Archive pour mars, 2010

African painting_The sermon on the mount

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Publié dans:immagini sacre |on 1 mars, 2010 |Pas de commentaires »

Salmo 50 (51) – (lectio)

dal sito:

http://www.sanbiagio.org/lectio/libri_poetici_sapienziali/preghiera_richiesta_perdono.htm

Salmo 50 (51) – (lectio)

La bellezza e l’importanza vitale di questo salmo, proprio alla scoperta di un cammino di preghiera, è così espresso da Charles de Foucauld. « E’ un compendio di adorazione, amore, offerta, ringraziamento, pentimento, domanda. A partire dalla considerazione di noi stessi e dalla vista dei nostri peccati, questo salmo sale fino alla contemplazione di Dio passando attraverso il prossimo e pregando per la conversione di tutti gli uomini » (citato da Ravasi G. Il libro dei salmi. Voll. II, EDB pag 13).
Questo salmo attraversa tutta la storia della spiritualità. Costituisce lo schema interno alle Confessioni di S. Agostino; è stato meditato e commentato da uomini come S. Gregorio Magno, il Savonarola, Lutero e Dostoevskij. Musicisti come Bach, Donizzetti e altri più recenti l’hanno musicato. Grandi pittori come G. Rouault si sono ispirati ad esso. « Meditandolo e pregandolo noi entriamo nel cuore dell’uomo e della storia » (C. M. Martini).

A lungo, come dicono i vv. 1-2, si è pensato che l’autore fosse Davide. Dal suo cuore sarebbe sgorgato il salmo dopo il suo adulterio con Betsabea, l’uccisione del marito Uria e l’ascolto della provocatoria parabola del profeta Natan (Cf 2Sam 11-12).
Oggi, gli esegeti sono invece propensi a cogliere, nel salmo, elementi teologici tipici dei profeti, specie di Geremia. Sarebbe dunque databile intorno al IV sec. a.C. dopo l’esilio babilonese. Va comunque sottolineato che la carica esistenziale, giunta dai profeti, ha fatto rielaborare in forma di preghiera personale, adatta a tutti i tempi, un’esperienza autentica di peccato e di conversione, nel più fiducioso ricorso a Dio.

E’ tale da farci cogliere una cosa importantissima nel rapporto coscienza del peccato e nostra preghiera: al centro – luce liberazione e salvezza – c’è la giustizia salvifica di Dio che è una sola cosa con la sua misericordia.
Lui è più grande di ogni nostro peccato: Sulla bilancia: peccato-Dio il piatto che pesa di più è quello dell’ « Esserci di Dio » ed « Esserci » come Misericordia.
La struttura risulta una grande armonia scandita da queste parti:

Introduzione: vv. 1-2 Si attribuisce il Salmo a Davide caduto in grave colpa.

vv.1-8 Si esplicita una consapevolezza acuta e dolorosa del peccato come enorme male. I verbi sono tutti all’indicativo ed esprimono dei fatti, degli errori commessi, in sostanza, contro Dio.

vv. 9-14 Si esprime la supplica. La percezione di Dio qui è certezza che Egli è assoluta fonte di perdono di grazia di rigenerazione e di gioia. I verbi sono all’imperativo: purificami, lavami, fammi sentire gioia ecc.

vv. 15-19 Riguarda il futuro: quel che il salmista intravede come progetto di Dio. I verbi sono al futuro: insegnerò, la mia lingua acclamerà.

vv. 20-21 Appendice liturgica che è stata aggiunta in seguito.

