perché le cose di prima sono passate».
5aE Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».
1)
La visione del veggente Giovanni continua, e oggi il cap.21 si apre con la descrizione della Gerusalemme celeste, inserita in un contesto nuovo e diverso:
2) E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più: vengono riprese le visioni della grande tradizione ebraica successiva all’esilio babilonese (cfr. Is 25,8; 65,16-19; 66,22) che poi vengono fuse con testi del NT sul nuovo regno eterno di Dio (cfr. Mt 5,18; 19,28; Mc 13,31; 1Pt 3,12). In questa nuova realtà non c’è più il mare, segno della morte e del male (cfr. il diluvio universale, Gen7, e anche il passaggio degli ebrei sul mar Rosso, Es 14). Il tutto è certamente frutto della Pasqua che ha oramai cambiato non solo il cuore dell’uomo ma anche la chiave di lettura della realtà (già nella veglia pasquale la Pasqua veniva presentata come una nuova creazione).
3) Quindi la nuova Gerusalemme viene vista scendere dal cielo. La « città santa » (cfr. Is 52,1) è il simbolo dei popoli che celebrano le nozze con il Cristo-Agnello; essa è pronta come una sposa adorna per il suo sposo (v 2): questa realtà nuziale ci riporta ancora nella veglia pasquale (Is 54: lo sposo d’Israele, e Gv 20: l’incontro tra il Risorto e la Maddalena). L’immagine della sposa che mette le vesti più adatte e si adorna richiama fortemente Is 61,10: Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli. Quello di « scendere dal cielo » è un attributo permanente della nuova Gerusalemme (cfr. Ap 3,12 e 21,10).
4) Ed essi saranno suoi popoli
: finalmente la nuova traduzione CEI rende ragione ai manoscritti più autorevoli che riportano il plurale (popoli), mentre la versione del 1974 riportava il singolare, seguendo una tradizione manoscritta secondaria, che forse voleva armonizzarsi con il testo di Ez 37,27: In mezzo a loro [il popolo ebraico] sarà la mia dimora: io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non è un particolare irrilevante, per il veggente il nuovo popolo di Dio è quindi formato da tutti i popoli della terra, e mentre a Babilonia la gioia è cessata per sempre (Ap 18,22), la nuova Gerusalemme (quindi l’umanità tutta) non conoscerà più il dolore e la morte; il pensiero corre spontaneamente al monte delle Beatitudini (cfr. Mt 5,3-12).
5) Colui che sedeva sul trono: si parla di Dio (cfr. 4,1-11), ed è la seconda volta che parla a Giovanni (cfr. 1,8), e lo fa per annunciare un mondo nuovo iniziato dalla Pasqua del Figlio, infatti nella veglia pasquale l’apostolo ci ricordava: Per mezzo del Battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova (Rm 6,4).

SPIGOLATURE ANTROPOLOGICHE

Tra l’antico popolo della Prima Alleanza, Israele, e le altre genti, c’è stato per secoli quello che anche Paolo cita in Efesini 2,14, « il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia ». Questo « muro » proteggeva Israele dalla contaminazione con gli altri popoli. Ma ora il muro è stato abbattuto, l’inimicizia è sconfitta, perché un’unica Parola, un unico grande progetto, coinvolge tutti i popoli della terra. La Sapienza cristiana si presenta come l’annuncio della fine della categoria del nemico. Il nemico è l’inimicizia, ma l’inimicizia è stata abbattuta. Questo progetto non impone una cultura particolare, ma è capace di entrare in tutte le culture, in tutte le tradizioni, in tutte le fedi e le non fedi. L’inimicizia tra fratello e fratello che caratterizza la storia dominata dal potere di Caino, che è potere di dare la morte, è ormai finita. La sapienza cristiana non può consentire ad alcun conflitto, perché il conflitto in ogni modo nega quello che è il cuore della nuova storia proclamata e promossa per tutti. Se anche qualcuno si considerasse nemico, e magari si presentasse come nemico ingiusto e pericoloso, non c’è spazio neppure per un’ipotetica « guerra giusta », perché la nuova realtà della pace prevede che anche il più temibile avversario debba essere sconfitto donandogli la vita. La vittima è la salvezza del suo persecutore e del suo carnefice. Quello che si dice per i grandi conflitti tra i popoli, lo si deve dire per tutte le relazioni tra le persone, per ogni ambito di famigliarità, di convivenza, di appartenenza.

