Archive pour février, 2010

Omelia domenica 7 febbraio – sul Vangelo

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/17240.html

Omelia (07-02-2010) 
La Parrocchia.it

La Chiamata… che Trasforma

Il brano evangelico in questione ci presenta la chiamata dei primi discepoli. Gesù si trova sulle rive del lago di Genesaret, oltre a Lui c’è la folla e alcuni pescatori. Mentre la folla manifesta la volontà di ascoltare la Parola, i pescatori se ne stanno in disparte, distanti. Di fronte a questo scenario, come spesso succede, Gesù chiede ospitalità e sale sulla barca di Simone… chissà quale progetto ha in mente!!! Ma cerchiamo di dare un ordine alle cose:
la folla ascolta il logos… – derivato dalla radice leg-, raccogliere, raccontare, parlare, significa all’origine parola, discorso, lingua, racconto. Il suo equivalente ebraico è d?b?r, parola…in questo caso è la predicazione generica – La folla è affascinata dalla predicazione di Gesù, ma il fatto stesso che si accosta facendo ressa e non in modo equilibrato e silenzioso, dice che persiste un distacco tra la vita e la parola annunciata; la Parola non trova un terreno fertile… c’è tanto entusiasmo e niente più. La folla ama ascoltare i fatti ma preferisce non compromettersi con la Parola. Quella predicazione cade su un terreno apparentemente buono, ma non fecondo… superficialmente bello, ma senza capacità produttiva. Allora l’atteggiamento di Gesù ci porta su un piano più elevato.

Mentre si trova sulla barca di Simone, chiede a questi di fare una cosa strana: allontanarsi e pescare in un’ora insolita… cosa molto originale… comunque perché non ubbidire?
Pietro e gli Altri sono a contatto con la « Rema »… Allontanarsi significa rompere con una realtà che non sempre ci offre soddisfazioni… tagliare i ponti con una società che bada solo al benessere e all’apparenza, nella quale non si accettano compromessi senza un tornaconto. Allora, si prende il largo, ma con Gesù. Cioè, nella vita siamo chiamati a fare delle scelte serie, severe e responsabili. Ci si discosta da terra e si prende il largo, perché a rendere stabile le acque c’è la presenza/persona di Colui che libera da ogni paura e da ogni forma di timore… e offre oltre al sostentamento corporale anche quello spirituale. Si taglia il cordone ombelicale con la realtà umana, per ristabilire il legame pieno, duraturo ed efficace con il Signore della vita. In questo clima di scelta, per prima cosa è necessario evidenziare un rapporto di fiducia. Simone dice a Gesù: sulla tua Parola (rema)… – questo termine sta a indicare molto spesso una singola parola o detto… è spesso inteso come parola di predizione divina, il contenere in se stesso il suo compimento e la tendenza a diventare realtà – non è una parola, come appena detto, come tante altre, ma è una Parola che vuole entrare con prepotenza nella vita di ciascuno, una parola autorevole capace di aprire nuovi orizzonti e spalancare nuove porte. Per cui la nuova realtà vitale che da questo rapporto scaturisce, deve essere fondata sulla fiducia, che Gesù pone in me e io in Lui. Se non c’è fiducia reciproca non ci può essere comunione o collaborazione e nemmeno sequela.
Le reti quasi si rompevano… le barche quasi affondavano… per loro fortuna né si rompono e né affondano. Cosa vuol dire tutto ciò? La presenza di Gesù fa osservare la vita con gli occhi di chi si scopre stracolmo di doni divini… elargiti da Colui che ci ha pensati, creati e amati dall’eternità. La nostra vita è quasi sempre una lamentela delle cose che non ci rendono felici e di problemi che assillano la nostra quotidianità… oltre il nostro mondo non c’è niente e nessuno.