vv. 3-5 « Pietà di me, o Dio secondo la tua bontà, secondo l’immensa tua misericordia, cancella le mie trasgressioni ».
Esordio importantissimo! L’accento è messo su Dio, anche se è forte il senso del peccato. Viene in mente quello che l’esegeta A. Gelin ha chiamato il « biglietto da visita di Dio nell’A.T. »: Jaweh, Jaweh, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione (Es 34,6-7).
Attingendo poi all’immagine di Dio – Padre che ci ha svelato Gesù, come non pensare a Lc 15 e a quella che si può dire la descrizione della psicologia del Padre misericordioso, nella parabola di Lui che accoglie e perdona? Interessante notare che il salmista dice: « secondo la tua misericordia » e non « nella tua misericordia » o « perché sei misericordioso ». L’accento è messo sull’ »intuire » (pur senza riuscire a capire!) l’enorme sproporzione tra il modo di essere dell’uomo e questa misericordia che è il modo di essere di Dio.
Le parole ebraiche tradotte con misericordia sono « hesed » e « rahamin ». Hesed esprime l’atteggiamento di Dio: lealtà, affidabilità, fedeltà, bontà, tenerezza, costanza nell’attenzione e nell’amore.
Dio è colui che io non pretendo di conoscere: però posso essere certo/a che per Lui sono importante, talmente Egli ha cura di me, « perfino dei capelli del mio capo », per dirla con Gesù! (cf Mt 10,30; Lc 12,7)
Hesed è uno dei vocaboli fondamentali sia della teologia salmica che di quella dell’Alleanza (ricorre 245 volte nell’A.T., di cui 127 solo nei salmi).
Ma è pure importante il termine rahamin (plurale di rehem) che evoca le viscere materne, simbolo archetipo dell’amore tutto donato. « Si dimentica forse una madre del suo bambino? Anche se ciò avvenisse, io non ti dimenticherò mai » (cf Is 49,15 e 30,18).
Nel Talmud « Misericordioso » è quasi il cognome di Dio che è così definito nella sua realtà più intima.

vv. 4-7 « Lavami dalla mia colpa, mondami dal mio peccato. Riconosco la mia trasgressione, il mio peccato mi è sempre dinanzi. Contro te solo ho peccato ».
Con una ripetizione martellante ora il salmista porta alla ribalta il peccato, scoperto in tutta la sua nequizia. In ebraico sono usate tre parole di molto peso: Ht’= peccato; pèsa= colpa; awon= trasgressione e ribellione.
L’idea che il salmista ci comunica è che il peccato è il male fondamentale in sostanza, è l’unico vero male dell’uomo. Spezza infatti l’Alleanza nuziale con Dio; è uno sbandamento, è fallire il colpo nel « tiro a segno » della vita; è la rivolta contro Dio, fonte della vita e della gioia. In Es 21,8; Ger 3,20; Is 1,20; 50,5 emerge un’idea precisa dell’assoluta distruttività del peccato. Se Dio infatti costruisce pace e armonia in noi e nella storia, mediante la nostra libera adesione alla sua Legge, il peccato rovina e distrugge l’uomo e ciò che è correlato a lui perché si propone come volontà e progetto alternativo all’unica fonte di bene che è Dio.
v. 8 « Ecco, tu ami la verità della coscienza e nel mio intimo mi fai conoscere la sapienza ».
E’ un versetto che fa scivolare in un certo senso la prima nella seconda parte del salmo. Viene espresso che la coscienza lucida e forte di quello che è il peccato non trova però soluzione attraverso un rituale magico ma attraverso il sincero umiliarsi del cuore consapevole di aver fatto un gran « guasto »; un cuore però nello stesso tempo fiducioso nel perdono di Dio e nella possibilità di ricominciare con Lui a scegliere « la via della vita ».
E’ il « vuoto » del cuore contrito e umiliato che permette poi l’irrompere in noi della sapienza come capacità di vedere e decidere secondo ciò che piace a Dio.

vv. 9-11 « Purificami… lavami. Distogli il tuo volto dai miei peccati, cancella tutte le mie colpe ».
Il salmo qui diventa supplica la cui forza è espressa dai verbi all’imperativo. Le immagini intensificano, attraverso la loro espressività simbolica, l’anelito alla purificazione. L’issopo è un’erba aromatica connessa al rito dell’agnello pasquale (Es 12,22), mentre la neve parla di un rinnovato candido splendore al cuore che viene perdonato da Dio (cf Is 1,18).
Anche l’immagine antropomorfica del « volto » di Dio (cf v. 11 e v. 13) approfondisce questo parlare con Dio, perché il volto è espressione, a volte dello sdegno e della punizione di Dio che non può sopportare il peccato (cf Sl 38,2; 90,8) così com’è espressione soprattutto della fonte di grazia e di pacificazione: « Esulterò di gioia per la tua grazia, perché hai guardato alla mia miseria » (Sl 30,8). Per questa persuasione il salmista è arrivato ora a pregare: « Fammi sentire gioia e allegria, esulteranno le ossa che hai spezzato » (v. 10). Il perdono infatti provoca una gioia che afferra tutto l’essere umano, anche nella sua realtà fisica ( le « ossa »).
Sentiamo risuonare Isaia: « Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore e le vostre ossa saranno rigogliose come erba fresca » (Is 66,4).

