Archive pour février, 2010

Il testo biblico (Ef 6,10-20) (da « Pregare con l’icona)

Il testo biblico (Ef 6,10-20) (da

dal sito:

http://www.piccoloeremodellequerce.it/gliko/Preghiere%20con%20l

‘icona/san_Pancrazio.htm

(DA: PREGARE CON L’ICONA)

INTRODUZIONE

 La riscoperta delle icone orientali è uno dei frutti più vistosi della comunione spirituale tra la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente. Oggi le icone sono un po’ dappertutto: nelle chiese, nelle cappelle, nelle abitazioni. Sono l’angolo bello, il luogo della chiesa domestica, l’armoniosa presenza della continuità fra liturgia e vita che rendono familiare la comunione con i santi, con Cristo, con la Madre di Dio e invitano alla preghiera. Se vogliamo andare al di là della moda, le icone diventano ambienti di preghiera contemplativa, quindi un forte invito al raccoglimento, una presenza che attira, una via alla contemplazione del mistero.

Questa icona in particolare raffigura il giovane martire Pancrazio, ritto in piedi con l’armatura di soldato, in un’ambientazione tutta d’oro. Sullo sfondo, le montagne, dalle quali svetta la croce del martirio. Ai suoi piedi, il Maligno nell’immagine apocalittica del drago e, in alto a sinistra, la mano benedicente di Dio che fuoriesce dal globo.

L’icona presenta il grande tema della lotta contro il male e ne annuncia la vittoria definitiva grazie al sangue di Cristo che, per mezzo della croce, ha schiacciato il capo del nemico antico (cfr. Ef 2,13-19, Gn 3,15-3; Sal 68,22

Il testo biblico (Ef 6,10-20)

«Attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi, e anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del vangelo, del quale sono ambasciatore in catene, e io possa annunziarlo con franchezza come è mio dovere».

E’ sul fondamento della Scrittura che si radica il tema della lotta – la panoplia – contro “i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”. Già l’Antico Testamento infatti presenta Jahvé come un guerriero “che prenderà per armatura il suo zelo e armerà il creato per castigare i nemici; indosserà la giustizia come corazza e si metterà  come elmo un giudizio infallibile; prenderà come scudo una santità inespugnabile; affilerà la sua collera inesorabile come spada e il mondo combatterà con lui contro gli insensati” (Sap 5,17ss). Ora l’Apostolo Paolo, riecheggiando questa simbologia, esorta i cristiani ad equipaggiarsi adeguatamente per affrontare il combattimento spirituale, identificando l’esistenza dell’uomo con un campo di battaglia in cui si schierano, in lotta perenne, il bene e il male.

Ma chi sono veramente gli avversari contro cui ferve la lotta? I demoni, con a capo Satana, la cui forza distruttiva cerca di soffocare la speranza dell’uomo ed impedirgli di guardare in alto. La Bibbia indica l’influsso del Maligno sulla storia con termini impressionanti:

è “il principe di questo mondo” (Gv 12,31);
“il grande drago, il serpente antico…che seduce tutta la terra” (Ap 12,9);
“omicida fin da principio…e padre della menzogna” (Gv 8,44),
“colui che della morte ha il potere (Eb 2,14);
“colui che domina tutto il mondo” (1Gv 5,9).

Bisogna dunque vedere in lui “un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore” (Paolo VI) che, attraverso un’illusione di vita, organizza sistematicamente la perdizione e la morte. La lingua mobile e lo sguardo trasversale, non diretto, del drago che qui lo rappresenta, ne esprime bene la forza seduttrice che inganna con le sue macchinazioni subdole e perverse.

Tuttavia, se è pur vero che siamo fragili e vulnerabili e se è inquietante la forza del male e tremenda la lotta contro le sue insidie, molto più potente, anzi infinitamente più potente, è la forza che viene da Dio in Cristo Gesù. E’ lui “il più forte” (Lc 11,22) che viene – e viene continuamente nella nostra vita! – per vincere il Maligno, strappandogli l’armatura  iniqua della malvagità nella quale confida per manipolare e traviare il cuore dei credenti. Possiamo vincere infatti solo ricorrendo “al più forte di lui”, consapevoli d’aver bisogno del sostegno divino perché la nostra volontà non ceda dinanzi all’astuzia del male. Non a caso l’Apostolo Paolo ci esorta ad attingere potenza nel Signore e nella forza del suo vigore pregando incessantemente. La preghiera è infatti è come una cerniera che unisce e rende salda in noi l’armatura di Dio.

Di questa armatura è equipaggiato il giovane martire Pancrazio, come dimostra la sua stessa vita consegnata fiduciosamente alla morte per la fede in Cristo. Ecco come ce la presenta la Leggenda aurea:

« Pancrazio era di origine nobilissima. Perse i genitori in Frigia, e fu lasciato sotto la tutela dello zio Dionisio. Rientrarono tutti e due a Roma, dove avevano vasti possedimenti. Proprio in quella zona si stava nascondendo, con i suoi fedeli, il papa Cornelio. Dionisio e Pancrazio ricevettero da lui la fede. Dionisio più tardi morì in pace. Pancrazio invece fu catturato e portato al cospetto dell’Imperatore. Aveva allora circa quattordici anni. Diocleziano gli disse: Ragazzetto, stai attento, che rischi di morire male. Tu sei giovane, ed è facile che ti ingannino; sei di famiglia nobile, e sei stato un caro amico di mio figlio. Voglio da te che tu lasci perdere questa pazzia, e ti considererò come uno dei miei figli. Pancrazio rispose: Anche se il mio aspetto è quello di un ragazzo, il cuore che ho in petto è quello di un uomo maturo. A noi cristiani, per virtù del mio Signore Gesù Cristo, la vostra prepotenza fa paura né più né meno che questi dipinti che noi vediamo. I tuoi dèi, quelli che mi vuoi spingere ad adorare, sono degli impostori; si stupravano tra fratelli, e non risparmiavano neanche i genitori: se tu vedessi far cose simili ai tuoi servi, li faresti subito uccidere. Mi stupisco anzi come tu non ti vergogni ad adorare dèi del genere. L’imperatore, sentendosi battuto dal ragazzo, lo fece decapitare lungo la via Aurelia; era attorno all’anno 287 dopo Cristo. La senatrice Ottavilla fece seppellire il suo corpo.

Dice Gregorio di Tours che se qualcuno giura il falso presso il suo sepolcro, prima di arrivare al cancello del coro, o è preso dal demonio o esce di senno, oppure cade a terra e muore subito. Successe una volta che due persone ebbero una grave lite. Il giudice, che già sapeva bene chi era il colpevole, preso da uno scrupolo di giustizia, li portò davanti all’altare di Pietro, e là il colpevole cominciò a protestare la sua innocenza ­quella che fingeva di avere. Chiese all’apostolo di indicare con un qualche segno la verità. Avendo lui giurato e non essendogli successo nulla, il giudice, che conosceva bene la malizia di quell’uomo, disse: Qui il vecchio Pietro o è troppo indulgente, o per modestia mostra deferenza nei confronti di un suo inferiore: andiamo allora dal giovane Pancrazio, e chiediamo a lui. Giunti là, il colpevole ebbe l’impudenza di giurare il falso, ma non poté ritrarre la mano, e lì poco dopo morì. Tuttora molti badano che, nei casi difficili e dubbi, si giuri sulle reliquie di san Pancrazio » (Iacopo da Varazze, Leggenda Aurea).

