Il roveto ardente : « Moshè guardò ed ecco: il roveto era in fiamme, ma quel roveto non si consumava » (Esodo 3:2). (commento ebraico)

dal sito:

http://www.ritornoallatorah.it/public/index.php?option=com_content&view=article&id=350:il-roveto-ardente&catid=52:interpretazioni&Itemid=63

Il roveto ardente 
 
Scritto da mErA  

« Moshè guardò ed ecco: il roveto era in fiamme, ma quel roveto non si consumava »  (Esodo 3:2).

Il primo liberatore del popolo Ebraico assistette alla visione di uno spettacolo meraviglioso quanto insolito: un roveto sul monte Horeb (il Sinai) che pur essendo in mezzo alle fiamme non veniva bruciato.
Fu la meraviglia suscitata da quel miracolo ad attirarlo verso il luogo in cui il Creatore dell’universo gli parlò per la prima volta, e fu proprio lì che ricevette il compito di salvare i figli d’Israele dall’oppressione.

Quello che Moshè vide non fu però un semplice evento soprannaturale provocato da Dio per attirare la sua attenzione. Dietro all’immagine del roveto ardente si nasconde un significato preciso, un messaggio che nella Torah è di primaria importanza e che perciò è più volte ribadito ed elaborato.

Il Midrash riporta infatti la seguente spiegazione:
« Come questo roveto brucia in mezzo al fuoco, eppure non si consuma, così gli Egiziani non potranno distruggere Israele ».

Moshè aveva visto con i suoi occhi il modo in cui venivano trattati i suoi fratelli Ebrei; I loro dominatori li odiavano e li temevano perchè erano troppo numerosi.
La schiavitù in Egitto fu la prima forma di persecuzione, o di « antisemitismo » (se è lecito usare questo termine anacronistico) a cui i figli d’Israele furono soggetti da quando non erano più una semplice famiglia, ma un popolo vero e proprio.

Gli Egiziani li costrinsero a lavorare aspramente per il Faraone, li sottoposero a molte angherie e cercarono persino di sterminarli uccidendo i loro neonati maschi.
Nonostante tutto ciò, come è scritto nella Torah:
« Più li opprimevano, più essi si moltiplicavano e si estendevano » (Esodo 1:12).

Il roveto bruciava, ma senza consumarsi.  Allo stesso modo, il popolo d’Israele soffriva, veniva attaccato continuamente e si disperava, ma non venne mai distrutto e il Faraone non riuscì a sterminarlo del tutto.
I Maestri affermano che il primo esilio Ebraico (quello in Egitto) è l’immagine di tutti gli esilii successivi, e quindi, chiaramente, il messaggio espresso dal roveto è valido per ogni generazione.
Israele è stato dominato da molti nemici e nel corso della storia ha continuamente rischiato di scomparire, ma ciò non è mai successo, non può succedere:
« Quando saranno nel paese dei loro nemici, io non li disprezzerò e non li detesterò fino al punto di annientarli del tutto e di rompere il mio Patto con loro, poichè io sono Hashem, il loro Dio » (Levitico 26:44).

Quello della miracolosa sopravvivenza del popolo Ebraico è un tema comune in tutta la Bibbia, e in essa troviamo infatti molte immagini e molti eventi che nel loro significato più profondo esprimono questo concetto. E’ il caso del patriarca Avraham, che con un piccolo esercito sconfisse quattro grandi nazioni (Genesi 14:14-16), di Yitzhak che fu legato sul monte Moriah per essere sacrificato, ma che venne poi risparmiato (Genesi 22), e anche del re David, che quando era ancora un ragazzo riuscì a prevalere sul Filisteo Goliath combattendo senza armatura (1Samuele 17:40-50).
Il Profeti predissero anche una clamorosa guerra in cui molte nazioni potenti attaccheranno Israele, ma cadranno senza riuscire nel loro intento malvagio.

Tuttavia ognuno può chiedersi: Perchè tutto ciò?
A cosa serve tutta questa sofferenza a cui da sempre gli Ebrei vengono sottoposti?

Nel cercare di rispondere a queste domande si rischia di finire in questioni immensamente complesse, misteriose e incomprensibili che non trovano mai una soluzione completa o del tutto soddisfacente.
La Torah stessa dichiara che, a causa di tutto il male che Israele potrà subire, il popolo avrà questo pensiero: « Non è forse perchè il nostro Dio non è in mezzo a noi che questi dolori ci sono venuti addosso? » (Deuteronomio 31:17).
Tutte queste cose sono parte integrante del peso dell’elezione e delle responsabilità che essa comporta.

A tale proposito si può anche riflettere sul modo in cui iniziò l’odio degli Egiziani verso Israele.
Nel libro di Genesi è scritto che, quando la famiglia di Yaakov (Giacobbe) si trasferì in Egitto per sfuggire alla carestia, quest’ultimo non andò ad abitare nella casa del Faraone o nel centro del paese. Al contrario, secondo la decisione di Yossef (Giuseppe), la famiglia si stabilì a Goshen, una regione separata dal resto dell’Egitto. Lì, vivendo al di fuori dalla civiltà pagana, i figli di Yaakov potevano riuscire a non perdere le loro usanze e a mantenere la loro speciale identità.
Ma con il passare degli anni, gli Israeliti si mescolarono agli Egiziani, divennero ricchi, influenti e temuti, e riempirono tutto il paese. Pur continuando a praticare la circoncisione, essi divennero purtroppo adoratori di idoli.
Sia la Torah che la storia insegnano che quando gli Ebrei rinunciano alla loro identità e si assimilano alle altre nazioni, allora i guai iniziano ad arrivare. Questo principio appare a molti come un controsenso, ma l’evidenza ha ampiamente dimostrato la sua validità.

Attraverso le sofferenze e le persecuzioni, Hashem ricorda al Suo popolo che l’Egitto (o qualsiasi altro luogo) non è la sua casa, e che l’esilio è soltanto una condizione transitoria, poichè la vera patria di Israele è la Terra Santa.

Intanto, però, il roveto non si consuma. 
 

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