Mons. Gianfranco Ravasi: San Paolo apostolo, testimone, teologo

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San Paolo apostolo, testimone, teologo

MONS. GIANFRANCO RAVASI

SALA “FABIO BESTA” DELLA BANCA POPOLARE DI SONDRIO
SONDRIO, 22 DICEMBRE 2008

Autorità, Religiose e Religiosi, Signore e Signori, ben venuti e buona sera.

( Piero Melazzini Presidente della Banca Popolare di Sondrio )

È costume presentare il conferenziere, ma monsignor Gianfranco Ravasi, che è ormai di casa e soprattutto è conosciuto “urbi et orbi”, non può essere presentato. Mi limito quindi a leggere, brevemente, qualche considerazione. Caro, carissimo monsignor Gianfranco, averti qui a Sondrio alla vigilia del Santo Natale è un dono nel dono; anche se tu mi ricordi, da insigne biblista, che vi è più gioia nel dare che nel ricevere (Nuovo Testamento – Atti degli apostoli). Ti abbiamo con noi, in questa sala, per l’ottava volta, che è la prima da quando sei stato insignito della mitria vescovile e pastorale. È a tutti noto che l’illustre Ospite ha ricevuto la consacrazione episcopale nella basilica di San Pietro in Vaticano da Papa Benedetto XVI il 29 settembre 2007. Pochi giorni prima era stato nominato presidente del Pontifi cio Consiglio della Cultura e presidente della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Per quel poco che ho appreso, al nostro Arcivescovo Benedetto XVI chiederà molto di più di un “Consiglio”. Il Papa tedesco è anzitutto un Dottore della Chiesa, una cattedra di principi irrinunciabili e solenni silenzi. Granitico nel difendere l’ortodossia e nel rivendicarne il primato della Chiesa cattolica, apostolica, romana, egli è l’uomo dei tempi che viviamo. E la popolarità del nostro grande lombardo di Osnago è altrettanto grande. Biblista dotto, intellettuale enciclopedico dalla memoria portentosa, inclito conferenziere, organizzatore culturale che ha retto per non pochi anni la Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano; che ha dato alle stampe molti testi di fede ed è conduttore, su Canale 5, del programma “Le frontiere dello spirito”; e che è autore di un ampio servizio dal titolo “Il clandestino di Betlemme”, apparso in prima pagina proprio ieri sul Domenicale del Sole 24 Ore. (Rivolgendosi al conferenziere) Coraggio, Eccellenza Reverendissima, il lavoro non ti manca. Siamo vicini al Natale e si è invogliati a essere buoni, a riflettere sui misteri della vita, approfondendo gli insegnamenti della comune Fede. L’incontro sul tema “San Paolo apostolo, testimone, teologo”, che viene attuato in riferimento all’Anno Paolino indetto da Sua Santità Benedetto XVI e tuttora in corso, è di alto significato e sprona a meditare. Ascoltiamo.

MONS. GIANFRANCO RAVASI

Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e delle Pontificie Commissioni per i Beni Culturali della Chiesa e di Archeologia Sacra

Arduo è tracciare un ritratto di Paolo, «servo di Cristo Gesù, Apostolo per vocazione», come egli stesso si autodefinisce nell’incipit del suo capolavoro teologico, la Lettera ai Romani. C’è di mezzo, infatti, non solo l’estrema ricchezza e complessità della sua figura e del suo messaggio, ma anche una sorta di diffi denza preliminare che si trascina da secoli e che è ancor oggi inchiodata saldamente nella mentalità di molti, soprattutto tra i “non lettori” dell’Apostolo. Basti questa citazione illuminante: «Il vero cristianesimo, che durerà eternamente, viene dai vangeli, non dalle epistole di Paolo. Gli scritti di Paolo sono stati, in verità, un pericolo e uno scoglio; sono stati la causa dei principali difetti della teologia cristiana. Paolo è il padre del sottile Agostino, Paolo è il padre dell’arido Tommaso d’Aquino, Paolo è il padre del tetro calvinista, Paolo è il padre del bisbetico giansenista. Gesù è, invece, il padre di tutti coloro che cercano nei sogni dell’ideale il riposo delle anime loro». Così dichiarava nel suo Saint Paul (1869) lo studioso francese Ernest Renan, iscrivendosi nella lista dei detrattori dell’Apostolo, come avrebbe fatto più tardi lo scrittore André Gide, insofferente per il Paolo calvinista inculcatogli dalla sua famiglia d’origine. Oggetto d’indomato amore e di ardente detestazione, Paolo traccia una discriminante soprattutto tra giudaismo e cristianesimo ma anche tra ellenismo e cultura cristiana.

