Paolo e le donne (1): (1 Cor 11,2-16; 14,33-36)

dal sito:

http://www.cappellauniss.org/Paolo/corinzi6.htm

Paolo e le donne (1)

(1 Cor 11,2-16; 14,33-36)

Veniamo ora ad un argomento delicato: il pensiero di Paolo nei confronti della donna cristiana che affronta in questa lettera in due passi: 1Cor 11,2-16 e 14,33b-36.

1. Cosa dice Paolo sulla donna in 1Cor 11,2-16

La circostanza a proposito della quale Paolo interviene è quella delle assemblee di preghiera e di profezia: «L’uomo che prega o profetizza… La donna che prega o profetizza» (vv. 4.5). Quindi a Corinto la donna conduceva anche la preghiera e/o profetizzava.
a) Onore, disonore, vergogna
Per molti interpreti nei vv. 4-5 Paolo vieterebbe all’uomo di coprire la sua testa con una qualche forma di copricapo ed esigerebbe dalla donna di coprirsi con un velo. Ma in realtà al v. 15 fa capire che per “velo” intende la chioma della donna. Paolo vede nella chioma lunga un onore per la donna stessa (v. 15); un disonore e vergogna, al contrario, tagliarsi i capelli (vv. 4-6). E’ un’affermazione che Paolo fa anzitutto in modo molto istintivo, mosso da interdizioni tabuistiche e non da argomenti razionali. Lo confermano gli imperativi di indignazione: «E allora si rapi a zero! – E allora si copra!» (v. 6). Poi però Paolo prova a razionalizzare.
b) Paolo razionalizza traendo una prova dalla Scrittura (vv. 7-10)
Mettendosi alla ricerca di argomenti razionali, Paolo dice che l’uomo non ha bisogno di coprire la testa perché è «icona e gloria di Dio» (due titoli, in riferimento a Dio), mentre la donna ha bisogno di coprirsi perché è «gloria dell’uomo» (un solo titolo, non in riferimento a Dio ma all’uomo). Tutto questo ha la sua ragione nel fatto che «non l’uomo fu creato attraverso la donna, ma viceversa». Paolo trae dunque i differenti titoli per uomo e donna dal diverso atto creativo da cui hanno avuto origine, perché l’uomo viene direttamente da Dio e la donna invece viene dalla costola dall’uomo.
Tutto questo è finalizzato a dire che nelle riunioni di preghiera l’«originato» deve manifestare la sua relazione con il suo «originante»: l’uomo deve manifestare la sua origine da Dio e la donna deve manifestare la sua origine dalla costola dell’uomo. L’uno e l’altra lo devono fare nella loro testa, che più di ogni altra parte del corpo rivela l’identità della persona. È evidente l’inadeguatezza della prova biblica, ma Paolo è alla disperata ricerca di argomenti.
c) Contro argomento per equilibrare tutto il discorso (vv. 11-12)
L’argomento che segue è un contro argomento perché introdotto con un «e tuttavia»: «E tuttavia né la donna senza l’uomo, né l’uomo senza la donna» (v. 11). Aiuta a capire meglio l’affermazione il versetto seguente che dice: «Come infatti la donna [venne] dall’uomo [nella creazione], così l’uomo [viene] attraverso la donna [nel parto]». In altre parole, se l’uomo è in vantaggio sulla donna a motivo di ciò che è detto in Gn 2, la donna è in vantaggio invece a motivo della legge della procreazione. E l’una e l’altra superiorità vengono da Dio, aggiunge Paolo (v. 12b). In tal modo la Scrittura che è a favore del maschio è equilibrata dalle leggi della procreazione che sono a favore della donna.
Le due superiorità o diversità introdotte dall’«e tuttavia» sembrano voler rettificare un’affermazione di esasperata uguaglianza tra uomo e donna, come se Paolo dicesse: «[Avete ragione a dire che tra uomo e donna c’è uguaglianza e parità,] e tuttavia in qualche cosa l’uomo è superiore alla donna, e in qualcos’altro la donna è superiore all’uomo».
d) Argomenti dal buon senso e dall’uso delle chiese (vv. 13-14.16)
In un terzo argomento o gruppo di argomenti Paolo si appella al buon senso dei corinzi («Giudicate da voi stessi», v. 13a), al comune sentire («Forse che è conveniente per una donna, ecc.?»), e infine al dato di fatto della differenziazione sessuale («Non è la natura stessa a insegnare che…, ecc.?»). Paolo fa qui di nuovo riferimento a onore e disonore, e cioè ai divieti istintivi che pensa ci siano in loro come sono in lui. A Corinto, sembra dire Paolo, anche i non credenti vogliono vedere la donna con la bella chioma che la natura le ha dato, e con quell’acconciatura non vogliono invece vedere l’uomo. Paolo infine cerca un consenso fuori Corinto, nella consuetudine delle «chiese di Dio» (v. 16), e cioè tutte le altre chiese o, forse, le chiese-madri della Giudea.
e) Il «potere» della donna (v. 10)