La vicenda di Pietro è un invito a guardare la vita con gli occhi della fede per potere individuare i benefici che riceviamo e che ci permettono di affrontare in modo sereno e tranquillo la quotidianità. Questa scoperta di una realtà positiva che soggiace nella nostra persona e sostiene la vita, soprattutto nei momenti più tristi e bui, deve indurci ad un riconoscimento delle proprie debolezze e dei propri errori che quotidianamente si commettono. L’uomo deve lasciarsi plasmare e avvolgere dalla parola con cui è venuto a contatto. Anche in questo l’atteggiamento di Pietro dice come la Parola ascoltata e interiorizzata porta i suoi primi frutti… una confessione delle proprie debolezze e una richiesta di aiuto a uscire fuori dal baratro in cui ci ha condotti il nostro egoismo sono l’inizio per compiere un salto qualitativo: da terreno poco fecondo a terreno fruttuoso. Ecco allora la decisione di mettersi alla sequela del Maestro: offrire a tutti gli uomini la possibilità di liberarsi da una di precarietà umana e spirituale e iniziare un cammino di ammissione delle proprie debolezze… che si concretizza nella conversione.
Ma bisogna prendere coscienza che la nostra vita di discepoli porterà i suoi frutti, riusciremo a prendere vivi gli uomini, solo se si instaura un rapporto di fiducia con Colui che ha trasformato e vuole trasformare la nostra vita. L’essere discepolo, oggi diremmo cristiano, è fondamentalmente un lavoro di comunione e di abbandono filiale e fraterno… senza Cristo non si va da nessuna parte… o forse non si parte.

Buona Domenica!!!

A cura di don Alessio De Stefano 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 6 février, 2010 |Pas de commentaires »

Omelia per domanica 7 febbraio: « Chi manderò? »= « Chi risponderà? – Libro di Isaia, prima lettura

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/17193.html

Omelia (07-02-2010) 

padre Gian Franco Scarpitta
« Chi manderò? »= « Chi risponderà?

