Archive pour janvier, 2010

commento a Nm 6,22-27 (prima lettura del 1 gennaio) sito cattolico

questo studio lo posto come commento alla lettura del 1 Gennaio, a messa dove mi trovavo io, la prima lettura ed anche il Salmo (ed anche la Lettera di Paolo) non sono state commentate, temo sia accaduto anche altrove, e poiché sono testi di vitale, estrema importanza per Israele, e per noi, metto questo commento e poi un altro da un sito ebraico:

http://www.ilregno.it/it/archivio_articolo.php?CODICE=48376

La pace

Benedizione, mitezza, responsabilità
Il Signore disse a Mosè: « Parla ad Aronne e ai suoi figli e di’ loro: Voi benedirete così i figli d’Israele; direte loro: « Ti benedica il Signore e ti custodisca (…)/ Il Signore illumini il suo volto verso di te e ti faccia grazia./ Il Signore elevi il suo volto verso di te e ponga a te la pace ». Così porranno il mio nome sui figli d’Israele e Io li benedirò» (Nm 6,22-27).

Le parole qui trascritte formano la cosiddetta benedizione sacerdotale. Attraverso essa i discendenti di Aronne benedicono il popolo d’Israele. Fino a oggi, per quanto dopo la distruzione del secondo Tempio (70 d.C.) nell’ebraismo tutta l’economia sacrificale-sacerdotale sia stata sospesa, la benedizione può venire recitata solo da un kohen (vale a dire da un appartenente alla stirpe sacerdotale). Eppure in queste righe non domina il sacro.

Io li benedirò
Il testo del libro dei Numeri ci dice che l’azione sacerdotale non è un atto che ha valore in se stesso, né è dotata di alcun potere intrinseco. La sua forza riposa sul fatto di esprimere l’obbedienza alla parola che viene dal Signore. Tutto inizia dall’ascolto prestato al comando di Dio che scende su Mosè e si dilata verso i sacerdoti: «Il Signore disse a Mosè: « Parla ad Aronne e ai suoi figli [i sacerdoti]… »». Lo stesso vale per l’incipit del più sacerdotale tra tutti i libri biblici, il Levitico: «Il Signore chiamò Mosè dalla tenda del convegno e gli disse…» (Lv 1,1). I discendenti di Aronne sono posti in mezzo tra la parola del Signore, giunta loro grazie a Mosè, e i figli d’Israele. Il sacerdozio non ha significato senza ascolto obbediente e senza essere posto al servizio della comunità. È la parola a convocare. Senza ascolto obbediente non ci sono né sacerdozio, né benedizione.

La mediazione sacerdotale è paragonabile al fermento catalitico: consente la reazione ma non ne fa parte in modo diretto, non è un protagonista in prima persona: «Così benedirete i figli d’Israele, dicendo loro: il Signore vi benedica e vi custodisca». La benedizione del sacerdote sta nel chiedere al Signore di benedire e custodire con impegno (si usa il verbo shamar, lo stesso adoperato per l’osservanza dei precetti) il proprio popolo. Non c’è benedizione maggiore dell’obbligo di custodia assunto dal Signore nei confronti dei propri figli.

La benedizione sacerdotale chiama in causa in prima istanza Dio: «Il Signore elevi il suo volto verso di te e ponga a te la pace. Porrete il mio nome sui figli d’Israele e Io li benedirò». In ebraico la presenza del termine «io» (‘ani) è enfatica, se la si introduce è per rimarcare volutamente l’azione che il Signore arroga a sé in prima persona. I commenti rabbinici sono in proposito di una chiarità solare: « »E Io li benedirò ». Queste parole sono aggiunte perché i figli d’Israele non pensino che le loro benedizioni dipendano dai loro sacerdoti; allo stesso modo i sacerdoti non debbono dire « Siamo noi a benedire Israele »» (Sifre Numeri, Naso, par. 43).

La cornice della benedizione allude a una dimensione plurale: inizia affermando «Così benedirete i figli d’Israele» e si conchiude con la promessa divina «E Io li benedirò». Ci troviamo nell’ambito di una comunità e non di individui isolati. Il corpus centrale del testo, però, è tutto riferito a un singolare di seconda persona: «Il Signore ti benedica e ti custodisca…». La benedizione sta nel fatto che il Signore ti riconosce come un soggetto davanti a lui e nel contempo come parte di una comunità.

