Archive pour janvier, 2010

Ruperto di Deutz : « Fissando lo sguardo su Gesù che passava »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100104

4 gennaio prima dell’Epifania : Jn 1,35-42
Meditazione del giorno
Ruperto di Deutz (circa 1075-1130), monaco benedettino
Commenti sul vangelo di Giovanni

« Fissando lo sguardo su Gesù che passava »

      « Giovanni stava là con due dei suoi discepoli e fissò lo sguardo su Gesù che passava ». Certo si tratta di un atteggiamento del corpo, che pure traduce qualcosa della missione di Giovanni, della veemenza della sua parola ed azione. Ma, secondo l’Evangelista, si tratta anche, più profondamente, di quella tensione viva, sempre in sospeso nel profeta. Giovanni non si limitava a compiere esteriormente la sua missione di profeta; teneva anche sempre vivo nel cuore il desiderio del Signore che aveva riconosciuto al battesimo… Senza dubbio, Giovanni era totalmente teso verso il nostro Signore. Desiderava rivederlo. Infatti, vedere Gesù, era la salvezza per chi lo confessava, la gloria per chi lo annunziava, la gioia per chi lo indicava. Giovanni stava là, in piedi, rizzato da tutto l’ardore del suo cuore; stava tutto dritto; aspettava Cristo ancora nascosto sotto l’ombra della sua umiltà…
      Insieme con Giovanni, due dei suoi discepoli stavano là come il loro maestro, primizie del popolo preparato dal precursore, non per lui bensì per il Signore. Fissando lo sguardo su Gesù che passava, Giovanni disse: « Ecco l’Agnello di Dio ». Notate i termini di questo racconto. A prima vista, tutto è chiaro, ma per chi si addentra nel senso profondo, si fa sentire il peso del mistero: « Gesù passava »… Cosa vuole dire, se non che il Figlio di Dio è venuto a prendere la nostra natura umana che passa, che cambia. Poiché gli uomini non lo conoscevano, lui si fa conoscere e amare passando in mezzo a noi. È venuto nel seno della Vergine. È passato dal seno della Madre al presepio, e dal presepio alla croce, dalla croce alla tomba; dalla tomba è salito in cielo… Anche il nostro cuore, se imparerà come Giovanni a desiderare Cristo, riconoscerà Gesù mentre passa; se lo seguirà, giungerà, come i discepoli, là dove Gesù dimora – nel Mistero della sua Divinità.

Gesù e Giovanni Battista bambini

Gesù e Giovanni Battista bambini dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 3 janvier, 2010 |Pas de commentaires »

Personaggi biblici : Gesù Ben Sirach Scriba

dal sito:

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Gesù Ben Sirach Scriba

Personaggi biblici
 
II sec. a.C. 

«Mio nonno Gesù, dopo essersi dedicato per tanto tempo alla lettura della legge, dei profeti e degli altri libri dei nostri padri, avendone conseguito una notevole competenza, fu indotto a scrivere qualcosa anche da parte sua, su ciò che riguarda la dottrina e la sapienza, affinché, venendolo a conoscere quanti amano lo studio, possano progredire sempre più nel vivere in mamera conforme alla legge».
Così si legge nel prologo che precede un libro sapienziale biblico, il Siracide – di cui si legge nella liturgia di questa domenica un brano tratto dal capitolo 3 -, libro denominato in passato « Ecclesiastico », non solo per metterlo in parallelo con 1″Ecclesiaste », cioè Qohelet, ma anche perché esso era molto usato nella comunità ecclesiale cristiana, soprattutto nella formazione dei catecumeni (già nel III sec. san Cipriano di Cartagine lo denomina « Ecclesiaco » e lo usa come testo sacro).
Ma chi era questo Gesù, autore di un ampio scritto a noi giunto nella versione greca del nipote? Prima di tutto ricordiamo che l’opera, a partire dalla fine dell’Ottocento, grazie ad alcuni manoscritti scoperti nell’antica sinagoga del Cairo, e successivamente coi celebri documenti delle grotte di Qumran, presso il Maro Morto, è stata ricostruita per due terzi nell’originale ebraico.
Ebbene, nella finale greca di quest’opera si legge: « Un insegnamento di sapienza e di scienza ha condensato in questo libro Gesù, figlio di Sirach, figlio di Eleazaro, di Gerusalemme » (50, 27). L’originale ebraico, invece, offre qui un altro nome: « Simeone, figlio di Gesù, figlio di Eleazaro, figlio di Sira ».
A questo punto si è preferito ricorrere al patronimico Ben Sirach, « figlio di Sirach », o Siracide: di lui non si sa altro, se non la sua visione del mondo espressa nella sua opera, composta probabilmente attorno al 190-180 a.C. Conosciamo, però, con precisione la data della traduzione greca eseguita dal nipote dell’autore: sempre nel prologo sopra citato egli ricorda di aver completato il suo lavoro « nell’anno trentottesimo del re Evergete » di Egitto. Questo titolo greco, che significa « Benefattore », fu attribuito a vari sovrani ellenistico-egiziani, tra i quali, il più probabile per il nostro caso, è Tolomeo III Evergete Fiscone (145-1 16 a.C.).
Saremmo, perciò, nel 132 a.C. Il nonno Siracide era certamente un sapiente, uno scriba ebreo di Gerusalemme, formato nelle tradizioni dei padri, attento a impedire che lo spirito religioso di Israele non venisse fagocitato e deformato dalla cultura razionalista greca allora dominante. Tuttavia egli non si accontenta di conservare la dottrina tradizionale in modo rigido; evidente è lo sforzo di aggiomarla secondo le nuove istanze, sia pure sempre nella fedeltà.
Indispensabile, perciò, per conoscere il pensiero di Gesù Ben Sirach (o Ben Sira) è la lettura dei 51 capitoli del suo libro che offrono una massa ricchissima di consigli, riflessioni, meditazioni e anche quattro inni di forte intensità poetica e spirituale. In particolare ricordiamo l’inno del capitolo 24, che celebra la Sapienza divina, e quel delizioso cantico delle creature che si apre in 42,15 e si conclude in 43,33.

