Archive pour mars, 2010

PAOLO E IL MISTERO PASQUALE DI CRISTO (1Cor 1,18-2,5)

dal sito:

http://www.sanpaolo.org/istit/rivistagm/0803catec.htm

PAOLO E IL MISTERO PASQUALE DI CRISTO
La famiglia vive il suo esodo
 
1Cor 1,18 — 2,5:

La parola della croce è stoltezza per quelli cha vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio… Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio… Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili.

Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. …sta scritto: Chi si vanta si vanti nel Signore. Anch’io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.
  

1) È importante comprendere il significato dell’espressione « mistero pasquale » e conseguentemente del termine « esodo », che deve qualificare la vita di ogni famiglia.

La parola « mistero » deriva dal greco e significa « progetto segreto ». Vi è un progetto, segreto nel suo svolgersi, che ha componenti da accogliere, anche se non le comprendiamo bene con la ragione. Le accogliamo con fede, pur cercando di ragionarvi.

« pasquale » da Pasqua; significa « passaggio ». Per il popolo ebraico, in esilio in Egitto, ha segnato il passaggio dalla schiavitù egiziana alla libertà nella terra promessa; per noi credenti il passaggio dalla schiavitù del peccato alla libertà di figli di Dio. Il passaggio è avvenuto nel battesimo: è la nostra Pasqua.

Questo passaggio comporta un « esodo », cioè un cammino più o meno lungo di fatica e di sofferenza. Per il popolo ebraico l’esodo durò 40 anni; per noi credenti l’esodo è il cammino di questa vita che con la morte sfocia nella vera vita.

2) Quali sono le componenti del « mistero pasquale » di Cristo, che ci tocca incarnare anche nella nostra vita personale e di famiglia? Paolo ce lo dice chiaramente:

passione di Cristo. Gesù ha voluto accettare flagellazione, incoronazione di spine e crocifissione per redimere e dare valore alle sofferenze della vita, a cui ogni uomo, credente o non credente, va incontro. Quindi, vita natural durante, la sofferenza non è stata eliminata, ma acquista un grande valore di salvezza;

morte di Cristo. Gesù ha voluto morire per redimere e dare valore anche alla morte, a cui tutti dobbiamo andare incontro;

risurrezione di Cristo. Gesù non è rimasto prigioniero della morte. È risorto nel suo vero corpo; e ora siede alla destra del Padre come Figlio di Dio e come « figlio dell’uomo ». Di conseguenza anche noi risorgeremo con il nostro corpo.

Su tutto svetta la verità dell’incarnazione: il Figlio di Dio si è fatto uomo, assumendo un corpo di carne da Maria; è il « suo » corpo, come ognuno di noi ha il proprio.

3) In che senso, allora, la famiglia vive il suo esodo? Con la convinzione che in questa vita è solo di passaggio; per cui i membri si impegnano a valorizzare le sofferenze e le fatiche, coltivano in modo saggio il pensiero della morte (impara a vivere chi pensa al morire), certi che la morte è solo la porta di entrata alla vera vita.

A) Un gravissimo problema di fondo. – La scelta del brano biblico ci aiuta a mettere in luce un serio errore di valutazione che tutti possiamo commettere.

1) È il problema della croce, su cui Cristo ha volontariamente accettato di essere appeso. Quanto sia paradossale e scandalosa la « predicazione della croce » ce lo fa intendere un’affermazione di Cicerone che scrive: «Il nome stesso della croce sia allontanato non solo dalla persona dei cittadini romani, ma anche dai loro pensieri e dai loro occhi, perché la sola menzione della croce è indegna per un cittadino romano e per un uomo libero». Era il supplizio degli schiavi ribelli, considerati la feccia della società. Per i pagani era, perciò, « obbrobrio », per gli ebrei era « scandalo » perché legato alla maledizione divina: «Maledetto chi pende dal legno» (Dt 21,23; Gal 3,13).

Invece, la vicenda di un Dio, ucciso nella forma più degradante, diviene una sublime lezione della « logica divina » che fa sì che «ciò che è stoltezza di Dio sia più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza per Dio sia più forte degli uomini» (v 25). La croce diventa il nucleo essenziale dell’annunzio: la nostra salvezza è la croce.