Qual è l’armatura di Dio di cui è cinto il giovane martire?

Si tratta di armi spirituali.

“Cingete i fianchi con la verità/fedeltà” – La cintura della verità di Dio è un tutt’uno con la fedeltà. In ebraico infatti verità e fedeltà hanno un’unica radice, aman, che indica fermezza, stabilità, costanza. Fermi, dunque, stabili e costanti, come Cristo, “il Fedele e Verace” (Ap 19,11). Fedele e perciò affidabile, nella verità del suo Vangelo che esige uno stile coerente di vivere e di agire.

“Indossate come corazza la giustizia” – E’ la giustizia di Dio, che ci rende giusti; è il suo modo di rivelarsi a noi nella misericordia, nel dono della libera grazia che continuamente ci salva. E’ quella giustizia che salva i poveri e umilia i peccatori, gridando, come Cristo: “A Dio ciò che è di Dio”.

“Calzari ai piedi il vostro slancio per annunciare il vangelo della pace” -  E’ quella prontezza d’animo che ci rende zelanti, come il Battista, nel preparare la via al Signore (cfr. Mt 3,3), ambasciatori solleciti della bella notizia del Vangelo: “come sono belli i piedi del messaggero che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza” (Is 52,7). Pace, “shalom”, che nel linguaggio ebraico racchiude una serie di beni: la salute, la prosperità, la salvezza, la benevolenza, la gioia, la sicurezza, la serenità, la beatitudine, il perdono.

“Afferrate lo scudo della fede” – E’ l’elemento essenziale dell’armatura. Con essa il credente spegne e neutralizza le frecce infuocate del Maligno. Infatti, dice Origene, “non si combatte con il vigore del corpo, ma con la forza della fede”, che è piena adesione a Dio, a qualunque costo, e rifiuto della mentalità del mondo di peccato che ci spinge a interpretare cose e situazioni nella miopia dello sguardo incredulo e indifferente.

“Prendete l’elmo della salvezza” -  Più precisamente: ‘la salvezza della speranza’, che è fiduciosa consegna nelle mani di Colui che dona la salvezza, mentre “schiaccia la testa del drago sulle acque” della nostra umanità continuamente esposta alla tentazione del peccato (Sal 74,13).

“Prendete la spada dello Spirito” – Cioè la Parola di Dio, attraverso cui lo Spirito agisce efficacemente, suggerendo cosa dire e cosa fare nei momenti di prova.

Infine, “Pregate incessantemente” – Pregare per essere capaci di parrhesia, ossia di coraggio e franchezza nel “far conoscere il mistero delle fede”, soprattutto nel tempo della persecuzione, divenendo per Cristo “ambasciatori in catene”, sempre aperti alla lode e inclini alla supplica.

LETTURA DELL’ICONA

Contempliamo ora l’icona. L’adolescente Pancrazio pone i suoi piedi sopra il drago: può infatti camminare sul male perché rivestito dell’armatura di Dio, i cui elementi gli conferiscono fortezza e audacia nella persecuzione. Il suo modo di ergersi sul male è deciso, quasi naturale, come se tale vittoria fosse semplice da ottenersi. Sembra infatti annientare il male senza alcuno sforzo. Ciò gli è dato per la forza e la potenza di quella mano benedicente che lo sostiene e lo conforta. Il principe delle tenebre non può essere infatti sconfessato dalle forze umane: il demonio non è mai obbediente alla parola dell’uomo, però indietreggia sempre davanti alla Parola di Dio. E la Parola di Dio che questo ragazzo proclama è: ”Meglio obbedire a Dio che agli uomini, meglio servire Dio che altri idoli”.

Per questo il ragazzo è rappresentato in un atteggiamento fiero, così come si manifesterà lungo tutto l’interrogatorio e il martirio. Si offre serenamente perché è rivestito di Cristo. L’abito che indossa – la corazza della fede – lo annuncia con le sue sfumature dorate: egli è davvero dentro la luce piena di Dio, nella genuinità della fede di fanciullo e, al contempo, nella maturità adulta dell’uomo fedele. Il mantello rosso richiama invece il sangue dato e versato ed è simbolo della sua stessa missione. Quando si è chiamati ad una particolare missione, infatti, si prende il colore che identifica quel progetto in atto. In questo caso la sua vita “data” per tutti.

Il volto orribile del drago spaventa sempre l’uomo, ma in questo caso si coglie il dominio che il giovane martire ha sul male. Solitamente nell’iconografia il Maligno è rappresentato dentro un antro tenebroso. Qui invece è in un prato di erba molto scura dove striscia insinuandosi con astuzia, così come è stata insidiosa la modalità di processare il giovane Pancrazio. Ancora: il male è sempre rappresentato come qualcosa di animale, di selvaggio, ed appartiene alla terra, mentre ciò che è spirituale è elevato, così come è retta, imponente la figura di questo giovane. E’ una contrapposizione netta, visibile anche nella nostra vita: lo strisciare in basso proprio di colui che cede al peccato, e l’elevarsi verso l’alto di colui che invece si abbandona alla contemplazione del Bello e del Buono.

Il modo celeste, spirituale, il mondo della benedizione è il globo divino da cui fuoriesce la mano. E’ l’altro grande elemento di questa icona. Questo scenario è importante: la mano benedicente esprime infatti la protezione solenne nei confronti di chi vuole vivere autenticamente. E noi, quando la percepiamo? Quando ci ritroviamo riuniti nella semplicità della preghiera, quando ci percepiamo rivestiti di “benevolenza, umiltà, mitezza, magnanimità, sopportazione, perdono, carità, pace e rendimento di grazie (cfr. Col 3,9b-14). Allora è come se fossimo benedetti da quella mano celeste. Ed è allora che nasce il desiderio di lasciar calare nella vita la Parola del Signore che ci indica e ci offre il suo amore. Sì, quando lasciamo riecheggiare in noi parole salmiche che leniscono e rinnovano, quando ci abituiamo a benedire, a raccontar bene del Signore dentro la nostra storia; quando impariamo a lodare Dio per la bellezza e le meraviglie che Lui compie in noi, quando guardiamo gli altri, il mondo e le cose, con gli stessi occhi dell’Altissimo, mentre Lui con la mano benedicente ci guarda e ci ama, come suggerisce l’icona, intercettando la nostra prontezza nel condividere, amare e d essere fedeli.