Autore: Gianfranco Ravasi 

Publié dans:LETTURE DALL'ANTICO TESTAMENTO |on 3 janvier, 2010 |Pas de commentaires »

Il capitolo 24 del libro del Siracide, commento

dal sito:

http://www.pddm.it/vita/vita_05/n_01/2gennaio.htm

2a dopo Natale – 2 Gennaio 2005

• Prima lettura: Sir 24,1-4.8-12 • Salmo responsoriale: Sal 146,12-15.19-20
• Seconda lettura: Ef 1,3-6.15-18 • Vangelo: Gv 1,1-18

    
«È venuto a piantare la sua tenda in mezzo a noi» (cf Gv 1,14).

Il canto della divina Sapienza

Il testo della prima lettura vuole renderci attenti, soprattutto, alla presenza della sapienza sulla terra e, più precisamente, in mezzo al popolo d’Israele. Il capitolo 24 del libro del Siracide, qui offerto in versione abbreviata, antologica, appartiene ad un gruppo ristretto, ma importante di brani dell’Antico Testamento in cui la sapienza non viene descritta come un’abilità tecnica o artigianale, ma come una sorta di figura poetica che parla di sè. In questo inno, la sapienza «apre la bocca» e si autopresenta: «Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo e ho ricoperto come nube la terra». Da subito la sapienza si definisce come intima di Dio, e nello stesso tempo come colei che è in relazione con gli uomini. Viene richiamato un simbolo importante dell’Antico Testamento: la nube che ha guidato il popolo di Dio nel deserto, ha riempito il tempio di Gerusalemme costruito da Salomone, ha sempre evocato la presenza di Dio nella storia del popolo, e nei suoi momenti più salienti. La nube segnala che Dio è presente, ma nello stesso tempo lo nasconde, è luminosa e insieme oscura, secondo il racconto dell’Esodo. È dunque un simbolo importante per esprimere la vicinanza di Dio che però non si consegna nelle mani dell’uomo, ma resta, in qualche modo, avvolto nel suo mistero. Nel racconto dell’Esodo si dice che il popolo seguiva la nube, ma, se la nube non si alzava, il popolo non poteva partire. Israele non aveva la possibilità di far muovere la nube quando lui voleva, e nemmeno di farla andare dove lui voleva. Quindi, fin dall’inizio di questa pericope, si richiama il momento fondatore della storia d’Israele. La nube, poi, è un simbolo di fecondità perché porta la pioggia, il bene per eccellenza in un paese caldo e arido come Israele. Dio si presenta non solo come colui che guida il cammino del popolo, ma anche come colui che dà la vita al popolo. Tutto questo è collegato alla sapienza, nella prima lettura odierna. Uscita da Dio, sempre presente davanti a lui, la sapienza, che ha assistito all’opera della creazione e ha partecipato alle vicende dell’Esodo, adesso pone la sua tenda in mezzo al popolo dell’alleanza, Israele. È sotto la forma concreta della legge che la sapienza divina si è manifestata ad Israele, ed è la pratica di questa legge donata da Dio che fa di Israele un popolo saggio fra tutti i popoli. L’osservanza della legge permette a Israele di vivere come un popolo libero, attualizzando ogni giorno la relazione di alleanza stipulata presso il monte Sion. L’osservanza della legge permette a Israele di costruire una società armoniosa in cui si riproduce l’ordine voluto da Dio al momento della creazione. Dieci volte Dio parla nella creazione, e il caos primordiale si organizza in mondo ordinato. Dieci volte Dio parla nella legge, e chi aderisce a queste parole mette ordine nel suo mondo personale e sociale, realizzando così l’utopia descritta in Gen 1: un mondo non violento e armonioso, bello e buono in tutte le sue parti e nel suo complesso.