2) Ma in tutti i tempi il messaggio della croce sarà sempre segno di contraddizione, ritenuto folle ed assurdo per la « sapienza orizzontale », accolto come salvezza da chi crede, senza perdersi in inutili e devianti ragionamenti. Già Paolo, scrivendo ai corinzi, deve affrontare un problema che snaturava il messaggio cristiano: la morte in croce di Gesù era sì accolta ma considerata solo un incidente di percorso.

3) La posta in gioco è la salvezza: «Predicare la morte di Cristo in croce sembra una pazzia a quelli che vanno verso la perdizione; ma per noi… è la potenza di Dio».

In un tempo, volto alla ricerca del più facile e del più comodo, sempre all’insegna della minor fatica, questo annuncio diventa scandalo; in un tempo, in cui l’uomo tenta in tutti i modi di deporre la sua croce, di scrollarsela di dosso (i due mondi: spiaggia e casa di ricovero) è necessario predicare Cristo crocifisso.

B) Vivere il mistero pasquale. – è essenziale «per non rendere inutile la morte di Cristo in croce» (v 17). Scrive mons. Tonino Bello: «Purtroppo la nostra vita cristiana non incrocia il Calvario. Come i corinzi anche noi, la croce, l’abbiamo « inquadrata » nella cornice della sapienza umana, e nel telaio della sublimità di parola. L’abbiamo attaccata con riverenza alle pareti di casa nostra, ma non ce la siamo piantata nel cuore. Pende dal nostro collo, ma non pende sulle nostre scelte. Le rivolgiamo inchini in chiesa, ma ci manteniamo agli antipodi della sua logica».

Per questo Paolo esorta le famiglie della comunità: «Considerate, fratelli, la vostra chiamata». Nella logica della croce la famiglia è chiamata a valorizzare le sofferenze e le fatiche della vita quotidiana, a svolgere nell’umiltà il lavoro di ogni giorno senza cedere alla tentazione del successo, del potere, del denaro e del sesso. Difatti:

1) La croce configura l’aspetto della comunità ecclesiale e familiare. Paolo ha notato che la comunità di Corinto è formata, a parte poche eccezioni, da persone di scarsa cultura (« non molti sapienti »), di poco peso politico e sociale (« non molti potenti »), di origine popolana, insignita di nessun blasone (« non molti nobili »). Eppure Dio ha voluto scegliere proprio queste persone di nessun peso per donare loro la fede e aprirli al progetto di salvezza. Perché? «Chi si vanta, si vanti nel Signore».

2) La croce qualifica la persona del battezzato. Paolo ha imparato la lezione della croce; si presenta ai corinzi non con affascinanti discorsi. Per di più, con probabilità, reso fisicamente o moralmente impotente dalla « spina nella carne », di cui parla in 2Cor 12,7ss. «Il messaggio e il messaggero fanno un tutt’uno » (Barbaglio).

Quante e quali problematiche che deviano i vostri figlioli dalla retta via della fede. A volte i figli sono convinti di essere nel vero: aborto, eutanasia, convivenze, matrimoni gay, embrioni congelati, discoteca, strage del sabato sera, utero in affitto… Non dovete perdere la convinzione delle verità di fede, anche se vi pare di essere perdenti.

C) La risurrezione dei corpi. – La meta finale del nostro esodo, e quindi del mistero pasquale, è la nostra risurrezione: come Cristo è risorto nel suo corpo, così anche il nostro corpo risorgerà. Questa verità è negata oggi da molte pseudo-religioni, tipo New Age e Next Age, a cui aderiscono anche cristiani. Paolo aveva già affrontato questa eresia; scrivendo ai Colossesi, afferma: «In Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (2,9). Quel « corporalmente » mette in luce due verità della nostra fede che, pur nel rispetto delle altre religioni, non possiamo negare:

la verità dell’incarnazione: il Figlio di Dio si è fatto uomo con un suo corpo. Gesù è una persona specifica e singola, e nel suo proprio corpo di carne abita tutta la pienezza della divinità; è vero Dio e vero uomo con un suo corpo; con quel suo corpo di carne ha offerto se stesso sulla croce;

la verità della risurrezione: con quel suo corpo di carne è risorto dai morti. Anche questo nostro corpo risorgerà. Il Battesimo ci ha introdotti in questa straordinaria esperienza di Dio, che culminerà nella risurrezione dei corpi.