vv. 12-14 « Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo ».
La supplica diventa il grido di chi sempre più conosce Dio e, in preghiera, impara a conoscere se stesso alla Sua luce, chiedendo la forza del suo Spirito. Interessante il fatto che, nel testo ebraico, appaiono tre intense invocazioni allo Spirito Santo. L’italiano traduce: « sostieni in me uno spirito generoso », ma il testo originale dice: « rafforzami col tuo Spirito generoso ». Il senso è molto più consolante!
Siamo al momento culminante del salmo: è un’epiclesi penitenziale simile all’epiclesi nella Consacrazione, momento vertice della celebrazione eucaristica.
Importantissimo anche il termine « crea ». E’ il primo verbo della Bibbia: « In principio Dio creò il cielo e la terra » (Gn 1,1). La Bibbia riserva questa parola solo per Dio che fa sgorgare l’essere, l’assoluta novità dal nulla.
Solo Dio crea! L’uomo può ricevere l’essere, non lo dà. Correlata a questa richiesta di nuova creazione è l’altra supplica: « rendimi la gioia », nel testo originale: « fa risorgere in me la gioia ».
Il senso che viene da questa correlazione è profondo: dove c’è vera conoscenza di Dio e del suo perdono può esserci gioia vera, intensa!

vv. 15-19 « Insegnerò ai ribelli le tue vie (…) la mia lingua acclamerà la tua giustizia (…). Un cuore contrito e umiliato, o Dio, tu non disprezzi ».
E’ un finale fortemente intriso di speranza! Chi ha sperimentato lo forza travolgente della misericordia e « conosce » d’essere stato « ri-creato » da Dio, diventa un testimone, uno che sente l’urgenza dell’annuncio .
Sempre però anche quest’azione missionaria è sostenuta da Dio che ne è il propulsore. Quel Dio che non gradisce sacrifici e olocausti (v.18) formalistici e vuoti d’amore, unisce invece intimamente a sé lo spirito, meglio ancora il cuore che ha saputo entrare nell’umile e piena contrizione.

vv. 20-21 « Nel tuo amore favorisci Sion (…). Allora amerai i sacrifici legittimi ».
Gli esegeti hanno letto qui un’appendice liturgica, di valore secondario. Non è più solo il peccatore che si pente e chiede il perdono; è tutto il popolo che domanda a Dio di dimenticare le sue ribellioni e di gradire nuovamente gli olocausti, i riti d’Israele.

Se voglio imparare a pregare, è bene ch’io impari anzitutto a conoscere Dio nella sua identità di AMORE – MISERICORDIA e anche a conoscere me nella mia identità di persona che ha peccato.
Troppo spesso si prega con una conoscenza molto vaga sia di Dio che di se stessi. Si ha l’idea di un « paparone » quasi nonno e bonaccione, oppure di un giudice irato; un dio supportato da devozionalismi vari, la cui immagine si gioca nelle oscure paure della psiche o viene imbrattata da tante banalità di catechesi e omelie malfatte, da libercoli spiritualistici; oppure l’idea è di un Dio astratto da teologia impregnata di raziocinio. Un dio… non un Dio vivente, un Dio « tappabuchi »! Non Dio-Amore, Misericordia infinita!
Si prega anche con una cattiva coscienza di se stessi senza sufficiente capacità di giudizio su di sé.
Perfino confessandosi, il credente a volte più che accusare sé cerca giustificazioni, attenuanti, accusando gli altri. Scrive il Card. Martini: « Questa capacità di giudizio su di sé non è ancora il dolore dei peccati; ne è però la premessa. Infatti non posso pentirmi se non di qualcosa che è solo mio e non va, l’ho fatto io e lo disapprovo » (La scuola della Parola. Mondadori, 1995 p. 46).
Bisogna dunque prendere coscienza che se, nelle mostre confessioni e nell’atteggiamento di fondo del nostro essere, siamo sempre propensi a scusare noi e ad accusare gli altri, siamo lontani dalla conoscenza di noi e tanto più dalla realtà del pentimento cristiano.
Un’altra presa di coscienza per aprirci alla ricchezza di questo salmo, riguarda il nostro contesto socioculturale. E’ molto bello che finalmente si parli anche di « peccato sociale » di « strutture di peccato », nella consapevolezza che il peccato tocca la Chiesa, disgrega la società e inquina gli aspetti politici ed economici delle comunità nazionali e mondiali.
Questo salmo però ci ricorda che, dietro ogni volto d’uomo, dentro ogni situazione umana, Dio è la grande Presenza. Quando io tratto male qualcuno, lo inganno, gli nego aiuto, è Dio che io tratto male e offendo! Il salmista infatti non dice: « Ho peccato » ma « Ho peccato contro di Te ». Ed è sulla scorta di tutto il salmo che il nostro pregare chiedendo perdono a Dio lungi da farci affondare nel deprimente senso di colpa, ci fa rimbalzare nella piena fiducia. « Il mio peccato mi è sempre davanti », « Quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto » dico con piena verità, ma senza indugiare con sguardo depresso sulle mie bassezze e miserie; perché volgendomi a Dio, grido a Lui con piena fiducia: « Pietà di me secondo la tua bontà, secondo l’immensa tua misericordia ».