Ha posto la sua tenda in mezzo a noi

La sapienza, secondo il testo del Siracide, ha presieduto sia alla creazione del mondo che alla storia dell’Esodo, centrata sul dono dell’alleanza e della legge, e oggi diventa il principio a partire dal quale ogni israelita può aderire a quel progetto originario. Questa adesione non è più riservata esclusivamente ad Israele, dal momento che il Signore Gesù, nella sua predicazione, ha ripreso gli inviti della sapienza e li ha resi universali, accessibili ad ogni persona. Egli ha detto: «Venite a me», e si è presentato come la Sapienza e la Parola del Padre. Rivela il Padre a coloro che si mettono alla sua scuola. Infatti il Verbo incarnato è l’Emmanuele, Dio in persona, con noi. Giovanni, nel Vangelo, presenta Gesù come la tenda dell’Esodo o come il tempio di Gerusalemme, cioè come la dimora di Dio in mezzo agli uomini. Il prologo del quarto Vangelo evoca anche la nube che nascondeva e rivelava la presenza di Dio (v 14). Alla tenda dell’Esodo e al tempio di Gerusalemme, succede ora il Verbo incarnato: nella sua persona Dio è ormai presente definitivamente. La sapienza, che ha svolto un ruolo di mediazione nell’Antico Testamento, è essenziale anche per noi. Il suo compito è di aiutarci a discernere la presenza definitiva di Dio in Gesù di Nazaret, vincendo quelle resistenze interiori che ognuno di noi avverte nei confronti di un’adesione totale al Signore. Il prologo stesso evoca il mistero del rifiuto di Gesù: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo … eppure il mondo non lo riconobbe». La presenza di Dio non s’impone, si propone come luce, ma è sempre possibile chiudere gli occhi di fronte ad essa. È possibile, eppure è inspiegabile che gli uomini preferiscano le tenebre alla luce, simbolo di vita, con tutto ciò che ad essa è collegato. È come se nel mondo esistessero forme di rifiuto della vita, che assumono vari aspetti. A volte si tratta di autolesionismo, a volte, di un desiderio di vita orientato male. Non stiamo parlando di situazioni lontane da noi, perché anche noi, forse, aderiamo al Vangelo, ma facciamo pure l’esperienza di chiusure, rifiuti, peccati, che non ci spieghiamo sempre in modo razionale. Perché facciamo tanta fatica ad aderire a ciò che il nostro cuore desidera? Qui entra in gioco la sapienza che può aiutarci a fare discernimento e a sostenere le scelte di bene, che ogni giorno vanno riconfermate. La liturgia odierna non si pone su un versante immediatamente operativo, non riflette cioè sulla risposta umana e sulle sue dinamiche, ma in vari modi canta l’intervento di Dio nella storia. Anche la seconda lettura s’inserisce nello stesso contesto del cammino tracciato dal Vangelo e dalla prima lettura, proponendo alla nostra riflessione una parte dell’inno cristologico della lettera agli Efesini. Questo inno canta l’intervento di Dio nella nostra storia, nella persona di Gesù: egli è la sapienza di Dio, annunciata e attesa dall’Antico Testamento, è la Parola di Dio, il Verbo incarnato. È in lui e per mezzo di lui che Dio ha realizzato il suo progetto di salvezza nei confronti degli uomini. L’inno di san Paolo rilegge tutta la nostra storia ponendola sotto il segno della benevolenza di Dio, che ci ha predestinati, cioè ci ha reso oggetto di una preferenza. «Benedetto sia Dio che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo»: il momento iniziale di questa benedizione si trova nei cieli, nel Cristo pre-esistente, che ha dei legami con la sapienza di cui parla la prima lettura e con la teologia del quarto Vangelo. Noi siamo stati benedetti e la nostra risposta consiste essenzialmente nel benedire a nostra volta. Non si tratta prima di tutto di fare gesti morali, ma di benedire, cioè di dire bene di Dio che ha elaborato, fin dal principio questo progetto di salvezza. Noi siamo chiamati a vivere nella perfezione e nella santità di questo amore. È interessante, a nostro avviso, che la liturgia odierna adotti la forma dell’inno. Le tre letture sono inni e testi di tipo liturgico e di andamento contemplativo. La teologia successiva avrà il compito di esprimere questi concetti in termini formali, ma intanto la liturgia educa e forma il popolo di Dio, affinché comprenda se stesso e la sua vocazione sullo sfondo di questo quadro così ampio. In primo luogo si tratta di contemplare il mistero, cogliendo la sua dinamica di rivelazione. Verrà poi il momento di rispondere e insistere sulla ricaduta umana e sulle sue contraddizioni. Ma adesso, in questa seconda domenica dopo Natale, il clima è ancora meditativo, contemplativo, silenzioso. Solo la parola della benedizione risuona, e si delinea un accordo tra la benedizione che Dio pronuncia fin dal principio e quella che l’uomo si sforza di rendere attuale nella sua vita. Il contenuto di tale parola di bene è Gesù, Verbo incarnato, esistente prima della creazione del mondo. Di fronte a tali realtà, possiamo solo far nostre le parole della colletta: «Padre di eterna gloria, che nel tuo unico Figlio ci hai scelti e amati prima della creazione del mondo e in lui, sapienza incarnata, sei venuto a piantare in mezzo a noi la tua tenda, illuminaci con il tuo Spirito, perché accogliendo il mistero del tuo amore, pregustiamo la gioia che ci attende, come figli ed eredi del tuo regno».