« Eccomi, manda me ». Isaia, che nel capitolo 6 del suo libro si intrattiene con narrazioni autobiografiche affascinanti, risponde con queste parole alla domanda che Dio rivolge con una certa vena metaforica, intendendo forse chiedere: « Chi risponderà al mio appello? Chi sarà disposto a donarsi per « partire » verso una meta insolita e differente dal consueto? » Infatti, Dio non ha certo problemi nell’eleggere chi è degno per la missione che affida, poiché nella sua infinita sapienza stabilisce sin dall’eternità il destino di ciascun uomo, il progetto di vita riservato ad ogni persona e la vocazione non è mai stato un argomento che riguardasse le lacune divine. Piuttosto è da parte dell’uomo che si usa refrattarietà e distanza, è sempre il chiamato a porre resistenza a motivo della molteplicità delle rinunce che impone l’unica scelta di Dio: incamminarsi nella realizzazione di un disegno di cui non siamo originali fautori ma che è stato impostato sin dall’inizio e che ci tocca solo scoprire e accettare, è una decisione che molte volte lascia perplessi poiché comporta tante insicurezze e rinunce a qualcosa che ha sempre fatto parte della nostra vita e che ci è sempre stato di garanzia, per cui molte volte difficilmente ci si lascia coinvolgere dal mistero della chiamata divina. Ai nostri giorni sembrerebbe che la risposta alle vocazioni di speciale consacrazione abbia un certo risveglio nella persona di giovani generosi che abbandonano anche la propria professione sicura e definita per la causa del vangelo; i seminari e gli Istituti Religiosi, nonostante le lacune e le emergenze di diverse realtà locali, contano un numero maggiore di ordinazioni sacerdotali o di professioni religiose almeno rispetto ai decenni precedenti e si riscontra una certa disinvoltura nel dare il proprio assenso alla volontà di Dio, quando questa si riveli optativa per uno speciale stato di consacrazione a Dio. Non che sia terminato lo stato di emergenza, tuttavia vi è una sensibilità maggiore alla risposta vocazionale che non negli anni precedenti, anche considerando le vocazioni d’oltreoceano e di provenienza asiatica e africana che compensano non pochi vuoti. Resta tuttavia fermo che ad essere di ostacolo alla scelta vocazionale religiosa e sacerdotale sia l’esubero delle sicurezze materiali che non si vogliono abbandonare, lo stato di ansia e di esitazione che si prova a rinunciare per esempio al matrimonio e alla famiglia o a dover abbandonare l’idea di una posizione di successo professionale per un abito religioso. La paura e l’indecisione sono alla base della perdita di parecchie scelte vocazionali, oltre alla secolarizzazione o all’indifferentismo religioso in atto, che comunque non è poi così deprimente. Certo, non ci si deve prefiggere la scelta religiosa e sacerdotale animati dalla paura del futuro di fronte alle precarietà odierne del lavoro e all’insicurezza professionale e lungi da noi anche l’idea più lontana di voler imboccare la porta del seminario nella certezza che questa sia l’unica che resti aperta rispetto a tutte le altre del mondo del lavoro; tuttavia occorre che si prenda in seria considerazione la possibilità di poter essere indirizzati a uno specifico di consacrazione più denso e più particolare; occorre che ci si abitui sin dalla preadolescienza a non escludere, fra le tante possibilità vocazionali, anche la chiamata divina allo stato religioso o alla missione sacerdotale.
Occorre tuttavia che la si interpreti sempre nell’ordine della chiamata divina che non è eguagliabile ai criteri di scelta prettamente umani e che il Signore elegge secondo il suo cuore, la sua volontà e i suoi progetti, non già seguendo i nostri canoni preferenziali. In sintesi bisogna che riscopriamo il concetto di chiamata, scelta divina anticasuale, elezione. Questo non solamente in riferimento alla deliberazione per lo stato religioso, sacerdotale o missionario, ma a proposito di qualsiasi indirizzo e di qualunque prospettiva di vita: non siamo noi a scegliere il nostro destino, qualunque esso sia, ma è Dio che imposta sempre un piano su di noi, che verte sempre a un disegno di salvezza e di edificazione per gli uomini. La vocazione è insomma chiamata di Dio in tutti gli aspetti in cui essa debba concretizzarsi, qualunque sia il nostro ambito e il nostro stato e comprendere che la nostra vita non è affidata al caso e che ogni nostra scelta non debba avere carattere aleatorio è anche alla base della soluzione del problema vocazioni nei seminari.
La Parola di Dio ci viene incontro a tal proposito, innanzitutto nella sequela che Isaia intraprende nei riguardi di Dio che lo chiama. Tornando infatti a questo grande profeta dell’Antico Testamento che avevamo lasciato in apertura, notiamo che questi alla domanda: « Chi manderò? Chi andrà per noi? »= « Chi risponderà? » si esprime in termini di intraprendenza e di decisione soggettiva: « Eccomi Signore, manda me ». Forse questo è il primo caso in cui un eletto si propone a Dio in vista di una missione; altrove è infatti sempre il Signore a scegliere e a mandare qualcuno. In questo caso invece Isaia si entusiasma della gloria di Dio e di conseguenza gli si offre volontario: la sua non è una decisione di ripiego o una scelta convenzionale messa a raffronto con le altre, ma una deliberazione attuata in conseguenza di una gioia vissuta in prima persona; la gioia dell’incontro personale con il Dio della Gloria e del fuoco: secondo gli esegeti, la Gloria (kabot) associata alla nube e al fumo indica la suprema maestà divina irraggiungibile, la signoria indiscussa di Dio, il fascino della sua grandezza che solo a lui appartiene. Il fuoco ha sempre manifestato invece il dischiudersi di questa gloria a vantaggio degli altri, quindi Dio stesso che nonostante la sua ineffabile maestà orienta e illumina tutti gli uomini. Secondo Bruno Forte la rivelazione di Dio è un continuo silenzio che si rende parola; un continuo dischiudersi del nascondimento che diventa apertura e svelamento, in modo tale che l’uomo accolga la comunicazione e l’amore di chi comunque resta sempre l’Ineffabile, il medesimo Dio Signore. Isaia ha contemplato quindi il Dio affascinante e Altissimo che gli si è fatto vicino e che lo ha rassicurato con quel caratteristico gesto di purificazione per mezzo dei carboni ardenti e adesso, superato ogni timore di indegnità, riconosciuta la fiducia da parte di Dio e la possibilità di instaurare un filiale rapporto con lui, può rispondere: « Eccomi, manda me. » Anche da parte degli apostoli vi è una risposta a Dio conseguente alla certezza di essere da lui assistiti nella persona di Gesù che favorisce la pesca materiale per impegnare in quella più vasta della redenzione e della salvezza; ministero al quale egli manda non certo i migliori fra gli uomini, ma i più insicuri e caracollanti individui in fatto di fede, primo fra tutti Pietro. Il rapporto personale con il Signore, la suddetta convinzione che nulla nella storia si affida al caso, il discernimento dell’unica sicurezza in lui e la capacità di abbandonare le nostre risorse e le certezze fallaci sono la condizione essenziale della scoperta del senso della nostra vocazione e della nostra elezione per non inciampare mai (2Pt 1,10) e per realizzare il sicuro itinerario a vantaggio di noi stessi e degli altri. 