Il cielo da cui fuoriesce la mano è l’universo con gli astri oscurati dalla presenza del Padre che conforta il giovane nella sua testimonianza di fede.

Le rocce accentuano la simbologia di tutta l’icona. Nel linguaggio iconografico la roccia infatti sottolinea sempre la manifestazione di Dio, una teofania chiara, luminosa che penetra e rinnova.

Le piccole piante poste ai piedi della roccia richiamano la fertilità al cambiamento di vita che avverrà quando san Pancrazio sarà chiamato alla pienezza della vita nell’eternità dell’Amore.

Contemplando quest’icona si percepisce una grande presenza di Dio, di un Dio che veglia sulla fede dei suoi figli e su tutto ciò che accade nella storia di ciascuno. Davanti ad essa si snodano sia i momenti luminosi della fierezza, della forza, dell’impegno, sia i momenti tristi della lotta e martirio. Ma nell’uno e nell’altro caso, Dio è sempre lì, pronto a benedire e consolare, sempre disposto ad essere pienezza di misericordia. Ecco perché possiamo affermare che contemplando questa icona noi impariamo a vedere dentro le fatiche della nostra storia la presenza e l’azione di Dio che ci salva continuamente.

Per la meditazione

Mi sembrano utili, a questo punto, quattro osservazioni.

- Anzitutto che spesso anche noi ci troviamo in una situazione rischiosa. È infatti ‘pericoloso’ vivere il Vangelo fino in fondo. Avere il senso del rischio, delle difficoltà è realismo, un realismo che ci permette di vedere le vie dell’avversario, le vie attraverso le quali il Male si fa insidia subdola. Ma sentendoci pieni della forza di Dio. Una profonda analisi e sintesi del mistero della perversione, fatta con l’aiuto della sacra Scrittura, ci mette davanti alle avversità senza paura perché ci è dato di cogliere, insieme alla vastità del male, la potenza di Cristo che opera continuamente nella storia.

- Seconda osservazione: si tratta di una lotta che non ha né sosta, né quartiere, contro un avversario astuto e terribile che è fuori di noi e dentro di noi. Questo, oggi, lo si dimentica spesso, vivendo in un’atmosfera di ottimismo deterministico per cui tutte le cose devono andare di bene in meglio, senza pensare alla drammaticità e alle lacerazioni della storia, senza sapere che la storia ha le sue tragiche regressioni e i suoi rischi che minacciano proprio chi non se l’aspetta, e vive cullandosi nella visione di un evoluzionismo storico che procede sempre per il meglio.

- La terza osservazione: solo chi si arma di tutto punto potrà resistere, dal momento che il nemico si aggira attorno a noi per scoprire se c’è almeno un varco aperto, un elemento mancante nell’armatura cosi da farci cadere nel combattimento.

- L’ultima osservazione, assai importante: tutte le armi, tutti gli elementi dell’armatura vanno continuamente affinati nell’esercizio della preghiera che non li supplisce – non supplisce lo zelo, l’impegno, lo spirito di fede, la capacità di donarsi -, ma è la realtà nella quale tutti siamo avvolti e veniamo ritemprati per la lotta.

Quella in cui il cristiano è ingaggiato è una guerra propriamente escatologica, ossia un battaglia risolutiva per le sorti del mondo e prelude alla definitiva sconfitta delle potenze del male. Non va poi trascurato il risvolto battesimale del termine « indossare » o « rivestirsi » spesso usato da san Paolo. In GaI. 3,27 leggiamo: «Quanti siete stati battezzati, vi siete rivestiti di Cristo». Cosa comporti rivestirsi di Cristo è esplicitato poi in Col 3,9b-14, un testo che si potrebbe definire il « guardaroba del cristiano » con i suoi dieci capi di vestiario: misericordia, benevolenza, umiltà, mitezza, magnanimità, sopportazione, perdono, carità, pace e rendimento di grazie.

Con il battesimo il cristiano s’impegna a rimanere sempre in tenuta militare, perché -  al dire dei Padri – egli è un «miles pugnans», un soldato che combatte (CIPRIANO, Lettere, 58,4) e le armi che indossa sono quelle stesse che caratterizzano l’equipaggiamento di Cristo.

Quale l’allenamento adeguato per affrontare tale guerra ?

1.   Aprire cuore, bocca, mano rispettivamente a giustizia, verità e pace:

togliendo dal cuore quanto è negativo, malvagio, egocentrico;

esprimendo con la bocca sincerità ed evitando falsità, ipocrisia, maldicenza;

offrendo segni concreti di pacificazione, di riconciliazione, di amicizia, di solidarietà.

2.   In ogni situazione difficile ricorrere alla parola illuminante che «trafigge il cuore» (cf At 2,37), attingendola alle Scritture e lasciandocene impregnare in profondità.

3.   Affidarci alla potenza della preghiera « incessante », che è la « preghiera del cuore »: «Signore,liberaci dal Male», prendendo via via coscienza dai mali che ci minacciano: quelli annidati nel cuore e quelli che ci vengono dall’esterno.  Possiamo fare nostra una preghiera di Isacco di Ninive (306c.-372), monaco siriano:

Per la preghiera

Sant’Agostino ci avverte che nel combattimento spirituale occorre affidarsi costantemente alla grazia del Signore. Combatte e non è vinto colui che non presume delle proprie forze, colui che «confida in Chi ordina di combattere e vince il nemico aiutato da Chi dà tale ordine» (Enarrationes in pasalmos, 35,6). Ripetiamo: 

Liberaci dal male!

Ti lodo, Padre, medico dei corpi, fonte di Sapienza, che ci prodighi una vita senza male, che dissipi il timore, madre delle angosce, e che custodisci il mio cuore nella purezza, grande è presso di te la redenzione. Ti preghiamo

Liberaci dal male!

Santo sei tu, Signore, che conosci ciascuno per nome, che tutto hai creato per mezzo del tuo Verbo. Santo sei Tu, che sei più forte di ogni forza e che superi ogni lode. Ti preghiamo

Liberaci dal male!

Infinitamente profondi sono i tuoi pensieri, Signore. Signore, ho cercato di penetrarli: Tu sei l’insondabile, il tuo Spirito abita abissi inaccessibili e il tuo pensiero è un mistero inesauribile, perché forte è il tuo amore per noi e la tua fedeltà dura in eterno,

Liberaci dal male!
«Manda soccorso, Signore,
a quelli che si levano nelle difficili battaglie dei demoni,
[condotte] sia manifestamente sia di nascosto,
e la nube della tua grazia li ricopra (cf Lc 1,35)
e poni sul capo della loro mente « l’elmo della salvezza » (Ef 6,17)
e umilia davanti a loro la potenza dell’avversario
e li sostenga sempre il vigore della tua destra,
perché per i loro pensieri non vengano meno
allo sguardo continuo [rivolto] a te,
e fa’ rivestire loro l’arma dell’umiltà,
così che da loro spiri sempre un odore soave,

secondo il tuo beneplacito».  