«Per questo la donna deve portare (exousian echein) sulla sua testa un segno di dipendenza, a motivo degli angeli». Ma il termine exousia non è da intendere in senso passivo, come fa la versione CEI, perché esso non ha mai valore passivo (= potere da subire) né nelle altre nove ricorrenze di 1Cor, né nel Nuovo Testamento, né in tutta la lingua greca. Ha invece sempre senso attivo (= potere da esercitare). L’espressione del v. 10 potrebbe allora significare: «La donna deve avere (un segno del)la propria autorità (da esercitare per esempio nella guida della preghiera o nell’esercizio del carisma profetico)» o, in alternativa: «Deve controllare la sua capigliatura (acconciandola in modo proprio)».
Circa l’espressione «a motivo degli angeli», è probabile che Paolo si riferisca ad una concezione presente anche nella letteratura intertestamentaria e nell’Apocalisse: qui sarebbero a salvaguardia della differenziazione sessuale tra maschio e femmina.
f) Come interpretare il v. 3?
Del v. 11,3 per tre volte Paolo usa il termine kephalé (testa): il primo in rapporto a Cristo, all’uomo e a Dio. In sostanza afferma:
- l’uomo è testa-kephal della donna: lo è perché nella creazione l’uomo fu «originante / principio d’origine» della donna quando essa fu tratta dalla sua costola;
- Dio è testa-kephal del Cristo», cioè in qualche modo è «originante / principio d’origine» del Cristo: lo ha (man)dato al mondo (Gv 3,16) e lo ha fatto risorgere (1Ts 1,10);
- Di ogni aner la testa è il Cristo. L’interpretazione più diffusa suona: «Di ogni uomo il capo è Cristo». Ma si oppongono a questa traduzione-interpretazione due gravi difficoltà. Una prima difficoltà, assolutamente insormontabile, è che, traducendo: «Di ogni maschio il “principio originante” è il Cristo», si farebbe un’affermazione inaudita. In tutto il Nuovo Testamento e in tutta la bimillenaria storia dell’ortodossia cristiana non ha alcun senso dire che il Cristo è capo dell’uomo, inteso come maschio(2)
Una seconda difficoltà sta nel fatto che la traduzione di aner con «maschio» non si integra nel contesto. L’affermazione secondo cui il Cristo è capo del maschio non ha il minimo sviluppo in 1Cor 11,2-16. Ci sembra invece molto più corretto tradurre aner con «essere umano», come suggerisce Ef 5,23-24 secondo cui «il Cristo è capo della chiesa», e cioè sia degli uomini che delle donne. Dopotutto, anche altrove aner significa «essere umano»(3).
A questo punto vale la pena di osservare come la traduzione di aner con «ogni essere umano» porti al centro della fede neotestamentaria, mentre la traduzione con «maschio» porta nella terra di nessuno, a un’affermazione maschilista inaudita per la fede cristiana bimillenaria.
g) La posizione dei corinzi (v. 3a) e la posizione di Paolo (vv. 3b.c)
Paolo dunque esordisce concedendo ai corinzi che essi dicono una cosa giusta («capo di ogni aner è Cristo»), ma aggiunge che la loro affermazione dev’essere precisata almeno su due linee di pensiero. In altre parole, i corinzi affermavano che il Cristo aveva reso ogni essere umano uguale (v. 3a). Non dimentichiamo che Paolo aveva annunciato la parità dei credenti in Cristo con formule come quella (battesimale) di Gal 3,28: «…non c’è più uomo o donna»; ma è chiaro che si tratta di un altro tipo di “parità”. Inoltre la componente femminile della comunità di Corinto o parte di essa ricavava da quel messaggio di liberazione motivi per sbarazzarsi dei simboli tradizionali della sessualità femminile che fino ad allora aveva significato e comportato inferiorità e sottomissione; in particolare le femministe corinzie si mascolinizzavano l’acconciatura dei capelli.
A ciò Paolo replica dicendo che: (a) la redenzione non annulla la creazione (v. 3b), e che (b) l’opera del Cristo non può non integrarsi nel piano di Dio (v. 3c) dal quale vengono sia la creazione che la redenzione. In tal modo la parafrasi interpretativa di 1Cor 11,3 può essere così formulata: «Avete ragione a dire che nella redenzione di ogni essere umano il Cristo è principio salvifico, ma resta pur sempre vero che in base alla creazione il maschio è principio di origine per la donna, e che nella redenzione Dio è principio d’origine del Cristo». In somma, Paolo non fa altro che ribadire l’imprescindibilità della differenziazione dei sessi anche nell’economia della redenzione. Se le cose stanno così, allora l’Apostolo sta facendo affermazioni di un equilibrio sorprendente, oltre che prezioso e fecondo anche per il nostro tempo.