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IL LIBRO DEL SIRACIDE

dal sito:

http://www.paroledivita.it/upload/2003/articolo4_2.asp

IL LIBRO DEL SIRACIDE
 
Claudio Doglio 

L’opera di Gesù figlio di Sira, scriba e maestro di sapienza a Gerusalemme nel II secolo a.C., è l’oggetto di questo terzo fascicolo: passando in rassegna il libro del Siracide, detto in latino «Ecclesiastico», cerchiamo di chiarire i temi principali che questo antico sapiente giudaico propone al moderno lettore cristiano.
Anzitutto, l’introduzione inquadra l’opera nel suo complesso e la presenta come un libro «alla frontiera del canone», risultato della riflessione di uno scriba intento ad attualizzare la tradizione giudaica della Torah per poterla trasmettere ai posteri in un periodo di imperante ellenismo. Il suo ideale non consiste nell’essere «saggio per sé», ma «per il popolo»: membro del governo o consigliere dei principi-capi della sua città, stimatore dei viaggi e viaggiatore, Ben Sira vuole far sintesi tra fede e ragione, tra teologia e cultura. L’intento educativo che si propone mira così a far riconoscere un ordine nascosto nel mondo, per insegnare a dominare il contingente, spesso ambiguo e sfuggente.
Il primo capitolo del libro merita una speciale attenzione, perché costituisce quasi il portale d’ingresso di tutta l’opera: tale poema iniziale, infatti, è una bellissima composizione innica per guidare il lettore a prendere coscienza della propria condizione di creatura di fronte all’infinita grandezza di Dio. Per questo il timore del Signore è considerato l’elemento principale, essenziale e più importante della sapienza: non c’è sapienza senza timore del Signore. La stessa tematica è ripresa con intento attualizzante nell’articolo di catechesi biblica.
Altro capitolo molto importante è il 24, che si trova proprio al centro del libro: esso contiene un autoelogio della stessa Sapienza, ispirato a quello di Pr 8. In questo caso, però, si tratta piuttosto di una specie di omelia fatta nel tempio durante un’assemblea liturgica per descrivere poeticamente tutta la sua storia: uscita da Dio, come la sua Parola, essa ha regnato sull’universo intero ma poi si è stabilita sul monte del tempio in Sion. Di fronte all’attrazione che la cultura greca ellenistica esercitava soprattutto sui giovani giudei, Ben Sira, partendo dalla propria esperienza e dallo studio assiduo della Scrittura, esorta i giovani studenti a non vergognarsi della Torah, ma a riconoscere in essa la vera sorgente di vita.
Uno sguardo panoramico all’insegnamento etico del Siracide lo rivela caratterizzato da equilibrio e serenità, basato sull’armonia tra fede e ragione, poiché quanto viene prescritto dalla prima trova una convalida nella seconda.
Maestro nella riflessione ed esempio di maestria nello scrivere, Ben Sira presenta nel finale della sua opera un grande dittico, poetico e mistico, per invitare il lettore a contemplare l’impenetrabile azione creatrice di Dio e ammirare il suo provvidenziale intervento nella storia di Israele: l’inno al Creatore e l’elogio degli antenati costituiscono così il vertice dell’opera, ricordandoci che la lode è l’autentico atteggiamento sapienziale.
Le consuete rubriche, infine, permettono al lettore di allargare l’orizzonte della ricerca e di continuare lo studio, come approfondimento e attualizzazione.

Claudio Doglio  

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San Basilio: La nascita del Salvatore, è la morte della morte

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100103

II Domenica dopo Natale – Anno C : Jn 1,1-18

Meditazione del giorno
San Basilio (circa 330-379), monaco e vescovo di Cesarea in Cappadocia, dottore della Chiesa
Omelie per la nascita di Cristo, 2,6 ; PG 31, 1459-1462, 1471-1474

La nascita del Salvatore, è la morte della morte

Dio sulla terra, Dio in mezzo agli uomini : non un Dio che consegna la Legge tra bagliori di fuoco e suoni di tromba su un monte fumante, o in densa nube fra lampi e tuoni, seminando il terrore tra coloro che lo ascoltano (Es 19,18) ; ma un Dio incarnato, che con soavità e dolcezza parla a creature che hanno la sua stessa natura. Dio nella nostra carne !…

In che modo, per mezzo di uno solo, lo splendore raggiunse tutti ? In che modo la divinità risiede nella carne ? Come il fuoco nel ferro :… per partecipazione. Il fuoco, infatti, non passa nel ferro, ma rimanendo dov’è, gli comunica la sua virtù ; né per questa comunicazione diminuisce, ma pervade di sé tutto quello a cui si comunica. Così, il Dio-Verbo, senza mai separarsi da se stesso, « venne ad abitare in mezzo a noi », senza subire alcun mutamento, « si fece carne » : il cielo che lo conteneva non rimase privo di lui mentre la terra lo accoglieva nel suo seno.

