Archive pour février, 2010

22 febbraio – Cattedra di San Pietro Apostolo (storia)

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/20800

Cattedra di San Pietro Apostolo

22 febbraio 

Il 22 febbraio per il calendario della Chiesa cattolica rappresenta il giorno della festa della Cattedra di San Pietro. Si tratta della ricorrenza in cui viene messa in modo particolare al centro la memoria della peculiare missione affidata da Gesù a Pietro. In realtà la storia ci ha tramandato l’esistenza di due cattedre dell’Apostolo: prima del suo viaggio e del suo martirio a Roma, la sede del magistero di Pietro fu infatti identificata in Antiochia. E la liturgia celebrava questi due momenti con due date diverse: il 18 gennaio (Roma) e il 22 febbraio (Antiochia). La riforma del calendario le ha unificate nell’unica festa di oggi. Essa – viene spiegato nel Messale Romano – « con il simbolo della cattedra pone in rilievo la missione di maestro e di pastore conferita da Cristo a Pietro, da lui costituito, nella sua persona e in quella dei successori, principio e fondamento visibile dell’unità della Chiesa ». (Avvenire)

Martirologio Romano: Festa della Cattedra di san Pietro Apostolo, al quale disse il Signore: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Nel giorno in cui i Romani erano soliti fare memoria dei loro defunti, si venera la sede della nascita al cielo di quell’Apostolo, che trae gloria dalla sua vittoria sul colle Vaticano ed è chiamata a presiedere alla comunione universale della carità.

Per ricordare due importanti tappe della missione compiuta dal principe degli apostoli, S. Pietro, e lo stabilirsi del cristianesimo prima in Antiochia, poi a Roma, il Martirologio Romano celebra il 22 febbraio la festa della cattedra di S. Pietro ad Antiochia e il 18 gennaio quella della sua cattedra a Roma. La recente riforma del calendario ha unificato le due commemorazioni al 22 febbraio, data che trova riscontro in un’antica tradizione, riferita dalla Depositio mar rum. In effetti, in questo giorno si celebrava la cattedra romana, anticipata poi nella Gallia al 18 gennaio, per evitare che la festa cadesse nel tempo di Quaresima.
In tal modo si ebbe un doppione e si finì per introdurre al 22 febbraio la festa della cattedra di S. Pietro ad Antiochia, fissando al 18 gennaio quella romana. La cattedra, letteralmente, è il seggio fisso del sommo pontefice e dei vescovi. E’ posta in permanenza nella chiesa madre della diocesi (di qui il suo nome di « cattedrale ») ed è il simbolo dell’autorità del vescovo e del suo magistero ordinario nella Chiesa locale. La cattedra di S. Pietro indica quindi la sua posizione preminente nel collegio apostolico, dimostrata dalla esplicita volontà di Gesù, che gli assegna il compito di « pascere » il gregge, cioè di guidare il nuovo popolo di Dio, la Chiesa.
Questa investitura da parte di Cristo, ribadita dopo la risurrezione, viene rispettata. Vediamo infatti Pietro svolgere, dopo l’ascensione, il ruolo di guida. Presiede alla elezione di Mattia e parla a nome di tutti sia alla folla accorsa ad ascoltarlo davanti al cenacolo, nel giorno della Pentecoste, sia più tardi davanti al Sinedrio. Lo stesso Erode Agrippa sa di infliggere un colpo mortale alla Chiesa nascente con l’eliminazione del suo capo, S. Pietro. Mentre la presenza di Pietro ad Antiochia risulta in maniera incontestabile dagli scritti neotestamentari, la sua venuta a Roma nei primi anni dell’impero di Claudio non ha prove altrettanto evidenti.
Lo sviluppo del cristianesimo nella capitale dell’impero attestato dalla lettera paolina ai Romani (scritta verso il 57) non si spiega tuttavia senza la presenza di un missionario di primo piano. La venuta, qualunque sia la data in cui ciò accadde, e la morte di S. Pietro a Roma, sono suffragare da tradizioni antichissime, accolte ora universalmente da studiosi anche non cattolici. Lo attestano in maniera storicamente inoppugnabile anche gli scavi intrapresi nel 1939 per ordine di Pio XII nelle Grotte Vaticane, sotto la Basilica di S. Pietro, e i cui risultati sono accolti favorevolmente anche da studiosi non cattolici.

Autore: Piero Bargellini 

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DI DOM PROSPER GUÉRANGER – 22 FEBBRAIO: CATTEDRA DI SAN PIETRO IN ANTIOCHIA

dal sito:

http://www.unavoce-ve.it/pg-22feb.htm

22 FEBBRAIO

CATTEDRA DI SAN PIETRO IN ANTIOCHIA

di dom Prosper Guéranger

Festa della Cattedra di Antiochia.

Per la seconda volta la santa Chiesa festeggia la cattedra di Pietro; ma oggi, siamo invitati a venerare non più il suo Pontificato in Roma, ma il suo Episcopato ad Antiochia. La permanenza del Principe degli Apostoli in quest’ultima città fu per essa la più grande gloria che conobbe dalla sua fondazione; pertanto, questo periodo occupa un posto tanto rilevante nella vita di san Pietro da meritare d’essere celebrato dai cristiani.

Il Cristianesimo ad Antiochia.

Cornelio aveva ricevuto il battesimo a Cesarea dalle mani di Pietro, e l’ingresso di questo Romano nella Chiesa preannunciava il momento in cui il Cristianesimo doveva estendersi oltre la popolazione giudaica. Alcuni discepoli, i cui nomi non ci furono tramandati da Luca, fecero un tentativo di predicazione in Antiochia, ed il successo che ne riportarono indusse gli Apostoli ad inviarvi Barnaba. Giunto questi colà, non tardò ad associarsi un altro giudeo convertito da pochi anni e conosciuto ancora col nome di Saulo, che, più tardi, cambierà il suo nome con quello di Paolo e diventerà oltremodo glorioso in tutta la Chiesa. La parola di questi due uomini apostolici suscitò nuovi proseliti in seno alla gentilità, ed era facile prevedere che ben presto il centro della religione di Cristo non sarebbe stato più Gerusalemme, ma Antiochia. Così il Vangelo passava ai gentili e abbandonava l’ingrata città che non aveva conosciuto il tempo della sua visita (Lc 19,44).

San Pietro ad Antiochia.

La voce dell’intera tradizione c’informa che Pietro trasferì la sua residenza in questa terza città dell’Impero romano, quando la fede di Cristo cominciò ad avere quel magnifico sviluppo che abbiamo qui sopra ricordato. Tale mutamento di luogo e lo spostamento della Cattedra primaziale stanno a dimostrare che la Chiesa s’avanzava nei suoi destini e lasciava l’augusta cinta di Sion, per avviarsi verso l’intera umanità.

Sappiamo dal Papa sant’Innocenzo I ch’ebbe luogo in Antiochia una riunione degli Apostoli. Ormai il vento dello Spirito Santo spingeva verso la gentilità le sue nubi sotto il cui emblema Isaia raffigura gli Apostoli (Is 60,8). Sant’Innocenzo, alla cui testimonianza si unisce quella di Vigilio, vescovo di Tarso, osserva che si deve riferire al tempo di questa riunione di san Pietro e degli Apostoli ad Antiochia, quanto san Luca scrive negli atti, là dove afferma che alle numerose conversioni di gentili, si incominciò a chiamare i discepoli di Cristo con l’appellativo di Cristiani.
 

Le tre Cattedre di san Pietro.

Dunque Antiochia è diventata la sede di Pietro, nella quale egli risiede, e dalla quale partirà per evangelizzare le diverse province dell’Asia; qui farà ritorno per ultimare la fondazione di questa nobile Chiesa. Sembrava che Alessandria, la seconda città dell’impero, volesse rivendicare a sé l’onore della sede del primato, quando piegò la testa sotto il giogo di Cristo. Ma ormai Roma, da tempo predestinata dalla divina Provvidenza a dominare il mondo, ne avrà maggior diritto. Pietro allora si metterà in cammino, portando nella sua persona i destini della Chiesa; si fermerà a Roma, ove morirà e lascerà la sua successione. Nell’ora segnata, si distaccherà da Antiochia e stabilirà vescovo Evodio, suo discepolo. Questi, quale successore di Pietro, sarà Vescovo di Antiochia; ma la sua Chiesa non eredita il primato che Pietro porta con sé. Il principe degli Apostoli designa Marco, suo discepolo, a prender in suo nome possesso di Alessandria; la quale sarà la seconda Chiesa dell’universo e precederà la stessa sede di Antiochia, per volontà di Pietro, che però non ne occupò mai personalmente la sede. Egli è diretto a Roma: ivi finalmente, fisserà la Cattedra sulla quale vivrà, insegnerà e governerà nei suoi successori.

Questa l’origine delle tre grandi Cattedre Patriarcali così venerate anticamente: la prima, Roma, investita della pienezza dei diritti del principe degli Apostoli, che gliele trasmise morendo; la seconda, Alessandria, che deve la sua preminenza alla distinzione di cui volle insignirla Pietro adottandola per sua seconda sede; la terza, Antiochia, sulla quale si assise di persona, allorché, rinunciando a Gerusalemme, volle portare alla Gentilità le grazie dell’adozione.