2. Cosa dice Paolo sulla donna in 1Cor 14,33b-36

a) I tre comandi circa il silenzio della donna nella chiesa (vv. 33b-35)
Il testo di 1Cor 14,33b-35 contiene tre comandi secchi che impongono alla donna il silenzio nelle assemblee. Il primo imperativo («Nelle assemblee le donne tacciano») è impartito in base alla consuetudine delle chiese, probabilmente quelle della Giudea («Come in tutte le chiese dei santi»), il secondo («Non è permesso loro di parlare, ma stiano sottomesse») in base alla legge («…come anche la legge dice»), e il terzo («Se vogliono imparare qualcosa, interroghino i propri uomini a casa») in base al senso di vergogna («…è vergognoso infatti che la donna parli in assemblea»).
Ora mentre il testo oscuro di 1Cor 11 alla fin fine risulta comprensibile, sorprendentemente non si riesce a trovare un’interpretazione che sia al riparo da contro argomenti per questo testo che a prima vista sembra invece chiarissimo. La difficoltà principale da superare sta ne fatto che «le donne nelle assemblee tacciano» è in frontale contraddizione con 1Cor 11,5 secondo cui, come s’è visto, a Corinto la donna guidava la preghiera e pronunciava oracoli profetici in assoluto piede di parità con l’uomo purché lo facesse con un’acconciatura appropriata.
Alcuni esegeti hanno ipotizzato che il testo non sia paolino, e sarebbe stato scritto da uno scriba maschilista. A sfavore di questa ipotesi c’è il fatto che dopotutto quei versetti non manchino in alcun manoscritto.
Altri hanno avanzato un’ipotesi più illuminante. E’ vero, rimane un’ipotesi, ma ha un certo fondamento: nel v. 36 Paolo contrasterebbe uno slogan maschilista dei corinzi (4). Infatti a più riprese nella lettera Paolo risponde a slogan corinzi, talvolta introducendoli con una formula («Qualcuno di voi dice: “Io sono di Paolo”…») e a volte, come sarebbe qui, senza introduzione (come fa anche in 1Cor 6,12 e 10,23bis: «Tutto mi è lecito», ecc.). Si noti anche che nel v. 36 c’è un accusativo maschile plurale che rimanda a interlocutori maschi, per cui il senso dell’espressione sarebbe: «Forse che la parola profetica giunge solo a voi (e non anche alle donne)?».
Quest’ipotesi toglierebbe ogni difficoltà ma nel testo di 1Cor 14 non c’è traccia del «voi dite» (che in verità manca anche davanti ad altri slogan, così che quella dello slogan maschilista combattuto da Paolo resta un’ipotesi.

