Archive pour mars, 2010

La Domenica delle Palme: 2. Osanna (di Olivier Clement)

di Oliver Clemént, ricordo che è della Chiesa Ortodossa, dal sito:

http://www.tradizione.oodegr.com/tradizione_index/commentilit/palmeschmem.htm

2. Osanna

La Domenica delle Palme

            Dal punto di vista liturgico, il sabato di Lazzaro si presenta come la pre-festa della domenica delle Palme, giorno in cui si celebra l’ingresso del Signore a Gerusalemme. Queste due feste hanno un tema comune: il trionfo e la vittoria. Il sabato rivela il nemico che è la morte, la domenica annuncia la vittoria come trionfo del regno di Dio, accettazione da parte del mondo del suo solo Re, Gesù Cristo. L’ingresso solenne nella città santa fu, nella vita di Gesù, il suo solo trionfo visibile. Fino a quel giorno, egli aveva volontariamente respinto ogni tentativo di glorificarlo. Solo sei giorni prima della pasqua non soltanto accetta volentieri l’avvenimento, ma lo provoca. Compiendo alla lettera ciò che aveva detto il profeta Zaccaria – «Ecco, a te viene il tuo re… cavalca un asino» (Zc 9, 9) –, egli ha mostrato chiaramente che voleva essere riconosciuto e acclamato come Messia, Re e Redentore d’Israele. Il racconto del vangelo sottolinea, in effetti, tutti questi tratti messianici: le palme, i canti di Osanna, l’acclamazione di Gesù come Figlio di Davide e Re d’Israele. La storia di Israele raggiunge il suo scopo: tale è il senso di questo avvenimento. Infatti, il senso di questa storia era di annunciare e preparare il regno di Dio, la venuta del Messia. Oggi essa è compiuta, perché il re entra nella sua città santa, e in lui le profezie e tutta l’attesa di Israele trovano il loro compimento. Egli inaugura il suo regno.

            La liturgia della domenica delle Palme commemora questo avvenimento; con rami di palme in mano, noi ci identifichiamo con il popolo di Gerusalemme, con esso salutiamo l’umile Re, cantandogli Osanna. Ma quale è il senso di tutto ciò per noi, oggi?

            Noi confessiamo anzitutto che Cristo è nostro Re e nostro Signore. Troppo spesso ci dimentichiamo che il regno di Dio è già stato inaugurato e che nel giorno del nostro battesimo ne siamo stati fatti cittadini e abbiamo promesso di porre la nostra fedeltà a questo regno al di sopra di ogni altra cosa. Dobbiamo sempre ricordare che, per qualche ora, Cristo è stato veramente Re sulla terra, in questo mondo che è il nostro. Per qualche ora soltanto, e in una sola città. Ma come in Lazzaro abbiamo riconosciuto l’immagine di ogni uomo, così possiamo vedere in questa città il centro mistico del mondo e di tutta la creazione. Tale è il senso biblico di Gerusalemme, il punto focale di tutta la storia della salvezza e della redenzione, la città santa della Venuta di Dio. Pertanto, il regno inaugurato a Gerusalemme è un regno universale, che abbraccia tutti gli uomini e la creazione intera… Per qualche ora, e tuttavia queste ore sono decisive; è l’ora di Gesù, l’ora del compimento operato da Dio di ogni sua promessa, di ogni suo volere. Quest’ora è al termine dell’intero processo di preparazione rivelato nella Bibbia, il compimento di tutto quello che Dio ha fatto per l’uomo. E così, questa breve ora del trionfo terreno di Cristo acquista un significato eterno. Essa introduce la realtà del regno nel nostro tempo, in tutte le ore, facendo di questo regno ciò che dà senso al tempo, il suo ultimo scopo. A partire da questa ora, il regno è stato rivelato al mondo, e la sua presenza giudica e trasforma la storia umana. E quando nel momento più solenne della celebrazione liturgica noi riceviamo una palma dalle mani del sacerdote, rinnoviamo il suo regno come lo scopo ultimo e il contenuto della nostra vita. Confessiamo che tutto, nella nostra vita e nel mondo, appartiene a Cristo, che niente può essere sottratto al solo e unico Signore, e che nessun campo della nostra esistenza sfugge al suo potere, alla sua salvezza e alla sua azione redentrice. Infine, proclamiamo l’universale e totale responsabilità della Chiesa riguardo alla storia dell’umanità, e affermiamo la sua missione universale.

            Tuttavia, sappiamo che il Re che gli ebrei acclamavano allora e che noi acclamiamo oggi si incammina verso il Golgota, verso la croce e la tomba. Sappiamo che questo breve trionfo non è che il prologo del suo sacrificio. Le palme nelle nostre mani significano perciò la nostra prontezza e la nostra volontà a seguirlo sul cammino del sacrificio, la nostra accettazione del sacrificio e la nostra rinuncia a noi stessi come unica via regale che conduce al regno.

            Infine, queste palme, questa celebrazione, proclamano la nostra fede nella vittoria finale di Cristo. Il suo regno è ancora nascosto e il mondo lo ignora. Esso vive come se l’avvenimento decisivo non avesse mai avuto luogo, come se Dio non fosse morto sulla croce e come se, in lui, l’uomo non fosse risuscitato dai morti. Ma noi cristiani crediamo nella venuta di questo regno in cui Dio sarà tutto in tutti e Cristo il solo Re.

            Nelle nostre celebrazioni liturgiche ricordiamo avvenimenti del passato; ma tutto il senso e l’efficacia della liturgia consistono proprio nel trasformare il ricordo in realtà. Nella domenica della Palme la realtà di cui si tratta è il nostro coinvolgimento con il regno di Dio, è la nostra responsabilità verso di esso. Cristo non entra più a Gerusalemme; l’ha fatto una volta per tutte. Egli non ha bisogno del «simbolo» e non è certo perché noi possiamo perpetuamente «simbolizzare» la sua vita che è morto sulla croce. Cristo vuole da noi una reale accoglienza del regno che egli ci ha portato… E se noi non siamo pronti ad essere totalmente fedeli al giuramento che rinnoviamo ogni anno la domenica delle Palme, se veramente non siamo decisi a fare del regno la misura di tutta la nostra vita, allora la nostra celebrazione è senza senso e senza significato sono le palme che portiamo dalla chiesa a casa.

Tratto da: Alexander Schmemann – Olivier Clément, “Il mistero pasquale”, Lipa Edizioni, pp 9-12.