Ebbene, queste due verità sono negate da queste nuove religioni che oggi vanno di moda, soprattutto dalla New Age e dalla Next Age. Quali sono gli errori?

non esiste un Dio-Persona, ma solo una Grande Energia di cui tutti facciamo parte (panteismo). Gesù non è Dio, non si è incarnato, ma è solo una reincarnazione del Cristo cosmico che anima l’universo.

Propone come vero quello che ognuno crede. Ciascuno si fabbrica la sua spiritualità per stare bene nella sua pelle, in attesa della Grande Religione. Le religioni tradizionali sono espressamente rigettate.

Qualunque mezzo è buono per entrare in contatto con le potenze spirituali: esoterismo, occultismo, magia, divinazione, telepatia, viaggi fuori del corpo.

Della morte occorre ridere perché non esiste. Il corpo lo si abbandona semplicemente quando si è completata la propria maturità spirituale. Se lo si abbandona in anticipo, si rientra (reincarnazione) in questa prigione che è il corpo. Quindi la persona non ha un suo corpo, è solo spirito. Non si ammette la risurrezione dei corpi; di conseguenza l’incarnazione del Figlio di Dio è una fandonia.

Attenti! In quarta pagina vi è dato un elenco di queste nuove proposte religiose, a cui purtroppo aderiscono anche cristiani, ingannati dal fatto che gli adepti dicono di rispettare le convinzioni religiose di ognuno; in alcune di esse si fa uso della Bibbia; ma con il tempo la propria fede viene talmente svilita da un costante lavaggio delle idee che si perde la coscienza delle verità fondamentali della fede cristiana.

Omelia (17-03-2008) per lunedì 29 marzo 2010

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/12217.html

Omelia (17-03-2008) 
Monaci Benedettini Silvestrini
Per il giorno della mia sepoltura

Il gesto profetico di Maria di Betania ancora oggi parla con potenza alla Chiesa come appello ad aprirsi alla gratuità del Vangelo. Il racconto di Giovanni presenta alcune divergenze che ne precisano il taglio teologico. Seduto accanto a Lazzaro che « egli aveva risuscitato dai morti », Gesù viene unto. In mezzo alle tenebre che si addensavano attorno a lui, una donna, con un atto di squisita devozione, gli dimostra la sua riconoscenza e, ungendogli il capo lo qualifica come re-Messia. Secondo Giovanni, invece Maria, unge i piedi di Gesù, destinandolo alla sepoltura: poiché non si ungevano i piedi di una persona viva, ma si ungevano i piedi di un cadavere, come parte di un rito, che preparava il corpo intero alla sepoltura. Bisogna anche dire che questo unguento profumato, offerto da Maria a Gesù avanti la sua morte, esprime la certezza di lei, dopo la risurrezione del fratello Lazzaro, presente tra i commensali, che Gesù non poteva morire: « Io sono la risurrezione e la vita ». Il gesto di Maria naturalmente non è condiviso da chi non ha fede, come Giuda, che avrebbe preferito una elargizione altamente caritativa, nascondendo così l’ingordigia di cui era assetato il suo animo. L’evangelista infatti chiarisce: « era un ladro e, tenendo la borsa, portava via quello che vi mettevano dentro ». Eppure anche lui era stato scelto per essere tra i suoi discepoli. « Grande folla venne là per vedere Gesù e Lazzaro… ma i sommi Sacerdoti per questo motivo deliberarono di uccidere tutte due », diventati ormai testimoni scomodi. Gli eventi, nonostante tutto, precipitano tutti dalla parte di Gesù. La spontaneità invece dei poveri nello spirito adempie senza clamore i disegni di Dio a salvezza di ogni uomo. I grandi al contrario, di ogni tempo, si agitano, decidono, sopprimono la vita, ma verranno smascherati nella loro falsità. Nel mondo non manchino mai i sostenitori e gli annunciatori della vita, che rinnovino storia e speranza. 