3. Cosa dice Paolo sulla donna in 1Tim 2,11-15

La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia.
Anche qui si pone il problema: è possibile che Paolo imponga il silenzio alla donna nelle assemblee e in esse rimanga sempre passiva? Di fatto Paolo sembra presentare una motivazione teologica.
Anzitutto bisogna tener conto che questa lettera, insieme a 2Tm e Tt, per alcuni studiosi che l’hanno sottoposta a una analisi letteraria storica e teologica non sarebbe autentica, ma composta dalla “scuola paolina”. Se, comunque, in linea con quanto afferma la tradizione vogliamo ritenere autentica questa lettera, non possiamo fare a meno di riscontrare nel testo un certo contrasto. Poco prima, infatti, Paolo, dopo aver indicato agli uomini come pregare («in ogni luogo, innalzando al cielo mani pure, senza collera e spirito di contesa»: v. 8), ammette che le donne facciano altrettanto («alla stessa maniera»: v. 9); quindi che anche le donne abbiano il diritto di pregare durante il culto cristiano.
Perché allora al v. 11 dice: «la donna impari in silenzio, con perfetta sottomissione»? Se il testo è di Paolo, il motivo sarebbe teologico: il maschio ha la priorità perché è stato creato per primo e, poiché in Gn 3,13 «l’essere ingannata» è ascritto in modo esplicito alla donna e non all’uomo, allora è più probabile che la donna venga fuorviata, e di conseguenza non dovrebbe insegnare (cfr. anche Sir 25,24). Ma questa visione contrasta con ciò che Paolo, in una lettera sicuramente autentica, dice in Rm 5,12-21 (cf. anche 1Cor 15,45-49) dove attribuisce la responsabilità della caduta all’uomo-Adamo, che è stato salvato dal Cristo-Adamo.
C’è poi un’ultima difficoltà: per la donna la prima «opera» per salvarsi – pur parlando anche della sua fede, carità e tensione alla santità – sarebbe il «partorire figli». E’ un pensiero che può lasciarci perplessi se non viene contestualizzato. Va infatti letto alla luce di 1Tm 4,3-56: i falsi dottori proibiscono il matrimonio, ma la vera fede insiste sulla bontà della sessualità umana in quanto è stata creata da Dio. Infatti, direbbe Paolo, le donne saranno salvate anche in virtù di ciò che i falsi dottori respingono; di ciò poi, che è per eccellenza una prerogativa della donna nella relazione con la sua creatura, che da genitrice diviene (o è chiamata a diventare) madre.

4. Punti più o meno fermi circa l’(anti)femminismo di Paolo

– Il testo di 1Cor 11 non è quindi in alcun modo ostile né sfavorevole alle donne. Se anche dice che la donna è inferiore all’uomo perché creata dalla costola di lui, Paolo poi subito contrappone a questa l’affermazione della superiorità della donna sull’uomo che si ricava dalle leggi della procreazione e del parto.
– In realtà in nessuna di quelle due affermazioni Paolo vuol parlare di superiorità ma piuttosto di diversità. Mentre accetta che si affermi l’uguale dignità in Cristo, Paolo replica che uomo e donna furono da Dio creati diversi, e diversi restano anche nell’economia della redenzione, a cominciare dalla fisiologia fino (alla psicologia e) all’acconciatura dei capelli.
– Paolo richiama il valore permanente della differenziazione sessuale per contrastare un gruppo di donne corinzie che propugnavano l’emancipazione attraverso mascolinizzazione (cosa che in Europa non è avvenuta anche di recente in certi movimenti femministi?).
– In tal modo Paolo prende posizione circa ogni processo emancipazionista, egalitarista e femminista, dicendo che basilare e imprescindibile per ognuno di quei discorsi è la salvaguardia della differenziazione sessuale.
– Quanto a 1Cor 14, l’esegesi tradizionale secondo cui una volta per sempre Paolo ha messo a tacere la donna nella chiesa, è stata posta sotto critica battente. Anche l’autenticità di 1Tim 2,11-15 (meglio: dell’intera lettera) è dubbia.
– Se poi l’ipotesi relativa ad una risposta di Paolo ad uno slogan maschilista dei corinzi è corretta, allora in questo testo Paolo si farebbe addirittura acceso difensore del diritto di parola per le donne. Ma a questa interpretazione manca sempre il suggello della prova inconfutabile, mancando il «voi dite».
- Quello che allora si può dire in alternativa è che nel mulieres taceant di 1Cor 14 e nell’«impari in silenzio, con tutta sottomissione» di 1Tim 2 non si può sostituire il nome delle collaboratrici di Paolo – Febe (cf. Rm 16,1-2), Prisca (cf. Rm 16,3; 1Cor 16,19) e, forse Giunia (cfr. Rm 16,7) – al più generico «le donne». Non è pensabile che queste collaboratrici fossero dallo stesso Paolo costrette a tacere nelle assemblee e a interrogare poi i propri uomini a casa. Basti dire che quattro volte su sei nel NT (Rm 16,3; At 18,18.26 e 2Tm 4,19) Prisca-Priscialla è nominata prima del marito Akylas.
- Se davvero in 1Cor 14 e di 1Tim 2 mette a tacere le donne, lo fa per una circostanza particolare e limitata che il testo non permette di ricostruire. E allora non saremmo di fronte a una legge «canonica» e valida universalmente.