Oltre i recinti del sacro
Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe non benedice nazioni, popoli, patrie o bandiere. In questo passo non lo fa neppure in relazione alla comunità d’Israele.

Non si benedice però nemmeno il singolo o l’individuo in quanto tale. Si benedice il soggetto colto come membro di una comunità. Ben lo comprese Francesco d’Assisi quando, dopo aver trascritto la benedizione del libro dei Numeri, concluse con queste parole: «Il Signore benedica te, frate Leone» e vi aggiunse la firma e la tau. Con il «poverello di Assisi» cadono i recinti del sacro ed egli, semplice diacono, può far proprie le parole riservate ai sacerdoti ebrei. Si tratta di un mutamento radicale non a caso sigillato dal segno – la tau – che allude in maniera esplicita alla croce. Ciò non toglie che lo spirito di Francesco rimanga esattamente quello biblico: si benedice chi appartiene a un gruppo (frate), ma ci si rivolge a lui come persona (Leone).

Né va trascurato il fatto che la struttura della benedizioni corrisponde in modo preciso a quella dell’impegno. Anche il Decalogo, che inizia in modo collettivo evocando l’uscita di Israele dall’Egitto, propone i comandamenti in seconda persona singolare. Ognuno, quindi, è chiamato, in proprio, ad assumersi la responsabilità di mettere in pratica la volontà di Dio; ma lo fa in quanto membro di una collettività che ha beneficiato dell’azione salvifica del Signore (cf. Es 20,1-18; Dt 5,6-22).

«Il Signore illumini il suo volto verso di te e ti faccia grazia». Le due cose sono una: l’atto di illuminare il volto (espressione non rara nella Scrittura; cf. per esempio Sal 31,167; 67,2; 80,4.8.20 ecc.) coincide con quello di far grazia. Per comprendere appieno l’intreccio occorre guardare al suo opposto, vale a dire all’espressione che indica il nascondimento del volto (str panim) del Signore. Nella Bibbia essa è ancora più frequente dell’altra (cf. per esempio Dt 31,17; 33,20; Is 8,17; 54,8; 59,2; 64,6; Ger 33,5; Ez 33,23; Gb 13,23-24).

In molte occasioni il celarsi del volto allude a un ritrarsi del Signore che lascia l’uomo in preda al suo peccato; in tali circostanze la persona è temporaneamente esclusa dal favore divino. Per lei l’invocazione «ti faccia grazia» in quel momento è come se fosse vanificata. Al contrario, se il volto di Dio risplende significa che il peccato è stato cancellato. Questo atto di misericordia fa sì che le persone tornino a essere soggetti benedetti davanti a Dio e riconciliati con i membri della propria comunità. La pace non è altro che questo: «Il Signore elevi il suo volto verso di te [vale a dire non lo nasconda] e ponga a te la pace».

Omelia Don Bruno Maggioni, I domenica dopo Natale: Quella Luce, il nostro presente

dal sito:

http://www.pastoralespiritualita.it/Articoli-Rubriche/Omelie-domenicali/II-Domenica-dopo-Natale-3-Gennaio-2010.html

II Domenica dopo Natale – 3 Gennaio 2010     

Prima Lettura: Siracide 24,1-4.8-12
Salmo: 147
Seconda Lettura: Efesini 1,3-6.15-18
Vangelo: Giovanni 1,1-18
Quella Luce, il nostro presente

Nella seconda domenica dopo Natale Paolo introduce il motivo della speranza: «Possa Dio illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamato» (Efesini 1,18). La speranza, a cui Paolo qui accenna, non si identifica con la speranza mondana, bensì la converte profondamente, rinnovandola. La prima novità è di fondarla non sulle previsioni degli uomini (quasi sempre molto insicure) ma sulla promessa di Dio di cui ti fidi totalmente. La seconda novità è di sperare ciò che Dio ci ha promesso, cioè il trionfo dell’amore e della sua verità, non il trionfo di chi sa quali altre cose. Dio non sostiene le nostre speranze inutili o illusorie.

