La paternità spirituale nelle lettere di san Paolo

dal sito:

http://www.sanpietrodisorres.it/paolo.htm

 La paternità spirituale nelle lettere di san Paolo

San Paolo, scrivendo alle sue Comunità, usa più di una volta l’immagine del padre – genitore per indicare la sua missione e il suo ministero apostolico:
1Ts 2,7-12: “Siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari… e sapete anche che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, incoraggiandovi e scongiurandovi a comportarvi in maniera degna di quel Dio che vi chiama al suo regno e alla sua gloria”.
1Cor 4,14-16: “Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo”.
2Cor 6,12-13: “Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto. Io parlo come a figli: rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore!”.
2Cor 12,14-15: “Non vi sarò di peso, perché non cerco i vostri beni, ma voi. Infatti non spetta ai figli mettere da parte per i genitori, ma ai genitori per i figli. Per conto mio mi prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime. Se io vi amo più intensamente, dovrei essere riamato di meno?”.

Gal 4,19: “Figlioli miei che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi! ”.
1Tm 1,2: “Timoteo, mio vero figlio”.
Tt 1,4: “Tito, mio vero figlio nella fede comune”.

Questo chiamarsi e sentirsi “padre”, non è soltanto un’immagine retorica, ma un aspetto reale del suo stesso ministero, come partecipazione alla paternità di Dio.

Nella Bibbia:

Nella Bibbia “PADRE” è un titolo d’onore che si dà non soltanto a chi ci genera fisicamente, ma anche a chi ci fa crescere spiritualmente e moralmente. La Sacra Scrittura chiama padre:
il consigliere del Re,
il sacerdote (perché consigliere in nome di Dio),
il profeta,
il sapiente,
il grande Rabbino.

Essi, infatti, assolvono ad un compito specifico del padre: quello di trasmettere la saggezza umana, morale e religiosa ai figli. La paternità non è completa se genera soltanto il corpo, senza generare e far crescere le virtù dell’anima. È normale, per i Giudei, che un Maestro verso i suoi discepoli, e un’Autorità verso i suoi sudditi, si rivolgano con il titolo di “figlio”.

Gesù chiama: “figliolo”
il paralitico cui rimette i peccati (Mt ,2);
la donna emorroissa (Mt 9,22).

Il Cristo, come fratello, sa compatire; ed in quanto partecipe della potestà del Padre, può perdonare e guarire. Ma è soprattutto come Maestro, che Gesù usa l’appellativo di “figlioli” (Mc 10,24; Gv 13,31; 16,1).
In ciò Gesù, non solo si adatta ad un uso dell’epoca, ma manifesta che il suo insegnamento è vera paternità spirituale: Egli con la Parola trasmette la VITA che viene dal Padre.
Quando comanda di non chiamare nessuno “Padre”, all’infuori di Dio (Mt 23,9), Gesù vuole condannare e reprimere – per la sua Chiesa – il rischio, per ogni Autorità e Magistero, d’essere avidi di potere e d’onore, contrariamente al suo esempio e al Vangelo stesso.
Tutti gli uomini rispetto al dono della VITA (= padri), e della VERITÀ (= maestri), sono solo strumenti di Dio. Tra noi “siamo tutti fratelli” (Mt 23,8).
Gesù stesso si definisce “VIA al Padre” (Gv 14,6), perché “tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1Cor 3,23).

S.Paolo, normalmente, si rivolge ai suoi discepoli chiamandoli “fratelli”, secondo l’uso delle prime comunità cristiane. Quando chiama “figlioli” i suoi, lo fa per mettere in chiaro i rapporti che si sono determinati tra lui, l’APOSTOLO, e coloro che sono stati “generati in Cristo”, mediante il suo ministero.

Evangelizzatore: fratello e padre

Paolo, e con lui ogni evangelizzatore, è padre perché:
attraverso il Vangelo trasmette il seme (sperma) della vita;
continua a nutrire i suoi con la Parola;
educa alla fede, finché nel credente non sia sviluppato pienamente il Cristo.
L’Apostolo non è un semplice portatore della Parola, ma è, in qualche modo, parola lui stesso. È sacramento del Padre” come il Figlio. Se ci mette – e deve metterci – tutto il suo impegno personale specifico nell’annunziare la Parola e può chiamare “suo” il Vangelo di Cristo che egli predica (2Cor 2,14-17), rimane soltanto un vero “collaboratore di Dio” (1Cor 3,16; 6,19; 2Cor 6,1).