Cosa dice Paolo in Ef 5,21-26 sul rapporto uomo-donna nel matrimonio

Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le donne ai loro mariti come al Signore, perché è l’uomo il capo della donna, come anche Cristo è il capo della Chiesa, egli il salvatore del suo corpo. Dunque, come la Chiesa è soggetta a Cristo, così devono esserlo le mogli ai loro mariti in tutto.
Voi, uomini, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e per essa ha dato se stesso, per santificarla purificandola con lavacro dell’acqua nella parola per farsela comparire innanzi, la Chiesa, gloriosa, senza macchia né ruga né alcunché di simile, perché invece sia santa e irreprensibile.
L’esortazione «Siate sottomessi… » conclude grammaticalmente la sezione precedente, che così si strutturava: “siate ripieni di Spirito Santo… intrattenetevi tra di voi… cantando… ringraziando…”. Ebbene Paolo, passando dalle funzioni religiose alla vita quotidiana della famiglia, vuol dirci chiaramente che la vita cristiana è indivisibile, che non ci possono essere due campi distinti, chiesa e casa, domenica e giorni feriali, liturgia e vita. I due campi appartengono l’un l’altro e devono scambievolmente compenetrarsi: dal culto divino nasce per la vita quotidiana una comprensione sempre nuova della volontà di Dio, e con essa anche la forza di compierla; e viceversa, la vita vissuta di ogni giorno, gioie e dolori, successi e insuccessi, speranze e preoccupazioni, è ciò che il cristiano porta con sé quando si presenta a Dio nella liturgia assieme ai fratelli.
E’ in questo contesto che Paolo afferma che le donne devono essere sottomesse ai loro uomini come al Signore. Nella nostra lingua, il “come” ha un valore piuttosto comparativo; la parola greca, invece, assomma in sé i due significati ed ha qui soprattutto il valore causale, è l’applicazione dell’affermazione precedente «nel timore di Cristo». Il matrimonio è dunque chiamato a riprodurre il rapporto di Cristo con la sua Chiesa, e come Cristo è il capo della Chiesa, tale deve essere l’uomo per la donna. La parola “capo” esprime soprattutto la posizione di signore e padrone: naturalmente Cristo, come capo della Chiesa, è per lei molto di più di ciò, è fonte della sua vita, motivo e fine della sua crescita – ciò che non può certo dirsi dell’uomo nei confronti della donna. Fin dal principio Paolo vuol togliere ogni duro autoritarismo dalla posizione di comando dell’uomo, ed escludere ogni possibile inflessibilità o abuso egoistico. Ecco perché aggiunge la frase, qui piuttosto sorprendente, “Cristo, il salvatore del suo corpo”: la posizione di comando dell’uomo deve essere tutta indirizzata alla “salvezza” della moglie, come fa Cristo nei confronti della Chiesa. Così vede Paolo il rapporto dalla parte dell’uomo; ripete poi lo stesso pensiero visto dalla parte della donna: «Come la Chiesa è soggetta a Cristo, così devono esserlo le mogli ai loro mariti in tutto». Formulando il principio sotto i due aspetti, viene escluso senz’altro ogni malinteso: all’uomo l’apostolo assegna la parte direttiva e di guida del matrimonio, alla donna quella subordinata; e ciò vale “in tutto”, cioè nello svolgersi di tutta la vita.
Di fronte a queste affermazioni è vero che Paolo – che ha di fronte a sé l’immagine dei rapporti tra gli sposi che era quella del suo tempo, dove la posizione di inferiorità di solito assegnata alla donna – non sembra cambiare l’ordine esistente, ma introduce un atteggiamento profondamente diverso del marito verso la moglie. Si tratta di esercitare un’autorità che acquista il suo valore solo nel servizio; quindi un’autorità che non può che essere attenta ai bisogni, alle esigenze della moglie, al suo bene spirituale, alle sue idee e proposte per il bene dei coniugi e della famiglia…