                            Isacco di Ninive   

San Giuseppe

San Giuseppe dans immagini sacre Saint%20Joseph

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Publié dans:immagini sacre |on 23 février, 2010 |Pas de commentaires »

HO LAVORATO CON QUESTE MIE MANI (Atti 20,34)

dal sito:

http://www.piccoloeremodellequerce.it/Pagine_Bibliche/Ho_lavorato.doc

Contributo della Comunità
al sussidio per l’evangelizzazione dei giovani lavoratori
Le mani del giovane e il cuore del Cristo,
pubblicato dall’Ufficio Nazionale CEI e dall’Ufficio Regionale della Calabria
per i Problemi Sociali e il Lavoro,
Maggio 2000.

HO LAVORATO CON QUESTE MIE MANI

(Atti 20,34)

1. Il fatto

  »Sarebbe assurdo che, mentre tutti gli altri uomini provvedono a mantenere mogli e figli a costo di grandi fatiche e patimenti, ed inoltre pagano le tasse, offrono a Dio le primizie  e per quel che possono alleviano la miseria dei mendicanti; sarebbe assurdo, dicevo, che i monaci non debbano procurarsi il necessario con il loro lavoro… e debbano invece restarsene seduti, a braccia conserte, sfruttando il lavoro degli altri » .
 Sapete dove ho sentito queste ‘opinioni’? No, non in piazza, mentre passava il prete con la macchina sportiva e il cellulare in mano. Questi discorsi provengono da molto lontano nel tempo, quando, nei primi secoli del cristianesimo, si cominciavano a vedere uomini di chiesa che avevano fatto « dell’ozio un’arte di vivere » . E la gente ne era giustamente scandalizzata e indispettita.
 E sapete perché?
 In principio non era così. I primi cristiani sapevano bene quanto fosse necessario « mangiare il proprio pane », vivere cioè lavorando, e non alle spalle degli altri. E questo valeva non solo per i cristiani della domenica, ma anche per gli apostoli.

 Prendiamo il caso di san Paolo.
 Sulla via di Damasco fa un’esperienza travolgente: gli appare Gesù (At 9,1-19). Ne rimane folgorato e cambia vita: da persecutore dei cristiani diventa apostolo delle genti e fondatore di nuove comunità cristiane. Siamo intorno al 36 d.C. 
 Dal 46 comincia a viaggiare in lungo e in largo per tutto il Mediterraneo orientale. Obiettivo: dare testimonianza a Cristo e costruire la sua Chiesa. Si calcola che i suoi itinerari abbiano raggiunto gli oltre diecimila miglia (più di 15000 km: un’impresa, per quei tempi!), fra pericoli d’ogni genere, fatiche e persecuzioni. Ed è grazie a lui che noi occidentali siamo diventati cristiani!
 Ma cos’è che ci lascia stupiti di quest’uomo infaticabile che ha saputo trovare il tempo per pregare e predicare, fondare nuove comunità e seguire il loro cammino, scrivere lettere d’incoraggiamento e discutere questioni difficili con gli altri apostoli, affrontando persino la tensione di processi ingiusti, i trasferimenti da un carcere all’altro ed, infine, la condanna a morte?
 Che, pur facendo tutto questo, abbia voluto a tutti i costi guadagnarsi da vivere, lavorando con fatica e sforzo notte e giorno. Per non essere di peso a nessuno. E dare l’esempio. 
 Come hanno fatto Gesù e Giuseppe, in quell’umile bottega di Nazareth.

2. Il testo

 Molte volte san Paolo tira fuori la questione del lavoro nelle sue lettere. E lo fa per esortare chi già lavora, per mettere in guardia i cristiani dall’insidia dell’ozio e bacchettare i perditempo che vivevano disordinatamente. Ed ogni volta si pone sempre come esempio per far capire che l’apostolo non deve essere un professionista ‘pagato’ della religione, ma un uomo a servizio di tutti, che vive come tutti. E se questo lo deve fare un apostolo, che in fondo avrebbe anche il diritto di essere ‘sostenuto’ nel suo ministero, a maggior ragione il cristiano ‘semplice’…

 Da queste lettere abbiamo estratto alcune frasi per dare un’idea di questa sua insistenza sulla necessità del lavoro.

« Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. » (At 20,34)

« Ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. » (1Cor 4,12)

« Chi è avvezzo a rubare non rubi più, anzi si dia da fare lavorando onestamente con le proprie mani, per farne parte a chi si trova in necessità. » (Ef 4,28)

« Voi ricordate infatti, fratelli, la nostra fatica e il nostro travaglio: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno vi abbiamo annunziato il vangelo di Dio. »(1Ts 2,9)

« Ma vi esortiamo, fratelli, …a farvi un punto di onore: vivere in pace, attendere alle cose vostre e lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato, al fine di condurre una vita decorosa di fronte agli estranei e di non aver bisogno di nessuno. » (1Ts 4,11.12)

« 7 …noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, 8 né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi. 9 Non che non ne avessimo diritto, ma per darvi noi stessi come esempio da imitare. 10 E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi. 11 Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. 12 A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace. 13 Voi, fratelli, non lasciatevi scoraggiare nel fare il bene. » (2Ts 3,7-13)

« Sfòrzati di presentarti davanti a Dio come un uomo degno di approvazione, un lavoratore che non ha di che vergognarsi,… » (2Tm 2,15)

3. La spiegazione

Come abbiamo visto da questi testi, l’apostolo Paolo ci tiene a far sapere alle sue comunità che egli non dipende da nessuno, ma che si sostiene con il lavoro delle sue mani:  » Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani » (At 20,34).
Dal libro degli Atti degli Apostoli sappiamo inoltre che il suo mestiere era quello di fabbricatore di tende. Anzi nel testo troviamo quest’altra notizia: a Corinto era stato ospitato in casa di Aquila e Priscilla e, « siccome faceva lo stesso mestiere, rimase con loro e li aiutava a fabbricare tende » (At 18,3). Erano, insomma, in sintonia l’uno con l’altro, nello stile dell’accoglienza reciproca e della condivisione, mettendo sulla stessa tavola il pane della cooperazione e il vino della solidarietà.