Omelia (27-03-2010)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/17623.html

Omelia (27-03-2010) 
padre Lino Pedron

Questo brano illustra la reazione opposta al segno della risurrezione di Lazzaro: molti spettatori del miracolo credono in Gesù, i capi del popolo decretano la sua morte, ostinandosi nella loro cecità volontaria.
Gv 11,45-57 prepara la passione e la crocifissione del Cristo. Questo brano ha un profondo significato teologico. Non solo determina che Gesù deve morire, ma stabilisce anche lo scopo e l’effetto di questa morte: egli muore « per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi » (v. 52).
Questo è uno dei pochi brani del vangelo di Giovanni che parla del valore salvifico della morte di Gesù.
Il prodigio della risurrezione di Lazzaro ha favorito la fede di molti giudei venuti da Maria. I segni operati da Gesù devono favorire la fede (cfr Gv 20,30-31). Bisogna credere nel Figlio di Dio almeno per i segni eccezionali da lui operati (cfr Gv 14,11). Tuttavia la fede profonda deve prescindere dal vedere, per cui Gesù proclama beati i discepoli che credono senza aver visto (cfr Gv 20,29).
Non tutti i giudei presenti a Betania hanno creduto, anzi alcuni andarono subito ad informare i sommi sacerdoti e i farisei i quali prendono occasione da questa notizia per radunare d’urgenza il consiglio supremo.
I sommi sacerdoti e i farisei mostrano la loro preoccupazione per il comportamento di Gesù e implicitamente riconoscono la loro impotenza dinanzi ai segni operati da lui. L’ammissione che Gesù compie molti prodigi non stimola i giudei a credere, ma al contrario li spinge a prendere misure repressive nei suoi confronti. La preoccupazione maggiore dei capi religiosi degli ebrei è di carattere politico: essi temono di perdere il potere.
Quando Giovanni scriveva il suo vangelo, la deportazione degli ebrei e la distruzione di Gerusalemme operata dai romani era un fatto compiuto. I capi del popolo che temevano dei disastri sociali a motivo della fede in Cristo, non previdero che questi mali sarebbero stati una conseguenza della loro incredulità, un castigo per aver rifiutati il loro Messia (cfr Lc 19,41-44).
Caifa nel suo intervento dichiara che è conveniente sacrificare un uomo per evitare la rovina dell’intera nazione. Per l’evangelista queste espressioni di Caifa acquistano un significato molto profondo. Gesù muore a favore dell’intera umanità, per donare la vita al mondo (cfr Gv 6,51), per salvare il gregge di Dio (cfr Gv 10,11.15), per santificare i discepoli nella verità (cfr Gv 17,19).
I figli di Dio sono i discepoli di Gesù, generati da Dio (cfr Gv 1,12-13). Il loro distintivo è la fede e l’amore. Questo popolo che è stato acquistato dal Signore (cfr 1Pt 1,19) è la Chiesa, la sposa santa e immacolata di Cristo (cfr Ef 5,25-27).
La morte di Cristo ha una finalità salvifica perché raduna in unità i dispersi figli di Dio. Il peccato è divisione, la salvezza è vita in unità con Dio e con i fratelli. La morte di Gesù realizza l’oracolo di Ezechiele 34,12-13 che prediceva la riunione delle pecore del Signore, radunandole da tutte le regioni nelle quali erano state disperse, per formare un solo gregge condotto da un solo pastore.
Dopo la decisione del sinedrio Gesù si ritira ai margini del deserto di Giuda. Questi avvenimenti si verificarono a pochi giorni dalla Pasqua. I giudei che abitavano in campagna salivano qualche giorno prima della solennità per purificarsi secondo le prescrizioni della legge, sottoponendosi ai riti di aspersione con il sangue degli agnelli (cfr 2Cr 30,15 ss). Questi pellegrini cercano Gesù. La loro ricerca era sincera. Questi pii campagnoli osanneranno Gesù in occasione del suo ingresso trionfale in Gerusalemme (cfr Gv 12,12). 

San Cirillo d’Alessandria : «Per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi»

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100327

Sabato della V settimana di Quaresima : Jn 11,45-56
Meditazione del giorno
San Cirillo d’Alessandria (380-444), vescovo e dottore della Chiesa
Commento sulla lettera ai Romani , Cap. 15, 17 (trad. dal breviario)

«Per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi»

        In molti formiamo un solo corpo e siamo membra gli uni degli altri (Rm 12, 5), stringendoci Cristo nell’unità con il legame della carità, come sta scritto: « Egli è colui che ha fatto di due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, annulando la legge fatta di prescrizioni e di decreti « (Ef 2, 14). Bisogna dunque che tutti abbiamo gli stessi sentimenti. Se un membro soffre, tutte le membra ne soffrano e se un membro viene onorato, tutte la membra gioiscano (1 Cor 12, 26).  « Perciò accoglietevi «, dice, « gli uni gli altri, come Cristo accolse voi per la gloria di Dio « (Rm 15, 7). Ci accoglieremo vicendevolmente se cercheremo di aver gli stessi sentimenti, sopportando l’uno il peso dell’altro e conservando « l’unità dello spirito nel vincolo della pace « (Ef 4, 2-3). Allo stesso modo Dio ha accolto anche noi in Cristo. Infatti è veritiero colui che disse: Dio ha tanto amato il mondo da dare per noi il Figlio suo (cfr. Gv 3, 16). Cristo fu sacrificato per la vita di tutti e tutti siamo stati trasferiti dalla morte alla vita e redenti dalla morte e dal peccato.

        Cristo si è fatto ministro dei circoncisi per dimostrare la fedeltà di Dio. Infatti Dio aveva promesso ai progenitori degli Ebrei che avrebbe benedetto lq loro discendenza e l’avrebbe moltiplicata come le stelle del cielo. Per questo Dio, il Verbo che crea e conserva ogni cosa creata e dà a tutti la sua salvezza divina, si fece uomo e apparve visibilmente come tale. Venne in questo mondo, nella carne non per farsi servire, ma piuttosto, come dice egli stesso, per servire e dare la sua vita a redenzione di tutti (Mc 10, 45).

Domenica delle Palme 2010

Domenica delle Palme 2010 dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 26 mars, 2010 |Pas de commentaires »

CRISTO, SERVO DI DIO (Fil 2, 6-11)

dal sito:

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/06-07/04-Cristo_servo_di_Dio.html

CRISTO, SERVO DI DIO (Fil 2, 6-11)

Cristo, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini.
Apparso in forma umana,
umiliò se stesso facendosi obbediente
fino alla morte e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

Seguendo il percorso proposto dalla Liturgia dei Vespri coi vari Salmi e Cantici, guardiamo al mirabile ed essenziale inno incastonato da San Paolo nella Lettera ai Filippesi (2,6-11). Il testo comprende un duplice movimento: discensionale e ascensionale.
Nel primo, Cristo Gesù, dallo splendore della divinità che gli appartiene per natura sceglie di scendere fino all’umiliazione della «morte di croce». Egli si mostra così veramente uomo e nostro redentore, con un’autentica e piena partecipazione alla nostra realtà di dolore e di morte.