Paolo “disangelista”

Per secoli, nel giudaismo, Paolo è stato bollato come traditore e apostata; ma non è mancato ai nostri giorni chi, come l’ebreo Richard I. Rubenstein, l’ha ritrovato “fratello” (My brother Paul, New York 1972) o, come si legge nel titolo di un’opera di Alan F. Segal, l’ha defi nito Saul the Pharisee (New Haven 1990), considerandolo ’unico scrittore fariseo del I secolo e il fervido annunziatore del monoteismo ai pagani, mentre un esegeta cristiano, Ed P. Sanders, allentava di molto le tensioni tra Paolo e la dottrina giudaica tradizionale, contrariamente all’opinione dominante. Anche nel cristianesimo l’Apostolo per eccellenza, come viene chiamato, non ha mancato di dividere. La stessa defi nizione di «secondo fondatore del cristianesimo», coniata nel 1904 da Wilhelm Wrede nel suo Paulus, è ambigua: può indicare un’opera benefica di rigenerazione rispetto al primo fondatore Gesù, ma pure un intervento devastante di deformazione. In questo secondo senso si muoverà Nietzsche, che nel suo Anticristo bollerà Paolo come “disangelista”, cioè annunziatore di una cattiva novella, al contrario degli “evangelisti”; mentre Antonio Gramsci sbrigativamente lo classificherà come «il Lenin del cristianesimo». Certo è che qualche riserva – almeno per un uso improvvido delle sue teorie – appariva già nel Nuovo Testamento quando nella Seconda Lettera di Pietro si leggeva: «[Nelle lettere del nostro carissimo fratello Paolo] vi sono alcune cose diffi cili da comprendere e gli ignoranti e gli incerti le travisano, al pari delle altre Scritture, a loro rovina» (2 Pietro 3,16). Non mancava, però, neanche chi avrebbe abbozzato ritratti aureolati dell’Apostolo, come san Giovanni Crisostomo, patriarca di Costantinopoli, che nella XXV Omelia dedicata alla Seconda Lettera ai Corinzi, esclamava: «Come la fiamma che si abbatte tra le canne e il fieno trasforma nella propria natura ciò che arde, così Paolo tutto invade e tutto trasporta alla verità, torrente che tutto raggiunge e che schianta gli ostacoli. Come atleta che insieme lotta e corre e sferra pugni, come soldato che assedia le mura e combatte in campo aperto e guerreggia sulle navi, così Paolo usava ogni genere di battaglia, spirando fuoco… Balzava in ogni luogo senza interruzione, accorreva presso gli uni, raggiungeva gli altri, assisteva questi e si affrettava da quelli, più veloce del vento. Governava come fosse una sola casa o una sola nave il mondo intero, sollevando i sommersi, consolidando coloro che turbati cadevano, comandando ai marinai; seduto a poppa, teneva fisso lo sguardo a prua, tirava le funi, manovrava i remi, tendeva le vele con gli occhi che scrutavano il cielo, facendo tutto da solo, come nocchiero, prodiere, vela, nave. E tutto per portare fuori dalla sventura tutti». Lutero ha assunto la Lettera ai Romani come vessillo della sua Riforma, brandendo spesso una frase paolina come spada per la sua lotta teologica ed ecclesiale. Il celebre vescovo e oratore francese Jacques-Bénigne Bossuet, nel suo Panegirico di San Paolo (1659), esaltava «colui che non lusinga le orecchie, ma colpisce dritto al cuore», mentre Victor Hugo nel William Shakespeare (1864) lo inseriva tra i genii, «santo per la Chiesa, grande per l’umanità…, colui al quale il futuro è apparso: nulla è superbo come questo volto stupito dalla vittoria della luce». Franz Werfel nel dramma Paolo tra gli Ebrei (1926) cercava, invece, di illustrare il fallito tentativo del giudaismo di non perdere questo suo fi glio brillante. II suo antico maestro Gamaliel lo supplica: «Per la libertà di Israele, confessa: Gesù era solo un uomo!»; ma Paolo ormai ha la vita attraversata dalla luce di Cristo e non può che respingere il pur amato rabbi Gamaliel. Si potrebbe a lungo continuare questo elenco di ammiratori di Paolo, giungendo fino ai nostri giorni. A titolo esemplifi cativo vorremmo evocare soltanto quell’«abbozzo di sceneggiatura per un fi lm su San Paolo (sotto forma di appunti per un direttore di produzione)», datato «Roma, 22-28 maggio 1968», che Pier Paolo Pasolini ha elaborato e ripreso nel 1974 senza mai concluderlo e che sarà pubblicato postumo nel 1977 con il titolo San Paolo. L’idea era di trasporre la vicenda dell’Apostolo ai nostri giorni, sostituendo le antiche capitali del potere e della cultura con New York, Londra, Parigi, Roma, la Germania. «Paolo è qui, oggi, tra noi – scriveva l’autore delle Lettere luterane – egli demolisce rivoluzionariamente, con la semplice forza del suo messaggio religioso, un tipo di società fondata sulla violenza di classe, l’imperialismo, lo schiavismo… II fi lm, però, rivelerà la contrapposizione tra “attualità” e “santità”: il mondo della storia che tende, nel suo eccesso di presenza e di urgenza, a sfuggire nel mistero, nell’astrattezza, nel puro interrogativo; e il mondo del divino che, nella sua religiosa astrattezza, al contrario, discende tra gli uomini, si fa concreto e operante».