Se dunque Antiochia cede in superiorità ad Alessandria, quest’ultima le è inferiore rispetto all’onore d’aver posseduta la persona di colui che Cristo aveva investito dell’ufficio di Pastore supremo. È dunque giusto che la Chiesa onori Antiochia per aver avuto la gloria d’essere temporaneamente il centro della cristianità: è questo il significato della festa che oggi celebriamo [1].

Doveri verso la Cattedra di san Pietro.

Le solennità che si riferiscono a san Pietro devono interessare in modo speciale i figli della Chiesa. La festa del padre è sempre quella dell’intera famiglia, perché da lui viene la vita e l’essere. Se v’è un solo gregge, è perché esiste un solo Pastore. Onoriamo perciò la divina prerogativa di Pietro, alla quale il Cristianesimo deve la sua conservazione; riconosciamo gli obblighi che abbiamo verso la Sede Apostolica. Il giorno che celebravamo la Cattedra Romana, apprendemmo come viene insegnata, conservata e propagata la Fede dalla Chiesa Madre nella quale risiedono le promesse fatte a Pietro. Onoriamo oggi la Sede Apostolica, quale unica sorgente del legittimo potere, mediante il quale vengono retti e governati i popoli in ordine alla salvezza eterna.

Poteri di Pietro.

Il Salvatore disse a Pietro: « Io ti darò le Chiavi del Regno dei cieli » (Mt 16,19), cioè della Chiesa; ed ancora: « Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle » (Gv 21,15-17). Pietro dunque è principe, perché le Chiavi, nella Sacra Scrittura, significano il principato; e Pastore, Pastore universale, perché non vi sono in seno al gregge che pecore ed agnelli. Ma ecco che, per divina bontà, in ogni parte incontriamo Pastori: i Vescovi, « posti dallo Spirito Santo a reggere la Chiesa di Dio » (At 20,28), che in suo nome governano le cristianità, e sono anch’essi Pastori. Come mai le Chiavi, che sono eredità di Pietro, si trovano in altre mani, che non sono le sue? La Chiesa cattolica ce ne spiega il mistero nei documenti della sua Tradizione.

Ecco Tertulliano affermare che « il Signore diede le Chiavi a Pietro, e per mezzo suo alla Chiesa » (Scorpiaco, c. 10); sant’Ottato di Milevi, aggiungere che, « per il bene dell’unità, Pietro fu preferito agli altri Apostoli, e, solo, ricevette le Chiavi del Regno dei cieli per trasmetterle agli altri » (Contro Parminiano, 1,8); san Gregorio Nisseno, dichiarare che « per mezzo di Pietro, Cristo comunicò ai Vescovi le Chiavi della loro celeste prerogativa » (Opp. t. 3); e infine san Leone Magno, precisare che « il Salvatore diede per mezzo di Pietro agli altri prìncipi della Chiesa tutto ciò che ha creduto opportuno di comunicare » (Nell’anno della sua elevazione al Sommo Pontificato, Discorso 4, P. L. 54, c. 150).

Poteri dei Vescovi.

Quindi l’Episcopato rimarrà sempre sacro, perché si ricollega a Gesù Cristo per mezzo di Pietro e dei suoi successori; ed è ciò che la Tradizione cattolica ha sempre affermato nella maniera più imponente, plaudendo al linguaggio dei Pontefici Romani, che non hanno mai cessato di dichiarare, sin dai primi secoli, che la dignità dei Vescovi era quella di compartecipare alla propria sollecitudine, in partem sollicitudinis vocatos. Per tale ragione san Cipriano non ebbe difficoltà d’affermare che, « volendo il Signore stabilire la dignità episcopale e costituire la sua Chiesa, disse a Pietro: Io ti darò le Chiavi del Regno dei cieli; e da ciò deriva l’istituzione dei Vescovi e la costituzione della Chiesa » (Lettera 33).

La stessa cosa ripete, dopo il vescovo di Cartagine, san Cesario d’Arles, nelle Gallie, nel V secolo, quando scrive al Papa san Simmaco: « Poiché l’Episcopato attinge la sua sorgente nella persona del beato Pietro Apostolo, ne consegue necessariamente che tocca a Vostra Santità prescrivere alle diverse Chiese le norme alle quali esse si devono conformare » (Lettera 10). Questa fondamentale dottrina, che san Leone Magno espresse con tanta autorità ed eloquenza, e che in altre parole è la stessa che abbiamo ora esposta mediante la Tradizione, la vediamo imposta a tutte le Chiese, prima di san Leone, nelle magnifiche Epistole di sant’Innocenzo I arrivate fino a noi. In questo senso egli scrive al concilio di Cartagine che « l’Episcopato ed ogni sua autorità emanano dalla Sede Apostolica » (ivi, 29); al concilio di Milevi che « i Vescovi devono considerare Pietro come la sorgente del loro appellativo e della loro dignità » (ivi, 30); a san Vitricio, Vescovo di Rouen, che « l’Apostolato e l’Episcopato traggono da Pietro la loro origine » (ivi, 2).

Non abbiamo qui l’intenzione di fare un trattato polemico; il nostro scopo, nel presentare i magnifici titoli della Cattedra di Pietro, non è altro che quello di alimentare nel cuore dei fedeli quella venerazione e devozione da cui devono essere animati verso di lei. Ma è necessario ch’essi conoscano la sorgente dell’autorità spirituale, che nei diversi gradi di gerachia li regge e li santifica. Tutto passa da Pietro, tutto deriva dal Romano Pontefice, nel quale Pietro si perpetuerà fino alla consumazione dei secoli. Gesù Cristo è il principio dell’Episcopato, lo Spirito Santo stabilisce i Vescovi, ma la missione, l’istituzione che assegna al Pastore il suo gregge ed al gregge il proprio Pastore, Gesù Cristo e lo Spirito Santo le comunicano attraverso il ministero di Pietro e dei suoi successori.

Trasmissione del potere delle Chiavi.

Com’è sacra e divina questa autorità delle Chiavi, che, discendendo dal cielo nel Romano Pontefice, da lui, attraverso i Prelati della Chiesa, scende su tutta la società cristiana ch’egli deve reggere e santificare! Il modo di trasmissione attraverso la Sede Apostolica ha potuto variare secondo i secoli; ma mai alcun potere fu emanato se non dalla Cattedra di Pietro. A principio vi furono tre Cattedre: Roma, Alessandria, Antiochia; tutte e tre, sorgenti dell’istituzione canonica per i Vescovi che le riguardano; ma tutte e tre considerate altrettante Cattedre di Pietro da lui fondate per presiedere, come insegnano san Leone (Lettera 104 ad Anatolio), san Gelasio (Concilio Romano, Labbe, t. 4) e san Gregorio Magno (Lettera ad Eulogio). Ma, delle tre Cattedre, il Pontefice che sedeva sulla prima aveva ricevuto dal cielo la sua istituzione, mentre gli altri due Patriarchi non esercitavano la loro potestà se non perché riconosciuti e confermati da chi era succeduto a Roma sulla Cattedra di Pietro. Più tardi, a queste prime tre, si vollero aggiungere due nuove Sedi: Costantinopoli e Gerusalemme; ma non arrivarono a tale onore, se non col beneplacito del Romano Pontefice. Inoltre, affinché gli uomini non corressero pericolo di confondere le accidentali distinzioni di cui furono ornate quelle diverse Chiese, con la prerogativa della Chiesa Romana, Dio permise che le Sedi d’Alessandria, d’Antiochia, di Costantinopoli e di Gerusalemme fossero contaminate dall’eresia; e che divenute altrettante Cattedre di errore, dal momento che avevano alterata la fede trasmessa loro da Roma con la vita, cessassero di tramandare la legittima missione. Ad una ad una, i nostri padri videro cadere quelle antiche colonne, che la mano paterna di Pietro aveva elevate; ma la loro rovina ancora più solennemente attesta quanto sia solido l’edificio che la mano di Cristo fondò su Pietro. D’allora, il mistero dell’unità s’è rivelato in una luce più grande; e Roma, avocando a sé i favori riversati sulle Chiese che avevano tradita la Madre comune, apparve con più chiara evidenza l’unico principio del potere pastorale.

Doveri di rispetto e sudditanza.

Spetta dunque a noi, sacerdoti e fedeli, ricercare la sorgente dalla quale i nostri pastori attinsero i poteri, e la mano che trasmise loro le Chiavi. Emana la loro missione dalla Sede Apostolica? Se è così, essi vengono da parte di Gesù Cristo, che, per mezzo di Pietro, affidò loro la sua autorità, e quindi dobbiamo onorarli ed esser loro soggetti. Se invece si mostrano a noi senza essere investiti del Mandato del Romano Pontefice, non seguiamoli, che Cristo non li riconosce. Anche se rivestono il sacro carattere conferito dall’unzione episcopale, non rientrano affatto nell’Ordine Pastorale; e le pecore fedeli se ne devono allontanare.