Perciò Paolo sa dare, non solo il Vangelo, ma la sua stessa vita (1Ts 2,8). L’evangelizzatore si dà tutto, e il suo stesso donarsi diventa evangelo. Infatti, attraverso di lui, i discepoli percepiscono la tenerezza paterna di Dio.

Paternità

sacramentale (o strumentale): è partecipazione a quella di Dio, (aspetto teologico);
ministeriale: rappresenta agli uomini la paternità divina, (aspetto pastorale).

Pedagogia paolina

Paolo vuol essere per i suoi discepoli un “padre” e non un “pedagogo”; per questo educa i cristiani alla libertà, cercando di convincerli con le parole (2Cor 5,11) e di attirarli con l’esempio (1Cor 4,17); rischiando che la sua amorevolezza sia scambiata per debolezza (2Cor 10,10; 11,20).
All’occorrenza, Paolo sa correggere, essere “severo” e dare tristezza, ma sempre “secondo Dio” (2Cor 8.10-11). Egli corregge con amore e per amore, e chiede ai fratelli di fare vicendevolmente altrettanto (Gal 6,1). L’Apostolo soffre quando deve intervenire con la correzione (At 20,31) e cerca sempre di far prevalere la misericordia sulla giustizia. Lo scopo del suo agire è aiutare i cristiani ad essere “perfetti” in Cristo (Col 1,28), in modo che siano in grado di fare il bene (2Cor 13,7) e siano, conseguentemente, salvati (1Cor 5,5).
Correggere ma non deprimere, anzi incoraggiare, valorizzando il bene che c’è anche nei discepoli imperfetti. Saper gioire, “come Dio”, quando la correzione porta frutti di conversione (2Cor 7,11-16).

Caratteristiche dell’amore “apostolico”

1) È “agape” = amore oblativo che deriva da Dio stesso ed è simile a quello divino. L’Apostolo non si appartiene più, da quando si è messo al servizio del Vangelo e quindi degli evangelizzati che gli sono “agapetoi” = cari, cioè oggetto del suo affetto religioso, come lo sono da parte di Dio (1Cor 4,14.17). Perciò Paolo ama “nel Cristo” (1Cor 16,24), in modo empatico, fino a poter dire: “Vi amo teneramente nelle viscere di Cristo Gesù” (Fil 1,8).
2) All’amore divino si accompagna in Paolo una profonda tenerezza umana. Egli può dire di amare i suoi, quasi fosse loro “madre”. L’Apostolo ama “secondo la carne e secondo il Signore” (cf. la lettera ai Filippesi).
3) È amore tenero e profondo che sa identificarsi con coloro che ama (aspetto fraterno), condividendo con i discepoli sia il bene, sia il male, sia la debolezza, sia la gioia (2Cor 11,29).
4) È amore paterno, perciò preveniente. Paolo, come Dio, ama sempre per primo, e va incontro ai suoi “facendosi tutto a tutti” (1Cor 9,19-22). Per questo può pretendere il contraccambio (2Cor 6,12-13). L’amore, infatti, chiama amore: “Nulla est enim maior ad amorem invitatio, quam praevenire amando” (S. AGOSTINO).
5) É un amore manifesto e concreto. Paolo lo afferma e lo dona come servizio. Lo stesso lavoro manuale diventa segno esterno dell’amore che l’Apostolo ha nutrito per i Tessalonicesi (1Ts 2,9).
 6) È un amore fedele, fino alla morte (2Cor 7,3). A differenza di Mosè, che in un momento di crisi rifiuta di portare il peso di un Popolo che non ha concepito (Nm 11,11-12), Paolo vorrebbe dare la vita anche per coloro che si sono fatti sviare dai “falsi fratelli”.
7) È donazione, che imita e raggiunge quella di Gesù Cristo (Fil 2,17).
8) Anche se impulsivo e spontaneo, l’amore di Paolo non è cieco ma saggio: perciò sa correggere e divenire severo, se il bene dei suoi lo esige (cf. 2Cor).
9) È un amore misericordioso che sa donarsi a chi più ne ha bisogno: i deboli (Rm 15,1).
10) Esige reciprocità. Paolo che dà tutto se stesso ai suoi, in contraccambio non vuole le loro cose, ma loro stessi (2Cor 12,14).
11) Tuttavia, l’amore di Paolo e d’ogni evangelizzatore, è sempre amore vicario (cf. 2Cor 1,4). L’Apostolo è strumento e rivelazione dell’amore del Padre celeste. Da ciò scaturisce il suo impegno ascetico per essere sempre amabile con i suoi discepoli.