Cerca di penetrare nel mistero : Dio assume la carne proprio per distruggere la morte in essa nascosta. Come gli antidoti di un veleno, una volta ingeriti, ne annullano gli effetti, e come le tenebre di una casa si dissolvono alla luce del sole, così la morte che dominava sull’umana natura fu distrutta dalla presenza di Dio. E come il ghiaccio rimane solido nell’acqua finché dura la notte e regnano le tenebre, ma tosto si scioglie al calore del sole, così la morte che aveva regnato fino alla venuta di Cristo, appena apparve la grazia di Dio Salvatore e sorse il sole di giustizia (Mal 3,20), fu ingoiata dalla vittoria (1Cor 15,54), non potendo coesistere con la vita. O grandezza della bontà e dell’amore di Dio per gli uomini !

Diamogli gloria insieme ai pastori, esultiamo con gli angeli « perché oggi è nato il Salvatore, che è Cristo Signore » (Lc 2,11)… Festeggiamo la salvezza del mondo, il giorno della nascita dell’umanità.

studio su Numeri 6, 24-47 – commento del Rabbino della Comunità di Milano (2004)

dal sito:

http://www.nostreradici.it/D-o-benedizioni.htm

(Numeri 6, 24-47)
 
Giuseppe Laras, Rabbino Capo della Comunità ebraica di Milano, in occasione della celebrazione del 17 gennaio 2004: Giornata dell’Ebraismo

 
Siamo qui questa sera, all’uscita del sabato, per celebrare insieme la giornata dell’ebraismo del 17 gennaio. Già l’anno scorso abbiamo celebrato con analoga cerimonia questa giornata: è stato un momento molto emozionante e molto ricco, e quindi vogliamo proseguire questa esperienza all’insegna di una riflessione che farà da filo conduttore, e che è: « Il Dio delle benedizioni nella tradizione d’Israele ». Faremo un percorso all’interno e intorno alla benedizione; speriamo che ci possa aiutare nei nostri rispettivi cammini, nelle nostre esperienze comuni, nelle nostre vite, in vista di una sempre maggiore e pacifica collaborazione nel nome del Dio unico e della pace.

La Berakhà – benedizione – è un bene universale di cui tutti abbiamo bisogno. Leggiamo nel libro di Rut che quando Boaz arrivava nel campo per visitare i suoi mietitori, si rivolgeva loro con: Ha-Shem  ‘immakhem – « Il Signore sia con voi! » – e i mietitori gli rispondevano: « Ti benedica il Signore! ». Abbiamo tutti bisogno di Berakhà. È una parola importante, ma nasconde un contenuto difficile, di difficile attuazione. Molti hanno parlato, parlano e parleranno di benedizione, ma forse sono stati e sono lontani dalla benedizione. C’è la benedizione che rivolge l’uomo a un altro uomo, c’è la benedizione che rivolge l’uomo a Dio, e c’è la benedizione che rivolge Dio all’uomo, al mondo. Sono tutte benedizioni, ma sono benedizioni diverse, perché sicuramente la benedizione autentica, sicuramente vera, è la benedizione di Dio. Tutte le altre sono benedizioni, ma potrebbero essere dei simulacri di benedizioni, potrebbero non essere portatrici di risultati perché, se ci mettiamo nell’ottica umana, è molto difficile immaginare un risultato sicuro, continuo, automatico da parte della benedizione pronunciata.

È scritto nel Trattato delle benedizioni del Talmud babilonese che chiunque goda di qualcosa di questo mondo senza aver detto la benedizione commette peccato di appropriazione. Il riferimento è a colui che mangia qualche cosa senza aver recitato la benedizione. « Benedetto Tu, o Signore Dio nostro, Re del mondo, che hai creato, che hai fatto… » (a seconda o dei frutti o delle cose che vengono mangiati). E perché questa affermazione così categorica? Perché nel momento in cui noi godiamo delle risorse del mondo dobbiamo subito collegare queste risorse a Colui che le ha date, al padrone di queste risorse; e quindi, goderne senza aver benedetto, ringraziato Dio è un qualche cosa che viene definito come appropriazione indebita.

Ovviamente il presupposto per la benedizione è la disponibilità a sentire e a vedere Dio come padrone del mondo, a cui noi dobbiamo un ringraziamento e una benedizione. È chiaro che ci muoviamo all’interno del difficile percorso della religiosità: benedire Dio, avere fede in Dio, sentire Dio, sentirlo vicino anche se è lontano. Sono dei percorsi molto difficili ma, se condotti bene, ci portano alla comprensione autentica della benedizione. In fondo, quando l’uomo benedice l’uomo, intende auspicare che su quella creatura scenda la grazia di Dio, scenda lo Spirito, scenda la benedizione di Dio, il consenso di Dio. Ma, dicevo, la vera benedizione, sicura, autentica, è quella che scende dall’alto, che scende da parte di Dio nei confronti dell’uomo.