Fabbricatore di tende: un mestiere duro, che richiedeva abilità manuale. Non solo, bisognava maneggiare strumenti di lavoro pesanti. E le mani a sera erano così intorpidite che non riusciva neanche a scrivere. A quei tempi, poi, dato che di solito si scriveva sul papiro, mettere nero su bianco era così lento e faticoso che si impiegava un’ora per buttar giù 72 parole. E a quanto pare l’apostolo, non riuscendo per la stanchezza, dettava le sue lettere ai discepoli o agli amici e, alla fine, firmava di suo pugno, aggiungendo appena un saluto.
Quelle sue mani malferme, le dita stanche… secondo voi, poteva evitarseli certi fastidi, visto che già faceva molto per le sue comunità? Oppure faceva bene ad agire così, dato che quello era una specie di ingrediente educativo, indispensabile per poter dire con libertà e senza mezzi termini: « Chi non vuol lavorare, neppure mangi »?
In ogni caso, ciò che deve farci riflettere è che in diverse occasioni egli sottolinea l’aspetto lavorativo della sua vita e, pur avendo a disposizione alcuni fondi o contributi delle comunità, decide di farne a meno. Perché agisce così? Ce lo dice lui stesso: per non compromettere l’annuncio del vangelo, innanzi tutto (cfr. 1Ts 2,9); per essere d’esempio; perché è questo che dà decoro all’uomo, cioè dignità. Anzi, condivide il suo guadagno con i poveri, con la spontaneità del padre attento alle necessità dei figli e con la tenacia dell’uomo che ha fatto una scelta chiara di ben-essere e non di bene-stare, che vuol dire dare precedenza assoluta all’essere (dignità, solidarietà, sobrietà) e non all’avere (denaro, potere e piacere!).

Qual è allora il messaggio?
Semplice: « non mangiare gratuitamente il pane », ma vivere del lavoro delle proprie mani.
E per voi giovani vuol dire non dipendere dalla famiglia e cominciare a darsi da fare. Non continuare a chiedere a papà la paghetta settimanale né a far diventare lo studio una giustificazione perenne alla pigrizia.
In pratica, anche se state ancora sui libri, trovatevi, magari part-time (o d’estate, come fanno in molti), un lavoretto da fare per dare una mano a far quadrare i conti di casa. E se già lavorate, mettetevi nelle condizioni di poter fare del bene, condividendo ciò che guadagnate con chi non riesce ancora a spuntarla. Condividere è ciò che dà senso al vostro produrre. E non solo per una questione di solidarietà.  Nella logica della condivisione, infatti, sia pur a lungo termine, si finisce per produrre di più e quindi guadagnare di più, perché si crea una forza-lavoro più numerosa, compatta, solidale, unita e quindi più capace di proporsi efficacemente.
Ecco il senso del cooperare, che continuamente rimbalza in queste nostre riflessioni. Certo, bisogna credere che la « perseveranza nella carità non è ingenuità »; pagare di persona, buttarsi con gratuità, sognare con semplicità. Ma bisogna anche riconoscere i propri limiti, preventivare con lucidità e…, alla fine, azzardare il rischio di vie nuove, custodendo sempre la convinzione che la provvidenza aiuta gli audaci e che tutto quanto abbiamo seminato, anche se con qualche lacrima, tutto raccoglieremo nella gioia .
Non mancherà la fatica. E la fatica esige costanza. San Paolo ce lo ricorda, con la saggezza di chi l’ha già sperimentato in prima persona. Ecco perché dice con forza persuasiva: « Non stancatevi di fare del bene ».
Questa espressione – « Non stancatevi » – deriva da un verbo che, nella lingua originale greca, descrive l’atteggiamento del lottatore che si trova in palestra o sul ring. Non riuscendo più a sostenere la violenza dell’avversario, si lascia andare, rinuncia alla lotta, si rassegna a perdere. Nel nostro contesto, « non stancatevi » è in un invito a non mollare dinanzi ad un lavoro duro, a non rassegnarsi ad una occupazione precaria, ma allo stesso tempo suona come un ammonimento tagliente, senza peli sulla lingua: non lasciarti prendere dall’avidità dell’avere, ma tieni aperta la porta alle esigenze degli altri, perché ognuno possa sentirti amico lungo il cammino, e tu possa sperimentare l’amicizia di chi, nella vita, si è fatto già strada.

 Ascoltiamo Graziella, una giovane lavoratrice della cooperativa « Neilos » di Rossano (Cs). La sua esperienza è un esempio tipico di cooperazione, in cui il bene comune si sposa felicemente con quello individuale, e ognuno riesce a tirar fuori il meglio di sé, vincendo timidezze e paure.
« Insieme ai miei amici del gruppo parrocchiale abbiamo fatto una revisione di vita sulla nostra condizione di disoccupazione, è nata così l’idea di fare una cooperativa di servizi turistici per la nostra città.
Ci siamo preparati cercando di conoscere a fondo la storia della nostra città, ci siamo divisi i compiti e abbiamo iniziato le attività. Questo lavoro mi dà molte soddisfazioni. A volte non penso che il mio sia un lavoro, perché lo vivo così bene che non mi pesa. Le decisioni le prendiamo tutti insieme, mi sento sempre partecipe. A volte mi stupisco di me stessa; riesco a parlare davanti a tante persone quando faccio la guida turistica. E pensare che prima ero timida! Il lavoro sicuramente mi ha fatto crescere come persona. Mi sento realizzata. Sento che questa è la mia vocazione ».

4. È vero che…

«  Cosa si cerca di solito nel lavoro: guadagno, carriera, realizzazione personale, collaborazione…?

«  Quali sono per te gli aspetti più importanti del lavoro?

«  In che modo nel lavoro entrano in gioco i rapporti con gli altri? Come attraverso il lavoro possiamo costruire relazioni nuove con gli altri?

«  Attraverso l’esperienza di Paolo scopriamo che il lavoro non è una dimensione staccata dalla vita di fede. Che significato ha oggi la fede cristiana rispetto al lavoro ed ai problemi ad esso collegati (disoccupazione, giustizia, rispetto della dignità, costruzione di un mondo nuovo…)?

5. Impegni da prendere

Cerca, insieme con le persone che ti stanno accanto e che con te lavorano o come te cercano lavoro, spazi di dialogo, d’informazione e di formazione.
Dialogo: per entrare in sintonia l’uno con l’altro, accogliersi, acquisire insieme la capacità di analisi, imparare a programmare con responsabilità e verificarsi con schiettezza e ricerca sincera della verità.
Informazione: per diventare competenti in ciò che si fa, correggere il tiro se è il caso, e saper valorizzare opportunità e risorse.
Formazione: per dare un’anima a ciò che si fa e scoprire « le cose nuove per le quali il Signore ci chiama a operare in fedeltà » .