Infatti, il divino Fondatore della Chiesa non si contentò d’assegnarle la visibilità come nota essenziale, perché fosse una Città edificata sul monte (Mt 5,14) e colpisse chiunque la guardasse; egli volle pure che il potere divino esercitato dai Pastori derivasse da una visibile sorgente, affinché ogni fedele potesse verificare le attribuzioni di coloro che a lui si presentano a reclamare la propria anima in nome di Gesù Cristo. Il Signore non poteva comportarsi diversamente verso di noi, poiché, dopo tutto, nel giorno del giudizio egli esigerà che siamo stati membri della sua Chiesa e che abbiamo vissuto, nei suoi rapporti, mediante il ministero dei suoi Pastori legittimi. Onore, perciò, e sottomissione a Cristo nel suo Vicario; onore e sottomissione al Vicario di Cristo nei Pastori che manda.

Elogio.

Gloria a te, o Principe degli Apostoli, sulla Cattedra di Antiochia, dall’alto della quale presiedesti ai destini della Chiesa universale! Come sono splendide le tappe del tuo Apostolato. Gerusalemme, Antiochia, Alessandria nella persona di Marco tuo discepolo, e finalmente Roma nella tua stessa persona; ecco le città che onorasti con la tua augusta Cattedra. Dopo Roma, non vi fu città alcuna che ti ebbe per sì lungo tempo come Antiochia; è dunque giusto che rendiamo onore a quella Chiesa che, per tuo mezzo fu un tempo madre e maestra delle altre. Ahimé! oggi essa ha perduto la sua bellezza, la fede è scomparsa nel suo seno, e il giogo del Saraceno pesa su di lei. Salvala, o Pietro, e reggila ancora; assoggettala alla Cattedra di Roma, sulla quale ti sei assise, non per un limitato numero di anni, ma fino alla consumazione dei secoli. Immutabile roccia della Chiesa, le tempeste si sono scatenate contro di te, e più d’una volta abbiamo visto coi nostri occhi la Cattedra immortale essere momentaneamente trasferita lontano da Roma. Ci ricordavamo allora della bella espressione di sant’Ambrogio: Dov’è Pietro, ivi è la Chiesa, e i nostri cuori non si turbarono; perché sappiamo che fu per ispirazione divina che Pietro scelse Roma come il luogo dove la sua Cattedra poggerà per sempre. Nessuna volontà umana potrà mai separare ciò che Dio legò; il Vescovo di Roma sarà sempre il Vicario di Gesù Cristo e il Vicario di Gesù Cristo, sebbene esiliato dalla sacrilega violenza dei persecutori, rimarrà sempre il Vescovo di Roma.

Preghiera.

Calma le tempeste, o Pietro, affinché i deboli non ne siano scossi; ottieni dal Signore che la residenza del tuo successore non venga mai interrotta nella città che tu eleggesti ed innalzasti a tanti onori. Se gli abitanti di questa città regina hanno meritato d’essere castigati perché dimentichi di ciò che ti devono, risparmiali per riguardo dell’universo cattolico, e fa’ che la loro fede, come al tempo in cui Paolo tuo fratello indirizzava la sua Epistola, torni ad essere famosa in tutto il mondo (Rm 1,8).

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[1] Facemmo osservare il 18 gennaio che, secondo l’antica tradizione romana, conservata inalterata sino al XVI secolo, oggi si celebrava la festa della Cattedra romana di san Pietro, senza il menomo cenno di Antiochia, perché ci si limitava a venerare la Cattedra vaticana. simbolo del primato universale di san Pietro e dei suoi successori. Le Chiese delle Gallie, escludendo qualsiasi solennità in Quaresima, avevano trasferita tale festa al 18 gennaio. Da tre secoli a questa parte, fu la pietà verso il Principe degli Apostoli che suggerì di estendere gli onori dovuti alla sua parola anche alla Cattedra di Antiochia. 

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p.  818-824

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LUNEDÌ 22 FEBBRAIO 2010 – I SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – CATTEDRA DI SAN PIETRO (f)

LUNEDÌ 22 FEBBRAIO 2010 – I SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

CATTEDRA DI SAN PIETRO  (f)

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dagli Atti degli Apostoli 11, 1-18

Pietro racconta la conversione dei pagani
In quei giorni, gli apostoli e i fratelli che stavano nella Giudea vennero a sapere che anche i pagani avevano accolto la parola di Dio. E quando Pietro salì a Gerusalemme, i circoncisi lo rimproveravano dicendo: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!».
Allora Pietro raccontò per ordine come erano andate le cose, dicendo: «Io mi trovavo in preghiera nella città di Giaffa e vidi in estasi una visione: un oggetto, simile a una grande tovaglia, scendeva come calato dal cielo per i quattro capi e giunse fino a me. Fissandolo con attenzione, vidi in esso quadrupedi, fiere e rettili della terra e uccelli del cielo. E sentii una voce che mi diceva: Pietro, àlzati, uccidi e mangia! Risposi: Non sia mai, Signore, poiché nulla di profano e di immondo è entrato mai nella mia bocca. Ribattè nuovamente la voce dal cielo: Quello che Dio ha purificato, tu non considerarlo profano. Questo avvenne per tre volte e poi tutto fu risollevato di nuovo nel cielo. Ed ecco, in quell’istante, tre uomini giunsero alla casa dove eravamo, mandati da Cesarèa a cercarmi. Lo Spirito mi disse di andare con loro senza esitare. Vennero con me anche questi sei fratelli ed entrammo in casa di quell’uomo. Egli ci raccontò che aveva visto un angelo presentarsi in casa sua e dirgli: Manda a Giaffa e fa’ venire Simone detto anche Pietro; egli ti dirà parole per mezzo delle quali sarai salvato tu e tutta la tua famiglia. Avevo appena cominciato a parlare quando lo Spirito Santo scese su di loro, come in principio era sceso su di noi. Mi ricordai allora di quella parola del Signore che diceva: Giovanni battezzò con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo. Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?».
All’udir questo si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!».

Responsorio   Lc 22, 32; Mt 16, 17b
R. Ho pregato per te, Simon Pietro, che non venga meno la tua fede; * e tu, superata la prova, conferma i tuoi fratelli.
V. Non ti fu rivelato il mio mistero dalla carne e dal sangue, ma dal Padre mio che è nei cieli;
R. e tu, superata la prova, conferma i tuoi fratelli.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa
(Disc. 4 nell’anniversario della sua elezione, 2-3); PL 54, 149-151)

La Chiesa di Cristo s’innalza sulla salda fede di Pietro
 Tra tutti gli uomini solo Pietro viene scelto per essere il primo a chiamare tutte le genti alla salvezza e per essere il capo di tutti gli apostoli e di tutti i Padri della Chiesa. Nel popolo di Dio sono molti i sacerdoti e i pastori, ma la vera guida di tutti è Pietro, sotto la scorta suprema di Cristo. Carissimi, Dio si è degnato di rendere quest’uomo partecipe del suo potere in misura grande e mirabile. E se ha voluto che anche gli altri principi della Chiesa avessero qualche cosa in comune con lui, è sempre per mezzo di lui che trasmette quanto agli altri non ha negato.
A tutti gli apostoli il Signore domanda che cosa gli uomini pensino di lui e tutti danno la stessa risposta fino a che essa continua ad essere l’espressione ambigua della comune ignoranza umana. Ma quando gli apostoli sono interpellati sulla loro opinione personale, allora il primo a professare la fede nel Signore è colui che è primo anche nella dignità apostolica.
Egli dice: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»; e Gesù gli risponde: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mt 16, 16-17). Ciò significa: tu sei beato perché il Padre mio ti ha ammaestrato, e non ti sei lasciato ingannare da opinioni umane, ma sei stato istruito da un’ispirazione celeste. La mia identità non te l’ha rivelata la carne e il sangue, ma colui del quale io sono il Figlio unigenito. Gesù continua: «E io ti dico»: cioè come il Padre mio ti ha rivelato la mia divinità, così io ti manifesto la tua dignità. «Tu sei Pietro». Ciò significa che se io sono la pietra inviolabile, «la pietra angolare che ha fatto dei due un popolo solo» (cfr. Ef 2, 14. 20), il fondamento che nessuno può sostituire, anche tu sei pietra, perché la mia forza ti rende saldo. Così la mia prerogativa personale è comunicata anche a te per partecipazione. «E su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (Mt 16, 18). Cioè, su questa solida base voglio costruire il mio tempio eterno. La mia Chiesa destinata a innalzarsi fino al cielo, dovrà poggiare sulla solidità di questa fede.
Le porte degli inferi non possono impedire questa professione di fede, che sfugge anche ai legami della morte. Essa infatti è parola di vita, che solleva al cielo chi la proferisce e sprofonda nell’inferno chi la nega. E’ per questo che a san Pietro viene detto: «A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherei sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16, 19). Certo, il diritto di esercitare questo potere è stato trasmesso anche agli altri apostoli, questo decreto costitutivo è passato a tutti i principi della Chiesa. Ma non senza ragione è stato consegnato a uno solo ciò che doveva essere comunicato a tutti. Questo potere infatti è affidato personalmente a Pietro, perché la dignità di Pietro supera quella di tutti i capi della Chiesa.

