NELLA CHIESA CHIAMATI: Atti 13, 1-3

(è una lectio) dal sito:

http://www.sanbiagio.org/lectio/lectio_introduzione.htm

NELLA CHIESA CHIAMATI

Atti 13, 1-3

Si tratta di una pericope molto breve ma importante perché prepara la partenza per il primo viaggio missionario di Paolo. Inoltre ci presenta, pure attraverso una scarna essenzialità, la giovane chiesa di Antiochia viva di fervore e di entusiasmo.

Siamo all’inizio del capitolo XIII che, col 14°, descrive il primo viaggio missionario di Paolo. Egli andrà a Cipro, poi sull’altopiano dell’Anatolia e presso alcune città della Galazia.
Il suo viaggio farà emergere un problema importante: la convenienza che anche i pagani, non solo i Giudei, possono essere ammessi alla Fede cristiana. Siamo alle origini storiche della UNIVERSALITA’ della chiesa.
Nel 15° capitolo viene poi narrato come ciò avvenga.
Da notare che, al concludersi del capitolo 12° Luca racconta la tragica fine del re Erode Agrippa (il persecutore di Pietro) e, con suggestiva espressione, dice che « la Parola di Dio cresceva e si moltiplicava » (12,24)
Nella struttura di questi capitoli degli Atti è interessante cogliere come tutto è narrato in ordine al primo concilio: quello di Gerusalemme in cui una chiesa vivace sotto l’impulso dello Spirito Santo, è già missionaria e realizza la propria espansione verso tutti gli uomini.

Il brano si struttura in tre nuclei:

1. C’erano nella Chiesa stabilita ad Antiochia profeti e dottori: Barnaba, Simeone (…) Saulo »
Di come si stabilì la chiesa ad Antiochia, parla Atti 11,19 ss
Antiochia era una notevolissima città della Siria (ora Turchia). Con i suoi 500.000 abitanti rappresentava la terza città, per importanza, dell’Impero Romano.
Dopo la persecuzione che aveva infierito ai tempi del primo martire Stefano, i cristiani erano giunti fin lì, oltre che a Cipro e in Fenicia.
Presto Antiochia divenne il primo centro di evangelizzazione ai pagani. Lo stesso Paolo, nel suo primo viaggio, parte da Antiochia e ad Antiochia ritorna
I profeti cristiani sono uomini docili allo Spirito che incoraggiano la comunità dei credenti e la esortano a discernere e vivere la volontà di Dio
I dottori sono più dediti all’insegnamento che trasmettono, interpretando e approfondendo il rapporto tra l’Antico Testamento e il ricordo ben vivo dell’insegnamento di Gesù.
Luca fornisce un elenco di nomi, non si sa se completo (cfr altri elenchi in At 1.13 e At 6,5). Il primo e l’ultimo: Barnaba e Saulo, sono già noti e quindi vengono solo nominati; gli altri tre hanno una piccola nota di presentazione.
Gli esegeti vedono in Simeone detto Niger un oriundo dell’Africa, in Lucio (in greco Louka) probabilmente lo stesso Luca autore degli Atti, in M a n a è n (nome ebraico che significa « figlio della consolazione ») un uomo di nobile famiglia, data la sua amicizia con Erode Antipa, il tetrarca della Galilea.
Sono dunque uomini diversissimi tra loro, questi che erano le persone guida della giovane chiesa: a volte profeti e dottori, a volte apostoli itineranti.

2. Mentre essi prestavano servizio di culto al Signore e facevano digiuno, lo Spirito Santo disse…
Luca ci parla di un servizio liturgico a cui ovviamente prende parte tutta la comunità antiochese, ma presieduto dai cinque.
E’ l’antica chiesa radunata in preghiera, che si è preparata all’ascolto della Parola (interpretata dai profeti) con l’ascesi del digiuno. Il senso di questo esercizio ascetico?
« Col digiuno meglio si rendono evidenti gli attaccamenti del cuore. Quando si è pervenuti a libertà, si può attendere e ricevere tutto da Dio. Preghiera e digiuno possono essere vie per percepire lo Spirito di Dio e per capire ciò che Dio vuole fare con noi » (KURZINGER – citato in: Gerard ROSSE’ – Atti degli apostoli. Commento Esegetico teologico – città Nuova 1998 p 486)
Attenzione però: L’iniziativa è divina e del tutto gratuita. La sottolinea bene Luca, facendo intervenire lo Spirito Santo.