Vorrei, a proposito di benedizioni umane, attirare la vostra attenzione su uno strano episodio raccontato nella Torà, nel libro dei Numeri, che ebbe come protagonista il mago Balaam, che Balak re di Moab aveva convinto a tentare di risolvere il suo problema, che era rappresentato dagli ebrei, attraverso la forza contraria alla benedizione, cioè attraverso la maledizione. In sostanza Balak aveva pagato Balaam perché distruggesse con la maledizione il popolo di Israele. Sappiamo che sebbene Balaam, per così dire, ce la mettesse tutta (anche perché, se avesse fatto quello che il suo committente richiedeva, ne avrebbe ricavato delle ricchezze), nonostante i suoi sforzi, invece delle maledizioni uscivano dalla sua bocca delle benedizioni, delle bellissime benedizioni, tra le più belle benedizioni che mai su Israele siano state pronunciate. In alcuni profeti viene ricordato e sottolineato questo stupefacente evento: il Signore che ha trasformato la maledizione in benedizione.

Ecco, qui stiamo parlando del confronto fra la benedizione vera e la benedizione presunta, o addirittura il contrario della benedizione. C’è un passo del Deuteronomio, al cap. 26, a proposito della decima (la decima è una parte del prodotto agricolo che gli agricoltori di Israele ogni terzo anno dovevano devolvere ai leviti, ai forestieri, agli orfani, alle vedove per sovvenirli). Dopo che l’agricoltore aveva separato la decima e l’aveva data a chi di dovere, doveva pronunciare una formula che affermava che lui aveva fatto secondo la prescrizione che Dio gli aveva comandato, e quindi continuava: hashqìfa mimmeòn qodshekà min ha-shamàim – “guarda dalla sede della tua santità, dal cielo, e benedici il tuo popolo Israele e la terra che ci hai dato ». Viene fatto notare che qui è l’unica volta in cui l’espressione hashqìfa, che vuol dire « guardare dall’alto verso il basso », è in senso di Berakhà, positivo e di benedizione. In tutti gli altri punti della Torà in cui ricorre questa espressione essa è in senso negativo. Una simile espressione che subito viene in mente è quella collegata alla contemplazione della distruzione di Sodoma: allora lo sguardo era dall’alto verso il basso. I Maestri dicono che l’espressione « contempla, o Signore” (cioè dall’alto verso il basso) è qui in senso positivo perché si tratta di un soggetto che ha attuato i suoi doveri, ha eseguito la volontà di Dio e quindi chiede un segno di consenso da parte della divinità.

Si chiedono però anche un’altra cosa i Maestri a proposito di questo verso: « e benedici il tuo popolo e Israele ». Bastava dire “il tuo popolo”; era chiaro che si trattava di Israele. Oppure “il tuo popolo Israele”; ma non et ‘ammekhà et Israel. Deve esserci un perché. I nostri Maestri sono curiosi. Essi in qualsiasi espressione non usuale vedono un segnale che vuole trasmettere un insegnamento. Ebbene, l’insegnamento è questo: “benedici il tuo popolo”; il popolo nella sua interezza e globalità deve essere benedetto. “Israele” vuol dire: anche se i singoli del popolo non sono tutti osservanti della volontà di Dio, cioè se sono peccatori. Il popolo è meritevole sicuramente di benedizione; Israele, tutti individualmente, anche quelli che forse non la meriterebbero, indicati midrashicamente nel testo stesso come la “terra”. Dio ama la terra d’Israele. Quindi la benedice nel suo insieme senza privarla della benedizione, anche se c’è qualche cosa che può non piacere. La terra è la terra. Così il popolo è benedetto e i figli di Israele, anche se presentano delle macchie, sono coinvolti comunque nella benedizione. La benedizione è qualcosa che aiuta a colmare i limiti e i difetti di alcuni singoli rispetto alla maggioranza della comunità del popolo che segue la volontà di Dio. Quindi coinvolgimento di tutti nel segno della benedizione.

Un punto centrale della Torà in cui si parla espressamente e solennemente di benedizione è in Numeri (6, 22-27) a proposito della benedizione sacerdotale. La benedizione che i sacerdoti dovevano impartire al popolo viene così annunciata: ko tevarekhù et benè Israel amòr lahèm –  » così benedirete i figli di Israele dicendo per loro”; e incomincia la formula della triplice benedizione, composta cioè di tre versi. Il primo verso è composto di tre parole, il secondo di cinque, il terzo di sette. Quindici parole: è difficile non vedere un riferimento a un qualche cosa di importante, che, sviluppato nel suo valore numerico, ammonta a 15, cioè Ja, che vuol dire Dio, il Nome di Dio. Questa benedizione ci coinvolge e ci avvicina alla presenza di Dio. E come deve essere espressa e recitata? La benedizione dei sacerdoti deve essere espressa e recitata solo in quel preciso modo stabilito dalla Torà. Ci sono altri modi, è vero, per esprimere e porgere la benedizione – quella dell’uomo verso l’uomo, come abbiamo detto; ma i sacerdoti tuttavia sono delle persone particolari, che vivono un rapporto intenso di religione e di particolare vicinanza con la divinità, e quindi appaiono più qualificati per poter accompagnare il popolo in questo cammino verso la benedizione. La triplice formula è rigida:

« Ti benedica il Signore e ti protegga.
Illumini il Signore il Suo viso e ti conceda la grazia.
Rivolga il Signore il Suo viso verso di te e ponga su di te la pace ».