L’ebreo Saulo, il greco-romano Paolo

Lo studioso tedesco Adolf Deissmann aveva definito Paolo “un cosmopolita”. Effettivamente
egli era figlio di tre culture, che già occhieggiavano dalla sua ideale “carta d’identità”. Il suo nome originario era lo stesso del primo sfortunato re di Israele, Saul. «Sono un ebreo di Tarso in Cilicia», dichiara al tribunale romano che gli chiede le generalità al momento dell’arresto a Gerusalemme (Atti 21,39). In polemica con i suoi detrattori ebrei di Corinto rivendica le sue radici: «Sono essi ebrei? Anch’io lo sono. Sono israeliti? Anch’io. Sono stirpe di Abramo? Anch’io» (2 Corinzi 11,22). Agli amati cristiani macedoni di Filippi ribadisce vigorosamente di essere «circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo secondo la legge» (3,5). In crescendo ai Romani scrive: «Vorrei essere io stesso maledetto, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e a loro appartengono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi. Da essi proviene Cristo secondo la carne» (9,3-5). E ai Galati rivela persino una punta di integralismo nazionalistico: «Essi sono per natura ebrei e non peccatori come le genti» (2,15). Formatosi a Gerusalemme «alla scuola di Gamaliel, nelle più rigide norme della legge dei padri» (Atti 22,3), educato secondo la prassi giudaica anche al lavoro manuale, quello dello skenopoiós,
“fabbricatore di tende” (forse tessitore di peli di capra per stoffe ruvide, dette appunto cilicium dalla regione d’origine che era la stessa di Paolo), Saulo era però un giudeo della Diaspora, nato a Tarso, «non oscura città della Cilicia», come egli la definisce con civetteria (Atti (Atti 22,28), ma anche presentandosi in tutte le sue lettere con il suo secondo nome schiettamente latino, Paolo. Paolo userà con orgoglio questa dignità di cittadino dell’impero, non solo appellandosi – come è noto – al tribunale supremo romano (Atti 22,28), ma anche presentandosi in tutte le sue lettere con il suo secondo nome schiettamente latino, Paolo.
La tradizione posteriore, nel IV secolo, non esiterà a creare un epistolario apocrifo tra l’Apostolo e Seneca ove incontriamo battute sorprendenti. Seneca a Paolo: «Se il nome di un uomo così grande e prediletto da Dio sarà tutt’uno col mio, questo non potrà essere quanto di meglio per il tuo Seneca». Paolo a Seneca: «Durante le tue riflessioni ti sono state rivelate verità che a pochi la divinità ha concesso il privilegio di conoscere. … lo semino, allora, in un campo già fertile un seme imperituro, l’immutabile parola di Dio». Ma Paolo non è solo romano; la sua cultura e la sua attività si muoveranno sempre nell’atmosfera ellenistica. Egli usa il greco in modo creativo, forgiandolo con grande libertà, come fosse un ferro incandescente: conosce le risorse retoriche di quella lingua, la rielabora con inventiva attribuendo