Ma veniamo al prologo di Giovanni. Piena di speranza è un’affermazione che a prima vista sembrerebbe il contrario: «La luce splende nella tenebra, ma la tenebra non l’ha accolta» (1,15). Si osservino anzitutto i tempi verbali. Per la luce si ricorre al presente («splende»), per il rifiuto della tenebra al passato («non l’ha accolta»). La luce brilla sempre, appartiene alla sua natura illuminare. Questo è il significato del presente. Per la tenebra invece un verbo al passato, per dire che si tratta di un fatto storico, non di una necessità. Un fatto che potrebbe esserci e non esserci, perché dipende dall’uomo e dalla sua libertà. Questo significa che nessuno può far cessare la luce che proviene da Cristo. Essa brilla sempre, ovunque. La tenebra può rifiutarla, ma non spegnerla.

Il verbo greco che Giovanni adopera ha due significati: non accogliere, ma anche non trattenere. Il dramma è profondo, ma lo spazio della speranza è sempre aperto. Nel prologo c’è un’altra affermazione che, ancora più profondamente, costituisce il fondamento della speranza cristiana: «Il Verbo si è fatto carne» (1,14). Carne è l’uomo nella sua caducità e nella sua debolezza. Per comprendere la forza di questa affermazione di Giovanni basta confrontarla con un’affermazione del profeta Isaia (40,6-8): «Ogni carne è come l’erba…l’erba secca, il fiore appassisce, ma la Parola di Dio rimane per sempre». Per il profeta tra la Parola di Dio e la caducità dell’uomo c’è un ma, che indica tutta la distanza fra l’inconsistenza dell’uomo e la solidità di Dio. Nel prologo di Giovanni, invece, il ma è scomparso. La solidità della Parola di Dio si è fatta carne, ciò che permane ha assunto ciò che è caduco. Nel cammino di ogni uomo e dell’intera umanità si è inserita una presenza che salva dalla vanità e dall’impermanenza.

don Bruno Maggioni 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 2 janvier, 2010 |Pas de commentaires »

Omelia per domenica 3 gennaio : La tenda della Sapienza

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/14364.html

Omelia (04-01-2009) 
don Marco Pratesi
La tenda della Sapienza

Nota: il testo biblico di riferimento per la liturgia è quello della Nova Vulgata, che qui si segue.