Scrive Cantalamessa: «in una società fortemente (e giustamente) consapevole della parità dei sessi, [questa visione di Paolo] sembra inaccettabile. Infatti è vero. Su questo punto san Paolo è, in parte almeno, condizionato dalla mentalità del suo tempo. Tuttavia la soluzione non sta nell’eliminare dai rapporta tra marito e moglie la parola “sottomissione”, ma semmai nel renderla reciproca, come reciproco deve essere anche l’amore. In altre parole, non solo il marito deve amare la moglie, ma anche la moglie il marito; non solo la moglie deve essere sottomessa al marito, ma anche il marito alla moglie. Amore reciproco e sottomissione reciproca. Ma, a guardare bene, è proprio l’esortazione con cui comincia il nostro testo: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”. La sottomissione non è allora che un aspetto e un’esigenza dell’amore. Per chi ama, sottomettersi all’oggetto del proprio amore non umilia, ma rende anzi felici. Sottomettersi significa, in questo caso, tener conto della volontà del coniuge, del suo parere e della sua sensibilità; dialogare, non decidere da solo; saper a volte rinunciare al proprio punto di vista. Insomma, ricordarsi che si è diventati “coniugi”, cioè, alla lettera, persone che sono sotto “lo stesso giogo” liberamente accolto»(5).
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1 Cf. G. Biguzzi, Paolo, un apostolo contro le donne?, in «Credere oggi» 143 (2004); M.Zerwick s.j., Lettera agli Efesini, Città Nuova, Roma, 1971; AaVv., Nuovo grande commentario biblico, Queriniana 1997.
2 Si noti che anche in Ef 5,23-24 dov’è detto: «…l’uomo è capo-kephal della donna come il Cristo è capo-kephal_ della chiesa, lui salvatore del corpo. E come la chiesa è sottomessa al Cristo, così anche le donne lo siano ai loro mariti in tutto, ecc.» non si dice in nessun modo che il Cristo è capo del maschio. Anzi, dopo l’affermazione secondo cui l’uomo è capo della donna, ci si aspetterebbe che l’autore di Ef designi il Cristo come capo dell’uomo, e invece dice che è capo della chiesa. Ora, per l’autore di Ef, per Paolo e per tutto il Nuovo Testamento, la chiesa è fatta di uomini e di donne, così che il Cristo è capo dell’uomo allo stesso modo che lo è della donna.
3 In Gn 14,21 Melchisedec dice ad Abramo: «Dammi le persone (tous andras). Gli animali prendili tu». Quel tous andras include le donne, come si ricava dal v. 14,16 dov’era detto: «[Abramo] ricuperò tutta la roba e anche Lot suo parente, i suoi beni, con le donne (tas gynaikas) e il popolo…». Allo stesso modo, secondo Gn 17,23 la circoncisione del clan di Abramo riguardò «pan arsen ton andron» dove il senso dell’espressione non può essere: «ogni maschio dei maschi». Non per nulla la versione CEI del 1971 rende tutto l’episodio con: «Allora Abramo prese tutti i maschi (pan arsen) appartenenti al personale della casa (ton andron) di Abramo, e circoncise la carne del loro membro in quello stesso giorno, ecc.».
Nel Nuovo Testamento basti citare At 17,34 dove, per parlare del risultato del discorso di Paolo all’Areopago, Luca elenca una donna fra gli andres: «Alcuni andres aderirono a lui e credettero: tra questi Dionigi… e una donna (kai gyne) di nome Damaris».
4 Nel 1924 una traduttrice del testo biblico, H. Barrett Montgomery, antepose agli imperativi del silenzio delle donne un: «Voi dite», con cui quelle parole vengono messe sulle labbra a un gruppo di uomini corinzi. La stessa integrazione è stata riproposta più volte: nel 1981 (Flanagan e Hunter Snyder), nel 1983 (e 1987, Odell Scott), nel 1984 (Manus), nel 1987 (Talbert), nel 1988 (Allison), nel 1995 (Gourgues) e nel 1999 (Collins).
5 R. Cantalamessa, Amare la chiesa. Meditazioni sulla Lettera agli Efesini, Milano, Ancora, 2003, pp. 92-97

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