Omelia (22-02-2010)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/17318.html

Omelia (22-02-2010) 
padre Lino Pedron

Gesù pone la domanda fondamentale, sulla quale si decide il destino di ogni uomo: « Voi chi dite che io sia? ». Dire chi è Gesù è collocare la propria esistenza su un terreno solido, incrollabile.
La risposta di Pietro è decisa e sicura. Ma il suo discernimento non deriva dalla « carne » e dal « sangue », cioè dalle proprie forze, ma dal fatto che ha accolto in sé la fede che il Padre dona.
Gesù costituisce Pietro come roccia della sua Chiesa: la casa fondata sopra la roccia (cfr 7,24) comincia a prendere il suo vero significato.
Non è fuori luogo chiedersi se Pietro era pienamente cosciente di ciò che gli veniva rivelato e di ciò che diceva. Notiamo il forte contrasto tra questa professione di fede seguita dall’elogio di Gesù: « Beato te, Simone… » e l’incomprensione del v. 22: « Dio te ne scampi, Signore… » e infine l’aspro rimprovero di Gesù: « Via da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini! ».
Questo contrasto mette in evidenza la differenza tra la fede apparente e quella vera: non basta professare la messianicità di Gesù. Bisogna credere e accettare che il progetto del Padre si realizza attraverso la morte e la risurrezione del Figlio.
Pietro riceve le chiavi del regno dei cieli. Le chiavi sono segno di sovranità e di potere. Pietro dunque insieme alle chiavi riceve piena autorità sul regno dei cieli. Egli esercita tale autorità sulla terra e non in funzione di portinaio del cielo, come comunemente si pensa. In qualità di trasmettitore e garante della dottrina e dei comandamenti di Gesù, la cui osservanza apre all’uomo il regno dei cieli, egli vincola alla loro osservanza.
Gli scribi e i farisei, in quanto detentori delle chiavi fino a quel momento, avevano esercitato la medesima autorità. Ma, rifiutando il vangelo, essi non fanno altro che chiudere il regno dei cieli agli uomini. Simon Pietro subentra al loro posto.
Se si considera attentamente questa contrapposizione, risulta che il compito principale di cui è incaricato Pietro è quello di aprire il regno dei cieli. Il suo incarico va descritto in senso positivo.
Non si potrà identificare la Chiesa con il regno dei cieli. Ma il loro accostamento in quest’unico brano del vangelo offre l’opportunità di riflettere sul loro reciproco rapporto. Alla Chiesa, quale popolo di Dio, è affidato il regno dei cieli (cfr 21,43). In essa vivono gli uomini destinati al Regno. Pietro assolve il proprio sevizio nella Chiesa quando invita a ricordarsi della dottrina di Gesù, che permette agli uomini l’ingresso nel Regno.
Nel giudaismo, gli equivalenti di legare e sciogliere (‘asar e sherà’) hanno il significato specifico di proibire e permettere, in riferimento ai pronunciamenti dottrinali. Accanto al potere di magistero si pone quello disciplinare. In questo campo i due verbi hanno il senso di scomunicare e togliere la scomunica.
Questo duplice potere viene assegnato a Pietro. Non è il caso di separare il potere di magistero da quello disciplinare e riferire l’uno a 16,19 e l’altro a 18,18. Ma non è possibile negare che in questo versetto 19 il potere dottrinale, specialmente nel senso della fissazione della dottrina, sta in primo piano.
Pietro è presentato come maestro supremo, tuttavia con una differenza non trascurabile rispetto al giudaismo: il ministero di Pietro non è ordinato alla legge, ma alla direttiva e all’insegnamento di Gesù.
Il legare e lo sciogliere di Pietro viene riconosciuto in cielo, cioè le decisioni di carattere dottrinale prese da Pietro vengono confermate nel presente da Dio. L’idea del giudizio finale è più lontana, proprio se si includono anche decisioni disciplinari.
Nel vangelo di Matteo, Pietro viene presentato come il discepolo che fa da esempio. Ciò che gli è accaduto è trasferibile ad ogni discepolo. Questo vale sia per i suoi pregi sia per le sue deficienze, che vengono impietosamente riferite. Ma a Pietro rimane una funzione esclusiva ed unica: egli è e resta la roccia della Chiesa del Messia Gesù. Pietro è il garante della tradizione su Cristo com’è presentata dal vangelo di Matteo.
Nel suo ufficio egli subentra agli scribi e ai farisei, che finora hanno portato le chiavi del regno dei cieli. A lui tocca far valere integro l’insegnamento di Gesù in tutta la sua forza. 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 22 février, 2010 |Pas de commentaires »

Sant’Agostino : « Ti chiamerai Pietro » (Gv 1,42)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100222

Cattedra di San Pietro Apostolo (festa) : Mt 16,13-19
Meditazione del giorno
Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorso 190

« Ti chiamerai Pietro » (Gv 1,42)

« Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa ». Questo nome di Pietro gli viene dato  perché, per primo, egli pose fra le nazioni le fondamenta della fede e perché è la roccia indistruttibile sulla quale poggiano le basi e l’edificio intero di Gesù Cristo. A motivo della sua fedeltà viene chiamato Pietro, mentre il Signore riceve lo stesso nome a motivo della sua potenza, secondo la parola di San Paolo : « Bevevano da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era Cristo » (1 Cor 10,4). Davvero, meritava di condividere uno stesso nome con Cristo, l’apostolo scelto per essere il collaboratore della sua opera. Insieme, hanno costruito lo stesso edificio. Pietro ha piantato, il Signore ha fatto crescere, il Signore ha mandato coloro che avrebbero dovuto irrigare (cfr 1 Cor 3,6s).

Lo sappiate, fratelli carissimi, proprio a partire dalle sue colpe, nel momento in cui il suo Salvatore stava soffrendo, il beato Pietro è stato innalzato. Dopo aver rinnegato il Signore, è divenuto presso di lui il primo. Reso più fedele dalle lacrime versate sulla fede che aveva tradita, ha ricevuto una grazia più grande ancora di quella che aveva persa. Cristo gli ha affidato il suo gregge affinché lo conducesse come il buon pastore e, lui che era stato tanto debole, è divenuto il sostegno di tutti. Occorreva che colui che, interrogato sulla sua fede fosse caduto, per stabilire gli altri sulle fondamenta incrollabili della fede. Per questo è chiamato pietra fondamentale della pietà delle Chiese.

LA FEDE IN S. PAOLO (dalla Custodia di Terra Santa)

dal sito:

http://www.custodia.org/IMG/pdf/La-fede-in-S.Paolo.pdf

LA FEDE IN S. PAOLO

1) PREMESSE

Nell’affrontare un tema paolino così importante, in vista di un approfondimento della nostra fede cristiana, ritengo che una premessa sia necessaria. Essa si articola sutre punti fondamentali:

1º) nel trattare della fede in S. Paolo bisogna assolutamente liberarsi da alcunipresupposti di tipo polemico, che spesso hanno contrapposto i cristiani ai giudei, icattolici ai protestanti: intendiamo pertanto trattare della fede in S. Paolo seguendo
un’interpretazione esegetica piana, il più possibile aderente ai testi, in modo da favorire l’approfondimento spirituale.
2º) In base a ciò credo che il tema della fede non sia una questione teorico-astratta,
di cui si possa farne a meno o a cui possiamo dare o non dare la nostra adesione, ma un messaggio esistenziale-religioso che investe la vita di ogni uomo, non un messaggio dialtri tempi elaborato da Paolo, ma la testimonianza di un messaggio sempre vivo, sempre attuale che ci tocca personalmente, ci interpella, ci sollecita, ci coinvolge peruna decisione essenziale per la nostra vita di credenti e per la vita delle nostre comunitàecclesiali a cui apparteniamo.
3°) Infine, bisogna sottolineare che la fede, nonostante la grande importanza cheriveste nel pensiero di Paolo, non è il “cuore”, il “centro” portante della sua teologia edella sua spiritualità; il “centro” è e rimane sempre Cristo: la fede è orientata a lui efondata su lui, e l’espressione della fede trova la sua completezza e la sua perfezione“nel Cristo Gesù”. Raramente Paolo parla di “fede in Dio” (1Tes 1,8), di “credere inDio” (Rm 4,8.17: riferiti ad Abramo; 4,24; Gal 3,6: riferito ad Abramo; Col 2,12), di“fede nell’evangelo” (Fil 1,27; 1Tes 2,4), “fede nella verità” (2Tes 2,12-13). Anche queste espressioni hanno senso pieno solo alla luce di Cristo. Paolo pensa tutto,
compresa la fede, solo e sempre nella luce di Gesù Cristo, perché “lui Dio ha posto
quale espiazione mediante la fede nel suo sangue” (Rom 3,25). La fede cristiana,
pertanto, è fede nell’opera salvifica di Dio compiuta “nel Cristo Gesù” e quindi solo chi
crede in lui è salvo.