- Quando prego, dopo una caduta, che idea ho di Dio nel mio cuore? Sono persuaso della sua infinita misericordia?

- Ho consapevolezza dell’enormità del peccato e riconosco lealmente qual è il peccato in cui più spesso cado? Oppure scivolo nella confusione e nella superficialità spirituale che tende a scusare me e a colpevolizzare gli altri?

- Vado a Dio oppresso/a da sensi di colpa o, mettendomi alla sua Presenza riconosco e consegno il mio peccato nella certezza del perdono di Dio?

- Peccato personale e sociale: radice di tutto è davvero, secondo me, l’aver rotto con Dio-Amore? Ne ho una persuasione inattaccabile?

Prego lentamente il salmo, mi soffermo sui versetti che più mi colpiscono, che rispondono, oggi, alla mia situazione spirituale. Li ripeto e memorizzo.
Non dimentico tra gli altri, quello che dice: « Crea in me un cuore puro, rendimi la gioia di essere salvato ». Lo mormoro sul ritmo del respiro.

da Chiesa di Milano: Meditazioni sulla Seconda Lettera ai Corinzi

dal sito:

http://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/esy/objects/docs/1515381/FPC_2008-2009_2Cor_2Consolazione.doc

Proposta di lettura spirituale per l’anno 2008-2009

MINISTRI DELLA NUOVA ALLEANZA E COLLABORATORI DELLA VOSTRA GIOIA

Meditazioni sulla Seconda Lettera ai Corinzi
don Pierantonio Tremolada

(Chiesa di Milano)

La consolazione di Dio nelle prove del ministero

Seconda traccia di meditazione

La Seconda Lettera ai Corinzi è scritta da Paolo sull’onda di un sentimento di profonda consolazione. La vicenda dolorosa che lo aveva portato a scrivere la lettera « tra le lacrime » si conclude felicemente, con la conferma dei sentimenti di affetto e di stima da parte della comunità cristiana nei confronti del suo apostolo. Paolo ne è molto confortato e ritorna a meditare su quanto accaduto per trarne insegnamento. Prima di tutto, però, ringrazia Dio. Queste sono le sue parole proprio in apertura della nostra lettera:

Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra consolazione, la quale si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo (2Cor 1,3-6).

Mettendoci in ascolto di questo brano e ponendolo in rapporto con altri passaggi della lettera, potremo comprendere che cosa sia per Paolo la consolazione; più precisamente, quali siano le sue ragioni e soprattutto quale sia la sua sorgente. Due domande possono guidare la nostra lettura: a che cosa pensa Paolo quando parla di consolazione? In che modo egli ne ha fatto esperienza?