6. Preghiamo insieme

Signore, sono un giovane lavoratore;  da quando ho 16 anni sono operaio in una piccola azienda. Ti ringrazio, perché per me il lavoro è una cosa molto importante, perché mi sento utile e posso aiutare la mia famiglia ad andare avanti.
Nel lavoro condivido la mia vita con altri lavoratori, e in loro ho la possibilità di incontrarti. Ti ringrazio, perché attraverso l’ascolto della tua Parola ho imparato a scorgere i segni del Regno nella fatica quotidiana dei miei compagni. Da quando ho cominciato a lavorare ho la fortuna, con un gruppo di giovani del mio quartiere, di confrontare la mia esperienza con la Tua Parola, Questo mi aiuta a vivere la mia fede nella realtà del mondo del lavoro, dove sento di poter partecipare alla costruzione del Tuo progetto di vita piena e gioiosa per l’uomo. In questi anni ho scoperto che non per tutti il lavoro è un’esperienza positiva. Spesso, sperimentiamo la solitudine, e molti di noi, lavorando in piccole aziende dove il sindacato non può entrare, vivono situazioni pesanti, ritmi massacranti, costretti a fare tante ore dl straordinario che lasciano pochissimo tempo al riposo, all’incontro con gli amici e allo stare in famiglia. Dove lavoro io, siamo a contatto con acidi e vernici, ma i controlli sulla salute e sugli impianti sono inesistenti. Non sempre siamo solidali tra noi, anche perché abbiamo paura di pagare di persona e dì rimetterci del nostro. Signore, aiutaci a non cedere davanti alle difficoltà; aiutaci a capire che il lavoro, come il sabato, deve essere a servizio dell’uomo; aiutaci a continuare a lottare, seguendo il tuo esempio, perché queste situazioni di sofferenza e di ingiustizia trovino sempre più dei militanti credenti che se ne facciano carico in un progetto di liberazione e di costruzione del Regno.

Omelia (23-02-2010)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/17319.html

Omelia (23-02-2010) 
padre Lino Pedron

Gesù ci insegna la preghiera cristiana, che si contrappone alla preghiera dei farisei e dei pagani: il Padre nostro.
E’ un testo di grande importanza che ci aiuta a comprendere chi è il cristiano. Il Padre nostro è una parola di Dio rivolta a noi, più che una nostra preghiera rivolta a lui. E’ il riassunto di tutto il vangelo. Non è Dio che deve convertirsi, sollecitato dalle nostre preghiere: siamo noi che dobbiamo convertirci a lui.
Il contenuto di questa preghiera è unico: il regno di Dio. Ciò è in perfetta consonanza con l’insegnamento di Gesù: « Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta » (Mt 6,33).
Padre nostro. Il discepolo ha diritto di pregare come figlio. E sta in questo nuovo rapporto l’originalità cristiana (cfr Gal 4,6; Rm 8,15). La familiarità nel rapporto con Dio, che nasce dalla consapevolezza di essere figli amati dal Padre, è espressa nel Nuovo Testamento con il termine parresìa che può essere tradotto familiarità disinvolta e confidente (cfr Ef 3,11-12). L’aggettivo nostro esprime l’aspetto comunitario della preghiera. Quando uno prega il Padre, tutti pregano in lui e con lui.
L’espressione che sei nei cieli richiama la trascendenza e la signoria di Dio: egli è vicino e lontano, come noi e diverso da noi, Padre e Signore. Il sapere che Dio è Padre porta alla fiducia, all’ottimismo, al senso della provvidenza (cfr Mt 6,26-33).
Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà. Il verbo della prima invocazione è al passivo: ciò significa che il protagonista è Dio, non l’uomo. La santificazione del nome è opera di Dio. La preghiera è semplicemente un atteggiamento che fa spazio all’azione di Dio, una disponibilità. L’espressione santificare il nome dev’essere intesa alla luce dell’Antico Testamento, in particolare di Ez 36,22-29. Essa indica un permettere a Dio di svelare il suo volto nella storia della salvezza e nella comunità credente. Il discepolo prega perché la comunità diventi un involucro trasparente che lasci intravedere la presenza del Padre.
La venuta del Regno comprende la vittoria definitiva sul male, sulla divisione, sul disordine e sulla morte. Il discepolo chiede e attende tutto questo. Ma la sua preghiera implica contemporaneamente un’assunzione di responsabilità: egli attende il Regno come un dono e insieme chiede il coraggio per costruirlo. La volontà di Dio è il disegno di salvezza che deve realizzarsi nella storia.
Come in cielo, così in terra. Bisogna anticipare qui in terra la vita del mondo che verrà. La città terrestre deve costruirsi a imitazione della città di Dio.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Il nostro pane è frutto della terra e del lavoro dell’uomo, ma è anche, e soprattutto, dono del Padre. Nell’espressione c’è il senso della comunitarietà (il nostro pane) e un senso di sobrietà (il pane per oggi). Il Regno è al primo posto: il resto in funzione del Regno.
Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Anche queste tre ultime domande riguardano il regno di Dio, ma dentro di noi. Il Regno è innanzitutto l’avvento della misericordia.
Questa preghiera si apre con il Padre e termina con il maligno. L’uomo è nel mezzo, conteso e sollecitato da entrambi. Nessun pessimismo, però. Il discepolo sa che niente e nessuno lo può separare dall’amore di Dio e strappare dalle mani del Padre.
Matteo commenta il Padre nostro su un solo punto, rimetti a noi i nostri debiti…. Ecco il commento: « Se voi, infatti, perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi… ».
Nel capitolo precedente Matteo aveva messo in luce l’amore per tutti. Ora mette in luce la sua concreta manifestazione: il perdono
.
 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 23 février, 2010 |Pas de commentaires »

Santa Teresa Benedetta della Croce: Il Padre nostro e l’Eucaristia

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100223

Martedì della I settimana di Quaresima : Mt 6,7-15
Meditazione del giorno
Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942), carmelitana, martire, compatrona d’Europa
La preghiera della Chiesa

Il Padre nostro e l’Eucaristia

Tutto quello di cui abbiamo bisogno per essere ricevuti nella comunione degli spiriti beati è contenuto nelle sette domande del Padre nostro che il Signore ha pregato, non a suo nome, bensì affinché fosse per noi un esempio. Lo diciamo prima della santissima comunione e, ogni volta che lo preghiamo in piena sincerità e con tutto il cuore e riceviamo la santissima comunione nella disposizione di spirito di un’anima retta, essa ci porta a veder esaudite di tutte le nostre domande.

Tale comunione ci libera dal male perché ci purifica da ogni offesa commessa e ci dà la pace del cuore che toglie il suo pungiglione ad ogni altro male. Ci porta il perdono dei peccati (veniali) commessi e ci consolida contro le tentazioni. È il pane di vita, di cui abbiamo bisogno ogni giorno, per crescere finché non sraemo entrati nella vita eterna. Fa dalla nostra volontà uno strumento docile della volontà di Dio. Perciò, pone le fondamenta del Regno di Dio in noi e purifica le nostre labbra e il nostro cuore perché possiamo glorificare il santo Nome di Dio .