Questa la traduzione della formula della benedizione sacerdotale; come tutte le traduzioni è una traduzione sommaria; in realtà il testo della Berakhà dei Cohanim nasconde un’infinità di preziosi ammaestramenti ed è stata oggetto di attenta riflessione e analisi. Vediamo di ricavarne qualche insegnamento.

« Ti benedica il Signore e ti protegga ». La prima osservazione è abbastanza evidente: se il Signore ti benedice, è ovvio che ti protegge. Quindi se c’è la Berakhà c’è tutto. Allora ci chiediamo: che cosa vuol dire: « Ti benedica il Signore »? Vuol dire: ti dia felicità, serenità, prosperità esterna ed interna; ti dia compiutezza di gioia e di felicità e di serenità. In questa espressione c’è anche  la felicità materiale, nel senso di serenità per una vita tranquilla. Ma se c’è tutto questo, che cosa vuol dire « ti protegga »? Ebbene, alcuni Maestri dicono: attenzione, perché quello stato di grazia indotto dalla benedizione – « ti benedica » – potrebbe portare la persona a considerare se stessa come artefice di questa benedizione, di questa felicità, di questo successo. E allora è necessario anche che il Signore “ti protegga”. Da che cosa? Dal tuo istinto malvagio, dalla tentazione maligna a cui tutti soggiaciamo che insinua in noi: « sei tu il più grande, sei tu il più bravo, sei tu che crei, sei tu che determini… ». Se subentra questa tentazione e questo atteggiamento, è chiaro che quella Berakhà iniziale va riducendosi e perdendo forza. Ecco allora che accanto alla benedizione è necessaria anche l’assicurazione contro l’istinto malvagio, quello che viene chiamato “jetzer-harà”. È questa soltanto una piccola riflessione che può essere fatta su questa prima parte della Berakhà dei sacerdoti.

« Illumini il Signore il suo viso e ti dia la grazia ». Che cos’è l’illuminazione del volto di Dio nei confronti dell’uomo? È il “volto” consenziente di Dio, il volto che trasmette felicità (quando noi guardiamo, sorridendo, una persona mettiamo quella persona nello stato, nella condizione di aspettarsi qualche cosa di buono e di positivo da noi). Si può dire anche: “Il Signore illumini il Suo viso verso di te, trasmettendo al tuo viso un po’ della Sua luce”. Potremmo pensare, in questo contesto di riflessione sulla “luce” divina, facendo ovviamente le debite differenze, alla luce che traspariva dal volto di Mosè dopo essere stato per 40 giorni e 40 notti al cospetto della divinità sul Monte Sinài: quando discese gli risplendeva talmente il volto, che fu necessario coprirlo con un velo perché quella luce splendente non poteva essere vista, contemplata e sopportata. Quindi: che il Signore ti renda, per così dire, partecipe della sua luce.

Wichunnèkka. Abbiamo tradotto: “e ti conceda la grazia ». Che cosa vuol dire l’espressione “ti conceda la grazia”? Intanto può voler dire: ti renda grazioso, simpatico, attraente, degno di affettuosa attenzione da parte degli altri. Analogamente a quanto capitava a Giuseppe che, qualunque cosa facesse, riusciva e prosperava, perché egli suscitava consenso e simpatia. Forse anche perché, nonostante le sofferenze e le ansie, risplendeva sul suo viso un po’ della luce di Dio. Ma l’espressione « che il Signore ti conceda la grazia », può anche voler dire “che faccia posare” (dalla radice verbale di chanà che significa posarsi, accamparsi), nel senso che faccia scendere la luce della sua provvidenza su di te. Provvidenza e luce sono bene collegabili fra di loro.

« Rivolga il Signore il suo viso verso di te, e ponga su di te la pace ». Assistiamo ad un crescendo: ti benedica, ti protegga, indirizzi il suo sguardo di luce verso di te, ti riempia di grazia e di luce. E infine « rivolga il Signore il suo viso verso di te e ponga su di te la pace”. Che cosa significa: rivolga il Signore il suo viso verso di te? C’è un momento in cui Dio può non guardarci? Forse sì, quando noi commettiamo delle colpe, non ci comportiamo bene, agendo come se Dio non ci vedesse: è quello che i teologi chiamano hastarat-panim, nascondimento del volto. Qui si prega Dio che voglia orientare il suo volto in direzione della creatura. E chi è sotto lo sguardo di Dio, è in pace: « e ponga su di te la pace ». La condizione per vivere integralmente la compiutezza della pace è di essere sotto lo sguardo di Dio. Sul tema della pace tante sarebbero le cose da dire. La pace è intanto sicuramente un dono che viene dall’alto, ma è anche uno strumento nostro per poter accelerare, aumentare, incrementare la discesa dello Spirito di Dio. C’è una espressione dei Maestri che suona così: “Chi opera per rendersi puro riceve un aiuto dal Cielo. Chi opera per rendersi impuro, riceve anche un aiuto dal Cielo”. In prospettiva dello Shalom è importante l’iniziativa che assumiamo noi. Non si può rimanere in posizione statica, limitandoci ad aspettare la grazia dal Cielo. Noi non conosciamo con esattezza e precisione i misteriosi percorsi della benedizione e della pace. Sappiamo però, in proposito, due cose importanti: che esse ci provengono da Dio, ma che anche noi, nonostante i limiti che ci caratterizzano come creature umane, abbiamo parte – una parte importante – nella discesa della benedizione e della pace su di noi.