1. Anzitutto la consolazione è per Paolo opera di Dio. Lui, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo è « il Dio di ogni consolazione ». L’esperienza di Paolo conferma quella di altri giusti, che troviamo nel Salterio: « Tu Signore mi hai soccorso e consolato » (Sal 86,17); « Mi hai fatto provare molte angosce e sventure: mi darai ancora vita, mi farai risalire dagli abissi della terra, accrescerai la mia grandezza e tornerai a consolarmi » (Sal 71,20-21); « Questo mi consola nella miseria: la tua parola mi fa vivere » (Sal 119,50). La consolazione nella sua forma piena rientra nella promessa che Dio fa al suo popolo per gli ultimi tempi. Si legge nel libro di Geremia: « Allora si allieterà la vergine alla danza; i giovani e i vecchi gioiranno. Io cambierò il loro lutto in gioia, li consolerò e li renderò felici, senza afflizioni (Ger 31,13). L’intera sezione di Ger 30-31 è in verità un unico straordinario canto di consolazione, che si apre con l’invito a guardare avanti, perché « verranno giorni – dice il Signore – nei quali cambierò la sorte del mio popolo » (Ger 30,3). Lo stesso si dica di Is 40, con il suo inizio struggente: « Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù… » (Is 40,1-2). Dio dunque è per definizione colui che consola. L’uomo ha bisogno di consolazione ma non è detto che la trovi da se stesso. Non abbiamo in noi stessi la sorgente della consolazione. Quando viviamo situazioni dolorose tentiamo di non pensarci o di pensare ad altro, cerchiamo di rimuovere, fuggiamo, ci stordiamo. Ma questo non risolve. La vera consolazione viene da Dio e dalla sua potenza di bene. Dio è « il Padre del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della misericordia e il Dio di ogni consolazione » (cf. 2Cor 1,3) – dice qui san Paolo. L’espressione « Padre della misericordia » andrebbe meglio tradotta dal greco con « Padre della compassione ». Dunque, la consolazione è per Paolo uno dei modi con cui Dio dimostra la sua compassione per noi. Per « compassione » si intende nel Nuovo Testamento un movimento travolgente del cuore che poi giunge all’azione pratica. Ricordiamo il samaritano della parabola (Lc 10,33-34.37)! La compassione parte dallo sguardo e subito si trasforma in opera di soccorso. Così è della consolazione del Padre: si tratta di una consolazione attiva, che vede e si prende cura. L’uomo la sperimenta concretamente quando entra nella prova.

2. Quest’ultima frase già ci introduce nella seconda caratteristica della consolazione: il suo stretto rapporto con la tribolazione. Paolo dice infatti che « Dio ci consola in ogni nostra tribolazione » (2Cor 1,4a): dunque « in ogni tribolazione », dentro di essa, in concomitanza con essa. La sottolineatura nel greco è ancora più forte: abbiamo infatti « su (= epí) ogni nostra tribolazione ». L’idea è che la consolazione giunge sopra la tribolazione, viene dall’alto e cala su di essa. Si tratta dunque di un’esperienza che diventa possibile proprio a causa della tribolazione, quando questa si apre all’azione che viene dall’alto: là dove c’è tribolazione ecco che si creano le condizioni per conoscere la consolazione di Dio. Non dunque una consolazione « nonostante » la tribolazione ma « in occasione » della tribolazione. Senza la prova tale consolazione non si dà e, in modo corrispondente, per chi crede, non si dà prova senza consolazione. Come questo sia possibile Paolo lo spiegherà tra poco, ma ora è importante prenderne atto: accettare la tribolazione, entrare in essa con coraggio, rimanervi con tenacia, lottare e resistere, perseverare con fiducia, tutto questo consente di sentirsi realmente consolati da Dio.

Per tribolazione (greco: thlípsis) Paolo intende diverse cose insieme: 1) la fatica della fede e del ministero, l’impegno duro, la lotta, la stanchezza, il peso, la sofferenza anche fisica; 2) la evidente percezione della propria pochezza e debolezza, del proprio limite e della propria fragilità; 3) il riconoscimento doloroso dell’insuccesso, dell’apparente inutilità del proprio lavoro, dell’esito a volte scoraggiante di un ministero generoso; 4) l’incomprensione, l’opposizione ingiusta, la maldicenza, l’offesa personale, la contestazione della propria autorità, la persecuzione.

3. Una terza caratteristica di questa consolazione è la sua valenza « apostolica ». Essa viene infatti sperimentata da Paolo in vista della consolazione altrui, per consentire cioè ad altri di sentirsi a loro volta consolati. Dio ci consola – scrive l’apostolo – « … perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio (2Cor 1,4b). Si intravede qui anche una regola importante del ministero: la prova che l’apostolo sostiene gli consente di dare testimonianza ai suoi fratelli nella fede, come vero servitore di Cristo. Non avrebbe nulla da dire di consolante a quanti sono nella tribolazione se lui stesso non l’avesse sperimentata con fede. Nella serena e tenace forza del pastore che affronta e sopporta la tribolazione il popolo trova grande conforto: pensiamo per esempio all’efficacia della testimonianza di Giovanni Paolo II o del Card. Ferrari nella loro malattia!