Eremo San Biagio, 29 marzo 2010 (Omelia prima lettura Is 42, 1-7)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/9641.html

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
Ecco il mio servo che io sostengo, [...]. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta. Proclamerà il diritto con fermezza.

Come vivere questa Parola?
È un testo prezioso a meditarsi. E benedetti i liturgisti che lo hanno scelto per introdurci nella settimana più forte dell’anno! Si tratta dell’apertura del primo dei quattro carmi del Servo di JHWH. Così si chiama quest’opera profetica di Isaia che ci aiuta a entrare in contatto con la personalità di Colui che, Redentore del mondo e prima di tutto nostro Creatore, è entrato nella storia « non per essere servito, ma per servire e dare la vita ». In croce ha dato questa sua vita umano-divina! Non finiremo mai di scoprire il senso di questo epilogo estremo di un dono estremo com’è stato quello che Gesù è venuto a dirci e a donarci per tirarci fuori dal non senso, dalla tristezza e dalla morte. E allora ecco l’importanza di cogliere i connotati di Gesù il Servo di JHWH per eccellenza. È uno che è venuto a « portare il diritto », a « proclamare la giustizia ». Ma in che modo? Semplicemente all’opposto di come hanno preteso di farlo (e anche oggi pretendono!) quelli che si fanno avanti con prepotenza, con aggressività più o meno celata, con violenza, pretendendo di giustificare il loro modo con qualche finalità non cattiva. Gesù, all’inizio della Settimana Santa, m’interpella perché io voglia fare spazio alla Sua personalità di Servo del Signore che viene ancora a darmi la vita, a servire la causa della mia liberazione e dei progetti di vera libertà che sono in me. Ma in che modo?

Oggi, nella mia pausa contemplativa, contemplo in Gesù l’armonizzazione di due qualità che sembrano opposte ma che, al contrario, sono l’una la condizione dell’altra. Sì, perché solo se cerco di vivere e portare giustizia (non l’appagamento egoico dettato dall’imperialismo culturale dell’avere!) lì dove vivo, se voglio proclamarle con fermezza, bisogna che io sia mite nel pensare, nel parlare, nell’agire.

Mio Signore e mio Dio, mandami il tuo Spirito perché il mio cuore sia mite.

La voce di un Padre apostolico
Perseveriamo senza posa nell’adesione alla nostra speranza e al pegno della nostra santità che è Cristo Gesù: egli portò le nostre colpe nel suo corpo sul legno della croce; egli, che non commise peccato e sulla cui bocca non vi fu inganno, sopportò tutto per noi, perché vivessimo uniti a lui. Mettiamoci dunque a imitare la sua pazienza e se dobbiamo soffrire qualche dolore per il suo nome, rendiamogli gloria.

S. Policarpo 

San Cromazio di Aquileia: « Essa ha compiuto un’azione buona verso di me » (Mt 26,10)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100329

Lunedì della Settimana Santa : Jn 12,1-11
Meditazione del giorno
San Cromazio di Aquileia ( ? – 407), vescovo
Discorsi, 11 ; SC 154, 213

« Essa ha compiuto un’azione buona verso di me » (Mt 26,10)

Il Vangelo ci riferisce oggi che, mentre il Signore stava a mensa con Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti, « Maria, sorella di Lazzaro e di Marta, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, cosparse i piedi di Gesù »… A motivo della sua fede straordinaria, come spesso lo si può leggere nel vangelo, Santa Maria piacque molto a Gesù. Nel brano precedente, piangendo la morte di suo fratello, ella fece piangere pure il Signore ; provocò infatti alla tenerezza l’autore stesso della tenerezza. E, anche se stava per risuscitare Lazzaro dalla morte, il Signore pianse, mentre Maria piangeva, per mostrare sia la propria tenerezza che il merito di Maria… Le lacrime del Signore ci mostrano il mistero della carne assunta. La risurrezione di Lazzaro mette il luce la potenza della sua divinità.