2) “CREDERE IN CRISTO”

Tale espressione paolina è densa di significato e ci induce ad una serie di riflessionistimolanti per la nostra vita cristiana:

a) Il dinamismo della fede

Il vocabolario paolino della fede, come del resto anche quello neotestamentario, èestremamente dinamico. Ciò è già evidente nel termine “credere”, dato che il verbo inse stesso indica l’azione di una persona che presta fede ad un altro, gli dà il suo assenso, si abbandona a lui e in lui. La stessa cosa avviene per il termine greco“pistis”, che noi traduciamo con “fede”. Esso è nella lingua greca un sostantivo astratto di azione e quindi non indica uno stato o una situazione in cui ci si viene a trovare e in cui si rimane fermi o immobili, ma un movimento interno della persona verso qualcuno, una risposta a chi per primo ci ha interpellato, una relazione vitale con qualcuno. Una fede statica è inconcepibile per Paolo, un controsenso. Per lui la fede è movimento, avvenimento salvifico, relazione con qualcuno, vita; un “correre per afferrare Cristo, che prima l’ha afferrato” (Fil 3,12), un “correre verso la meta, per conseguire il premiodi quella superna vocazione di Dio in Cristo Gesù” (Fil 3, 14), “un vivere nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20), un cominciare permezzo dello Spirito per arrivare alla perfezione del Cristo Signore (Gal 3,3; Ef 4,13). Inbreve: per Paolo la fede è vita, e “la mia vita è Cristo” (Fil 1,21).

b) Il rapporto personale di fede

La formula “in Cristo Gesù”, unita a “credere” e a “fede”, è stata interpretata spessodagli esegeti come esprimente “l’oggetto della nostra fede”. Tale interpretazione è ambigua, dato che si parla di una persona, del Cristo Gesù, fondamento unico, realtàintima, vita stessa della nostra fede, nostra vita. D’altra parte, anche se possonosembrare quisquilie e ricercatezze da esegeta, non sta scritto “io credo Cristo”, che almassimo indicherebbe il riconoscimento della sua esistenza, e neppure: “io credo a Cristo” (comunque cf. 2Tm 1,12) che indica il ritenere per vero ciò che egli dice e ilfidarsi di lui, ma sta scritto: “io credo in Cristo”, in cui la preposizione greca eis indica sempre un movimento verso qualcuno o qualcosa, cioè un entrare in rapporto vitale e personale con il Cristo. “Credere in Cristo Gesù” significa considerare lui come iltestimone verace della fede, il fondamento della fede e in conseguenza il seguire lui e lesue vie, l’essere partecipi di lui e del suo cammino verso Dio, e infine essere partecipidella sua vita divina: “Voi conoscete bene la grazia del Signore nostro Gesù Cristo, ilquale si fece povero per voi, pur essendo ricco, per arricchire voi con la sua povertà” (2Cor 8,9). Di più: “credere in Cristo” significa che lo riconosco talmente esistente daentrare in rapporto di intimità e di amicizia con lui, da lasciare che lui operi in mepienamente con la sua potenza salvifica, che “Cristo viva in me e io in lui” (Gal. 2, 20). Agostino l’ha detto con la solita incisività: “Che significa dunque «credere in lui».  Credendo amarlo e diventare suoi amici, credendo entrare nella sua intimità e
incorporarsi nelle sue membra” (Comm. a Giov., 29,6).

c) La professione del Kerygma di fede

Tale incontro personale con il Cristo, tale “credere in Cristo Gesù” non è, però, daintendere in senso psicologico o intimistico, ma in senso storico-teologico, precisamentecome accettazione di ciò che Gesù è e rappresenta per la fede cristiana, per me che hocreduto in lui e credendo sono entrato in comunione con lui. È accettazione del mistero della sua persona divino-umana: “io credo nel Figlio di Dio, nato da donna, nato sotto lalegge (Gal. 4,4), che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 1,4; 2,20), “cheannientò se stesso, prendendo la natura di schiavo e diventando simile agli uomini, eumiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte di Croce” (Fil 2, 6-11). È accettazione della sua missione di “Cristo” con cui Dio ha riconciliato a sé il mondo (2Cor 5,19) e ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà (Ef 1,9). Èaccettazione soprattutto della sua morte e resurrezione, con cui egli è divenuto Signoredei morti e dei vivi (Rom 14,9; Fil 2,11): “noi crediamo che Gesù è morto e risuscitato” (1Tes 4,14). La fede diviene professione del Kerygma fondamentale dell’esistenzacristiana: “Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuocuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo” (Rom 10,9), sarai unito al mistero di Cristo: “Se dunque siamo morti con Cristo, noi crediamo che vivremo pure con lui …Pensate che siete morti al peccato e che dovete vivere per Dio in Gesù Cristo” (Rom6,8-11). La morte e la resurrezione di Gesù sono il mistero centrale della fede: sono il nostro incontro con Cristo morto e risorto per noi, l’incontro determinante e decisivodella nostra esistenza (1Cor 15,14-17). Proprio per questo, esso va proclamato con labocca e con il cuore (Rom. 10,9), anzi urlato con coraggio dinanzi a tutti: “io credo in Gesù Cristo morto e risorto per me”.

d) Aprirsi al futuro di Dio

Nella visione dinamica della fede che Paolo ci propone, tale confessione del “Cristomorto e risorto per me” investe e determina tutta l’esistenza del cristiano: il suo passato, il suo presente e soprattutto il suo futuro. La fede investe la totalità del nostro esserepersonale: Cristo ha salvato tutto l’uomo e tutte le dimensioni spazio-temporali della sua esistenza. Per questo, quando il cristiano professa: “io credo in Gesù Cristo”, egli esprime in primo luogo una convinzione di fede sul suo passato di schiavitù al peccato, alla carne, al mondo, alla morte. Egli grida a tutti: io credo in Cristo che mi ha liberatodal peccato, da questa potenza oscura (Col 1,13), perversa e demoniaca, che afferra le profondità dell’animo umano, rendendolo schiavo dell’egoismo, della cattiveria, dell’impurità, dell’empietà (Rom 7,7-8,4; Gal 5,19-20); dalla carne e dai suoi desideri contrari agli impulsi dello Spirito (Rom 8,3-17; Gal 5,16-26); dalla legge intesa comepotenza (1Cor. 15,56) che attualizza e fa regnare il peccato nella carne (Rom 7,7-8; 8,23), commina la maledizione (Gal 3, 13), conduce alla morte (Rom 8,2); dal “mondo chesovrasta malvagio” (Gal 1,4; 6,14); dalla morte, l’ultimo nemico (1Cor 15,26). Cristo ci ha liberato, “per vivere per Dio” (Gal 2,19) e perché “la vita regni nei nostri corpimortali per mezzo dello Spirito che abita in noi” (Rom 8,2.9-11). In tal modo, il mio presente viene investito dalla fede, divenendo determinazione del mio agire (Col 3,17.23), del mio pensare (Fil 2,1-5; 4,2; Rom 12,16), del mio sentire (Fil 2,5), del miosoffrire (Fil 1,29; Col 1,24; 2Cor 12,10), del mio gioire (Rom 15,13; Gal 5, 22; Fil 3,1; 4,4-7; 1Tes 1,6), del mio gloriarmi (1Cor 1,30; 2Cor 12,5-10), in una parola del mio vivere ed esperimentare la storia e il mondo (1Cor 3,22-23). Nella fede il mio presenteha un senso e si apre ad un compimento più grande. L’essere umano si apre al futuro di Dio: la vita diviene possibilità (Fil 1,20b), impegno (2Cor 11,22-29), superamentoincessante fino a che comparirà Cristo, vita nostra, per farci partecipi della sua gloria(Col 2,4) e “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28).

3) FEDE E VANGELO

Si può affermare, in base a quanto si è detto, che per Paolo le fede non è altro che
l’incontrarsi con il Cristo risorto da morte e il testimoniarlo nella propria vita di ognigiorno. In una parola, la fede cristiana si manifesta come accettazione profonda ed esistenziale della resurrezione di Cristo, a tal punto che Paolo può scrivere: “Se Cristonon è risorto, vana è la nostra predicazione, vana anche la nostra fede. Noi risultiamoessere falsi testimoni di Dio, perché abbiamo testimoniato di Dio che egli ha risuscitato Cristo, che invece non è risuscitato, se realmente i morti non risuscitano. Infatti, se imorti non risuscitano, neppure Cristo è risuscitato. Se Cristo non è risuscitato, non valela vostra fede e così voi siete nei vostri peccati” (1Cor 15,14). Il testo è molto ricco dicontenuti: 1º) Paolo sottolinea che, se cade la professione di fede “nel Cristo morto erisorto per noi”, non cade semplicemente un articolo qualsiasi della nostra fede, ma cadetutta la nostra fede, perché viene meno il fondamento su cui essa poggia; 2º) senza“Cristo morto e risorto per noi” la fede sarebbe priva di senso, perché la salvezza non sarebbe avvenuta, anzi sarebbe un’illusione, una immaginazione fuorviante, un equivoco, un mito tra tanti: “saremo i più miserabili di tutti gli uomini” (1Cor 15,19); 3º) non solo la fede cadrebbe, ma anche la predicazione, ad essa strettamente connessa, risulterebbe vana e menzognera, in quanto essa è fondamentalmente annuncio delVangelo di salvezza: “Cristo è morto e risorto per i nostri peccati”. Tale realtà è moltoimportante nell’approfondimento spirituale della nostra fede, in quanto ci introduce inalcuni suoi aspetti essenziali:

a) La fede nasce dall’ascolto

È un’idea su cui Paolo ritorna continuamente nel suo epistolario ed essa ha la stessarisonanza teologica dell’espressione deuteronomistica: “Ascolta, Israele”, che introducel’antica alleanza tra Dio e il suo popolo per la mediazione di Mosè e dei profeti. In 1Cor15,11-12, parlando del Kerigma fondamentale della fede (1Cor 15,3-8), Paolo scrive: “È questo che, tanto io che quelli, predichiamo e che voi avete creduto. Se si predicache Cristo è risuscitato da morte, come mai alcuni di voi dicono che non esiste laresurrezione da morte?”. In Gal 3,2.5: “Questo vorrei sapere da voi: lo Spirito l’avetericevuto in virtù delle opere della Legge o in virtù dell’ascolto di fede?” e ancor più chiaramente in Rom 10,14b: “E in che modo crederanno in Colui, del quale non hannosentito parlare? E in che modo ne sentiranno parlare, se non c’è chi predica?’ Esiste, perPaolo, un legame stretto tra predicazione e fede, tra “tradizione” che comunica il Vangelo di Gesù Cristo e la fede che nell’ascolto accoglie tale Vangelo di salvezza. Ditale legame Paolo è convintissimo. Per lui, nella parola dell’Apostolo è il Signore stessoche parla, chiama, ammaestra, introduce nel mistero salvifico di Dio, opera la salvezza(cfr 2Cor 13,3; 1Tes 4,2): “non oserei parlare se non di quello che Cristo operò permezzo mio, allo scopo di trarre i gentili all’obbedienza, sia con la parola che con leopere mediante la potenza dei miracoli e dei prodigi, in virtù dello Spirito di Dio” (Rom 15,18-19); e ai Tessalonicesi scrive: “Rendiamo continue grazie a Dio, perché avendoricevuto da noi la Parola di Dio nella predicazione, l’accoglieste non come parola diuomini ma, come è veramente, quale Parola di Dio, che anche al presente opera inmezzo a voi che credete” (1Tess 2,13); e ai Galati, difendendo il suo apostolato: “Vi dichiaro apertamente, fratelli, che il Vangelo da me predicato non vienedall’uomo, perché io non l’ho affatto ricevuto né imparato da un uomo, ma perrivelazione di Gesù Cristo” (Gal 1,11). Soltanto la fede può percepire e percepisce difatto la parola di Dio nella parola dell’uomo. La fede ode e comprende che la parola disalvezza annunciata non è dell’apostolo che la comunica, ma di Dio che la pronunciaper la salvezza di tutti mediante gli intermediari umani, gli ambasciatori del suo amore: “Per Cristo dunque noi fungiamo da ambasciatori, come se Dio esortasse per mezzonostro. Per Cristo vi supplichiamo: riconciliatevi con Dio” (2Cor 5,20). La paroladell’apostolo è, pertanto, la parola di Dio, la parola di Cristo, che chiama tutti gli uominidi tutti i tempi alla salvezza (cr Ef 1,13-14).

b) La fede è accoglienza del Vangelo di salvezza

La conseguenza è chiara: chi accoglie la parola dell’apostolo, accoglie la parola diDio, la parola di Cristo, il Vangelo di salvezza. E il Vangelo non è un insegnamento: èGesù che parla e ammaestra l’uomo in vista del Regno di Dio, della comunione intimacon il Padre. Il Vangelo non è un’etica: è Gesù che conduce l’uomo per mezzo del suo Spirito, che produce l’amore, coronamento di ogni altra virtù (Gal 5,22-23). Il Vangelo non è una salvezza misterica: è Gesù che libera, redime, salva l’uomo dalla schiavitù del peccato e in conseguenza da ogni altra schiavitù. Nel Vangelo si è manifestata e simanifesta ‘la potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rom 1,16); si disvela lagiustizia di Dio, cioè l’azione salvifica di Dio in Gesù Cristo: “ora si è manifestata la giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo per tutti quelli che credono” (Rom3,21). La fede, pertanto, è orientata essenzialmente al Vangelo di salvezza; èaccoglienza dell’opera salvatrice, liberatrice e giustificante di Dio compiuta in Gesù Cristo; è accettare Gesù salvatore e lasciarlo operare profondamente ed esistenzialmentein noi. Nella fede Dio chiama l’uomo, lo giustifica e per mezzo di Cristo gli concede lasua grazia e lo rende da peccatore giusto e da schiavo figlio di Dio (Gal 4,3-5): “Coloroche ha chiamati, questi ha pure giustificati, coloro poi che ha giustificati, questi pure haglorificati” (Rom 8,30).

c) La fede è obbedienza al vangelo

Ma la fede non è un semplice ascolto o un’accoglienza qualsiasi, è soprattutto obbedienza (Rom 1,5; 1,8; 16,19.26; 2Cor 10,5-6 ecc.). In italiano non si può rendere ilcollegamento della lingua greca tra “fede che ascolta” (akoé) e “fede che obbedisce”
(hupakoé), ma il senso è chiaro: la fede è un ascolto accentuato, deciso, che comportauna sottomissione (hupo), una decisione e un impegno per Dio. La fede è una veraconversione dalla disobbedienza alla obbedienza totale e radicale per Dio. In ciòavviene un’assimilazione perfetta a Cristo, una partecipazione non solo al suo essereFiglio, ma anche ai suoi sentimenti più profondi: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti diCristo, il quale umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte diCroce” (Fil 2,5.8). Nell’obbedienza, il cristiano si spoglia di ogni sua sicurezza e di ognialtro riferimento alle possibilità umane, e si affida totalmente a Dio. Il cristiano divieneimitatore perfetto di Gesù, seguace ben disposto ad accettare la follia della croce, “sapienza e potenza di Dio” per coloro che nella fede sono stati chiamati alla salvezza (1Cor 1,17.24-25). Gesù è il suo fondamento, la croce di Gesù la sua gloria(1Cor 1,31; Gal 6,14), la sua imitazione un’accettazione convinta di Gesù e della suaradicale obbedienza amorosa: di fronte al Crocifisso, testimone verace della fede, l’affidarsi a Dio nell’obbedienza acquista un senso di totalità e di definitività. Nellafede, infatti, “portiamo nel nostro corpo la morte di Gesù, affinché anche la vita di Gesùsia manifestata nel nostro corpo. Sempre infatti noi che viviamo siamo esposti allamorte per Gesù, affinché anche la vita di Gesù sia manifestata nella nostra carne mortale … Avendo lo stesso spirito di fede secondo che è scritto: «Ho creduto, perciò hoparlato», anche noi crediamo e perciò parliamo, sapendo che Colui il quale risuscitò ilSignore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù… Per questo non ci scoraggiamo, maanche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno” (2Cor 4,11-18).

4) LA FEDE, FONDAMENTO DELLA VITA CRISTIANA

L’affermazione paolina: “l’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno” èun’ulteriore sottolineatura del carattere dinamico della fede. Essa non è solo un atto istantaneo che introduce il credente nella vita cristiana, ma insieme l’inizio e lo sviluppoprogressivo (cr Fil 1,25), “di fede in fede” (Rom 1, 17), del vivere continuamente sottol’azione efficace e salvifica di Dio che giustifica, del nostro “essere e vivere in Cristo”, del nostro “camminare nello Spirito” lasciandoci plasmare dalla sua azione di grazia, inmodo da esistere in risposta e come risposta alla sua chiamata. La fede orienta e determina tutta l’esistenza del cristiano nel suo procedere storico, tanto che non c’èalcuna dimensione del suo essere che non sia informata dalla fede, cioè dall’obbedienzaa Dio e dall’affidarsi totalmente alla sua grazia. La fede è così il fondamento e “la misura” (Rom 12,3) del vivere, nel continuo confronto con le varie situazioni concrete, in modo da realizzare in essa la nostra vera umanità e il nostro essere figli di Dio.

a) Il coraggio della fede

Pascal, riflettendo proprio sulla fede, l’ha definita “un salto nel buio”, una “scommessa” per Dio. Decidersi per qualcosa o per qualcuno richiede coraggio. Ma ciò può considerarsi valido per gli inizi della fede, quando l’uomo, superata una certaresistenza mentale ed esistenziale, decide di affrontare la meravigliosa avventura conDio. Parlare, invece, di “coraggio della fede” per chi ha già scelto di “vivere nell’obbedienza della fede” può sembrare fuori luogo. Eppure non è così: per vivereogni giorno la propria fede in Dio, in Cristo ci vuole coraggio. Esso è richiesto dallastessa struttura dinamica della fede, in quanto per il credente ogni momento della suavita è una “decisione per Dio”. Una decisione dell’intelligenza, della volontà, del cuore, costantemente diretti e orientati verso Dio come l’ago della bussola verso il Nord. PerPaolo, tale orientamento è possibile, solo se il cristiano si lascia penetrare e guidaredallo Spirito, la forza meravigliosa e prodigiosa donata al credente (cfr Gal 3,2.5) comefonte della nuova vita e come norma costante e dinamica del suo camminare: “Quantiinfatti si lasciano condurre dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio” (Rom 8,14).
“Quelli che sono secondo lo Spirito, aspirano alle cose dello Spirito … e ciò a cui tendelo Spirito è vita e pace … è vita per la giustizia” (Rom 8,5-9). Lo Spirito Santo è pertanto il coraggio della decisione del credente, in quanto lo spingeall’intelligenza della fede nel suo vivere quotidiano: “Noi non abbiamo ricevuto lo Spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, affinché conosciamo le cose che Dio ci ha gratuitamente largite; e di queste parliamo, non con parole suggerite dalla sapienzaumana, ma con quelle insegnate dallo Spirito, adattando a uomini spirituali dottrine spirituali” (1Cor 2,12-13); spinge la volontà del credente a camminare in maniera degnadi Cristo: “Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni econcupiscenze. Se viviamo per opera dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito” (Gal 5, 24-25), per produrre “il frutto dello Spirito, l’amore” (Gal 5,22-23); spinge il suo cuore ad elevare il grido della sua figliolanza divina: “Ora, poiché sietefigli, Dio ha mandato lo Spirito del suo Figlio nei vostri cuori per gridare: Abba! Padre!” (Gal 4,6). In tale visione, lo Spirito Santo non è soltanto un eccellente maestro di vita, ma anche un operatore e un donatore di vita: è il coraggio della nostra fede, lascintilla vitale e potente che fa scattare la nostra decisione per Dio e per Cristo. Grazieallo Spirito, il credente nasce, cresce e arriva all’uomo perfetto, alla misura dellapienezza della maturità di Cristo” (Ef 4,13).