4. Infine, ma non da ultimo, la consolazione di cui parla san Paolo è una consolazione « cristiana », che cioè viene da Cristo, che si sperimenta per mezzo di lui e in lui. La dichiarazione di Paolo è chiara e ha la forma di una vera e propria motivazione di fondo: « Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione » (2Cor 1,5). Riconosciamo qui una visione potremmo dire « sacramentale » della sofferenza: i credenti in Cristo condividono la sua tribolazione e quindi in lui trovano consolazione. Di più: in questo loro soffrire è Cristo stesso che continua a soffrire per la redenzione del mondo. Vengono in mente altri passi dell’epistolario paolino: « Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa » (Col 1,24); « Sono stato crocifisso con Cristo. Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » (Gal 2,20). La chiave di lettura della consolazione è dunque per Paolo il mistero pasquale: in essa si rivela la potenza vittoriosa del Risorto sulla morte, potenza della sua amorevole donazione. L’abbondare della consolazione mentre abbondano le sofferenze – evidente paradosso – è possibile solo in rapporto al soffrire sacrificale del Crocifisso risorto. La natura ultima di questa consolazione ci sfugge e sempre ci sfuggirà: essa si dà per grazia e come grazia sarà sempre sperimentata.

Possiamo porre a questo punto la domanda che permette di passare dalla lectio alla meditatio del nostro testo: che cosa dice questo alla mia vita e al mio ministero? In che cosa consiste di fatto una simile consolazione apostolica e come la si sperimenta ancora oggi?

1. In primo luogo la consolazione si sperimenta come forza di sopportazione, che deriva dalla fiducia nella potenza della risurrezione di Cristo. « La vostra consolazione – dice Paolo – si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo » (cf. 2Cor 1,6). A quali sue sofferenze sta pensando qui l’apostolo? Certamente ai pericoli affrontati ad Efeso ma poi anche alle offese subite a Corinto. A riguardo dei primi scrive: « Non vogliamo infatti che ignoriate, fratelli, come la tribolazione che ci è capitata in Asia ci ha colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze, sì da dubitare anche della vita. Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti. Da quella morte però egli ci ha liberato e ci libererà, per la speranza che abbiamo riposto in lui, che ci libererà ancora, grazie alla vostra cooperazione nella preghiera per noi, affinché per il favore divino ottenutoci da molte persone, siano rese grazie per noi da parte di molti (2Cor 1,8-11). Ecco dunque come il Padre ha avuto compassione di Paolo: gli si è fatto vicino con la potenza di vita che viene dalla risurrezione del suo Figlio Gesù Cristo, dandogli la forza necessaria per sostenere la paura di una morte imminente. Questa è dunque la consolazione di Dio: è capacità di reggere, di farcela, di non soccombere, di sostenere il peso delle situazioni difficili e pericolose. Lo stesso si dovrà dire per le ingiustizie patite da Paolo a Corinto: i malintesi, le insinuazioni, le offese dirette, insieme con la percezione evidente dei suoi limiti e della sua debolezza. Sentire che grazie a Cristo riusciamo a resistere, pur portando il peso di una situazione difficile e dolorosa!

2. Un secondo modo in cui la consolazione di Dio in Cristo si fa sentire è quello della tranquillità o serenità interiore, derivante dalla buona testimonianza della propria coscienza. È infatti « confortante » poter dire davanti a se stessi e soprattutto a Dio – come nel caso di Paolo – che la tribolazione in atto non trova giustificazione in qualcosa di ingiusto che abbiamo compiuto, perché tutto è stato fatto con sincerità e onestà. Allora la sofferenza che si patisce può davvero trasformarsi in offerta gradita a Dio, in sofferenza di Cristo in noi. Scrive Paolo: « Questo infatti è il nostro vanto: la testimonianza della coscienza di esserci comportati nel mondo, e particolarmente verso di voi, con la santità e sincerità che vengono da Dio » (2Cor 1,12). Il vanto è certo qui una forma di consolazione interiore. Il poter dire: « Nulla motiva il male che ricevo, avendo io cercato di fare solo del bene », consente poi di aggiungere: « Dunque il male che ora mi addolora è a totale disposizione di Dio. Posso offrirlo a lui unendolo al sacrificio redentore del Cristo, nella potenza della sua risurrezione ».