DOMENICA 7 FEBBRAIO 2010 – V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 7 FEBBRAIO 2010 - V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO dans Lettera ai Corinti - prima 16%20RAFFAELLO%20THE%20PROPHET%20ISAIAH

RAFFAELLO THE PROPHET ISAIAH  
(Chiesa di Sant’Agostino, Rome)

http://www.artbible.net/1T/Isa0000_Portrait_misc/index_4.htm 

DOMENICA 7 FEBBRAIO 2010 – V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/ordinC/C05page.htm

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura  1 Cor 15,1-11 forma breve  15, 3-8.11

Così predichiamo e così avete creduto.
 
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 

Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!
[ A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè
che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.  ]
Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me.
[ Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.  ]

PRIMI VESPRI

Lettura breve   Rm 11, 33-36
O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio? (Is 40, 13; Ger 23, 18; Gb 41, 3).
Poiché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 1, 1-12

Il vangelo annunziato da Paolo
Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, e tutti i fratelli che sono con me, alle Chiese della Galazia. Grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.
Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. In realtà, però, non ce n’è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il Vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema! Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!
Vi dichiaro dunque, fratelli, che il Vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.

Responsorio   Cfr. Gal 1, 3-4. 10
R. Grazia e pace a voi da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo, * che ha dato se stesso per i nostri peccati.
V. Se volessi piacere agli uomini, non sarei servitore di Cristo,
R. che ha dato se stesso per i nostri peccati.

Seconda Lettura
Dal «Commento alla Lettera ai Galati» di sant’Agostino, vescovo
(Introduzione; PL 35, 2105-2107)

Comprendere la grazia di Dio
 L’Apostolo scrive ai Galati perché capiscano che la grazia li ha sottratti dal dominio della Legge. Quando fu predicato loro il Vangelo, non mancarono alcuni venuti dalla circoncisione i quali, benché cristiani, non capivano ancora il dono del Vangelo, e quindi volevano attenersi alle prescrizioni della Legge che il Signore aveva imposto a chi non serviva alla giustizia, ma al peccato. In altre parole, Dio aveva dato una legge giusta a uomini ingiusti. Essa metteva in evidenza i loro peccati, ma non li cancellava. Noi sappiamo infatti che solo la grazia della fede, operando attraverso la carità, toglie i peccati. Invece i convertiti dal giudaismo pretendevano di porre sotto il peso della Legge i Galati, che si trovavano già nel regime della grazia, e affermavano che ai Galati il Vangelo non sarebbe valso a nulla se non si facevano circoncidere e non si sottoponevano a tutte le prescrizioni formalistiche del rito giudaico.
Per questa convinzione avevano incominciato a nutrire dei sospetti nei confronti dell’apostolo Paolo, che aveva predicato il Vangelo ai Galati e lo incolpavano di non attenersi alla linea di condotta degli altri apostoli che, secondo loro, inducevano i pagani a vivere da Giudei. Anche l’apostolo Pietro aveva ceduto alle pressioni di tali persone ed era stato indotto a comportarsi in maniera da far credere che il vangelo non avrebbe giovato nulla ai pagani se non si fossero sottomessi alle imposizioni della Legge. Ma da questa doppia linea di condotta lo distolse lo stesso apostolo Paolo, come narra in questa lettera. Dello stesso problema si tratta anche nella lettera ai Romani. Tuttavia sembra che ci sia qualche differenza, per il fatto che in questa san Paolo dirime la contesa e compone la lite che era scoppiata tra coloro che provenivano dai Giudei e quelli che provenivano dal paganesimo. Nella lettera ai Galati, invece, si rivolge a coloro che erano già stati turbati dal prestigio dei giudaizzanti che li costringevano all’osservanza della Legge. Essi avevano incominciato a credere a costoro, come se l’apostolo Paolo avesse predicato menzogne, invitandoli a non circoncidersi. Perciò così incomincia: «Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro Vangelo» (Gal 1, 6).
Con questo esordio ha voluto fare un riferimento discreto alla controversia. Così nello stesso saluto, proclamandosi apostolo, «non da parte di uomini, né per mezzo di uomo» (Gal 1, 1), – notare che una tale dichiarazione non si trova in nessun’altra lettera – mostra abbastanza chiaramente che quei banditori di idee false non venivano da Dio ma dagli uomini. Non bisognava trattare lui come inferiore agli altri apostoli per quanto riguardava la testimonianza evangelica. Egli sapeva di essere apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre (cfr. Gal 1, 1).