La Cattedra lignea di San Pietro

La Cattedra lignea di San Pietro dans immagini sacre Chaire-de-st-Pierre

http://www.virgo-maria.org/mystere-iniquite/documents/chapters/documents_published/doc1/node8.html

Publié dans:immagini sacre |on 22 février, 2010 |Pas de commentaires »

La cattedra lignea di san Pietro

dal sito:

http://www.30giorni.it/it/articolo_stampa.asp?id=12439

La cattedra lignea di san Pietro

La tarda antichità e l’alto Medioevo ci hanno lasciato questo documento di grande valore artistico e storico, che ha assunto col tempo anche valore di reliquia 

di Dario Rezza

      Nello splendido monumento berniniano della Cattedra collocata nell’abside della Basilica vaticana, il 17 gennaio 1666, per desiderio di papa Alessandro VII, è stato racchiuso un cimelio che per secoli era stato oggetto di venerazione da parte di fedeli e pellegrini che accorrevano a Roma: la cattedra lignea di san Pietro, che però, così sottratta agli occhi dei devoti, ha perso la sua popolarità e il suo culto. Si tratta di un cimelio storico, trattato in passato come una reliquia, servito quale sedia papale per uso liturgico, simbolo anche dell’autorità del papa e della sua legittimità di pontefice. La festa della Cattedra di san Pietro il 22 febbraio, in uso a Roma già nel 336, anche se la sua origine e celebrazione non hanno alcun riferimento alla cattedra materiale, esprimeva infatti, ed esprime tuttora, la potestà di Pietro, radicata in Roma e lasciata ai suoi successori: la sede di Pietro è riferimento di unità per tutta la Chiesa, secondo la bella iscrizione classica che il papa san Damaso dettò per il fonte battesimale del Vaticano: Una Petri sedes, unum verumque lavacrum. 
 
La cattedra lignea di san Pietro, conservata all’interno della custodia berniniana nella Basilica di San Pietro. Nelle foto piccole, due delle dodici formelle in avorio che ornano la fronte del sedile e che rappresentano le fatiche di Ercole (in alto), esseri mostruosi fantastici e uno scorpione (a destra)  
 
      Di una sella pontificale oppure di un trono, cioè di un seggio su cui materialmente sedeva il papa nelle funzioni liturgiche, si parla fin dall’antichità con diverse espressioni; famosa quella di Ennodio di Pavia (†521): sella gestatoria apostolicae confessionis. Solo alla fine del secolo VI però viene attestata una devozione nei riguardi di tale cattedra materiale, ritenuta quella usata da san Pietro. Nulla però fa supporre che fosse la cattedra lignea che viene conservata nella Basilica vaticana, tanto più che per l’uso liturgico la sedia papale, trasportata per esempio nelle processioni stazionali, doveva essere un piccolo seggio mobile: solo quando i papi si insedieranno nel palazzo del Laterano si comincerà a parlare di un trono, legato all’insediamento del nuovo pontefice e garanzia della sua legittimità.
      Notizie invece che riguardano la sedia lignea esistente in Vaticano risalgono all’incoronazione imperiale di Carlo il Calvo, avvenuta il 25 dicembre 875 per mano del papa Giovanni VIII. L’imperatore si era probabilmente portato dietro per la solenne cerimonia uno splendido trono imperiale, che lo rappresentava in effigie, e ne fece verosimilmente dono al Papa, insieme con altri oggetti di valore che furono offerti in onore di san Pietro, come attestano fonti franche, cioè gli Annali Bertiniani e Vedastini. Dal secolo X viene attestata l’usanza, dopo l’elezione del papa e la sua consacrazione, di una sua intronizzazione che avveniva nella Basilica vaticana, usanza che per alcuni secoli seguenti diventerà un atto costitutivo della procedura per l’elezione del papa. Nel 1037 alla parola intronizzare viene aggiunta, in una bolla papale, quella di incattedrare: un’endiadi rafforzativa o una cerimonia di natura diversa e che dice riferimento alla cattedra lignea? Difficile pronunciarsi anche perché gli avvenimenti drammatici del papato e di Roma nel secolo XI impedirono lo svolgimento in San Pietro del rito liturgico dell’insediamento del pontefice. Sarà un canonico di San Pietro, di nome Benedetto, il primo a lasciarci, nel 1140, descrivendo le cerimonie liturgiche che si svolgevano nella Basilica, uno speciale riferimento alla cattedra lignea, adoperata in occasione della festa della Cattedra del 22 febbraio per l’incensazione all’altare sopra la tomba dell’apostolo: afferma che il papa deve sedere in cattedra durante la messa, un seggio diverso quindi dalla sede marmorea che si trovava nell’abside. Questo uso che si faceva di una cattedra mobile lignea sulla tomba dell’apostolo, ben attestato nel secolo seguente, fu certamente l’inizio della sua esaltazione e probabilmente della sua identificazione, attraverso un lento processo di attribuzione, con il seggio usato da san Pietro: dal 1237 la sedia lignea verrà chiamata espressamente Cattedra di san Pietro.
      Durante il secolo XIII la cattedra perderà d’importanza, perché le elezioni papali avvenivano spesso fuori Roma, ma ormai il culto si era affermato: in un documento del 1350 si parla della consuetudine, riguardante i canonici di San Pietro, di accendere in diverse occasioni delle candele dinanzi alla cattedra e di distribuirle poi al clero e al popolo. La cattedra veniva portata anche in processione all’interno della Basilica: per tale uso fu allora costruito un rivestimento ligneo che ricopriva quasi interamente l’antico trono. Pur non raggiungendo mai la celebrità della reliquia della Veronica, la cattedra divenne oggetto di venerazione popolare: non più quindi soltanto simbolo del papato, ma preziosa reliquia in se stessa. E si diffuse l’uso di cinture di stoffa (brandea o mensure) che venivano fatte accostare alla cattedra, come già si faceva nell’alto Medioevo per la tomba della confessione, per poi applicarle a parti doloranti del corpo e ottenerne guarigione. Quando poi nel 1543 il riformatore ginevrino Giovanni Calvino negò il valore della cattedra, nell’intento di affermare che l’unico potere nella Chiesa era quello del ministero della Parola senza alcuna potestà ecclesiastica costituita, tale negazione portò paradossalmente maggior prestigio alla cattedra perché si tornò ad associare più fortemente la reliquia al suo valore simbolico di potestà papale.
      Nel 1574 la cattedra fu rimossa dalla vecchia Basilica, ma non trovò subito un’adeguata sistemazione nella nuova San Pietro e finì in una cappella laterale, chiusa in un ampio armadio a porta. Ma il culto popolare non diminuì, favorito anche da uno speciale cerimoniale stabilito dai canonici vaticani: soprattutto nelle feste solenni della Cattedra, il 18 gennaio e il 22 febbraio, veniva estratta di buon mattino dal suo ripostiglio e collocata su una predella davanti al coro e poi portata solennemente in processione all’altare maggiore su un palco, dove i fedeli potevano accostarsi per far toccare le mensure e altri oggetti alla reliquia, affinché si impregnassero della sua virtù taumaturgica. Nel 1630 Urbano VIII pose il problema della sistemazione definitiva della cattedra nella nuova Basilica e incaricò Gian Lorenzo Bernini di approntare una custodia confacente. Fu però Alessandro VII a stabilire che fosse collocata definitivamente nell’abside tra i monumenti funerari di Paolo III e Urbano VIII: lì il Bernini progettò e fece realizzare il monumento reliquiario, che esaltava la Cathedra Petri, simbolo dei poteri papali, riconosciuti dai suoi massimi dottori dell’Oriente e dell’Occidente cristiani. La cattedra lignea scomparve così nel grande monumento berniniano e perse il suo fascino popolare di antica reliquia per cedere il posto alla sua esaltazione simbolica. Ci fu un improvviso e imprevisto crollo del culto: si continuò ad estrarla nelle solennità omonime, ma l’impresa non era né facile né agevole. Fu anche proposto di apportare modifiche al monumento berniniano, ma non se ne fece nulla, finché nel 1681 si decise di non esporla più. Un’ostensione straordinaria fu quella del 1705, quando Clemente XI ne fece eseguire, sotto la direzione dell’architetto Carlo Fontana, una riproduzione fedele, oggi visibile nel Museo storico artistico del Capitolo vaticano. Altra estrazione della cattedra dalla custodia bronzea è avvenuta alla fine del XVIII secolo per iniziativa di Pio VI.
 