La lettura presenta una parte del discorso della Sapienza che leggiamo in Sir 24,1-31. L’introduzione, piuttosto ampia (vv. 1-4) mette a fuoco già il cuore dell’argomentazione: la sapienza infatti parla in mezzo al popolo. E’ proprio lì, nel popolo eletto e benedetto, che risuona la lode della sapienza, lì che si coglie il suo valore e splendore, la carica positiva e la bellezza che le vengono dalla relazione privilegiata con Dio. Non si accede ad essa mediante un cammino solitario, ma stando dentro il popolo, e in quella particolare forma di vita del popolo che è l’assemblea liturgica.
La sapienza è presente in tutto il mondo, niente è senza la sua presenza, e anche in ogni popolo lascia vedere i suoi bagliori. Lo sottolineano i vv. 5-11, omessi nella lettura. Ma quello che all’autore preme dire è che questa sapienza abita in modo speciale e unico in Israele, e lì manifesta appieno il suo potere, si dispiega in tutta la sua potenzialità di benedizione. Per dirlo, il testo ricorre a tre immagini: la tenda, l’eredità e il giardino. La sapienza pianta la sua tenda in Israele, vi abita; Israele è la sua eredità, il suo possesso; e il giardino riccamente irrigato (cf. Sal 46,5) nel quale crescono le sue belle piante profumate (su quest’ultimo aspetto indugia la descrizione dei vv. 17-23, omessi nella lettura). L’autore stesso si preoccupa infine di interpretare la sua allegoria, ai vv. 32-33: « tutto questo è il libro dell’alleanza e la legge che Mosè ci ha prescritto ». La forma nella quale la sapienza divina abita in Israele è cioè la Torah, che plasma ogni aspetto della vita del popolo (cf. Bar 3,32-4,1).
Dal punto di vista cristiano, questo processo di concentrazione della sapienza non è però ancora terminato. La collocazione nel tempo natalizio e in connessione col prologo giovanneo è eloquente: la sapienza di Dio ha ulteriormente ristretto e concentrato la sua presenza fra gli uomini nella persona di Gesù di Nazaret, e la sua umanità è la tenda e il tempio di Dio tra gli uomini, sua piena proprietà e paradiso in terra. Tuttavia il progetto di Dio non si ferma qui: egli è solo il primogenito di molti, l’elemento centrale di un più ampio organismo che è il Cristo totale, ossia il capo insieme alle membra. Costruita dallo Spirito, questa realtà che San Paolo chiama « la pienezza » del Cristo (cf. Ef 1,23) è davvero tenda, proprietà e giardino di Dio tra gli uomini: « la Chiesa è stata piantata come un paradiso in questo mondo », afferma S. Ireneo (Contro le eresie V,20,2).
Molte sono le conseguenza per il nostro cammino, due specialmente importanti. Primo: per mettersi nella giusta posizione di fronte a Dio, il cristiano non si rapporta a un libro sacro e alla legge, ma alla persona vivente del Verbo incarnato. La mediazione della salvezza è il rapporto personale con lui, e il resto serve nella misura in cui porta a – o nasce da – questo. Ricordiamo che proprio su questo punto San Paolo ha combattuto una dura e cruciale battaglia con l’ebraismo del suo tempo. A questa diversità accenna anche il prologo giovanneo, laddove afferma che « la legge fu data attraverso Mosè, ma la grazia e la verità fu fatta attraverso Gesù Cristo » (Gv 1,17). Secondo: si accede alla sapienza non da soli, non isolati ma stando nel popolo, nel Cristo totale, come pianta innestata nel giardino della Chiesa. Non si tratta infatti di accedere a una sapienza che è frutto di capacità e genialità umane, ma a quella segreta sapienza che ci rivela quanto orecchio umano non ha mai udito, occhio non ha visto, cuore concepito (cf. 1Cor 3,6-10). Con Paolo, chiediamo a Dio che illumini gli occhi del nostro cuore, per poter cogliere la portata e la preziosità dei doni che Dio ha in serbo per noi (cf. Ef 1,15-18, seconda lettura). 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 2 janvier, 2010 |Pas de commentaires »

DOMENICA 3 GENNAIO 2010 – II DOPO NATALE

DOMENICA 3 GENNAIO 2010 - II DOPO NATALE dans Lettera agli Efesini 15%20WEYDEN%20BIRTH%20OF%20JOHN%20THE%20BAPTIST

Luk-01,05_Birth of J the Baptist_Naissance de J Baptiste

http://www.artbible.net/3JC/-Luk-01,05_Birth%20of%20J%20the%20Baptist_Naissance%20de%20J%20Baptiste/index3.html

DOMENICA 3 GENNAIO 2010 – II DOPO NATALE

MESSA DEL GIORNO

http://www.maranatha.it/Festiv2/natale/01secPage.htm

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura  Ef 1, 3-6. 15-18
Mediante Gesù, Dio ci ha predestinati a essere suoi figli adottivi.
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini.
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.
Perciò anch’io [Paolo], avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere, affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Colossesi di san Paolo, apostolo 3, 5-16

La vita dell’uomo nuovo
 Fratelli, mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria, cose tutte che attirano l’ira di Dio su coloro che disobbediscono. Anche voi un tempo eravate così, quando la vostra vita era immersa in questi vizi. Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca. Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore. Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti.
Rivestitevi dunque, come eletti di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti!
La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali.

Responsorio   Cfr. Gal 3, 27-28
R. Battezzati in Cristo, di lui ci siamo rivestiti: * tutti noi siamo uno, in Cristo Gesù nostro Signore.
V. Non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna:
R. tutti siamo uno, in Cristo Gesù nostro Signore.