In questo brano, guardate la dedizione e la fede di questa donna santa. Gli altri erano a tavola con il Signore ; lei, cospargeva i suoi piedi. Gli altri scambiavano con il Signore parole e discorsi ; lei, nel silenzio della sua fede, asciugava i piedi di lui con i suoi capelli. Gli altri sembravano posti all’onore, lei era al servizio ; ma il servizio reso da Maria era, agli occhi del Signore, più prezioso del posto onorevole dei convivi. Per cui, … il Signore disse a suo riguardo : « In verità vi dico : dovunque sarà predicato questo Vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei » (Mt 26, 13).

Quale servizio è dunque stato reso da questa donna santa, da essere stato proclamato nel mondo intero, e questo ogni giorno ? Guardate la sua umiltà. Non ha cosparso prima il capo del Signore, ma i suoi piedi… Ha cominciato con i piedi per meritare di arrivare al capo, perché, come sta scritto, « chi si abbasserà sarà innalzato, e chi si innalzerà sarà abbassato » (Mt 23, 12). Essa si è abbassata per essere innalzata.

Sant’Andrea di Creta: « Ecco il tuo re viene a te » (Zc 9, 9 ; Mt 21, 5)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100328

Domenica delle Palme « De Passione Domini » – Anno C : Lc 22,14-71#Lc 23,1-56
Meditazione del giorno
Sant’Andrea di Creta (660-740), monaco e vescovo
Discorso 9 sulle Palme  PG 97, 989-993

« Ecco il tuo re viene a te » (Zc 9, 9 ; Mt 21, 5)

        Venite, e saliamo insieme sul monte degli Ulivi, e andiamo incontro a Cristo che oggi ritorna da Betània e si avvicina spontaneamente alla venerabile e beata passione, per compiere il mistero della nostra salvezza. Viene di sua spontanea volontà verso Gerusalemme. È disceso dal cielo, per farci salire con sè lassù « al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare » (Ef 1, 21). Venne non per conquistare la gloria, non nello sfarzo e in forma spettacolare : « Non contenderà » dice il profeta, « né griderà, né si udrà la sua voce » (Is 42, 2). Sarà mansueto e umile, ed entrerà con un vestito dimesso e in condizione di povertà.

        Corriamo anche noi insieme a colui che si affretta verso la passione, e imitiamo coloro che gli andorono incontro. Non però per stendere davanti al suo cammino rami d’olivo o di palme, tappeti o altre cose del genere, ma come per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai suoi piedi le nostre persone. Accogliamo così il Verbo di Dio che si avanza e riceviamo in noi stessi quel Dio che nessun luogo può contenere.

        Egli, che è la mansuetudine stessa, gode di venire a noi mansueto. Sale per così dire, sopra il crepuscolo del nostro orgoglio, o meglio entra nell’ombra della nostra infinita bassezza, si fa nostro intimo, diventa uno di noi per sollevarci e ricondurci a sé.

The Palm Sunday – Christ’s Entry Into Jerusalem

The Palm Sunday - Christ's Entry Into Jerusalem dans immagini sacre The_Palm_Sunday___Christ_s_Entry_Into_Jerusalem_800

http://www.balkan-icons.com/gallery_fin/gallery_2/index2.htm

Publié dans:immagini sacre |on 27 mars, 2010 |Pas de commentaires »

TRIODION – GRANDE QUARESIMA – DOMENICA DELL PALME (liturgia Chiesa Ortodossa)

liturgia Chiesa Ortodossa, dal sito:

http://www.tradizione.oodegr.com/tradizione_index/commentilit/domenicapalmeschmemann.htm

TRIODION – GRANDE QUARESIMA

13. SESTA DOMENICA DEI DIGIUNI

Domenica delle Palme

         Una settimana prima di Pasqua, i credenti festeggiano la Domenica delle Palme, giorno in cui ricordano l’entrata di Gesù Cristo a Gerusalemme: entrata gloriosa e al tempo stesso piena di umiltà. Il popolo lo accoglie come un Re, con grida di gioia, agitando rami di palme, e l’Evangelo dice: “Tutta la città era commossa” (Matteo 21, 10). Ma era un Re che non disponeva di alcun potere se non quello dell’amore, non aveva da dare altro che libertà e gioia, non richiedeva che quello stesso amore, quella stessa libertà. “Ecco viene a te il tuo re pieno di dolcezza” (Matteo 21, 5). L’Evangelo cita questo testo del profeta Zaccaria, questa profezia viene letta durante l’ufficio della Domenica delle Palme. E precisamente in questo incontro fra l’umiltà e la regalità, il potere e l’amore, la gloria e la libertà, risiede il senso eterno di questo avvenimento evangelico e di questa festa che la Chiesa chiama “Entrata del Signore a Gerusalemme”.