3. Un terzo aspetto della consolazione è la possibilità che la sofferenza offre di vedere il pentimento, divenendo spettatori della « tristezza secondo Dio » in grado di salvare. Dalla vicenda della « lettera scritta tra le lacrime » Paolo ricava proprio questo: « E se me ne è dispiaciuto – vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo soltanto, vi ha rattristati – ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte (2Cor 7,8-10). Vedere il pentimento è davvero consolante, quando non è appagamento del proprio orgoglio o una rivalsa. Il pentimento è infatti uno dei segni più belli della potenza della risurrezione, perché è vittoria su ciò che appunto tende a distruggere la comunione; è manifestazione effettiva della forza di Cristo; è redenzione in atto. Il soffrire ingiustamente consente di scoprire all’opera il Regno di Dio, di riconoscere, alla fine e magari dopo tanto tempo, che il bene vince sul male e si rafforza, poiché il pentimento rende onore alla verità, riconosce l’onestà di chi ha operato e produce gioia in chi ha saputo attendere senza astio e amarezza.

4.  Effetto del pentimento è il rafforzamento dell’amore reciproco: questo è un quarto aspetto della consolazione. Dalla sofferenza ingiusta accettata pazientemente, dal chiarimento dei malintesi, da offese anche gravi fraternamente segnalate si esce più forti e più uniti. « Ecco, infatti, quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio; anzi quante scuse, quanta indignazione, quale timore, quale desiderio, quale affetto, quale punizione! Vi siete dimostrati innocenti sotto ogni riguardo in questa faccenda. Così se anche vi ho scritto, non fu tanto a motivo dell’offensore o a motivo dell’offeso, ma perché apparisse chiara la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio. Ecco quello che ci ha consolati » (2Cor 7,11-13a). Benedetti i malintesi e le incomprensioni quando permettono di sentire ancora di più il bene che ci si vuole, di percepire quanto si è cari gli uni agli altri.

5. Un ultimo aspetto merita di essere ricordato: la richiesta di preghiera che Paolo fa ai Corinzi per sostenerlo nella prova: « Da quella morte però egli ci ha liberato e ci libererà, per la speranza che abbiamo riposto in lui, che ci libererà ancora, grazie alla vostra cooperazione nella preghiera per noi, affinché per il favore divino ottenutoci da molte persone, siano rese grazie per noi da parte di molti » (2Cor 1,10-11). L’apostolo non ha paura a dire che ha bisogno del sostegno dei Corinzi, della loro « cooperazione » che avviene soprattutto nella preghiera. La consolazione spesso ci raggiunge attraverso persone che ci sono vicine e di cui a volte abbiamo proprio bisogno. È importante sentire che non siamo soli nella battaglia del ministero, nella prova della tribolazione. La preghiera e la vicinanza tra confratelli -del presbiterio – ma anche la preghiera e la vicinanza di fratelli e sorelle nella fede – della nostra gente – sono di grande conforto in certi momenti difficili.

Omelia (01-03-2010)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/17388.html