Responsorio   Cfr. Gal 3, 24-25. 23
R. La Legge è un pedagogo che ci ha guidato a Cristo, perché fossimo giustificati nella fede. * Venuta la fede, non siamo più sotto la Legge.
V. Eravamo rinchiusi sotto la sua custodia, in attesa della piena rivelazione.
R. Venuta la fede, non siamo più sotto la Legge.

SECONDI VESPRI

Lettura Breve   2 Cor 1, 3-4
Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio.
   
  

Omelia (06-02-2010)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/17170.html

Omelia (06-02-2010) 
padre Lino Pedron

Gesù non si fida dell’entusiasmo: sa che svanisce di fronte alle prime difficoltà (cfr Mc 4,16-17) e che non è segno di fede. E’ la situazione che viene descritta in questo brano. I discepoli sono presi dall’entusiasmo e raccontano a Gesù tutto quello che avevano fatto e insegnato.
Il risultato della loro missione è lì sotto gli occhi di tutti, in quella gente che va e viene e non lascia più loro neppure il tempo per mangiare. Risultato strepitoso. Quella gente li fa sentire veramente « pescatori di uomini » (cfr Mc 1,7) realizzati.
Questo racconto mira a rispecchiare già la futura immagine dell’attività missionaria della Chiesa: fare e insegnare come Gesù.
Dopo le guarigioni descritte nel primo capitolo di questo vangelo, Gesù si era ritirato in un luogo deserto a pregare (1,35) e alla provocante espressione: « Tutti ti cercano » (1,37) aveva risposto con un atteggiamento, umanamente parlando, poco intelligente: « Andiamocene altrove! » (1,38).
Gesù non sfrutta mai le occasioni favorevoli della popolarità e dell’entusiasmo viscerale: ci vuol ben altro per recidere alla radice il peccato del mondo e per immettere la novità di Dio in un’umanità così malandata.
In questo brano, l’entusiasmo della folla è per i discepoli oltre che per Gesù. In questa cornice, la parola di Gesù: « Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’ » (v. 31) acquista il suo giusto valore. Gesù li vuole sfebbrare (cfr Lc 10,17-20). L’entusiasmo è pericoloso: per la folla e per i discepoli.
L’insegnamento è chiaro: se vogliamo evitare i pericoli della popolarità, non dobbiamo lasciarci travolgere dall’entusiasmo viscerale e acritico che fa perdere il senso del limite e dà i fumi alla testa. L’antidoto è la solitudine e la preghiera.
Gesù ha pietà della folla perché è disorganizzata. Non c’è nessuno che si occupi di essa ed è abbandonata a se stessa: non forma un popolo, ma un’accozzaglia di gente. La pietà di Gesù si traduce in insegnamento. Nel vangelo di Marco, quando Gesù si trova con la folla si può stare certi che non perderà l’occasione per istruirla. Il seguito del vangelo ribadirà, con maggiore forza, questo comportamento costante di Gesù: « La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli l’ammaestrava, come era solito fare » (10,1).
Il legame che Marco instaura tra insegnamento e formazione di un popolo non è artificiale. Siamo davanti a un gregge senza pastore: solo la parola di Gesù può radunare e riunire gli smarriti e i dispersi. 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 6 février, 2010 |Pas de commentaires »

San Cesario di Arles: « Gesù vide molta folla e si commosse per loro »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100206

Sabato della IV settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Mc 6,30-34
Meditazione del giorno
San Cesario di Arles (470-543), monaco e vescovo
Discorso Morino 26, § 2-5 ; PLS IV, 297-299

« Gesù vide molta folla e si commosse per loro »