La maestà di Cristo

Il secondo movimento, quello ascensionale, svela la gloria pasquale di Cristo che, dopo la morte, si manifesta nuovamente nello splendore della sua maestà divina. Il Padre, che aveva accolto l’atto di obbedienza del Figlio nell’Incarnazione e nella Passione, ora lo «esalta» in modo sovraeminente, come dice il testo greco.

Questa esaltazione è espressa non solo attraverso l’intronizzazione alla destra di Dio, ma anche con il conferimento a Cristo di un «nome che è al di sopra di ogni altro nome» (v. 9). Ora, nel linguaggio biblico il «nome» indica la vera essenza e la specifica funzione di una persona, ne manifesta la realtà intima e profonda. Al Figlio, che per amore si è umiliato nella morte, il Padre conferisce una dignità incomparabile, il «Nome» più eccelso, quello di «Signore», proprio di Dio stesso.

Gesù, Signore universale

Infatti, la proclamazione di fede, intonata coralmente da cielo, terra e inferi prostrati in adorazione, è chiara ed esplicita: «Gesù Cristo è il Signore» (v. 11). In greco, si afferma che Gesù è Kyrios, un titolo certamente regale, che nella traduzione greca della Bibbia rendeva il nome di Dio rivelato a Mosé, nome sacro e impronunciabile.

Da un lato, allora, c’è il riconoscimento della signoria universale di Gesù Cristo, che riceve l’omaggio di tutto il creato, visto come un suddito prostrato ai suoi piedi. Dall’altro lato, però, l’acclamazione di fede dichiara Cristo sussistente nella forma o condizione divina, presentandolo quindi come degno di adorazione.

Il compimento della salvezza

In questo inno il riferimento allo scandalo della croce (cf 1 Cor 1,23), e prima ancora alla vera umanità del Verbo fatto carne (cf Gv 1,14), si intreccia e culmina con l’evento della Risurrezione. All’obbedienza sacrificale del Figlio segue la risposta glorificatrice del Padre, cui si unisce l’adorazione da parte dell’umanità e del creato.

La singolarità di Cristo emerge dalla sua funzione di Signore del mondo redento, che Gli è stata conferita a motivo della sua obbedienza perfetta «fino alla morte». Il progetto di salvezza ha nel Figlio il suo pieno compimento e i fedeli sono invitati – soprattutto nella liturgia – a proclamarlo e a viverne i frutti. Questa è la meta a cui ci conduce l’inno cristologico che da secoli la Chiesa medita, canta e considera guida di vita: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,5).

La tenerezza di Cristo

Affidiamoci ora alla meditazione che San Gregorio Nazianzeno ha intessuto sapientemente sul nostro inno. In un carme in onore di Cristo il grande Dottore della Chiesa del IV secolo dichiara che Gesù Cristo

«non si spogliò di nessuna parte costitutiva della sua natura divina, e ciò nonostante mi salvò come un guaritore che si china sulle fetide ferite… Era della stirpe di David, ma fu il creatore di Adamo. Portava la carne, ma era anche estraneo al corpo. Fu generato da una madre, ma da una madre vergine; era circoscritto, ma era anche immenso. E lo accolse una mangiatoia, ma una stella fece da guida ai Magi, che arrivarono portandogli dei doni e davanti a lui piegarono le ginocchia.

Come un mortale venne alla lotta con il demonio, ma, invincibile com’era, superò il tentatore con un triplice combattimento… Fu vittima, ma anche sommo sacerdote; fu sacrificatore, eppure era Dio. Offrì a Dio il suo sangue, e in tal modo purificò tutto il mondo. Una croce lo tenne sollevato da terra, ma rimase confitto ai chiodi il peccato…

Andò dai morti, ma risorse dall’inferno e risuscitò molti che erano morti. Il primo avvenimento è proprio della miseria umana, ma il secondo si addice alla ricchezza dell’essere incorporeo… Quella forma terrena l’assunse su di sé il Figlio immortale, perché egli ti vuol bene» (Carmina arcana, 2: Collana di Testi Patristici, LVIII, Roma 1986, pp. 236-238).

Alla fine di questa meditazione vorrei per la nostra vita sottolineare due parole: questo ammonimento di San Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”. Imparare, sentire come sentiva Gesù, conformare il nostro modo di pensare, di decidere, di agire con i sentimenti di Gesù. Se prendiamo questa strada, viviamo bene e prendiamo la strada giusta. L’altra è la parola di San Gregorio Nazianzeno: “Egli, Gesù, ti vuol bene”. Questa parola di tenerezza è per noi una grande consolazione, un conforto e anche una grande responsabilità giorno per giorno.

Benedetto XVI
L’Osservatore Romano, 27-10-2005

28 marzo 2010 / 6a Dom., Le Palme – commento esegetico alle letture:

dal sito:

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/09-10/03-Quaresima-C_10/Omelie/06-Dom-Palme-FM.html

28 marzo 2010 / 6a Dom.: Le Palme

COMMENTO ESEGETICO DELLE LETTURE BIBLICHE

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Introduzione:

La domenica delle Palme è la porta della Settimana santa. È chiamata anche domenica della Passione perché al Vangelo si legge integralmente il racconto della Passione di Gesù. Si hanno perciò due letture evangeliche: la prima per la commemorazione dell’ingresso in Gerusalemme; la seconda – lettura del Passio – è il vero e proprio Vangelo di questa domenica. Il testo di Isaia (prima lettura), il salmo 91 e l’inno cristologico della Lettera ai Filippesi gettano luce sul racconto della Passione del Signore.
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1a LETTURA:  Non ho sottratto la faccia agli insulti… (Is 50,4-7)
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Salmo Responsoriale : Sal 21 – Rit. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato
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2a LETTURA: Cristo umiliò se stesso, per questo Dio lo esaltò (Fil 2,6-11)

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Canto al Vangelo:  Lode e onore a te, Signore Gesù
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VANGELO: La passione del Signore (Lc 22,14-23,56)
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Commento esegetico
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Vangelo (alla commemorazione):

Benedetto colui che viene nel nome del Signore (Lc 19,28-40)
L’entrata trionfale del Messia re nella città santa segna l’inizio della fase conclusiva della sua vicenda: saranno i giorni del suo « esodo » (9,31) e della sua « assunzione » (9,51). Salendo verso Gerusalemme, egli cammina decisamente e coraggiosamente « davanti » alla folla che lo accompagna. Giunto alla sommità della salita, Gesù prende l’iniziativa. L’ordine di requisire un asinello lascia trasparire il compiersi di una Scrittura profetica (Zc 9,9; cf. Mt 21,4s). L’autorità regale di Gesù (« il Signore… ») è sottolineata dal gesto dei discepoli, che stendono i loro mantelli (cf. 2 Re 9,13).
La folla di pellegrini accorsi a Gerusalemme per la Pasqua lo accoglie con entusiasmo, lodando Dio per i miracoli che lo hanno accreditato come profeta. L’acclamazione « Benedetto colui che viene nel nome del Signore » è tratta dal Salmo 118: colui che viene è il « re » Messia. Il breve inno – che richiama quello degli angeli alla nascita (cf. 2,14) – è rivolto a Dio autore della salvezza: la « pace » che Cristo reca agli uomini. Rispondendo al rimprovero di alcuni farisei, forse preoccupati che la scena possa irritare la forza romana di occupazione, Gesù approva quanto la gente sta facendo: sarebbe assurdo impedirle di accogliere il Messia.