Seconda Lettura
Dai «Trattati su Giovanni» di sant’Agostino, vescovo
(Tratt. 17, 7-9; CCL 36, 174-175)

I due precetti dell’amore
E’ venuto il Signore, maestro di carità, pieno egli stesso di carità, a «ricapitolare la parola sulla terra» (Rm 9, 28), come di lui fu predetto, e ha mostrato che la Legge e i Profeti si fondano sui due precetti dell’amore. Ricordiamo insieme, fratelli, quali sono questi due precetti. Essi devono esservi ben noti e non solo venirvi in mente quando ve li richiamiamo: non si devono mai cancellare dai vostri cuori. Sempre in ogni istante abbiate presente che bisogna amare Dio e il prossimo: «Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente»; e il prossimo come se stessi» (cfr. Mt 22, 37. 39). Questo dovete sempre pensare, meditare e ricordare, praticare e attuare. L’amore di Dio è il primo come comandamento, ma l’amore del prossimo è primo come attuazione pratica. Colui che ti dà il comando dell’amore in questi due precetti non ti insegna prima l’amore del prossimo, poi quello di Dio, ma viceversa.
Siccome però Dio tu non lo vedi ancora, amando il prossimo ti acquisti il merito di vederlo; amando il prossimo purifichi l’occhio per poter vedere Dio, come chiaramente afferma Giovanni: «Se non ami il fratello che vedi, come potrai amare Dio che non vedi?» (cfr. 1 Gv 4, 20). Se sentendoti esortare ad amare Dio, tu mi dicessi: «Mostrami colui che devo amare», io non potrei che risponderti con Giovanni: «Nessuno mai vide Dio» (Gv 1, 18). Ma perché tu non ti creda escluso totalmente dalla possibilità di vedere Dio, lo stesso Giovanni dice: «Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio» (1  Gv 4, 16). Tu dunque ama il prossimo e guardando dentro di te donde nasca quest’amore, vedrai, per quanto ti è possibile, Dio.
Comincia quindi ad amare il prossimo. «Spezza il tuo pane con chi ha fame, introduci in casa i miseri senza tetto, vesti chi vedi ignudo, e non disprezzare quelli della tua stirpe» (cfr. Is 58, 7). Facendo questo che cosa otterrai? «Allora la tua luce sorgerà come l’aurora» (Is 58, 8). La tua luce è il tuo Dio, egli è per te la luce mattutina perché verrà dopo la notte di questo mondo: egli non sorge né tramonta, risplende sempre.
Amando il prossimo e prendendoti cura di lui, tu cammini. E dove ti conduce il cammino se non al Signore, a colui che dobbiamo amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente? Al Signore non siamo ancora arrivati, ma il prossimo l’abbiamo sempre con noi. Aiuta, dunque, il prossimo con il quale cammini, per poter giungere a colui con i quale desideri rimanere.

SABATO 2 GENNAIO 2010 – FERIA DEL TEMPO DI NATALE

SABATO 2 GENNAIO 2010 – FERIA DEL TEMPO DI NATALE

SANTI BASILIO MAGNO E GREGORIO NAZIANZENO

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Colossesi di san Paolo, apostolo 2, 16 – 3, 4

La vita nuova in Cristo
Fratelli, nessuno vi condanni più in fatto di cibo o di bevanda, o riguardo a feste, a noviluni e a sabati: tutte cose queste che sono ombra delle future; ma la realtà invece è Cristo! Nessuno v’impedisca di conseguire il premio, compiacendosi in pratiche di poco conto e nella venerazione degli angeli, seguendo le proprie pretese visioni, gonfio di vano orgoglio nella sua mente carnale, senza essere stretto invece al capo, dal quale tutto il corpo riceve sostentamento e coesione per mezzo di giunture e legami, realizzando così la crescita secondo il volere di Dio.
Se pertanto siete morti con Cristo agli elementi del mondo, perché lasciarvi imporre, come se viveste ancora nel mondo, dei precetti quali «Non prendere, non gustare, non toccare»? Tutte cose destinate a scomparire con l’uso: sono infatti prescrizioni e insegnamenti di uomini! Queste cose hanno una parvenza di sapienza, con la loro affettata religiosità e umiltà e austerità riguardo al corpo, ma in realtà non servono che per soddisfare la carne.
Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria.