        La vera misericordia che è nel cielo (cfr. Sal 35, 6), è Cristo nostro Signore. Quanto è dolce e quanto è buona ; senza che nessuno la cerchi, essa è scesa spontaneamente dai cieli e si è abbassata per rialzarci !…

        E Cristo ci ha promesso di stare con noi fino alla consumazione dei secoli ; come egli stesso dice nel Vangelo : « Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28, 20). Quanta bontà, fratelli ! È già nel cielo alla destra del Padre, e vuole faticare ancora, con noi, sulla terra. Con noi, vuole avere fame e sete, con noi vuole soffrire, con noi essere straniero. Anzi non rifiuta di morire e di essere carcerato con noi (Mt 25, 35). Vedete quanto è grande il suo amore per noi : nella sua tenerezza indicibile, vuole soffrire in noi tutti questi mali.

Sì, la misericordia venuta dal cielo, cioè Cristo nostro Signore, ti ha creato mentre non esistavi, ti ha cercato mentre eri perduto, ti ha riscattato mentre eri stato venduto… E ora, ogni giorno, Cristo si degna di incorporarsi alla tua umanità. Purtroppo, tanti uomini non accettano di aprire la porta del loro cuore.

IL SENSO DELLA CROCE NEL MONDO CRISTIANO (San Paolo e San Francesco)

dal sito:

http://www.enzoscatragli.it/elogio_croce_5.htm

IL SENSO DELLA CROCE NEL MONDO CRISTIANO

(citazioni: 1Cor; Fil; A.T)

(San Paolo e San Francesco)

di Padre Fiorenzo Locatelli ofm

 Che cosa c’è di più familiare, di più scontato, per un cristiano, del simbolo della Croce? Eppure, a noi, cristiani del terzo Millennio, farebbe bene talvolta mettere tra parentesi secoli e secoli di assuefazione all’immagine del Crocifisso per tornare a scoprire il significato profondo della Croce con il commosso stupore con cui ad essa volgevano lo sguardo i credenti dei primi secoli. La Croce, che per noi è un oggetto consueto, che infonde abitudinariamente un senso di consolazione e di pace, per i primi discepoli fu un terribile strumento di morte, riservato dal potere romano agli schiavi ribelli ed ai terroristi; da qui la drammatica domanda: come predicare il vangelo del Figlio di Dio crocifisso, cioè sottoposto al più infame dei supplizi? Follia e scandalo era ritenuta a quell’epoca la croce per coloro che si accostavano alla fede cristiana.

Eppure san Paolo, lungi dal rimuovere diplomaticamente e pietosamente l’immagine della Croce per evitare difficoltà agli evangelizzati, ne fa il centro della sua teologia (Teologia Crucis appunto), il cuore della salvezza. Scrive Paolo ai Corinzi:

« E mentre i Giudei chiedono miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani, ma… potenza di Dio e sapienza di Dio »

 (I Cor. 1,23-24).

  »lo ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso »

             (1 Cor. 2,2).

 Non per la fiducia nei miracoli e per l’efficacia delle opere della sapienza umana, ma per la fede in Cristo crocifisso e Risorto l’uomo trova salvezza:

  »…sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me » (Gal. 2,20).

 Però, attenzione: la Croce, paradossalmente, non è più, per il cristiano, simbolo di sofferenza cieca, ma di donazione; non di morte subita, ma di vita donata. Il cristiano non è né un sadico né un masochista, e non ha alcun compiacimento della sofferenza presa a sé. La Croce di Cristo è il cuore del mondo, ma quello che noi adoriamo, il Venerdì santo, non è un oggetto di legno o un corpo morto, ma il Figlio di Dio, il Vivente, il Risorto. La Croce è il segno del suo servizio al Padre e all’uomo, nella potenza dello Spirito, in una donazione totale `fino alla morte, e alla morte di croce  » (Fil. 2,8).