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Prima lettura: Non ho sottratto la faccia agli insulti… (Is 50,4-7)
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Il terzo dei canti del « Servo del Signore » prelude al celebre quarto canto (Is 52,13-53,12) che verrà letto nella liturgia del Venerdì santo. Egli è l’ »eletto » di cui Dio si compiace (42,1: primo canto; cf. battesimo e trasfigurazione di Gesù); la « luce delle nazioni » che porterà la salvezza fino ai confini della terra (49,6: secondo canto; cf. Lc 2,32; At 13,47). Dopo una terribile sofferenza, con la quale espierà i peccati del popolo, sarà esaltato dal Signore (quarto canto). Anche se in origine questi testi si riferivano al profeta (il cosiddetto Secondo Isaia), Gesù e il Nuovo Testamento vi hanno ravvisato la prefigurazione di Gesù stesso e un preannuncio della sua passione (cf. Mt 3,16 parr.; 12,17-21; Mc 10,45; Lc 22,19s.37).
Nel terzo dei canti il « servo » è descritto come un discepolo attento alla voce di Dio, un profeta coraggioso e perseguitato, che però confida nell’aiuto divino.

Salmo: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato (Sal 21)
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Un uomo innocente e perseguitato si lamenta con Dio. La descrizione delle sue sofferenze fisiche e morali ha ispirato il racconto evangelico della passione (cf. Mt 27,29.35.39.43: Gv 19,24). Sulla croce Gesù ha pregato con queste parole (cf. Mt 27,46 e Mc 14,34).

Seconda lettura: Cristo umiliò se stesso, per questo Dio lo esaltò (Fil 2,6-11)
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Il contesto dell’inno è significativo. L’apostolo esorta i cristiani all’amore fraterno e a un « medesimo sentire », che deve tradursi, positivamente, nell’umiltà e nel generoso altruismo; negativamente, nel contrastare la ricerca egoistica del proprio interesse, come pure ogni rivalità e vanagloria. La sua esortazione fa leva sull’esempio di Cristo: « Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù ». Il « sentire » di Cristo è illustrato con un brano dal carattere innico, che rievoca la sua esistenza tutta racchiusa in un duplice movimento: umiliazione ed esaltazione. Paolo cita probabilmente un inno delle prime comunità cristiane noto ai suoi destinatari.
Cristo Gesù è il soggetto di una serie di verbi (« non ritenne un privilegio », « svuotò se stesso », « umiliò se stesso »), alla quale corrisponde una seconda serie, che ha Dio per soggetto (« lo esaltò », « gli donò il nome… »). Punto di partenza del primo movimento è la condizione (letter. « forma ») divina di Cristo: non necessariamente in riferimento alla sua pre-esistenza; benché nascosta, la condizione divina appartiene al Figlio di Dio anche nell’incarnazione (cf. Gal 4,4; Rm 1,3). Colui che era « nella condizione di Dio » ha si è come spogliato della sua nativa ricchezza (cf. 2 Cor 8,9): « non ritenne un privilegio » l’essere uguale a Dio. Risultato della sua volontaria spogliazione (o kénosis) e del suo abbassamento è la condizione di « servo », che suggerisce la condizione umana, con chiara allusione alla figura del « servo del Signore » (cf. Is 52,13-53,12). Atteggiamento caratteristico del « servo » è l’obbedienza: Cristo ha obbedito, ovviamente a Dio (cf. Is 50,4ss; Rm 5,19; vedi anche Eb 10,5-10), fino alla morte, « e alla morte di croce ». È la traiettoria dell’incarnazione redentrice.
Ribaltando il primo movimento, l’intervento di Dio ha « sovraesaltato » il Cristo crocifisso, donandogli « il nome che è al di sopra di ogni nome »: colui che, pur essendo Dio, si è umiliato fino alla morte di croce, è stato glorificato da Dio Padre e costituito Kýrios (nella Bibbia greca traduce il nome divino JHWH). Di conseguenza, « nel suo nome si piega ogni ginocchio… »: termine ultimo dell’intervento divino è l’adorazione di tutte le creature (le potenze celesti, gli esseri umani sulla terra, gli abitanti dell’Ade) e la confessione da parte di tutti i popoli che « Gesù Cristo è Kýrios ». Tutto ciò « a gloria di Dio Padre »: la dossologia conclusiva riconosce che nell’evento Cristo si sono manifestati l’amore e la potenza di Dio (cf. Rm 16,25-27).

Il racconto della Passione di Gesù (Lc 22,14-23,56)
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Preparato da una serie di minacce (6,11; 11,53s; 19,47; 20,19) e di preannunci (2,34s; 9,22 ecc.), il racconto lucano della passione si snoda tra il complotto degli avversari e la sepoltura. Il terzo evangelista riprende in sostanza il testo di Marco, con piccole omissioni (per es., non si parla di flagellazione) e diverse aggiunte (per es., il dialogo dell’ultima cena; l’incontro tra Gesù e le donne lungo la via della croce; il buon ladrone), oltre a numerosi ritocchi.
La versione lucana presenta varie caratteristiche: Gesù soffre con grande dignità; egli è l’innocente che muore come « servo del Signore » per la salvezza dei peccatori; nella sua passione si realizza il misterioso disegno di Dio. Il tema del compimento delle Scritture era anticipato nei preannunci, comprese le ultime parabole (i vignaiuoli e il pretendente al trono regale), e verrà ripreso ben tre volte nel cap. 24°.

Articolazione del racconto:

L’ultima cena (22,14-20)
Dialogo con i discepoli (22,21-38)
Sul monte degli Ulivi (2,39-46)
L’arresto (2,47-53)
Nella casa del sommo sacerdote (2,54-65)
Davanti al sinedrio (2,66-71)
Davanti a Pilato (23,1-5)
Davanti a Erode (23,6-12)
Gesù viene condannato (23,13-25)
Il cammino della croce (23,26-32)
Gesù muore (23,33-49)
Gesù viene sepolto (23,50-56)
Commento: vedi file « Passione nel Vangelo di Luca ».