accezioni inedite a vocaboli come sarx, “carne”, pneuma, “spirito”, hamartía, “peccato”, dikaiosyne, “giustizia”, sotería, “salvezza”, eleuthería, “libertà”, agape, “amore”, e non esitando a creare verbi rinforzati da una o più preposizioni (soprattutto syn-, “con”, per indicare la “simbiosi” del fedele con Cristo). La storia di Paolo si consuma, dunque, in un crocevia di culture e le sue tre identità di ebreo, di romano e di greco sono indispensabili per comprenderne l’opera e la vicenda personale, che si svolge in tutto il bacino del Mediterraneo, aprendosi anche al sogno di raggiungere l’estremo capo occidentale, la Spagna (Romani 15,22-24).
Di questa biografia è possibile ricostruire la trama, sia pure in modo sommario, sulla base di due fonti documentarie non sempre coincidenti, l’epistolario paolino e la seconda opera di Luca, gli Atti degli Apostoli, dal c. 13 alla fi ne. II punto fermo “profano” della cronologia
paolina è l’incontro dell’Apostolo con il proconsole romano Gallione a Corinto (Atti 18,12-17): un’iscrizione di Delfi ci attesta che costui risiedette nella città greca negli anni 50-51 o 51-52. Da questo nodo cronologico si cerca di ordinare i dati non del tutto combacianti offerti dalle due fonti neotestamentarie citate. Partendo dalla conversione al cristianesimo, da situare probabilmente fra il 32-35, si possono ricostruire due traiettorie temporali. La prima, fondata sugli Atti degli Apostoli, è scandita da tre grandi viaggi missionari di Paolo: dopo il primo, si celebra il “concilio” degli apostoli a Gerusalemme (anni 49-50); si individuano nel 58-60 un biennio di custodia cautelare in attesa di giudizio a Cesarea Marittima e un altro biennio di arresti domiciliari a Roma (60-62), in attesa dell’esito dell’appello presso la corte suprema imperiale. La morte, preceduta da un’altra detenzione, dovrebbe essere collocata nell’arco degli anni 64-67, ma di questo gli Atti tacciono. La seconda traiettoria, basata sulle Lettere della sepoltura paoline, situerebbe invece il “con- cilio” gerosolimitano dopo il secondo viaggio missionario dell’Apostolo in Grecia (50-51), introdurrebbe introdurrebbe un ampio soggiorno, forse con prigionia, a Efeso (52-55), mentre  l’arresto a Gerusalemme e la carcerazione a Cesarea daterebbero al 56-57, il trasferimento per nave del 57-58, gli arresti domiciliari l’arresto a Gerusalemme e la carcerazione a Cesarea daterebbero al 56-57, il trasferimento per nave a Roma avverrebbe nell’inverno del 57-58, gli arresti domiciliari romani durerebbero dal 58-60 e nel 60, sotto Nerone, Paolo sarebbe condannato a morte. Non è, comunque, nostra intenzione tracciare un diagramma particolareggiato della vicenda storica di Paolo: ci accontenteremo di puntare, a livello dottrinale, sul suo maggiore testo teologico, la Lettera ai Romani, e sul suo messaggio.