b) Fede, sacramenti e comunità

La nascita e la crescita del credente per Paolo avvengono nei sacramenti, inparticolar modo nel battesimo e nella Eucaristia, sacramenti che presuppongono già“l’accoglienza della parola”, della fede (cfr 1Cor 10,1-4). Fede e sacramenti sono così intimamente legati: essi significano, annunciano e operano la piena affermazione dellafede, cioè l’annuncio e l’accoglienza della morte e resurrezione di Cristo in vista delnostro “vivere per Dio”. Ciò è evidente nel battesimo, per mezzo del quale il credente entra con Cristo nella sua morte, per morire definitivamente al peccato, e partecipa allavita del Risorto: “Forse ignorate che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, nellamorte di lui siamo stati battezzati? Per mezzo del battesimo siamo stati dunqueseppelliti con lui nella morte, affinché, come Cristo risuscitò dai morti per la gloria delPadre, così anche noi camminiamo in novità di vita” (Rom 6,3-4; cfr anche Rom 6,511). Si noti, in questo ricchissimo testo, l’insistenza di Paolo sulla morte e resurrezionedi Cristo, nucleo centrale della nostra fede, e alla luce di esso l’insistenza ancora sullaconseguenza, sempre connessa con la fede, del “morire e vivere con Cristo”, del“camminare in Cristo”, del “vivere per Dio in Cristo”. Nel battesimo, infatti, il credente “si riveste di Cristo” e diviene “uno in Cristo” (Gal 3,27-28) per vivere da “figlio di Dio” (cfr Gal 3,26-4,7). Una possibilità nuova nasce per il cristiano: muore all’esistenzaschiava del peccato, vive nella fede la vita di libertà dei figli di Dio in Cristo e nello Spirito. E non basta: proprio perché ogni credente diviene “uno nel Cristo” in virtù delloSpirito Santo, egli è inserito nel “corpo di Cristo” che è la Chiesa (Col 1,18): “un solo Corpo e un solo Spirito, così come anche siete stati chiamati a una sola speranza, quelladella vostra vocazione. Uno solo il Signore, una la fede, uno il battesimo” (Ef 4,4-6). Un cristiano che vive isolato nella propria fede è inconcepibile per Paolo, sarebbe lanegazione dell’“essere e vivere in Cristo”: “In realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo” (1Cor 12,13). Simile a quello descritto è ilrapporto dell’Eucaristia, sacramento della crescita del credente, con la fede. In 1Cor 11,23-26, Paolo trasmette un “insegnamento del Signore”, che suscita ealimenta la fede, attraverso la parola dell’apostolo: “Io infatti ho ricevuto dal Signoreciò che vi ho trasmesso, cioè che il Signore Gesù nella notte in cui veniva tradito presedel pane e, avendo reso grazie, lo spezzò e disse: «questo calice è la nuova alleanza nelmio sangue; fate questo, tutte le volte che ne berrete, in memoria di me». Tutte le volteinfatti che mangerete di questo pane e berrete di questo calice, voi annunciate la mortedel Signore fino a che egli ritorni” (1Cor 11,23-26). Tre osservazioni importanti per ciòche concerne il nostro tema: 1º) l’eucaristia è “annuncio della morte del Signore fino ache egli ritorni”, in altri termini del Kerygma fondamentale della nostra fede, cioè della morte, resurrezione, ritorno del Signore esaltato e glorioso; 2º) è partecipazione alCorpo e al Sangue di Cristo, cioè alla sua vita di Signore, morto, risorto ed esaltato pernoi a gloria di Dio; 3º) è celebrato “in memoria di Gesù”, che non è una semplice evocazione del mistero della sua morte e resurrezione, ma una memoria creatrice evivificante, che ci fa crescere in lui nell’esistenza quotidiana, in attesa della sua venuta, per renderci partecipi pienamente della sua vita divina. D’altra parte, in 1Cor 10,16-17, anche l’eucaristia non stabilisce solo un rapporto individuale tra il credente e Cristo, maanche un rapporto tra i credenti fra loro quale membra dell’unico Corpo di Cristo: “Ilcalice della benedizione che noi benediciamo, non è forse una comunione al sangue diCristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infattipartecipiamo dell’unico pane” (1Cor 10,1617). Così nella fede il Cristo, che si fa nostrocibo e nostra bevanda, ci assorbe in sé, rendendoci “uno in lui”, e ci associa ai fratelli, formando di noi un solo corpo, la Chiesa, comunione di credenti.

c) Fede e morale

Si è fatto spesso cenno al rapporto intimo che intercorre tra fede e agire credente. Seriprendiamo il discorso non è per ripetere quanto già si è detto, ma per sottolineare
qualche nuovo aspetto che emerge da tale rapporto e che può essere utile perl’intelligenza spirituale della fede. In primo luogo, Paolo caratterizza il rapporto “fedemorale” come un “rimanere saldi nella fede, nel Signore” (cfr 1Cor 16,13; Gal 5,1; Fil 1,27; 4,1; 1Tes 3,8). Tale espressione paolina non deve indurci a pensare ad unaconcezione statica della fede. La fede, per Paolo, è e rimane una realtà decisamentedinamica. Proprio per questo, il “rimanere saldi nella fede” trova un’esemplificazionepratica e dottrinale nell’esempio di Abramo. Egli rimane fedele a Dio nel suo essere enel suo operare e Dio glielo computa a giustizia (Rom 4,3; Gal 3,6). Egli “rimane saldo in Dio” nella concretezza della sua vita. In tal modo, il “rimanere saldo” non è una semplice attesa della “speranza della giustificazione” (Gal 5,5), anche se in virtù dellafede, ma una concreta e attiva realizzazione di questa giustificazione accettando nellapropria vita il piano salvifico della promessa di Dio in Cristo, in una fede agente permezzo della carità (Gal 5,6), in un cammino di fede amorosa che produce gioia, pace, benignità, bontà, fedeltà, dolcezza e temperanza (Gal 5,22-23), in un progressivo e deciso morire alle esigenze della carne (Gal 5,17.24-25) per vivere per Dio nello Spirito. Pertanto, il “rimanere saldi nella fede” si può definire come un’esistenzafondata sulla fede in Cristo, vissuta nella speranza dell’adempimento della promessa di Dio per mezzo dello Spirito, attuata nell’amore secondo la radicalità di Dio espressa nella “legge di Cristo” (Gal 6,2). Con tale espressione Paolo non vuole affatto ristabilire la legge o la giustificazionein virtù delle opere della legge. La giustificazione, la salvezza, la libertà vengono concesse da Dio solo in virtù della fede in Cristo Gesù, ma tale fede non è maidisincarnata dalla realtà. Essa opera (1Tes 1,3; 2Tes 1,11) e spinge il credente adoperare nella carità, unica legge del cristiano. Questi non è individuo senza legge, unfuorilegge, ma uno che ha accettato e lascia operare in sé “la legge di Cristo”, meglio: “la legge che è Cristo”. Non un principio esterno di moralità, ma una persona viventeche lo rende “conforme a sé” (cfr 1Cor 9,21) per mezzo della “legge dello Spirito di vitanel Cristo Gesù”. Non si tratta, pertanto, di rimpiazzare una legge con un’altra, né dicompiere questa o quell’altra opera per avere la salvezza, ma di vivere con radicalità, dietro l’esempio di Cristo e sotto la guida dello Spirito, la legge dell’amore, “la legge di Cristo”, che per primo “ci ha amato e ha dato se stesso per noi” (Gal 2,20). “L’opera della fede” (1Tes 1,3; 2Tes 1,11) è l’amore che la anima. Paolo lo affermachiaramente in Gal 5,6: “ciò che conta è la fede operante/se opera per mezzo della carità”. Il principio essenziale della vita cristiana non cambia: è la fede. Ma non unafede qualsiasi o una fede astratta, ma la fede che qualifica se stessa operando per mezzo dell’amore. Così, fede e amore, anche se non si debbono confondere tra loro, non possono essere separate: la fede fonda la nostra esistenza in Cristo, l’amore la rendeviva per la potenza dello Spirito santo, sotto la cui guida diveniamo fecondi di ogniopera buona e attendiamo la pienezza della giustificazione di Dio.