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SUSSIDIO PER LA DOMENICA DELLE PALME
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Il racconto della Passione di Gesù nel Vangelo secondo Luca (Lc 22,14-23,56)
Preparato da una serie di minacce (6,11; 11,53s; 19,47; 20,19) e di preannunci (2,34s; 9,22 ecc.), il racconto lucano della passione si snoda tra il complotto degli avversari e la sepoltura. Il terzo evangelista riprende in sostanza il testo di Marco, con alcune omissioni (per es., …) e aggiunte (per es., il dialogo dell’ultima cena; l’incontro tra Gesù e le donne lungo la via della croce), oltre a numerosi ritocchi. Caratteristiche della versione lucana sono la grande dignità di Gesù, il rilievo dato al suo dramma interiore, il tema del compimento delle Scritture. Questo era anticipato in diversi preannunci, comprese le ultime parabole (i vignaiuoli e il pretendente al trono regale), e viene ripreso ben tre volte nel cap. 24°.
Il favore popolare ha finora fatto da freno ai progetti di coloro che vorrebbero eliminare Gesù. A superare l’ostacolo concorrono un attore invisibile, Satana (cf. 4,13; 22,53) e il suo strumento, Giuda. Dopo che Satana « entrò » in lui, il traditore si reca spontaneamente dai capi dei sacerdoti e si offre di consegnare loro il Maestro. Accordatosi sul compenso, spia l’occasione propizia per metterlo nelle loro mani.
L’ultima cena (22,14-20)
Dopo i preparativi (vv. 7-13), il racconto lucano dell’ultima cena si articola in due momenti: la cena vera e propria (vv. 14-20) e un dialogo con i discepoli (vv. 21-38). Come aveva dato incarico a due discepoli di preparare il suo arrivo a Gerusalemme (19,29-35), così ora Gesù manda Pietro e Giovanni a preparare la cena pasquale. La Pasqua ebraica è il memoriale della liberazione di Israele dall’Egitto (cf. Es 12; vedi anche Nm 9 e Dt 16). Nel pomeriggio di quel giorno (14 del mese di Nisan), il primo degli otto giorni della festa degli Azzimi, nei recinti del tempio vengono immolati gli agnelli e dopo il tramonto in ogni casa si consuma la cena pasquale. Andando in piena libertà incontro agli avvenimenti e come vedendo lucidamente a distanza, Gesù istruisce con esattezza i due discepoli. Essi trovano tutto secondo le sue indicazioni e le eseguono.
Il rito della cena pasquale ebraica comporta più benedizioni rivolte a Dio, a partire da quella iniziale, il racconto dell’esodo, il canto della prima parte del Hallel (salmi 113-114), la benedizione per il pane, la consumazione dell’agnello e delle erbe, la benedizione per l’ultimo calice e il canto della seconda parte del Hallel (salmi 115-118). In questa cornice dobbiamo collocare i gesti e le parole di Gesù, riportati dalla tradizione evangelica. Egli manifesta fin dall’inizio il suo desiderio vivissimo di mangiare « questa pasqua » con i Dodici, « prima della mia passione », e ne indica la ragione: « …non la mangerò più finché essa si compia nel regno di Dio » (parallelamente: « finché non venga il regno di Dio »). Gesù è certo di partecipare al banchetto della Pasqua eterna del regno di Dio al di là della morte, che sa essere imminente.
La tradizione evangelica (vedi anche Mc 14,22-25; Mt 26,26-29; 1 Cor 11,23-25) ha tramandato il preciso ricordo di due gesti specifici compiuti da Gesù nell’ultima cena e delle parole che ne esprimono il significato. Dopo aver pronunciato la benedizione per il pane, nel distribuirlo ai commensali Gesù dichiara: « Questo è il mio corpo, che è dato per voi ». Verso il termine, nel benedire Dio per il calice che sarà condiviso da tutti i presenti, soggiunge: « Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi ». I due gesti, con le relative dichiarazioni, sono complementari: pane e vino diventano simbolo del corpo e del sangue di Gesù, profezia del suo sacrificio (« corpo dato per… », « sangue versato per… »), il quale a sua volta è messo in relazione con la « nuova alleanza ». I participi « dato » e « versato » si riferiscono chiaramente alla morte, allusione sottolineata dalla separazione tra « corpo » e « sangue ». Consapevole di avvicinarsi a una morte violenta, Gesù ne indica il valore salvifico, come sacrificio « per », ossia a vantaggio di, per la salvezza di… (cf. Is 52,13-53,12: il « servo » del Signore); grazie ad esso si realizza la nuova alleanza preannunciata dalle Scritture (cf. Ger 31,31-34; Ez 36,22ss). Aggiungendo il comando: « Fate questo in memoria di me », egli consegna ai discepoli il rito della cena pasquale, rinnovato e attualizzato come « memoriale » vivo della sua passione salvifica, che – in forza delle sue parole – è anche sacramento del « corpo e sangue del Signore » (cf. 1 Cor 11,11,27).
Dialogo con i discepoli (22,21-38)
Svelando infine il tradimento, Gesù iscrive nel misterioso disegno di Dio (« secondo quanto è stabilito ») il fallimento umanamente incomprensibile della sua vicenda. Le sue parole, che riecheggiano il salmo 41 (« l’amico in cui confidavo, colui che mangiava il pane con me, alza contro di me il suo calcagno »), gettano lo sgomento tra i discepoli.
Analogamente ai discorsi dei cc. 14-17 del Quarto Vangelo, il dialogo tra Gesù e i Dodici al termine dell’ultima cena può considerarsi come il suo testamento. Esso prende l’avvio da una meschina discussione, che rivela ancora una volta la loro immaturità: chi di essi può dirsi il più grande. Gesù interviene contrapponendo al modo « pagano » di intendere ed esercitare l’autorità quello che invece deve esserne lo stile all’interno della sua comunità: non da padrone, bensì diventando « il più piccolo », « come chi serve ». Egli stesso ne offre l’esempio: « io sto in mezzo a voi come colui che serve » (cf. Mc 10,45 e Is 52,13-53,12 citato in At 8,30-35).
Alla lezione segue una promessa: ai Dodici, che hanno condiviso la sua missione e hanno perseverato con lui nelle « prove », Gesù promette lo stesso regno che il Padre ha conferito a lui: saranno suoi commensali nel banchetto celeste e avranno parte alla sua autorità messianica. « Giudicare le dodici tribù di Israele » equivale infatti a reggere e guidare il popolo di Dio. I Dodici saranno i capi della comunità cristiana, ma con lo stile di Gesù.
Rivolto poi a Pietro, Gesù aggiunge un avvertimento. Le « prove » sono tutt’altro che terminate: è imminente l’ora più drammatica, quando Satana assalirà non solamente il Maestro (cf. 22,3.53), ma anche i discepoli. Nell’ora della tentazione Gesù non li abbandona; egli ha pregato in particolare per Simone affinché la sua fedeltà « non venga meno », non nel senso che non vacilli – ciò di fatto accadrà! – bensì superando la crisi. « Una volta ravveduto », egli dovrà rendere saldi nella fede gli altri discepoli (« conferma i tuoi fratelli »). Pietro ancora si illude di essere così forte e coraggioso da morire, se necessario, insieme a Gesù. Il quale però prevede il suo fallimento e glielo preannuncia con assoluta precisione: nella stessa notte, prima del canto del gallo, per tre volte Pietro negherà di conoscerlo.