Il “vangelo” di Paolo

«Le grandi ore della storia della Chiesa sono state le grandi ore della Lettera ai Romani». Questa frase, che apre il commento dell’esegeta tedesco Paul Althaus al capolavoro di Paolo, esprime il valore di vessillo che il testo paolino ha avuto nella cristianità: basti solo pensare alle lezioni che Lutero tenne sulla Lettera ai Romani nel 1515-16 alle soglie della svolta che egli stava per imprimere alla cristianità (l’autografo di quelle note verrà scoperto a Berlino nel 1908, ma una copia era già venuta alla luce nel 1889 nella Biblioteca Vaticana). Per venire ai nostri giorni, è d’obbligo citare l’Epistola ai Romani, il famoso commento teologico che Karl Barth pubblicherà a Berna nel 1919 e che rifonderà completamente nel 1922 a Monaco di Baviera, facendolo diventare un testo di riferimento per la teologia e la cultura del Novecento. È, comunque, paradossale che questa Lettera, causa di divisione e tensione nella cristianità, sia divenuta oggi uno strumento di dialogo ecumenico: è, infatti, con la versione della Lettera ai Romani che è iniziata nel 1967 in Francia la pubblicazione della Traduzione ecumenica della Bibbia. Considerata da Filippo Melantone, uno dei padri con Lutero della Riforma protestante, «il compendio della dottrina cristiana», la Lettera ai Romani «è attraversata, come un cielo da lampi, da grida di dolore e di gioia, da dialoghi concreti e da confessioni drammatiche» (Salvatore Garofalo). Paolo la scrive da Corinto tra il 55 e il 58 (secondo le diverse cronologie a cui si è accennato) con l’aiuto dello scriba Terzo che si firma in 16. Non possiamo entrare nel merito delle molteplici notizie offerte dal capitolo finale della Lettera che, fra l’altro, rivela forse interventi redazionali successivi e che ci offre una lunga serie di saluti a uomini e donne della Chiesa di Roma, tra i quali si notano alcune coppie. Non possiamo neppure seguire con puntigliosa attenzione i 432 versetti dell’intero scritto come potrebbe fare un commento. Ci accontenteremo, allora, di disegnare una mappa teologica essenziale della Lettera che Paolo ha concepito come sua credenziale presso una Chiesa prestigiosa, insediata nel cuore dell’impero, in una Roma popolata da un milione di persone, tra cui si contavano forse cinquantamila ebrei con ben tredici sinagoghe.

Tre stelle oscure nel cielo dell’umanità

La Lettera ai Romani segue sostanzialmente due movimenti; il primo è di taglio teologico-dottrinale (cc. 1-11), il secondo di tono etico-pastorale (cc. 12-16). La parte più rilevante è senza dubbio la prima e potrebbe essere scandita in tre tempi: la giustificazione per la fede (cc. 1-5), la vita secondo lo Spirito (cc. 6-8), la sorte di Israele (cc. 9-11). Se volessimo individuare un ideale filo tematico, potremmo assumere quella citazione del profeta Abacuc (2,4) che Paolo pone sull’ideale frontale della Lettera e che potremmo rendere così: «II giusto mediante la fede vivrà» (1,17). I capitoli 1-8, che sono il cuore dell’opera, sono appunto definiti da questa frase nelle sue due scansioni: «II giusto, divenuto tale mediante la fede (cc. 1-5), vivrà (cc. 6-8)». Per spiegare in pienezza il valore di tale affermazione teologica ci affideremo a una costellazione di termini greci che Paolo plasma secondo significati nuovi e che chiama a illuminare il cielo teologico della Lettera. Si tratta di un settenario di parole che si ordinano in due campi; partiremo da tre vocaboli che sono come stelle “nere”: con la loro tenebra accecante trafiggono l’orizzonte della storia. La prima parola è sarx, “carne”. Non è l’esistenza umana nella sua fragilità, come intendeva Giovanni quando nel prologo al suo vangelo affermava che «il Logos [Cristo] divenne carne [sarx]» (Giovanni 1,14). Per Paolo, invece, la sarx è un principio negativo efficace e deleterio che si annida nel cuore umano. Immaginiamo la zizzania che pervade il terreno seminato a grano, come diceva Gesù in una sua parabola (Matteo 13,24-30): essa è inestricabile, fiorisce, prospera e attenta alla fecondità del grano. La sarx è il terreno offerto al male, un terreno che si distende nelle nostre coscienze. Ecco poi la seconda stella oscura, l’hamartía, cioè il “peccato” nel suo irrompere violento. Il terreno della sarx alimenta e fa crescere la zizzania del peccato il cui sviluppo è contorto e tempestoso e si manifesta nel grappolo delle azioni inique da noi compiute. La terza parola negativa è nomos, la “legge” da osservare. Di per sé essa è santa e donata da Dio ma è l’uso perverso che ne fa l’uomo a portare alla sua degene razione. Per ricorrere ancora all’immagine del terreno, è come se, capitati su una distesa di sabbie mobili, tentassimo da soli
– alzando le braccia – di venirne fuori. Tentativo spontaneo ma vano; quanto più ti agiti per estrarti, tanto più affondi. Così è il destino di chi si illude di vincere la sarx e l’hamartía compiendo le opere della legge, cercando così di liberarsi con le sue sole forze. Per salvarti da quel gorgo di melma è necessario che ci sia una mano che da una roccia stabile ti afferri e ti liberi. Ed è proprio da quattro parole della nostra costellazione teologica.