         Come allora, il mondo attuale esalta il dominio, la potenza, l’onore, la concorrenza. Allora come oggi ciascuno vuol regnare sull’altro, comandare, dirigere, esercitare il proprio potere. “I re delle nazioni – dice Cristo – dominano su di esse da padroni ed esercitano il potere. Non deve essere così fra voi…” (Matteo 20, 55). Spesso, riduttivamente, si vuol vedere nella religione in generale, e nel cristianesimo in particolare, un insieme simultaneo di sete di sottomissione e di potenza. Nella religione si vede l’abbassamento dell’uomo, una sottomissione di schiavo di fronte ad un Assoluto terrificante. Dio è percepito come la proiezione umana dell’asservimento e della tirannia, di tutto ciò che avvilisce, schiavizza, opprime l’uomo. Si è costruita ed insegnata tutta una serie di teorie sulla religione e la sua origine, sul modello dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, sui rapporti che lo legano ai detentori del potere, sul suo carattere di classe. Per questo si collega la liberazione dell’uomo ad una sua emancipazione nei confronti di questa ebbrezza religiosa, di questo “oppio” che contribuirebbe a mortificare l’uomo addormentandolo con la promessa di una ricompensa nell’aldilà, che lo priverebbe di ogni volontà di lotta, di miglioramento della propria sorte sulla terra, di liberazione da ogni sfruttamento… Ma che fare di una dottrina, di una religione, che ci presenta Dio stesso nell’aspetto di un uomo povero e umile? Quest’uomo, tuttavia, è assolutamente e integralmente libero.

         Dinanzi a Dio dunque chiunque detiene un potere trema, freme e cerca di mobilitare tutte le proprie forze per distruggere, respingere, annientare il terribile insegnamento sull’amore, la libertà, la verità. Che fare di una religione che non può in alcun modo stendersi su letto di Procuste delle teorie scientifiche secondo le quali al cuore di ogni religione dovrebbe necessariamente trovarsi la paura, la sottomissione cieca, l’asservimento? Ecco che avanza verso Gerusalemme il Maestro povero, senza casa né tetto, senza un luogo ove posare il capo. Ecco che Egli manda i suoi discepoli a cercargli un umile animale, l’asinello da cavalcare, e questo è tutto il suo trionfo, questa la sua gloria! Ed ecco che viene ad incontrarlo una folla immensa mentre tutta la città risuona dei saluti tradizionalmente riservati ai re: “Osanna! Benedetto Colui che viene nel nome del Signore!”. In quel momento egli non ebbe altro potere, altra regalità: inutili ed assurdi tutti gli ammennicoli del potere umano, le intimidazioni, le autoglorificazioni. Egli insegnava: “Imparate la verità e la verità vi renderà liberi”.