3. Lo Spirito Santo disse: Mettetemi da parte Barnaba e Saulo per l’opera a cui li ho destinati »
Nella scelta dei due apostoli, i profeti, i dottori e la comunità mandano i due in missione, ma coscienti di concretizzare ciò che lo Spirito di Dio ha deciso.
Al redattore interessa, di fatto, evidenziare lo stretto legame tra volontà-azione di Dio e decisione dei responsabili, in sintonia con la comunità (cf At. 15, 23.28)
Risulta che questo importantissimo inizio dell’attività missionaria universale non è affatto dovuta all’iniziativa di un singolo (fosse pure del calibro di Paolo!), ma alla decisione della Chiesa sotto la guida dello Spirito.
Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li lasciarono partire.
Interessante! La prima celebrazione liturgica è seguita da una nuova celebrazione solenne che, nel resoconto di Luca, appare come scena di commiato, con tre elementi importanti: di nuovo il digiuno
e la preghiera,
inoltre quell’imposizione delle mani come atto di speciale
benedizione e raccomandazione a Dio, non come comunicazione di poteri (cfr invece Atti 6,6)
Quello che a Luca sta a cuore sottolineare è che l’azione liturgica della chiesa garantisce che l’opera degli evangelizzatori sarà sotto la guida e la protezione dello spirito Santo.
Sentirsi uniti e mandati dalla Chiesa è vera fonte di benedizione per il singolo.

MEDITATIO

Come ci provoca esistenzialmente questa pericope degli Atti? Ci rende avvisati, per nostra gioia, che il Signore ci chiama in seno alla sua chiesa, ci fa chiesa insieme ai fratelli, cioè ci vivifica e ci rinvigorisce con la Sua Parola e coi Sacramenti (Eucaristia e Riconciliazione), ci rende veramente « beati » perché tendiamo ad assimilare, giorno dopo giorno, la realtà del Vangelo: tutta la gioia, la ricchezza di orizzonti che esso ci offre. Al di là di tutte le difficoltà, le sofferenze, le delusioni che la vita comporta, questo lasciarsi evangelizzare nel cuore, mi abilita a capire che, proprio come Chiesa, io che ho provato in Cristo il senso profondo del mio esistere (e dunque la mia pace) non posso tenere per me questa ricchezza. Quando hai fatto una scoperta esaltante, quando hai il sole al centro del tuo cuore, puoi startene neghittoso e rannicchiato in te stesso?
Oggi molti (giovani e non) si lasciano vivere nella confusione esistenziale realizzando poi angoscia, pessimismo, noia, accusa di tutti e di tutto, da cui raccolgono solo disimpegno, frustrazione e la voglia mai sazia di evasioni di ogni tipo, con ricorrente senso di vuoto che spesso sfocia in disperazione.
A questa gente, quanto bene può fare il mio essere un laico convinto, seguace di Gesù che anzitutto crede in quel che fa: in famiglia, nel lavoro, nello studio, nell’azione sociale e poi vive lo stile delle beatitudini, con gli altri (fossero anche pochi); il coraggio delle scelte semplici, sobrie, della vita onesta e casta, il coraggio del perdono facile, del rendere bene per male e di vincere il male col bene, fino a tendere a cambiare le strutture sociopolitiche in cui vivo.
Questo è il senso dell’essere « chiamato » oggi a evangelizzare.

Due notazioni forti:

1.L’attenzione allo Spirito Santo e l’intimità con Chi invia ed assiste l’evangelizzare. Senza « pregare la Parola » ogni giorno si può fare del proselitismo ma non si comunica il Vangelo che è vita vissuta in chi annuncia.
2.Pregare con la Chiesa, sentirsi gioiosamente, umilmente Chiesa viva. L’individualismo spirituale non evangelizza. Io « servo » con Cristo e come Cristo, se servo la chiesa santa perché è corpo del signore che ha Lui per capo, la Chiesa da cui sono chiamato e da cui sono inviato.

Per la preghiera

Signore, Ti chiedo, fammi chiesa viva e dammi un cuore cattolico, dove questa espressione coincida con quanto ha detto un grande Papa:
« Cuore cattolico vuol dire cuore dalle dimensioni universali, cuore che ha vinto l’egoismo, l’angustia che esclude l’uomo dalla sua vocazione ad amare.
Cuore cattolico è cuore magnanimo, cuore ecumenico, cuore capace di accogliere il mondo intero, cuore cattolico non significa cuore indifferente alla verità delle cose e alla sincerità della parola.
Il cuore cattolico non confonde la debolezza con la bontà, non colloca la pace nella viltà e nell’apatia. Ma vivendo il Vangelo e annunciandolo, saper pulsare della mirabile sintesi di San Paolo: fare la verità nell’amore. »

Paolo VI

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