Archive pour janvier, 2010

LUNEDÌ 4 GENNAIO 2010 – FERIA DEL TEMPO DI NATALE

LUNEDÌ 4 GENNAIO 2010 – FERIA DEL TEMPO DI NATALE

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura

Dalla lettera ai Colossesi di san Paolo, apostolo 3, 17 – 4, 1

La vita della famiglia cristiana
Fratelli, tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre.
Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come si conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non inaspritevi con esse. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino. Voi, servi, siate docili in tutto con i vostri padroni terreni; non servendo solo quando vi vedono, come si fa per piacere agli uomini, ma con cuore semplice e nel timore del Signore. Qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che come ricompensa riceverete dal Signore l’eredità. Servite a Cristo Signore. Chi commette ingiustizia infatti subirà le conseguenze del torto commesso, e non v’è parzialità per nessuno. Voi, padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo.

Responsorio    Col 3, 17
R. Tutto quello che fate in parole e in opere, * tutto si compia nel nome di Gesù nostro Signore.
V. Rendete grazie per mezzo di lui a Dio Padre:
R. tutto si compia nel nome di Gesù nostro Signore.

Seconda Lettura
Dai «500 Capitoli» di san Massimo il Confessore, abate
(Centuria 1, 8-13; PG 90, 1182-1186)

Mistero sempre nuovo
Il Verbo di Dio fu generato secondo la carne una volta per tutte. Ora, per la sua benignità verso l’uomo, desidera ardentemente di nascere secondo lo spirito in coloro che lo vogliono e diviene bambino che cresce con il crescere delle loro virtù. Si manifesta in quella misura di cui sa che è capace chi lo riceve. Non restringe la visuale immensa della sua grandezza per invidia e gelosia, ma saggia, quasi misurandola, la capacità di coloro che desiderano vederlo. Così il Verbo di Dio, pur manifestandosi nella misura di coloro che ne sono partecipi, rimane tuttavia sempre imperscrutabile a tutti, data l’elevatezza del mistero. Per questa ragione l’Apostolo di Dio, considerando con sapienza la portata del mistero, dice: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre!» (Eb 13, 8), intendendo dire in tal modo che il mistero è sempre nuovo e non invecchia mai per la comprensione di nessuna mente umana.
Cristo Dio nasce e si fa uomo, prendendo un corpo dotato di un’anima intelligente, lui, che aveva concesso alle cose di uscire dal nulla. Dall’oriente una stella che brilla in pieno giorno guida i magi verso il luogo dove il Verbo ha preso carne, per dimostrare misticamente che il Verbo contenuto nella legge e nei profeti supera ogni conoscenza dei sensi e conduce le genti alla suprema luce della conoscenza.
Infatti la parola della legge e dei profeti, a guisa di stella, rettamente intesa, conduce a riconoscere il Verbo incarnato coloro che in virtù della grazia sono stati chiamati secondo il beneplacito divino.
Dio si fa perfetto uomo, non cambiando nulla di quanto è proprio della natura umana, tolto, si intende, il peccato, che del resto non le appartiene. Si fa uomo per provocare il dragone infernale avido e impaziente di divorare la sua preda, cioè l’umanità del Cristo. Cristo in effetti, gli dà in pasto la sua carne. Quella carne però doveva tramutarsi per il diavolo in veleno. La carne abbatteva totalmente il mostro con la potenza della divinità che in essa si celava. Per la natura umana, invece, sarebbe stata il rimedio, perché l’avrebbe riportata alla grazia originale con la forza della divinità in essa presente.
Come infatti il dragone, avendo istillato il suo veleno nell’albero della scienza, aveva rovinato il genere umano, facendoglielo gustare, così il medesimo, presumendo divorare la carne del Signore, fu rovinato e spodestato per la potenza della divinità che era in essa.
Ma il grande mistero dell’incarnazione divina rimane pur sempre un mistero. In effetti come può il Verbo, che con la sua persona è essenzialmente nella carne, essere al tempo stesso come persona ed essenzialmente tutto nel Padre? Così come può lo stesso Verbo, totalmente Dio per natura, diventare totalmente uomo per natura? E questo senza abdicare per niente né alla natura divina, per cui è Dio, né alla nostra, per cui è divenuto uomo?
Soltanto la fede arriva a questi misteri, essa che è la sostanza e la base di quelle cose che superano ogni comprensione della mente umana.

Romani 6,23 (questa non l’ho fatta io, però è bella, lo spagnolo si capisce credo)

Romani 6,23 (questa non l'ho fatta io, però è bella, lo spagnolo si capisce credo) dans A. UN PENSIERO DAI SALMI...PRIMA DELLA NOTTE wall025

http://www.siguiendosuspisadas.com.ar/tapices3.htm

Omelia su Gv 1, 1-18 (non è proprio sul vangelo di domani 5 gennaio, però mi piace)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/486.html

Omelia (05-01-2003) 
padre Lino Pedron
Commento su Giovanni 1,1-18

Il vangelo di Giovanni è la più acuta interpretazione dell’evento-Gesù, che gli ha fatto meritare il nome di « vangelo spirituale » (Eusebio). Il prologo, o introduzione, che oggi leggiamo, descrive, in forma poetica, l’opera di Gesù-Verbo e persona divina nell’ampio orizzonte biblico del piano della salvezza, che Dio ha tracciato per l’uomo.