Quattro stelle luminose nel cielo dell’umanità

Si accende, dunque, nel cielo tenebroso della nostra caduta, la prima stella luminosa, quella della charis, la “grazia”. II vocabolo, che è rimasto nel nostro “carità” o “caro, carezza”, così come nell’inglese charm e nel francese char-me, indica qualcosa di amoroso, affascinante e di gioioso. È l’apparire di Dio nella notte dell’anima. Egli squarcia la nostra solitudine, mettendosi lui per primo alla nostra ricerca, incamminandosi sulle nostre strade. Osserva san Paolo: «Isaia arriva fino al punto di affermare: Io [il Signore] mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano, mi sono rivelato anche a quelli che non mi interrogavano» (10,20; cf. Isaia 65,1). In principio, dunque, c’è l’amore divino che si rivolge all’uomo. È questo il senso del grido fi nale del Diario di un curato di campagna di Bernanos: «Tutto è grazia!». Illuminato dalla charis, l’uomo deve rispondere con la sua libertà di adesione o di rifiuto. Ecco, allora, la seconda stella luminosa, la pistis, la “fede”. Essa è simile a braccia aperte che accolgono l’amore divino donato. È l’afferrare quella mano che ci viene offerta mentre stiamo sprofondando nel terreno molle della sarx, avviluppati nei grovigli dell’hamartía. È a questo punto che si accende la terza stella, quella del pneuma, lo Spirito. Anche in ebraico un unico vocabolo (rûah) indica sia il “vento” sia lo “spirito”, sia il respiro della vita fisica sia quello della vita interiore. Ebbene, con l’abbraccio d’amore tra charis e pistis, tra grazia divina e fede uma na, Dio infonde in noi il suo stesso respiro, il suo Spirito, cioè la sua vita. È per questo che noi lo possiamo considerare come padre e ci possiamo sentire fratelli di suo figlio, Gesù Cristo; tra lui e noi corre la stessa vita: «Voi non avete ricevuto uno spirito [pneuma] da schiavi per piombare nella paura ma avete ricevuto uno spirito [pneuma] di figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, padre!» (8,16). Ora, l’uomo che ha accolto la grazia (charis) nella fede (pistis) e che ha ricevuto in sé il pneuma, lo Spirito della vita divina, acquista un nuovo statuto interiore che è descritto dall’ultima parola, dikaiosyne, “giustificazione”. Essa è la stella terminale che sigilla la vicenda della salvezza, partita dalle tenebre e approdata alla luce: l’uomo è ora “giustificato”, cioè reso giusto, perfetto, è – per usare un’immagine paolina – una “creatura nuova”. Da lui le opere giuste fluiranno come frutto della salvezza ottenuta.