Omelia (01-03-2010) 
padre Lino Pedron

Dio è il punto di riferimento dell’agire cristiano. Tutta la preoccupazione del credente è ripetere nella propria vita i suoi comportamenti.
Gesù tenta di levarci dalla testa un Dio che siede come giudice in un tribunale, per sostituirlo con un Padre che siede in casa con i suoi figli ai quali non cessa di voler bene e di usare con essi tutta la sua comprensione paterna. Lo sforzo del giudice è quello di arrivare a una sentenza di condanna, quello del padre, così come quello del cristiano, a una assoluzione totale. Il cristiano è chiamato a ricopiare l’atteggiamento paterno di Dio verso tutti indistintamente.
L’amore dei nemici è una grazia che ci fa misericordiosi come il Padre.
Gesù ci insegna come dobbiamo comportarci nei confronti di quelli che non ci amano: non giudicate, non condannate, perdonate, date. E questi quattro comandamenti vanno praticati con una generosità sovrabbondante, smisurata, perché con la misura con la quale misuriamo, sarà misurato a noi in cambio da Dio.
Il desiderio dell’uomo è « diventare come Dio » (Gen 3, 5). Ora, dopo la rivelazione del vero volto di Dio in Gesù, è possibile capire la via per diventare Dio. L’essenza di Dio è la misericordia: « Poiché, quale è la sua grandezza, tale è la sua misericordia » (Sir 2,18).
La nostra esperienza fondamentale di Dio, dal momento che siamo nel peccato e nel male, è quella della misericordia che perdona e che salva. Questo amore di misericordia è l’unico possibile nella situazione in cui ci troviamo di fatto.
Se l’amore si esprime nel dono, la misericordia si esprime nel perdono, che significa super-dono, in modo che « dove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia » (Rm 5,20).
L’aggettivo che Luca usa qui per dire « misericordioso » è oiktìrmon, che indica l’espressione esterna della misericordia, sia come compassione che come intervento. Questo aggettivo, applicato a Dio, è usato solo due volte in tutto il Nuovo Testamento: qui e nella Lettera di Giacomo 5, 11. Nella traduzione detta dei Settanta oiktìrmon traduce l’ebraico rahamin, che indica l’utero. Questo significa che Dio misericordioso ci è presentato come padre, ma ancor più come madre. A questo proposito è prezioso quanto ha scritto san Clemente di Alessandria: « Per la sua misteriosa divinità Dio è Padre. Ma la tenerezza (sympathés) che ha per noi lo fa diventare madre. Amando, il Padre diventa femminile » (Quis dives salvetur, 37,2).
La prima immagine che l’uomo ha di Dio è di uno che giudica. E l’immagine di un Dio che giudica con severità è l’ultimo idolo che Gesù riesce a togliere, facendoci vedere che il nostro male lo porta lui sulla croce: « Ecco l’Agnello di Dio che porta via il peccato del mondo » (Gv 1,29).
La croce di Cristo è l’unico giudizio possibile al Padre della misericordia che giustifica tutti. Dunque, chiunque giudica un altro sbaglia sempre. E l’errore non sta nel fatto che il giudizio dell’uomo è fallace, ma proprio nel fatto stesso del giudicare perché è usurpare il potere a Dio e soprattutto perché Dio non giudica ma giustifica, non condanna ma condona.
Il giudizio finale di salvezza o di perdizione non è operato da Dio, ma da me; non in un tempo indeterminato o nascosto, ma ora nel rapporto quotidiano con i fratelli. Questa è la misericordia di Dio: lascia a noi il giudizio su noi stessi, ed è lo stesso giudizio che pronunciamo sugli altri. Se non giudichiamo gli altri, Dio non giudica noi. Se perdoniamo agli altri, Dio perdona a noi.
Nella misura in cui si dà al fratello, si riceve da Dio. L’unico metro di misura del dono che riceviamo è la nostra capacità di donare. Dio rinuncia a misurare come rinuncia a giudicare. Siamo misurati e giudicati da noi stessi, secondo il nostro amore verso gli altri.
Dio non conosce misura nel donarsi. L’unica limitazione alla misericordia di Dio è data dal nostro grembo, cioè dalle nostre viscere di misericordia. 

San Massimo il Confessore: « Con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100301

Lunedì della II settimana di Quaresima : Lc 6,36-38
Meditazione del giorno
San Massimo il Confessore (circa 580-662), monaco e teologo
La vita ascetica, 40-42 ; PG 90, 912

« Con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio »

       Ora che abbiamo imparato dalla Scrittura ciò che è il timore del Signore e quali sono la sua bontà e il suo amore, convertiamoci a lui con tutto il cuore… Osserviamo i suoi comandamenti; amiamoci gli uni gli altri con tutto il cuore. Chiamiamo con il nome di fratelli anche coloro che ci odiano e ci detestano, affinché il nome del Signore sia glorificato e manifestato in tutta la sua gioia. Noi che ci mettiamo alla prova a vicenda, perdoniamoci vicendevolmente… Non invidiamo gli altri e, se siamo esposti alla gelosia, non diventiamo spietati. Invece, mostriamoci pieni di compassione gli uni verso gli altri e, con la nostra umiltà, portiamo la guarigione gli uni agli altri. Non sparliamo, non scherniamo, poiché siamo membri gli uni degli altri.

        Amiamoci gli uni gli altri e saremo amati da Dio ; siamo pazienti gli uni con gli altri ed egli si mostrerà paziente con i nostri peccati. Non rendiamo il male per il male e non riceveremo ciò che meritiamo per i nostri peccati. Infatti, otteniamo il perdono dei nostri peccati perdonando ai nostri fratelli, e la misericordia di Dio è nascosta nella misericordia per il prossimo… Lo vedi, il Signore ci ha dato il mezzo per salvarci e ci ha dato il potere celeste di diventare figli di Dio.

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