Nelle ultime battute il dialogo raggiunge un vertice drammatico. Nei giorni in cui hanno condiviso la missione di Gesù, agli apostoli non mancò nulla. Ma ora ha inizio un tempo diverso: non si potrà più contare sulla buona accoglienza della gente; anzi, chi è senza bisaccia (per le provviste) « venda il suo mantello e compri una spada ». Gesù avrebbe incitato i discepoli a una resistenza armata? Ciò sarebbe in contrasto con tutto il suo comportamento precedente e con l’episodio dell’arresto. L’immagine della spada allude piuttosto a un tempo di lotta e sofferenze (cf. 12,51 par. Mt 10,34). Infatti Gesù soggiunge un’ultima solenne profezia: « …deve compiersi in me questa Scrittura: « E fu annoverato tra gli empi » (Is 53,12) ». Servo del Signore, innocente, dovrà morire tra due malfattori.
Sul monte degli Ulivi (2,39-46)
Lasciata la città, dove ha celebrato la Pasqua, come ogni sera Gesù attraversa la valletta del Cedron (21,37) e pernotta all’aperto sulle pendici del monte degli Ulivi. Con la preghiera nel Getsemani (il nome si legge in Mc 14,32) inizia la passione vera e propria. All’inizio e al termine dell’episodio Gesù esorta anche i discepoli a pregare « per non entrare in tentazione », ossia per avere da Dio la forza di non soccombere nella prova. Appartandosi un poco (« quanto un tiro di sasso »), egli supplica il Padre: « …se vuoi, allontana da me questo calice »: il calice è il destino che lo attende (cf. Sal 75,9 ecc.). La morte, le sofferenze atroci che l’accompagneranno, gli incute paura. Ma lui è pronto a compiere fino in fondo quanto il Padre gli chiede: « …sia fatta non la mia, ma la tua volontà ». Gesù si consegna totalmente al suo disegno di amore per la salvezza degli uomini (cf. 22,19s). Il Padre gli risponde dandogli forza per mezzo di un messaggero celeste, un « angelo ». Gesù infatti è in preda all’angoscia, che si manifesta fisicamente con un’intensa essudazione (« come gocce di sangue »: un paragone, che non significa « sudare sangue »). I discepoli intanto si sono addormentati « per la tristezza ». Gesù si avvicina loro e li rimprovera dolcemente, rinnovando l’esortazione a pregare.
L’arresto(2,47-53)
Consegnando Gesù ai suoi nemici, Giuda mette in atto il tradimento (22,3-6). Quando gli si avvicina per salutarlo con un bacio, Gesù lo previene e lo smaschera. Non resiste alla violenza e si oppone a quelli dei suoi che vorrebbero resistere con le armi: « Basta, lasciate così! »; anzi, guarisce il servo del sacerodote, che uno dei suoi ha ferito con la spada. È la logica dell’amore, che vince il male con il bene. A quelli che sono venuti per catturarlo – guardie e servi del sommo sacerdote – rinfaccia la loro viltà: non hanno avuto il coraggio di stendere le mani su di lui quando era circondato dal popolo nei cortili del tempio; ora vengono a prenderlo « con spade e bastoni, come un bandito ». Ma nel disegno di Dio questa è la loro « ora », l’ora di Satana del quale sono alleati e strumenti (cf. 22,3.53). Gesù viene arrestato, come un malfattore (cf. 22,37).
Nella casa del sommo sacerdote (2,54-65)
Trascinato nella casa del sommo sacerdote, Gesù vi trascorre la notte in attesa del processo che si terrà al mattino. Inizialmente Pietro lo segue, come ha promesso con grande sicurezza (22,33); ma, come Gesù gli ha preannunciato, giunge la prova! Prima una serva, poi due uomini, uno dopo l’altro, lo riconoscono. Il discepolo si schermisce, negando di appartenere alla sua cerchia. Satana lo ha « vagliato » ed egli è caduto miseramente rinnegando il Maestro. Si ode il canto del gallo. Custodito dalle guardie in un angolo del palazzo, Gesù si volta e guarda Pietro. Quello sguardo gli ricorda le sue parole e suscita l’amaro rimorso. Il pianto è segno del suo pentimento.
Nella medesima notte Gesù viene oltraggiato e percosso dalle guardie che lo hanno in custodia. Al vile rinnegamento del discepolo questo fatto aggiunge un’atra nota triste: Gesù « profeta » è oggetto di scherno. Ma la sua dignità rimane intatta.
Davanti al sinedrio (2,66-71)
Di buon mattino il senato giudaico – sommi sacerdoti, anziani del popolo e scribi – si raduna nel sinedrio (secondo Marco e Matteo si sarebbero invece riuniti nella notte). Alla domanda: « Sei il Cristo? », inizialmente Gesù risponde in modo evasivo, denunciando la loro malafede. Poi però continua annunciando la sua prossima intronizzazione regale come Figlio dell’uomo « alla destra della potenza di Dio » (cf. salmo 110). I membri del sinedrio capiscono bene che Gesù si considera il Messia e incalzano con una seconda domanda: « Tu sei dunque il figlio di Dio? », titolo che dal loro punto di vista potrebbe equivalere semplicemente a Messia (cf. 2 Sam 7,14); ma nel contesto del terzo Vangelo è indubbio che va inteso in senso stretto (cf. 1,35; 2,49; 3,22 ecc.). Gesù risponde affermativamente, sebbene con qualche riserva (« Lo dite voi stessi… »). Giudici e imputato si muovono su piani diversi; ma per i primi le risposte di Gesù sono state più che sufficienti per avere di che accusarlo di fronte a Pilato.
Davanti a Pilato (23,1-5)
Il processo vero e proprio si svolge davanti al magistrato romano, al quale i capi del popolo giudaico consegnano Gesù, accusandolo di essere un pericoloso ribelle. L’episodio di Erode s’inserisce nel processo come un intermezzo.
Il sinedrio sfrutta le risposte strappate a Gesù nell’interrogatorio per formulare l’accusa contro di lui davanti al governatore romano, il giudice che può pronunciare la condanna a morte. L’accusa si articola in tre punti: Gesù è un agitatore politico; opponendosi al pagamento delle tasse, rifiuta l’autorità di Cesare (cioè dell’imperatore romano); infine, e soprattutto, poiché afferma di essere « Messia re » è un suo pericoloso antagonista. Quanto tali accuse siano fondate, chi ha seguito fin qui il racconto dell’evangelista lo sa bene.
Volendo rendersi conto della fondatezza dell’accusa, Pilato formula una domanda precisa: « Sei tu il re dei Giudei? ». La risposta (« Tu lo dici ») appare reticente, ma si deve considerare positiva, sebbene con riserva. Come davanti al sinedrio ha riconosciuto di essere il Messia, ma in un senso diverso da quello inteso dai suoi avversari, così ora Gesù accetta sì il titolo di re, ma non in senso politico (cf. Gv 18,33-38). Difatti, Pilato conclude l’inchiesta dichiarando: « Non trovo in quest’uomo nessun motivo di condanna ». Altre due volte riconoscerà che Gesù è innocente; eppure finirà per cedere alla pressione dei capi. Questi insistono nell’accusarlo: Gesù è un pericolo pubblico, perché « sobilla il popolo da un capo all’altro della Giudea, cominciando dalla Galilea ». L’accenno alla Galilea suggerisce al governatore romano una via d’uscita. Se Gesù appartiene alla giurisdizione del tetrarca Erode Antipa (cf. 3,1), sia lui a giudicarlo, dal momento che si trova in Gerusalemme per le feste pasquali.