“Partorisco nel dolore” (Gal 4,19)

Nella lettera ai Galati, san Paolo parla del suo apostolato come di un ministero che comunica la vita, usando, per esprimere ciò, la metafora della “maternità”.
L’Apostolo vuole riportare i Galati al vero Evangelo, rigenerandoli, perciò, una seconda volta. Essi, cambiando il vangelo, hanno abbandonato il Padre (Gal 1,6; 5,8) e hanno rotto con il Signore (5,4); perciò è necessario che Paolo “partorisca di nuovo” i discepoli, alla vita in Cristo.
I convertiti, divenuti figli di Dio (Gal 3,26), sono anche “figlioli” di Paolo (4,19), che li ha generati mediante la parola di vita. In questo “dare la vita”, Paolo sente di fare una cosa grande, nella quale riunisce la forza paterna e la tenerezza materna.

Dimensione materna dell’apostolato

1) La sollecitudine e la tenerezza di Paolo rimandano alle “viscere di Dio”. Una tenerezza più forte e fedele di quella che ha una mamma per i suoi figli (cf. Is 49,15). Abbandonare Paolo è come distaccarsi dalla propria madre; è rifiutare la vita.
2) Il credente per essere generato “in Cristo”, fino alla piena maturità (Ef 4,13), ha bisogno di un processo lento e continuo, come quello che avviene nel seno di una madre. Non basta accogliere la Parola (= il seme), occorre anche rimanere uniti all’Apostolo, nutrirsi sempre dei suoi insegnamenti fino a che Cristo non abbia preso pieno possesso della persona del credente. Chi avesse perso la vita di fede, può essere “partorito di nuovo”, se accoglie ancora l’unico e vero Evangelo, quello di Paolo, che è quello di Cristo.
3) Partorire nel dolore (Gal 4,19): è proprio del ministero apostolico. I Profeti parlando dei tempi messianici, e Gesù riferendosi alla sua missione e a quella degli apostoli, avevano usato l’immagine dei dolori del parto (Gv 16,21). Paolo, nella lettera ai Romani, riusa questa metafora per descrivere la situazione d’attesa della redenzione in cui tutta la creazione è coinvolta (Rm 8,22).
Le sofferenze dell’apostolo sono la condizione perché Cristo nasca in coloro che egli evangelizza: “È necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio” (At 14,22). Tutto ciò che l’Apostolo incontra come ostacolo al suo ministero, deve assumerlo come “dolore di partoriente”. Solo se saprà, nonostante tutto, perseverare generosamente nella sua missione oblativa, sarà in grado di dare la vita, di dare alla Vita. Le sofferenze dell’apostolo, non soltanto permettono, ma meritano la vita per i suoi discepoli. Infatti, mentre l’apostolo soffre per Cristo e il suo Vangelo, Cristo stesso soffre in lui.
Paolo, perciò, non solo predica Cristo crocifisso ma può identificarsi con Lui (Gal 2,19-20); ecco perché può poi affermare di “completare”, mediante le sue sofferenze apostoliche, “ciò che manca alla passione di Cristo” (Col 1,24). L’annuncio del Vangelo continua il mistero salvifico della Croce.
Come il Cristo non ha potuto salvarci che con la Croce, così l’Apostolo mandato da Cristo, non può trasmettere questa salvezza, che attraverso la stoltezza della predicazione e la debolezza della sofferenza (1Cor 1,21).

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