Un particolare della monumentale custodia realizzata da Gian Lorenzo Bernini nell’abside della Basilica di San Pietro per custodire la cattedra lignea 
 
      L’ultima esposizione della cattedra vaticana è avvenuta nel 1867, dal 28 giugno al 9 luglio, in occasione delle feste centenarie di san Pietro, volute da Pio IX: essa fu traslata dal monumento berniniano sull’altare della Madonna gregoriana e richiamò un flusso notevole di fedeli. Ma al di là di un certo interesse culturale oltre che devozionale, nulla si poté approfondire dal punto di vista archeologico nei riguardi della reliquia petrina. Solo un secolo dopo, nel 1968, la richiesta degli studiosi di procedere ad esami più approfonditi in considerazione dell’alto valore storico e artistico dell’oggetto, fu accolta da Paolo VI. Estratta nuovamente dal monumento berniniano il 26 novembre e portata nel locale attiguo alla sacrestia dei canonici, il 30 dicembre si poté procedere ad un esame strutturale delle parti lignee, distinguendo la sedia interna, di acacia nerastra, da quella esterna di sostegno e protezione, di quercia giallastra, e da essa facilmente sfilabile. Inoltre si poterono constatare i danni arrecati dall’usura del tempo e le varie riparazioni apprestate nei secoli, sia prima che dopo l’ingabbiatura della cattedra nel rivestimento ligneo di quercia. E furono anche rilevate le misure esatte: larghezza di cm 85,50 sia della faccia anteriore che posteriore e cm 65 di quelle laterali, l’altezza di cm 75,60 dei montanti anteriori e di cm 107,50 di quelli posteriori, ai quali si aggiunge il timpano alto cm 29,50.
      Furono anche effettuati in seguito due tipi di analisi per una probabile datazione: la prima di carattere dendrocronologico, l’altra con il metodo del carbonio 14. Nel primo caso, limitatamente a una tavoletta facente parte del timpano e presupponendo che fosse stata lavorata quercia caducifoglia, verosimilmente rovere o farnia, ancora fresca, si giunse a fissare l’età del reperto tra l’870 e l’880 d.C.; mentre dal secondo tipo di analisi, alcuni tipi di legni (quelli di sostegno delle formelle, di cui una fu provvisoriamente distaccata il 30 ottobre 1969 per procedere a tale analisi) sono risultati di alcuni secoli più antichi e quelli ritenuti invece propri della struttura originaria della sedia di un’età più tarda rispetto a quella del supposto trono carolingio. L’intervallo di tempo indicato dalle diverse datazioni è risultato comunque troppo ampio per procedere ad una corretta e concorde indicazione cronologica.
      La decorazione in avorio che abbellisce la cattedra è costituita da fregi, che ornano i montanti, le traverse e lo schienale, e da dodici formelle. Queste ultime, lavorate con differente tecnica e sensibilità rispetto ai fregi, sono da considerarsi un’aggiunta posteriore. I fregi delle traverse e dei montanti, in campo traforato e racchiusi da fasce o strette cornici lisce, sono costituiti da figurazioni di esseri mostruosi semiumani e semibestiali che combattono tra loro. I fregi della traversa orizzontale del timpano invece mostrano nella parte centrale il busto di un sovrano con corona regale, che nella mano sinistra tiene un globo e nella destra un piccolo scettro. Non c’è dubbio, anche per un raffronto con analoghe rappresentazioni, che si tratti del re Carlo il Calvo, contornato da due angeli alati in tunica lunga fino ai piedi, che recano ciascuno nelle mani una corona simile a quella che porta il sovrano. Questo gruppo centrale è contornato da scene di combattimenti e da simboli cosmici. La decorazione in girali di acanto è di tradizione classica mentre la rappresentazione di animali ed esseri fantastici è tipica dell’epoca carolingia: gli artisti (più di uno, data la diversità delle tecniche dell’esecuzione), appartenenti tutti probabilmente alla scuola di Metz, città dove Carlo il Calvo ricevette la corona di Lorena, hanno comunque realizzato i fregi ripensandoli concettualmente e stilisticamente con spirito lontano da quello classico.
      Le dodici formelle in avorio, che decorano la fronte del sedile, applicate su una tavoletta di legno di quercia di cm 68 per 38, non sono tutte della stessa grandezza: sei sono più grandi, di formato di circa cm 23 per 11, in doppio riquadro, e sei più piccole, di circa cm 14 per 10. Appaiono disposte senza ordine e alcune addirittura capovolte: tutte e dodici rappresentano le fatiche di Ercole, ma nel secondo riquadro di quelle più grandi, che costituiscono la parte inferiore del complesso, sono rappresentati cinque esseri mostruosi fantastici e uno scorpione. La figura di Ercole è sempre leggermente incavata, riempita forse in origine di laminette auree che ne disegnavano la figura, che ora risulta solo dal contorno senza particolari anatomici, mentre gli avversari di Ercole, sia esseri umani che animali con gli elementi decorativi accessori, e i mostri sono minutamente e finemente incisi nei particolari. La tecnica dell’incisione e del ravvivamento dell’avorio con altro materiale di colore era tipica dell’Egitto e della Nubia, ma il modo di rendere gli elementi paesistici trova facile confronto con le miniature di alcuni manoscritti del periodo carolingio. L’origine quindi delle formelle, ma anche la loro primitiva destinazione rimangono incerte: probabilmente ornavano un mobile o una cassa e solo posteriormente sono state applicate alla cattedra.
      La tarda antichità e l’alto Medioevo ci hanno lasciato nella cattedra lignea di san Pietro un documento di grande valore artistico e storico, che ha assunto col tempo anche valore di reliquia divenendo oggetto di culto e che, pur senza porre una stretta connessione concettuale con l’oggetto materiale in sé, rimane il simbolo del magistero papale.

Publié dans:ARTE |on 22 février, 2010 |Pas de commentaires »
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