Davanti a Erode (23,6-12)
Erode Antipa ha ereditato una parte del regno di Erode il grande. Personaggio cinico e ambiguo, ha fatto decapitare Giovanni il Battista (3,19-20). Ora potrà soddisfare la sua curiosità nei confronti del nuovo profeta, Gesù di Nazaret (cf. 9,7-9), al quale da tempo ha volto l’attenzione (cf. 13,31). La proposta di Pilato perciò gli piace, anche perché spera che Gesù faccia qualche miracolo in sua presenza. Quando gli viene portato, lo assedia di domande. Ma Gesù tace. Da parte loro, i membri del sinedrio entrati nel palazzo continuano ad accusarlo. Deluso, Erode decide di divertirsi alle spese del povero prigioniero. Insieme con le guardie, si fa beffe di lui e lo insulta; infine, gli getta addosso una veste sgargiante e lo rimanda a Pilato. I due, prima ostili tra di loro, diventano amici. Si avverano le parole del salmo 2: « i re della terra e i principi si radunano insieme contro il Signore e contro il suo Cristo » (cf. At 4,27).
Gesù viene condannato (23,13-25)
La manovra di Pilato è andata a vuoto. Perciò convoca nel pretorio i capi dei Giudei e comunica la sua sentenza: Gesù è innocente, nemmeno Erode ha trovato un motivo di condanna; perciò lo rimanderà libero. Tuttavia, per dare loro qualche soddisfazione, lo farà « castigare », ossia flagellare (senza dirlo direttamente, l’evangelista lo fa capire). Ma questo compromesso non soddisfa gli accusatori. Aizzata dai notabili del sinedrio, la folla comincia a gridare: « Toglilo di mezzo! ». Piuttosto, Pilato liberi un certo Barabba, che si trova in carcere in seguito a una sommossa ed è colpevole di omicidio; e questo, secondo l’usanza di liberare un prigioniero in occasione della Pasqua (cf. Mc 15,6). Il governatore cerca di resistere, ma quelli insistono: « Crocifiggilo! ». Ancora una volta Pilato ripete che Gesù è innocente e dice che si limiterà a « castigarlo ». Ma le urla della piazza finiscono per piegare il giudice pauroso, che abbandona Gesù alla volontà omicida dei suoi nemici. Quello invece che era colpevole di rivolta e omicidio è rimandato libero.
Carico della croce, Gesù si avvia al luogo del supplizio. Accanto a lui due malfattori e i soldati responsabili dell’esecuzione. Tutt’intorno la folla, nella quale si distinguono i capi e alcune donne che fanno il lamento. Il cammino è costellato di incontri e di dialoghi, che gettano luce sull’evento.
Il cammino della croce (23,26-32)
I soldati angariano un uomo che ritorna dal lavoro nei campi, un certo Simone di Cirene, perché porti il pesante legno della croce (probabilmente il solo tronco orizzontale) dietro Gesù. Il cireneo è la figura del vero discepolo (cf. 9,23; 14,27). Le « figlie di Gerusalemme » che piangono su Gesù rappresentano la città, alla quale ha rivolto i suoi appelli, ma che non ha voluto riconoscere la visita di Dio (cf. 13,34s). Gesù dice loro: « …piangete piuttosto su di voi e sui vostri figli ». La sventura che incombe su di esse e sull’intero popolo sarà peggiore della sua.
Il triste corteo giunge a un rialzo di roccia appena fuori delle mura, detto Golgota (Luca traduce in greco il nome aramaico, che significa: « cranio »). I corpi vengono inchiodati sulle croci. Su quella di Gesù è posta una scritta, che riporta il capo di accusa per cui è messo a morte: « il re dei Giudei ». I soldati si spartiscono le sue vesti e insieme con i capi lo deridono, sfidandolo a salvare se stesso. Ma Gesù prega, perdona, salva. Intercede per i suoi uccisori, chiedendo al Padre di perdonarli « perché non sanno quello che fanno ». Uno dei compagni di supplizio lo insulta; l’altro prende le sue difese e gli rivolge una commovente preghiera: « Ricordati di me quandoentrerai nel tuo regno ». Gesù gli assicura: « Oggi stesso sarai con me nel paradiso », al di là della sofferenza, nella felicità celeste.
Gesù muore (23,33-49)
Gesù agonizza sulla croce. A mezzogiorno il cielo diventa buio: un segno della presenza di Dio e del suo giudizio (cf. Es 10,21ss: Am 8,9s; Is 13,10). Un altro prodigio (lo squarciarsi del velo del tempio) suggerisce che il culto della prima alleanza è finito; tutta l’umanità può accedere là dove Dio è presente. Gesù prega con le parole del salmo: « Nelle tue mani consegno il mio spirito » (Sal 31,6). Nonostante le più atroci sofferenze, si abbandona con fiducia nelle mani amorose del Padre. Alle tre del pomeriggio muore.
Lo spettacolo terribile e sublime della morte di Gesù provoca diverse reazioni. Un pagano, il centurione che ha guidato il drappello dei soldati, si rende conto che in questa morte c’è la misteriosa presenza di Dio, e riconosce: In realtà, quest’uomo era innocente (« giusto »). La folla, che ha seguito il dramma con vari sentimenti – dalla curiosità alla compassione – è presa da un senso di rimorso per il delitto commesso e si allontana pentita, « battendosi il petto ». Non mancano alcuni amici di Gesù: le donne che lo hanno seguito dalla Galilea e « i suoi conoscenti », forse gli Undici; ma non possono fare altro che guardare da lontano.
Gesù viene sepolto (23,50-56)
È un membro del sinedrio a prendere l’iniziativa della sepoltura: Giuseppe di Arimatea, « uomo giusto », che « non aveva aderito alla loro decisione e al loro operato ». Il suo atteggiamento religioso è lo stesso dei personaggi del vangelo dell’infanzia (cf. 2,25.38): « aspettava il regno di Dio ». Secondo il Quarto Vangelo, era anche « discepolo di Gesù, ma di nascosto… » (Gv 19,38). Per evitare che il corpo di Gesù sia gettato nella fossa comune dei giustiziati, Giuseppe si presenta a Pilato e ottiene di dargli una sepoltura onorevole. Lo cala dalla croce, lo avvolge in un lenzuolo (in greco sindòn), lo depone in una tomba scavata nella roccia, la cui apertura è protetta da una grande pietra circolare. È il giorno che precede il sabato (greco: paraskeué, Parasceve, il nostro venerdì). Già cominciano a « splendere le luci del sabato » (probabilmente le lampade a olio), quando si deve cessare ogni lavoro. Le donne che sono stata vicine a Gesù fino alla croce, osservano con attenzione « come » il suo corpo viene deposto nel sepolcro. Siccome è iniziato il riposo del sabato, non possono ora avere cura del cadavere, cospargendolo di ungenti profumati; perciò ritornano nelle loro case e preparano gli olii e gli aromi.