Responsorio   Col 3, 1-2; Lc 12, 34
R. Se siete risorti con Cristo, cercate i beni di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; * pensate ai beni di lassù, non a quelli della terra.
V. Dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
R. Pensate ai beni di lassù, non a quelli della terra.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo.
(Disc. 43, 15. 16-17. 19-21; PG 36, 514-523)

Una sola anima in due corpi
Eravamo ad Atene, partiti dalla stessa patria, divisi, come il corso di un fiume, in diverse regioni per brama d’imparare, e di nuovo insieme, come per on accordo, ma in realtà per disposizione divina.
Allora non solo io mi sentivo preso da venerazione verso il mio grande Basilio per la serietà dei suoi costumi e per la maturità e saggezza dei suoi discorsi inducevo a fare altrettanto anche altri che ancora non lo conoscevano. Molti però già lo stimavano grandemente, avendolo ben conosciuto e ascoltato in precedenza.
Che cosa ne seguiva? Che quasi lui solo, fra tutti coloro che per studio arrivavano ad Atene, era considerato fuori dell’ordine comune, avendo raggiunto una stima che lo metteva ben al di sopra dei semplici discepoli. Questo l’inizio della nostra amicizia; di qui l’incentivo al nostro stretto rapporto; così ci sentimmo presi da mutuo affetto.
Quando, con il passare del tempo, ci manifestammo vicendevolmente le nostre intenzioni e capimmo che l’amore della sapienza era ciò che ambedue cercavamo, allora diventammo tutti e due l’uno per l’altro: compagni, commensali, fratelli. Aspiravamo a un medesimo bene e coltivavamo ogni giorno più fervidamente e intimamente il nostro comune ideale.
Ci guidava la stessa ansia di sapere, cosa fra tutte eccitatrice d’invidia; eppure fra noi nessuna invidia, si apprezzava invece l’emulazione. Questa era la nostra gara: non chi fosse il primo, ma chi permettesse all’altro di esserlo.
Sembrava che avessimo un’unica anima in due corpi. Se non si deve assolutamente prestar fede a coloro che affermano che tutto è in tutti, a noi si deve credere senza esitazione, perché realmente l’uno era nell’altro e con l’altro.
L’occupazione e la brama unica per ambedue era la virtù, e vivere tesi alle future speranze e comportarci come se fossimo esuli da questo mondo, prima ancora d’essere usciti dalla presente vita. Tale era il nostro sogno. Ecco perché indirizzavamo la nostra vita e la nostra condotta sulla via dei comandamenti divini e ci animavamo a vicenda all’amore della virtù. E non ci si addebiti a presunzione se dico che eravamo l’uno all’altro norma e regola per distinguere il bene dal male.
E mentre altri ricevono i loro titoli dai genitori, o se li procurano essi stessi dalle attività e imprese della loro vita, per noi invece era grande realtà e grande onore essere e chiamarci cristiani.

Omelia (02-01-2009)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/11489.html

Omelia (02-01-2009) 
a cura dei Carmelitani
Commento Giovanni 1,19-28

1) Preghiera

Rafforza la fede del tuo popolo, o Padre,
perché creda e proclami il Cristo tuo unico Figlio,
vero Dio, eterno con te nella gloria,
e vero uomo nato dalla Vergine Madre;
in questa fede confermaci nelle prove della vita presente
e guidaci alla gioia senza fine.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…

2) Lettura del Vangelo

Dal Vangelo secondo Giovanni 1,19-28
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: « Chi sei tu? »
Egli confessò e non negò, e confessò: « Io non sono il Cristo ». Allora gli chiesero: « Che cosa dunque? Sei Elia? » Rispose: « Non lo sono ». « Sei tu il profeta? » Rispose: « No ». Gli dissero dunque; « Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso? » Rispose: « Io sono  »voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore », come disse il profeta Isaia ».
Essi erano stati mandati da parte dei farisei. Lo interrogarono e gli dissero: « Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta? » Giovanni rispose loro: « Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo ». Questo avvenne in Betania, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