         Tutto il suo insegnamento dimostra che non esiste potere al mondo capace di spezzare interiormente e di asservire colui che conosce la verità e che in essa ha acquistato la libertà. Si può trasformare un intero paese in una prigione ed obbligare i popoli a tremare per decine di anni. Viene il momento in cui la verità trionfa ed il potere trema. Allora bisogna ancora mobilitare degli schiavi perché gridino: “Crocifiggeteli, annientateli, chiudete la bocca a questi criminali”. Che fare in questo mondo ove prima o poi la parola, la poesia, il pensiero sono più forti di tutti gli “apparati”, di tutti i “poteri”… È tutto questo che ci riporta la Domenica delle Palme, è questa libertà che costituisce l’essenziale di questa festa. Ci dicono che la religione svia tutti i nostri interessi verso l’aldilà… ma il Regno della libertà dell’amore e della verità si è levato sulla nostra terra. Il Cristo è entrato in una città di questo mondo, ad accoglierlo ed acclamarlo era gente di quaggiù. Egli ha insegnato che bisogna essere liberi qui ed adesso, che adesso bisogna amare, che bisogna vincere ogni paura con l’amore, che l’uomo realizza la propria eternità in questo mondo creato da Dio, colmo della bellezza di Dio, e al quale Dio ha conferito un significato. Ed ogni volta che nell’ufficio della vigilia, nella veglia della Domenica delle Palme, nel momento solenne e gioioso in cui i fedeli che riempiono la chiesa levano le palme nella luce dei ceri, nel momento in cui risuona di nuovo l’acclamazione “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”, in quel momento non si commemora solo ciò che è avvenuto un tempo in un paese lontano…

         No! Essi sono là ora e fanno giuramento di fedeltà al solo Re e all’unico Regno, essi promettono di essere fedeli alla libertà, alla verità, all’amore che Egli ha annunciato. O, più semplicemente essi riaffermano e annunciano la libertà divina dell’uomo. Tutto il resto non esiste e non può soggiogare che nella misura in cui non si oppone a questa libertà, a questo amore, a questa verità. Sì, io mi sottometto ad ogni legge di questo mondo meno che a quella che nega questa libertà… E a chi mi dirà che è la legge del potere legittimo io risponderò che tutte le leggi e tutti i poteri sono tali solo nella misura in cui essi stessi sono sotto la legge della libertà, dell’amore, della verità.

         La Domenica delle Palme è la festa della liberazione, la festa del Regno di Dio, venuto in tutta la sua forza, come annuncia l’Evangelo. Certo, noi sappiamo che dopo la luce e la gioia di questo giorno ci immergeremo nella tristezza e nelle tenebre della Grande e Santa Settimana. Il potere non perdonerà e non dimenticherà il trionfo di Cristo. Lo condannerà a morte, farà di tutto per estirpare fino all’ultima particella di questo terribile insegnamento. Quest’appello alla libertà, all’amore, alla verità è insopportabile per il potere. La Domenica delle Palme è “anticipazione della Croce“ come proclama uno dei canti di questa festa. Ma noi sappiamo già che dal profondo del Venerdì Santo sulla strada del Golgota, in cammino verso la sofferenza e la crocifissione ci giungono le parole di Cristo: “Padre, l’ora è venuta: glorifica il Figlio affinché il Figlio ti glorifichi” (Giovanni 17, 1-2)[*].
 

da Alexander Schmemann, in “Le Messager Orthodoxe”, III-IV 1984; trad. J. K.

  ALLA LITURGIA

Tropari

Per confermare la comune resurrezione,
prima della tua passione,
hai risuscitato dai morti Lazzaro, o Cristo Dio;
perché anche noi, come i fanciulli,
portando i simboli della vittoria,
a Te, vincitore della morte, gridiamo:
Osanna nel più alto dei cieli,
benedetto Colui che viene
nel nome del Signore.

Sepolti assieme a te, o Cristo Dio nostro,
per mezzo del battesimo,
per la tua risurrezione
siamo fatti degni della vita immortale.
Perciò inneggiando gridiamo a Te:
Osanna nel più alto dei cieli;
benedetto colui che viene
nel nome del Signore.

O Cristo Dio, che nei cieli sei assiso sul tuo trono
e sulla terra siedi su di un puledro,
ti siano anche accette le lodi degli Angeli
e le acclamazioni dei fanciulli giudei che a te gridano:
Benedetto sei, tu che vieni a rialzare Adamo caduto.

Filippesi 4, 4-9; Giovanni 12, 1-18.

Megalinario

Il Signore è Dio ed è apparso a noi.
Celebrate con esultanza la festa,
e giubilando venite a magnificare Cristo,
con palme e rami, gridando a Lui l’inno:
Benedetto Colui che viene
nel nome del Signore, nostro Salvatore.

Kinonikòn

Benedetto Colui che viene nel nome del Signore.

[*] Con queste parole inizia l’Ufficio mattutino del Grande Venerdì.

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