 La Croce è il segno forte, brutale (anche se noi ne abbiamo forse un’immagine edulcorata, annacquata) di un Amore che si è fatto carne e che vince la morte, di una Vita che trionfa. Per questo san Francesco trova nel crocifisso di S. Damiano il senso della sua vocazione al servizio della Chiesa « Corpo di Cristo; per questo san Francesco alla Verna implora il dono di provare il dolore e l’amore del Cristo nella sua passione redentrice, e riceve come risposta – per primo nella storia » il sigillo delle Stimmate, cioè il segno della conformità, visibile anche nel suo corpo, alla passione di Gesù: diviene, così, il « crocifisso della Verna », uomo fatto Croce lui stesso tanto il suo amore a Dio e all’uomo lo ha conformato all’immagine del suo Signore.

 La vita intera di S. Francesco è segnata dal segno della Croce. Nel suo testamento Francesco ricorda la preghiera da lui e dai suoi compagni recitata quando incontravano lungo la via una chiesa o una croce:

“Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo, in tutte le chiese che sono nel mondo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo”.

In particolare gode di speciale venerazione, da parte di Francesco, il Tau, la croce dalla tipica forma a T che prende il nome dall’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, e che era tanto amata da San Francesco che egli la scriveva ovunque e la usava come firma. Il Tau diviene segno di salvezza in riferimento alle parole di Ezechiele 9,4-6:

« Va’ attraverso la città… e traccia il segno del Tau sulla fronte di quegli uomini che sospirano e gemono a causa delle abominazioni che vi si commettono « .

Così pure, nel cap. 7 dell’Apocalisse di Giovanni i salvati attraverso la grande tribolazione sono quelli che portano sulla fronte il segno della salvezza.

L’abito francescano, pure, è una croce che avvolge la persona, nella stessa forma del Tau:

« Proprio perché si era racchiuso nella stessa croce, indossò anche un abito di penitenza fatto a forma di croce. In esso il santo testimoniò il mistero della croce, in quanto che, come la sua mente si era rivestita del Signore crocifisso, così tutto il suo corpo si rivestiva esteriormente della croce di Cristo  » (II Cel. 106: 969).
 

Ma la Croce non è per S. Francesco un semplice simbolo, quasi un’astrazione geometrica. Francesco è l’uomo innamorato dell’umanità di Cristo. E’ suo il primo Presepe (Natale del 1223, a Greccio), dove egli poté contemplare con i suoi occhi il mistero dell’Incarnazione nella reale, carnale povertà e umiltà dell’umana nascita del Cristo; così è sua un’immedesimazione così profonda con l’umana passione del Cristo crocifisso da contemplarla e riprodurla nella sua persona.

La Verna è particolarmente segnata dal mistero della Croce, perché lì S. Francesco,

  »nel crudo sasso intra Tevero e Arno

da Cristo prese l’ultimo sigillo,

che le sue membra due anni portarno « 

(DANTE ALIGHIERI, Paradiso,  XI,106-108).

 Lì Francesco, ritirato in preghiera e penitenza, nel settembre 1224 compie la sua Pasqua, assimilandosi al Crocifisso fin nelle piaghe delle mani, dei piedi, del costato.

 Dopo di lui, gli stigmatizzati di tutti i secoli portano il segno vivo dell’Amore donato nel servizio. E il Crocifisso che viene collocato a Castiglion Fiorentino è questo: il Cristo fatto lui stesso Croce, l’Uomo della Croce in cui cade e scompare il legno con la sua fredda oggettività e rimane solo la pura e perfetta Umanità nell’atto di suprema donazione, il corpo slanciato verso il Padre e le braccia allargate verso tutti gli uomini.

 La Verna, 1 ° settembre 2001

 P.Fiorenzo Locatelli ofm

SABATO 6 FEBBRAIO 2010 – IV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SABATO 6 FEBBRAIO 2010 – IV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SANTI PAOLO MIKI E COMPAGNI, MARTIRI (m)

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla seconda lettera ai Tessalonicesi di san Paolo, apostolo   3, 1-18