3) Riflessione

• Il vangelo di oggi parla della testimonianza di Giovanni Battista. I giudei mandarono « sacerdoti e leviti » ad interrogarlo. Allo stesso modo, alcuni anni dopo, manderanno persone a controllare l’attività di Gesù (Mc 3,22). C’è una somiglianza molto grande tra le risposte della gente nei riguardi di Gesù e le domande che le autorità rivolgono a Giovanni. Gesù chiede ai discepoli: « Chi dice la gente che io sono? » Loro rispondono: « Elia, Giovanni Battista, Geremia, uno dei profeti » (cf. Mc 8,27-28). Le autorità rivolgono le stesse domande a Gesù: « Sei tu il Messia, o Elia, il profeta? » Giovanni risponde citando il profeta Isaia: « Io sono una voce che grida nel deserto: preparate il cammino al Signore ». Gli altri tre vangeli contengono la stessa affermazione nei riguardi di Giovanni: lui non è il Messia, ma è venuto a preparare la venuta del messia (cf. Mc 1,3; Mt 3,3; Lc 3,4). Tutti e quattro i vangeli prestano molta attenzione all’attività ed alla testimonianza di Giovanni Battista. Qual’è il motivo di questa insistenza da parte loro nel dire che Giovanni non è il Messia?
• Giovanni Battista fu messo a morte da Erode attorno all’anno 30. Ma fino alla fine del primo secolo, epoca in cui fu scritto il Quarto Vangelo, Giovanni continuava ad essere considerato un leader tra i giudei. Ed anche dopo la sua morte, il ricordo di Giovanni continuava ad esercitare un forte influsso nel vissuto della fede della gente. Era considerato un profeta (Mc 11,32). Era il primo grande profeta che apparve dopo secoli di assenza dei profeti. Molti lo consideravano il Messia. Quando negli anni 50, Paolo passò per Efeso, in Asia Minore, incontrò un gruppo di persone che erano state battezzate con il battesimo di Giovanni (cf. At 19,1-4). Per questo, era importante divulgare la testimonianza dello stesso Giovanni Battista, dicendo che non era il Messia ed indicare invece Gesù come il Messia. E così, Giovanni stesso contribuisce ad irradiare meglio la Buona Notizia di Gesù.
• « Come mai tu battezzi se non sei né il Messia, né Elia, né il profeta? » La risposta di Giovanni è un’altra affermazione con la quale indica che Gesù è il Messia: « Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo ». E un poco più avanti (Gv 1,33), Giovanni fa allusione alle profezie che annunciavano l’effusione dello Spirito per i tempi messianici: « Colui sul quale vedrete scendere lo Spirito e posarsi su di lui, costui battezza con lo Spirito Santo » (cf. Is 11,1-9; Ez 36,25-27; Gioele 3,1-2).

4) Per un confronto personale

• Hai avuto nella tua vita qualche Giovanni Battista che ha preparato in te il cammino per accogliere Gesù?
• Giovanni fu umile. Non si fece più grande di quello che era in realtà: tu sei stato battista per qualcuno?

5) Preghiera finale

Tutti i confini della terra hanno veduto
la salvezza del nostro Dio.
Acclami al Signore tutta la terra,
gridate, esultate con canti di gioia. (Sal 97) 

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Discorso attribuito a Sant’Ippolito di Roma: « Io non sono il Messia »

dal sito:

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2 gennaio prima dell’Epifania : Jn 1,19-28
Meditazione del giorno
Discorso attribuito a Sant’Ippolito di Roma ( ?-circa 235), sacerdote e martire
PG 10, 852-861

« Io non sono il Messia »

Giovanni, il precursore del Maestro… gridò a quanti venivano per farsi battezzare da lui : « Razza di vipere (Mt 3, 6), perché mi guardate con tanta insistenza ? Non sono io il Cristo. Sono un servo e non il Padrone. Sono un suddito e non il re. Sono una pecora, e non il pastore. Sono un uomo e non un Dio. Ho guarito la sterilità di mia madre, venendo al mondo, ma non le ho lasciato la sua virginità. Sono stato tirato dal basso, non sono venuto dall’alto. Ho sciolto la lingua di mio padre, non ho elargito la grazia divina. Mia madre mi ha riconosciuto, ma la stella non mi ha designato. Sono spregevole e piccolo, ma dopo di me viene uno che era prima di me.

Viene dopo, nel tempo ; prima era nella luce inaccessibile e ineffabile della divinità. « Viene uno che è più forte di me e io non sono degno neanche di portagli i sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco » (Mt 3, 11). Io sono sottomesso ; lui è libero. Io sono assoggettato al peccato ; lui ha distrutto il peccato. Io inculco la legge ; lui porta la luce della grazia. Io predico da schiavo ; lui detta la legge da maestro. Io come giaciglio, ho il suolo, lui il cielo. Io battezzo con un battesimo di conversione ; lui dona la grazia dell’adozione. « Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco ». Perché venerarmi ? Io non sono il Cristo. »

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