Publié dans:CUSTODIA DI TERRA SANTA (DALLA) |on 20 février, 2010 |Pas de commentaires »

di padre Angelo del Favero: Quaresima: Gesù vince la tentazione contro la vita

dal sito:

http://www.zenit.org/article-21451?l=italian

Quaresima: Gesù vince la tentazione contro la vita

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 19 febbraio 2010 (ZENIT.org).- “Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: ‘Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane’. Gesù gli rispose: ‘Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo’. Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: ‘Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do’ a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo’. Gesù gli rispose: ‘Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto’. Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: ‘Se tu sei Figlio di Dio gettati giù di qui; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinchè essi ti custodiscano; e anche: Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra’. Gesù gli rispose: ‘E’ stato detto: Non metterai alla prova il Signore tuo Dio’. Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato” (Lc 4,1-13).

“La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo”: il Messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima 2010, si può riassumere con le parole dell’evangelista Giovanni: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Si tratta dell’abbondanza infinita della vita di Dio, che l’uomo aveva già ricevuto in dono e conservata fino al giorno della sua disobbedienza originale.

In principio, infatti, Dio ha creato l’uomo nella libertà dell’amore e nell’innocenza della vita, colmandolo di gioia per la comunione con Lui; ma poi,“per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono” (Sap. 2,24).

Appartengono alla morte tutti coloro che liberamente scelgono il peccato, vivendo come se il Dio della vita non ci fosse, e, di conseguenza, non riconoscendo nemmeno l’inviolabile divina dignità dei loro fratelli. E’ questa l’ingiustizia diabolica che ha portato Caino ad uccidere il fratello Abele e, oggi, spinge l’uomo a congiurare contro la vita come mai ha fatto da quel primo omicidio.

Ma Dio, Fonte della Vita, “al momento fissato” ha mandato il Suo Figlio, che è la Vita in Persona, a riconciliare gli uomini con Sé per mezzo della Croce, strumento tremendo e meraviglioso della “giustizia” del Padre. Tale giustizia è perciò l’opera del suo amore misericordioso, che in Cristo ci ha resi figli della Vita, partecipi della sua divina abbondanza.

Gesù ha così rivelato il principio e il fondamento dell’inviolabile dignità di ogni uomo, già presente tutta intera fin dal primo istante del concepimento, quando non è ancora sviluppata la personalità: non riconoscere da questo istante tale dignità costituisce la più grave e deleteria delle ingiustizie.

Lo ha implicitamente affermato lo stesso Benedetto XVI, il 13 febbraio scorso davanti all’Assemblea della Pontificia Accademia per la Vita, ribadendo che la dignità della persona è “un principio fondamentale, che la fede in Gesù Cristo Crocifisso e Risorto ha da sempre difeso, soprattutto quando viene disatteso nei confronti dei soggetti più semplici e indifesi: Dio ama ciascun essere umano in modo unico e profondo.(…) Quando si invoca il rispetto per la dignità della persona è fondamentale che esso sia pieno, totale e senza vincoli, tranne quelli del riconoscere di trovarsi sempre dinanzi a una vita umana”.

Il Vangelo di questa I Domenica di Quaresima getta un fascio di luce divina nell’abisso del peccato contro la vita, anzitutto mostrandoci la strategia subdola e menzognera del diavolo, l’avversario e distruttore principale della vita umana. Luca descrive il Signore, apparentemente in balìa fisica del diavolo, impegnato a combattere con la sola forza della Parola per non “entrare” nella tentazione che satana Gli presenta di volta in volta: non solo in ognuna delle tre descritte dall’evangelista, ma in “ogni tentazione” (Lc 4,13).

Come va inteso questo “ogni”? La risposta comincia ad affiorare se ricordiamo un testo fondamentale del Concilio Vaticano II: “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo” (Costituzione pastorale “Gaudium et spes”, n. 22). In forza di questa comunione ontologica con l’umanità di ogni individuo assunta dal Verbo nell’incarnazione, Gesù ha potuto e ha dovuto sperimentare l’ambito totale della fragilità della nostra carne, per poterla sanare radicalmente in tutti gli uomini.

Perciò era giusto che Egli fosse tentato in tutto, come noi peccatori. Questo “tutto” non si riferisce però alle singole, innumerevoli occasioni di peccato, ma al peccato come movente, desiderio, come fame di sè.

Pensiamo all’ambito attuale, gravissimo, del peccato contro la vita: ad esempio una donna che si ritrovi suo malgrado incinta, tra grandi difficoltà e lasciata “nel deserto” di una angosciante solitudine a dover decidere se tenere il bambino o no, mentre amiche, servizi sociali e perfino i genitori la spingono ad abortire. Ebbene, questa terribile tentazione Gesù l’ha combattuta? l’ha vinta? Oppure: Lui che aveva il potere di risuscitare i morti, in che modo si è misurato con la perversa tentazione di decidere sulla vita e sulla morte di un uomo? E ancora: Gesù, Autore della vita e figlio di un miracolo nel grembo, ha conosciuto la tentazione essenzialmente diabolica del figlio ad ogni costo (fecondazione artificiale)?

Queste domande, volutamente provocanti, anzitutto ci conducono ad affermare che la Bibbia non va presa alla lettera, perciò: “Tutto ciò è mistero,…non possiamo penetrarlo a fondo e la confessione di questa impotenza deve restare al di sopra di tutto quanto è possibile dire sull’esistenza di Gesù” (R. Guardini, “Il Signore”, cap. 5).

Detto questo, dobbiamo tuttavia credere che realmente non è esistita, non esiste e non esisterà mai tentazione alcuna, di uomo o donna, che l’umanità di Gesù non abbia dovuto combattere e vincere nei quaranta giorni di prova nel deserto (il numero 40 è simbolico e significa la pienezza di un periodo corrispondente all’arco della vita).

Egli infatti non è stato sottoposto a tre tentazioni di seguito, ma all’unica e triplice radice che sta alla base di ogni tentazione umana (la miriade dei rami è generata tutta da questo tronco trigemino): “la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita” (1 Gv 2,16).

Commenta al riguardo s. Agostino: “Ecco, dunque, le tre concupiscenze: ogni cupidigia umana è causata dalla concupiscenza della carne, dalla concupiscenza degli occhi o dalla superbia terrena. Il Signore stesso fu tentato dal diavolo su queste tre concupiscenze” (“Commento alla Prima lettera di Giovanni” II,14).

Il tronco iniquo e ben piantato di cui parlo è la “legge di gravità” del peccato originale: quella tendenza egocentrica che è l’amore egoistico di sé, una sorta di bocca sempre spalancata dell’io affamato di piacere e gratificazione, vero e proprio istinto originale che si innesta psicologicamente sulla paura della morte (Sap 1,16-2,24). Ascoltiamo, allora, la Parola del Vangelo che ci libera da questa legge maligna e confrontiamola con il testo di 1Gv 2,16.

“Se sei il Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane” (Lc 4,3): corrisponde alla “concupiscenza della carne”, cioè il comportamento di chi vuole unicamente soddisfare le proprie esigenze e così trasforma il suo desiderio in bisogno impellente, in “voracità” dell’io-carne.

“Gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: ‘Ti darò tutto il loro potere e la loro gloria…’” (Lc 4,5-6): corrisponde alla “concupiscenza degli occhi”, quella stimolata dalla sensualità e alimentata dai media e dalla pubblicità, vera e propria droga (internet può diventarlo) che spinge irresistibilmente la volontà alla ricerca del piacere, e, più comunemente, fa del benessere materiale e psicofisico il criterio del vivere, abolendo totalmente l’idea della rinuncia e del sacrificio come educazione necessaria al vero bene, personale e comune.

“Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù di qui…” (Lc 4,9): corrisponde alla “superbia della vita”, l’ostentazione di una sicurezza morale falsa e menzognera, la pretesa vertiginosa di decidere da sé ciò che è bene e ciò che è male misurando tutto l’ambito morale con il metro assoluto della propria coscienza, tanto certa quanto erronea perché svincolata dalla legge eterna naturale inscritta dal Creatore in ogni uomo.

Tutto ciò equivale a dire che nel deserto, in quei quaranta giorni, in Gesù e con Gesù era presente ogni essere umano, concretamente tentato nella sua nativa e storica fragilità, in forza della comune natura umana assunta dal Figlio di Dio incarnato. In Lui ogni tentazione, e in particolare quella contro la vita nel grembo, è destinata a venir meno, ad esaurirsi, per la forza vittoriosa della Parola, e di questa Parola che oggi è annunziata “nel deserto”: “Lo libererò, perché a me si è legato, lo porrò al sicuro perché ha conosciuto il mio nome. Mi invocherà e gli darò risposta; nell’angoscia io sarò con lui, lo libererò e lo renderò glorioso” (Salmo 91/90, v.15).

———-

* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 20 février, 2010 |Pas de commentaires »
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