Si tratta veramente di « un cielo nuovo e di una nuova terra ». Mentre le religioni sono spesso pericolose sorgenti di conflitti e di guerre, la sapienza cristiana è annuncio di comunione nuziale tra il cielo e la terra e quindi tra tutte le diversità e le avversità: « …non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate ». È il tempo della gloria luminosa della stirpe umana, dopo una lunghissima storia di male e di morte. Dalla grande festa nuziale della storia esce l’ultimo mandante della morte, e si afferma il nuovo statuto dell’amore: « Amatevi gli uni gli altri ». Capisco che queste povere parole potranno sembrare assurde, e suscitare ironia o addirittura sdegno. E certo si può dire che anche coloro che in questi ultimi duemila anni sono stati discepoli di questa straordinaria scommessa della storia, loro stessi non le sono stati fedeli. Se non pochissimi. Ma l’universalità della proposta non la si misura sul consenso e sul successo. Quello che conta è che tutto questo è semplicemente vero! Questo ci fa capire che siamo ancora in tempi primitivi e rozzi della vicenda umana. Il grande dono e la grande opportunità che la sapienza cristiana offre a tutte le generazioni della storia è questa anticipazione della fine: perché alla fine, sarà proprio così! Considerare ogni inimicizia come retaggio di vicende vecchie e superate è il segno della comprensione che ormai, malgrado tanti segni contrari, le cose ultime urgono nel cuore e nel pensiero dell’umanità.

DOMENICA 2 MAGGIO 2010 – V DI PASQUA

DOMENICA 2 MAGGIO 2010 – V DI PASQUA

MESSA DEL GIORNO, LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/pasqC/PasqC5Page.htm

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura  At 14, 21b-27
Riferirono alla comunità tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro.
 
Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, Paolo e Bàrnaba ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni».
Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto.
Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.
 
UFFICIO DELLE LETTURE

(anche Paolo)

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Massimo di Torino, vescovo
(Disc. 53, 1-2. 4; CCL 23, 214-216)
 
Cristo è luce
La risurrezione di Cristo apre l’inferno. I neofiti della Chiesa rinnovano la terra. Lo Spirito Santo dischiude i cieli. L’inferno, ormai spalancato, restituisce i morti. La terra rinnovata rifiorisce dei suoi risorti. Il cielo dischiuso accoglie quanti vi salgono.
Anche il ladrone entra in paradiso, mentre i corpi dei santi fanno il loro ingresso nella santa città. I morti ritornano tra i vivi; tutti gli elementi, in virtù della risurrezione di Cristo, si elevano a maggiore dignità.
L’inferno restituisce al paradiso quanti teneva prigionieri. La terra invia al cielo quanti nascondeva nelle sue viscere. Il cielo presenta al Signore tutti quelli che ospita. In virtù dell’unica ed identica passione del Signore l’anima risale dagli abissi, viene liberata dalla terra e collocata nei cieli.
La risurrezione di Cristo infatti è vita per i defunti, perdono per i peccatori, gloria per i santi. Davide invita, perciò, ogni creatura a rallegrarsi per la risurrezione di Cristo, esortando tutti a gioire grandemente nel giorno del Signore.
La luce di Cristo è giorno senza notte, giorno che non conosce tramonto. Che poi questo giorno sia Cristo, lo dice l’Apostolo: «La notte è avanzata, il giorno è vicino» (Rm 13, 12). Dice: «avanzata»; non dice che debba ancora venire, per farti comprendere che quando Cristo ti illumina con la sua luce, devi allontanare da te le tenebre del diavolo, troncare l’oscura catena del peccato, dissipare con questa luce le caligini di un tempo e soffocare in te gli stimoli delittuosi.
Questo giorno è lo stesso Figlio, su cui il Padre, che è giorno senza principio, fa splendere il sole della sua divinità.
Dirò anzi che egli stesso è quel giorno che ha parlato per mezzo di Salomone: «Io ho fatto sì che spuntasse in cielo una luce che non viene meno» (Sir 24, 6 volg.). Come dunque al giorno del cielo non segue la notte, così le tenebre del peccato non possono far seguito alla giustizia di Cristo. Il giorno del cielo infatti risplende in eterno, la sua luce abbagliante non può venire sopraffatta da alcuna oscurità. Altrettanto deve dirsi della luce di Cristo che sempre risplende nel suo radioso fulgore senza poter essere ostacolata da caligine alcuna. Ben a ragione l’evangelista Giovanni dice: La luce brilla nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta (cfr. Gv 1, 5).
Pertanto, fratelli, tutti dobbiamo rallegrarci in questo santo giorno. Nessuno deve sottrarsi alla letizia comune a motivo dei peccati che ancora gravano sulla sua coscienza. Nessuno sia trattenuto dal partecipare alle preghiere comuni a causa dei gravi peccati che ancora lo opprimono. Sebbene peccatore, in questo giorno nessuno deve disperare del perdono. Abbiamo infatti una prova non piccola: se il ladro ha ottenuto il paradiso, perché non dovrebbe ottenere perdono il cristiano?   

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