Il testamento di san Paolo

Il poeta Mario Luzi immaginava l’Apostolo come «un’enorme figura che emerge dal caos dell’errore e dell’inquieta aspettativa degli uomini per dare un senso alla speranza». Dello stile di Paolo san Girolamo ci ha lasciato una nota critica suggestiva: Non curabat magnopere de verbis cum sensum haberet in tuto, «non si preoccupava più di tanto delle parole quando aveva messo al sicuro il significato». Un contrasto tra parola grezza e messaggio luminoso che – stando all’antico ritratto degli Atti di Paolo e Tecla, pittoresco ma importante apocrifo della fine del II secolo – si ripercuoteva anche nella fisionomia dell’Apostolo: «Era un uomo di bassa statura, la testa calva, le gambe arcuate, il corpo vigoroso, le sopracciglia congiunte, il naso alquanto sporgente, pieno di amabilità: a volte aveva le sembianze di un uomo, a volte l’aspetto di un angelo». Paolo riesce a comporre armonicamente in sé la realtà umana, nella sua pesantezza e carnalità, ma anche nella trascendenza a cui è destinata. Vorremmo a questo punto concludere il nostro profi lo paolino, incentrato sulla sua opera maggiore, la Lettera ai Romani, lasciando la parola a un testo cronologicamente terminale, desunto dalla Seconda Lettera indirizzata al fedele amico e collaboratore Timoteo, nato a Listra di Licaonia (attuale Turchia Centrale) da padre greco e da madre giudeocristiana. Si tratta di una sorta di testamento dal tono commosso, scandito da quattro simboli che cercano di riassumere autobiograficamente l’esistenza di san Paolo, radicalmente e totalmente votata a Cristo e alla vocazione apostolica (4, 6-8). Ecco il primo: «Io sto per es-sere versato in libagione». È l’immagine sacrificale del vino, dell’acqua e dell’olio che vengono fatti esalare su un braciere perché salgano come offerta a Dio. II secondo simbolo è quello dell’analysis che può alludere alle vele sciolte per salpare verso il mare aperto e nuovi lidi oppure al levare le tende del nomade che si mette in marcia alla ricerca di nuovi orizzonti e di pascoli freschi: «Incombe ormai su di me il momento di sciogliere le vele». La terza figura è quella del soldato che «ha combattuto la bella/buona battaglia»: spesso l’Apostolo ha usato la metafora dell’armatura per indicare l’impegno del cristiano in un’esistenza giusta (si veda, ad esempio, Efesini 6,10-17). La quarta immagine è stata spesso evocata da Paolo: si tratta della corsa nello stadio che si conclude con la premiazione. «Ho terminato la corsa, ho conservato la fede» – in greco la frase è rimata: ton dromon tetéleka, ten pistin tetéreka –. «Ora mi rimane la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, in quel giorno mi consegnerà e non solo a me ma anche a tutti coloro che hanno amato la sua epifania». Lo sguardo si protende ormai oltre la storia e l’Apostolo spia già l’orizzonte per veder sorgere l’alba dell’“epifania” del Signore, che suggellerà la sua vicenda personale e quella di tutta la storia. Con questo bellissimo e intenso testamento, forse redatto da un discepolo che vedeva Paolo già come un santo, circonfuso dell’aureola divina, si chiudono idealmente la vita e l’epistolario paolino, con la ricchezza dei suoi testi, la mutevolezza dei suoi registri tematici e stilistici. Partendo dal nucleo della fede cristiana, cioè dalla morte e risurrezione di Gesù Cristo, senza il quale «vuota è la nostra predicazione e vuota la fede» (1 Corinzi 15,14), Paolo ha costruito non tanto un sistema di pensiero quanto piuttosto un progetto dove teologia e morale, riflessione e azione, cristologia ed ecclesiologia, dogmatica e pastorale si richiamano, si fondono, si pongono in contrappunto. Apostolo di Cristo e maestro “ispirato” dei fedeli di ogni secolo, Paolo è per tutti un incontro necessario, come ricordava in un articolo lo scrittore Pietro Citati che ne tracciava l’erto percorso di conoscenza: «Non c’è una lettura più ardua, che debba venire controllata in ogni minimo dettaglio: san Paolo non è un ubriaco di Dio, ma lo spirito più logico e sottile del suo tempo, sebbene la sua logica ci possa sconvolgere. Con la sua drammatica tensione intellettuale, si appropria di ogni vocabolo, lo trasforma in una parola nuova, crea opposizioni, che sfuggono a chi non vive nella sua architettura mentale; gioca drammaticamente sulle antitesi; e così può portare il suo pensiero all’estremo, fino all’ultimo paradosso per rovesciarlo nel suo contrario. Solo i libri chiari e aperti muoiono appena nati. I meravigliosi scorci e aforismi di san Paolo, i suoi lampeggianti scoppi di tenebra si sono impressi per sempre nella memoria dell’Europa».

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