Omelia (01-04-2007) (ANNO C)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/9847.html

Omelia (01-04-2007) 
don Romeo Maggioni

Padre non sia fatta la mia, ma la tua volontà – rito romano

Si apre la Settimana santa con questa domenica della passione del Signore. Dove sta il nocciolo di tutta questa tragedia che riviviamo nel mistero questa settimana? Dove è il punto che definisce il sacrificio redentore di Cristo?
Oggi san Paolo ha una definizione precisa di Gesù: « L’obbediente fino alla morte ». E il brano di Isaia prefigura il Messia nel Servo sofferente e lo presenta come l’uomo docile e paziente che accoglie il difficile disegno di Dio. Appunto come ha detto Gesù: « Non la mia ma la tua volontà sia fatta ».
Per questa passione sostiamo al Getsemani. Qui la sua libera decisione è radice del suo martirio sulla croce. Qui il dramma dell’obbedienza è vissuto sulla pelle di un uomo che sente tutta la fatica di un abbandono quasi assurdo al Padre. Mai come qui Gesù è vicino alle prove di ogni uomo.

1) LA PROVA

« Cominciò a sentire paura e angoscia. E disse: La mia anima è triste fino alla morte ». Gesù sembra scombussolato, impietrito. Il medico Luca dirà che « il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano in terra » (Lc 22,44). Se fosse un uomo qualunque, questo può sembrarci normale; ma è il Figlio di Dio! Dio ha paura come noi: questa è la novità, questo è lo scandalo: un Dio che prova quello che proviamo noi! Qui sta la condivisione.
Ha paura di fronte alla morte. « Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome » (Gv 12,27). Ha paura del passo difficile che deve fare; ma lo sente decisivo per la sua missione: è lì, con la morte in croce, che svelerà « la gloria del Padre », sarà lì lo spettacolo di un Dio che muore per noi.
E’ il momento della sua battaglia. Luca proprio così la chiama: agonia, termine che risuona in « agone sportivo ». E’ la prova del giusto di fronte al silenzio di Dio. Una volta Gesù ebbe già a subire delle prove, le tentazioni nel deserto. Là aveva da scegliere tra satana e Dio, e non ebbe dubbi sulla scelta. Là Gesù era sicuro. Qui è spaventato perché la prova è all’interno della scelta di Dio. Qui ha già scelto Dio, ma Dio non interviene, non parla, è sparito! E’ la prova tipica del credente, è il turbamento teologico del giusto biblico che in esilio si sente schernito proprio sulla validità e credibilità del suo Dio. E, incredulo, va pensando: Come è possibile? Come mai Dio non difende i suoi? E fino all’ultimo grida e spera: « Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! ».

2) LA PREGHIERA

Qui è il punto decisivo: pur di fronte all’assurdo, all’assurdo di un Dio che non difende i suoi, Gesù non si ribella, intuisce che qualcosa di grande lo investe, ne sente il peso e la fragilità, e PREGA, invoca l’aiuto di Dio. Quanto è bella una preghiera d’aiuto, e in bocca a Gesù! Probabilmente solo in cielo potremo fare la preghiera di lode e ringraziamento; di qui siamo dei poveretti bisognosi di tutto.
Ciò che sta alle spalle è la convinzione incrollabile che Dio non può volere il nostro male né ci può abbandonare. Diceva santa Teresa di Lisieux: Non posso credere che il sole non brilli anche al di là della coltre di nubi che me lo cela. Gesù dice: « Io non sono mai solo, perché il Padre è con me » (Gv 16,32). Dice Luca: « In preda all’angoscia, pregava più intensamente » (Lc 22,44). In Matteo Gesù diventa più intimo: « Padre mio… » (Mt 26,39). E Dio non manca di sostenerlo: « Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo » (Lc 22,43). Gesù è convinto che la forza gli viene dal Padre, non presume di sé. Dirà san Paolo di ogni cristiano: « Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi » (2Cor 4,7).

E’ la preghiera propria dei Salmi: c’è l’angoscia ma sempre aperta e fiduciosa di Dio. Per questo Gesù, proprio sulla scorta della sua esperienza personale, dirà: « Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole » (Mt 26,41).
Proprio con la forza della preghiera avrà il coraggio di dire e decidere: « Tuttavia non sia fatta la mia ma la tua volontà ». E’ un’OBBEDIENZA dura e difficile che nasce dall’amore, dalla resa all’amore, dall’abbandonarsi a Dio con una fiducia estrema. E’ proprio questo il passo che noi dobbiamo compiere: poiché col peccato diciamo di no a Dio, il riscatto richiesto da Dio è un atto di amore pieno e totale, rischioso e fiducioso, appunto una OBBEDIENZA, non fatta di parole ma di cose che costano. Il Figlio di Dio per primo ha voluto vivere fino in fondo questa condizione, dire lui per primo questo sì difficile, per potercene dare l’esempio e la forza. Tutto questo è riassunto in questo testo eccezionale della Lettera agli Ebrei: « Gesù nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote » (Eb 5,7-10).

« Con forti grida e lacrime .. », sono parole che esprimono tutta l’umanità di Gesù, e la sua fatica di essere uomo. Non è un eroe che muore cantando; come noi sente tutto il peso della nostra natura. Dirà ancora la Lettera agli Ebrei: « Noi non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno » (Eb 4,15-16).
In questi momenti drammatici, gli apostoli dormono: « Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? » (Mt 26,40). Può capitare che non si capisca e non si creda alla rivelazione di un Dio così umano e vicino a noi; e non si colga la drammaticità della « obbedienza » che anche noi dobbiamo a Dio per la nostra salvezza.
Celebrare la Pasqua significa essenzialmente ricordare, ma soprattutto rendere presente quell’atto di obbedienza compiuto da Gesù al Getsemani perché anche noi ne abbiamo lucida consapevolezza e forza nei nostri momenti difficili di prova.
 

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