Esortazioni e consigli
Fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore si diffonda e sia glorificata come lo è anche tra voi e veniamo liberati dagli uomini perversi e malvagi. Non di tutti infatti è la fede. Ma il Signore è fedele; egli vi confermerà e vi custodirà dal maligno.
E riguardo a voi, abbiamo questa fiducia nel Signore, che quanto vi ordiniamo già lo facciate e continuiate a farlo. Il Signore diriga i vostri cuori nell’amore di Dio e nella pazienza di Cristo.
Vi ordiniamo pertanto, fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di tenervi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata e non secondo la tradizione che ha ricevuto da noi. Sapete infatti come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi. Non che non ne avessimo diritto, ma per darvi noi stessi come esempio da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace. Voi, fratelli, non lasciatevi scoraggiare nel fare il bene. Se qualcuno non obbedisce a quanto diciamo per lettera, prendete nota di lui e interrompete i rapporti, perché si vergogni; non trattatelo però come un nemico, ma ammonitelo come un fratello.
Il Signore della pace vi dia egli stesso la pace sempre e in ogni modo. Il Signore sia con tutti voi.
Questo saluto è di mia mano, di Paolo; ciò serve come segno di autenticazione per ogni lettera; io scrivo così. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con tutti voi.

Responsorio   Cfr. 1 Ts 2, 13; Ef 1, 13
R. Voi avete ricevuto e accolto la parola: * non una parola di uomini, ma veramente parola di Dio.
V. Avete ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza:
R. non una parola di uomini, ma veramente parola di Dio.
 
Seconda Lettura
Dalla «Storia del martirio dei santi Paolo Miki e compagni» scritta da un autore contemporaneo  (Cap. 14, 109-110; Acta Sanctorum Febr. 1, 769)

Sarete miei testimoni
Piantate le croci, fu meraviglioso vedere in tutti quella fortezza alla quale li esortava sia Padre Pasio, sia Padre Rodriguez. Il Padre commissario si mantenne sempre in piedi, quasi senza muoversi, con gli occhi rivolti al cielo. Fratel Martino cantava alcuni salmi per ringraziare la bontà divina, aggiungendo il versetto: «Mi affido alle tue mani» (Sal 30, 6). Anche Fratel Francesco Blanco rendeva grazie a Dio ad alta voce. Fratel Gonsalvo a voce altissima recitava il Padre nostro e l’Ave Maria.
Il nostro fratello Paolo Miki, vedendosi innalzato sul pulpito più onorifico che mai avesse avuto, per prima cosa dichiaro ai presenti di essere giapponese e di appartenere alla Compagnia di Gesù, di morire per aver annunziato il vangelo e di ringraziare Dio per un beneficio così prezioso. Quindi soggiunse: «Giunto a questo istante, penso che nessuno tra voi creda che voglia tacere la verità. Dichiaro pertanto a voi che non c’è altra via di salvezza, se non quella seguita dai cristiani. Poiché questa mi insegna a perdonare ai nemici e a tutti quelli che mi hanno offeso, io volentieri perdono all’imperatore e a tutti i responsabili della mia morte, e li prego di volersi istruire intorno al battesimo cristiano».
Si rivolse quindi ai compagni, giunti ormai all’estrema battaglia, e cominciò a dir loro parole di incoraggiamento.
Sui volti di tutti appariva una certa letizia, ma in Ludovico era particolare. A lui gridava un altro cristiano che presto sarebbe stato in paradiso, ed egli, con gesti pieni di gioia, delle dita e di tutto il corpo, attirò su di sé gli sguardi di tutti gli spettatori. Antonio, che stava di fianco a Ludovico, con gli occhi fissi al cielo, dopo aver invocato il santissimo nome di Gesù e di Maria, intonò il salmo Laudate, pueri, Dominum, che aveva imparato a Nagasaki durante l’istruzione catechista; in essa infatti vengono insegnati ai fanciulli alcuni salmi a questo scopo.
Altri infine ripetevano: «Gesù! Maria!», con volto sereno. Alcuni esortavano anche i circostanti ad una degna vita cristiana; con questi e altri gesti simili dimostravano la loro prontezza di fronte alla morte.
Allora quattro carnefici cominciarono ad estrarre dal fodero le spade in uso presso i giapponesi. Alla loro orribile vista tutti i fedeli gridarono: «Gesù! Maria!» e quel che è più, seguì un compassionevole lamento di più persone, che salì fino al cielo. I loro carnefici con un primo e un secondo colpo, in brevissimo tempo, li uccisero.

Responsorio    Cfr. Gal 6, 14; Fil 1, 29
R. Il nostro unico vanto è nella croce del Signore Gesù Cristo, vita e salvezza e risurrezione per noi: * egli ci ha salvati e liberati.
V. A voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui:
R. egli ci ha salvati e liberati.

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