Il concetto di pace è un concetto complesso, articolato, difficile. A questo proposito desidero far osservare che la Berakhà dei sacerdoti deve essere recitata in ebraico: kò tevarekhù, “così benedirete i figli di Israele », cioè: in questa precisa formulazione. A differenza di alcune preghiere del formulario, essa non può essere pronunciata in altra lingua, che non sia l’ebraico. La Berakhà dei sacerdoti è qualcosa di speciale il cui contenuto non può essere reso nella sua sacrale autenticità in altra lingua. Ne è prova il fatto che mentre il testo della Torà è accompagnato, in alcune importanti edizioni, dalla traduzione aramaica (la lingua appresa dai nostri padri in Babilonia) nel punto della benedizione essa non compare. Almeno per quanto riguarda la traduzione aramaica di Jonatàn ben Uzziel. E perché non c’è? Intanto per sottolineare che non ce n’è bisogno, dato che la benedizione deve ritualmente essere pronunciata in ebraico. Ma poi anche per un motivo profondo che è questo: dato che alla fine della Benedizione è invocato lo Shalom, la pace, e la dimensione dello Shalom è illimitata – nel senso che nessuno di noi può coglierne l’infinito potenziale – il termine Shalom non può essere tradotto in nessun’altra lingua, ma pronunciato e sentito nella sua lingua originale. Questo ci aiuta a introdurre anche un’altra considerazione.

La Berakhà dei sacerdoti inizia con la benedizione « ti benedica il Signore… » e finisce con lo Shalom “e ponga su di te la pace ». Questo sottolinea che – come affermano i Maestri – il Santo Benedetto non trova veicolo migliore per il trasporto della benedizione dello Shalom, la pace. Questo vuol dire che, se vogliamo attenderci abbondante misura di benedizione dall’alto, occorre che ci provvediamo di un contenitore di trasporto che è lo Shalom. Se non c’è lo Shalom, non può arrivare la benedizione. Posizione dinamica e non statica, quindi, pur lasciando alla Berakhà di Dio tutta la sua valenza di dono, la sua indipendenza e la sua imperscrutabilità. Sicuramente nella formazione e nell’avvento dello Shalom noi sentiamo di avere una parte molto importante. Se non costruiamo dentro di noi e in mezzo a noi lo Shalom, è difficile attenderci la Berakhà. La Berakhà ha bisogno dello Shalom. Senza Shalom la Berakhà rischia di perdersi per strada e, quindi, di non arrivare fino a noi.

Prima di concludere vorrei recitare una preghiera molto breve, ma anche molto intensa, recitata da Salomone nel giorno della inaugurazione del Tempio di Gerusalemme: « Sia il Signore nostro Dio con noi, come lo fu con i nostri padri. Non ci lasci e non ci abbandoni mai ». Questa preghiera vorrei che la sentissimo e la recitassimo con la mente e con il cuore tutti insieme, perché è una invocazione di benedizione perpetua per tutti noi nel ricordo dei Padri.

Vorrei infine leggere una preghiera molto semplice scritta da un grande maestro dell’ebraismo della fine del ‘700, il Rabbino Nachman di Breslav, che nella sua vita quotidiana si preoccupava di trasmettere dei valori che esaltassero la sintesi tra etica e religione. Non si può essere religiosi in senso verticale soltanto o in senso orizzontale soltanto. Questo è il messaggio della religione: essere disponibili e aperti con gli altri come condizione necessaria per poter entrare in collegamento verticale con Dio.

« Ti sia gradito, Signore Dio nostro e Dio dei nostri padri, Signore della pace, re cui la pace appartiene, di porre la pace nel tuo popolo Israele. E la pace si moltiplichi fino a penetrare tutti coloro che vengono al mondo. E non ci siano più né gelosie, né rivalità, né vittorie, né motivi di discordia tra gli uomini, ma solo amore e pace fra tutti. E ognuno conosca l’amore del suo prossimo in quanto suo prossimo, cerchi il suo bene, desideri il suo amore, agogni al suo costante successo al fine di potersi incontrare con lui e a lui unirsi per parlare insieme e dirsi l’un l’altro la verità in questo mondo. Un mondo che passa come un batter di ciglio, come un’ombra, ma non come l’ombra di una palma o di un muro, ma come l’ombra di un uccello che vola ».

Publié dans:LETTURE DALL'ANTICO TESTAMENTO |on 2 janvier, 2010 |Pas de commentaires »
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