Il prologo è il riassunto concentrato del contenuto del vangelo di Giovanni, che può essere paragonato al tema che viene dato all’inizio di un’opera musicale.

Giovanni colloca il Verbo in Dio, presentandone la preesistenza eterna, l’intimità di vita con il Padre e la sua natura divina. Il termine « Verbo » ha come sottofondo la letteratura sapienziale e il tema biblico della parola di Dio nell’Antico Testamento, dove sia la Sapienza che la Parola vengono presentate come « persona » legata a Dio e mandata da Dio nel mondo per orientarlo verso la vita. Il Verbo è forza che crea, rivelazione che illumina, persona che comunica la vita di Dio.

Il Verbo non solo è vicino al Padre, ma rivolto verso il Padre in atteggiamento di ascolto e di obbedienza. Giovanni afferma con chiarezza, fin dalle prime parole del suo vangelo, che nel Dio unico esiste una pluralità di persone.

Per l’uomo della Bibbia « la parola » è l’espressione più profonda e intima di una persona, e lo stesso Dio non sarebbe Dio se non comunicasse la sua Parola dal fondo del suo essere. Anche per l’evangelista Giovanni è così. Il Verbo è generato eternamente dal profondo del seno del Dio-Amore; egli è il volto del Padre, è l’uguaglianza nella diversità delle due persone che si amano e si comunicano. Con questi primi versetti Giovanni ci introduce nel mistero della rivelazione eterna di Cristo.

Dopo i primi due versetti introduttivi, Giovanni ci presenta il ruolo del Verbo nella creazione dell’universo e nella storia della salvezza: « Tutto accadde per mezzo di lui e senza di lui non accadde nulla (v. 3). Il Verbo spinge tutte le cose all’essere e alla salvezza in quanto esse partecipano alla comunione di vita con lui. Tutta la storia appartiene a lui. Tutte le cose sono opera del Figlio di Dio, di Gesù di Nazaret.

Ogni uomo è fatto per la luce ed è chiamato ad essere illuminato dal Verbo con la luce eterna di Dio, che è la vita stessa del Padre donata al Figlio. La luce di Cristo splende su ogni uomo che viene nel mondo e le tenebre lottano per eliminarla. Tuttavia l’ambiente del male, che si oppone alla luce di Dio e alla parola di Gesù-Verbo, non riesce ad avere il sopravvento e a vincere.

La luce venuta nel mondo è preceduta da un testimone, Giovanni il Battista, che ha la missione di parlare a favore della luce. Questo uomo mandato da Dio ha un compito ben definito nel piano della salvezza, e lo stesso suo nome « Giovanni » lo rivela: annunciare che « Dio è pieno di amore misericordioso » per tutta l’umanità.

Il ruolo del Battista è unico: « venne come testimone, per dare testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo suo » (v.7). Giovanni è il testimone di Gesù che riceve la testimonianza che il Padre dà al Figlio nel battesimo e che vede lo Spirito scendere e rimanere su Gesù (Gv 1,32-34). Egli è colui che conduce l’uomo alla fede in Gesù-Luce.

Gesù è la luce autentica e perfetta che appaga le aspirazioni umane; la sola che dà senso a tutte le altre luci che appaiono nella scena del mondo. Questa luce divina illumina ogni uomo che nasce in questo mondo. E’ la luce che si offre nell’intimo di ogni essere come presenza, stimolo e salvezza.

Gesù-Verbo, presente tra gli uomini con la sua venuta, è vicino ad ogni uomo. Benché fosse già nel mondo come creatore e come centro della storia, « il mondo non lo riconobbe » (v.10), cioè gli uomini non hanno creduto nel Verbo incarnato e nella sua missione di salvatore.

Al rifiuto del mondo, Giovanni ne aggiunge un altro ancora più grave: « E’ venuto tra la sua gente e i suoi non l’hanno accolto » (v.11). In altri termini: la Parola del Signore è venuta nel popolo ebraico, ma Israele l’ha respinta. E’ presente qui il lungo cammino dell’umanità che, nonostante il progetto di amore e di vita voluto da Dio, ha perso col peccato l’orientamento di tutto il suo essere e non ha riconosciuto il piano amoroso e salvifico di Dio.

Se il comportamento dell’umanità, e in particolare quello d’Israele, è stato di netto rifiuto di Gesù-Verbo, tuttavia, un gruppo di persone, un « resto di Israele », l’ha accolto e ha dato una risposta positiva al suo messaggio, stabilendo un nuovo rapporto con Dio: « A quanti l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio » (v.12). Solo coloro che accolgono il Verbo e credono nella sua persona divina diventano figli di Dio, perché sono nati da Dio e non da elementi umani.

Questo dono della figliolanza divina si accoglie credendo nel Cristo e approfondendo la nostra vita di fede in lui. Accogliere il Verbo significa « credere nel nome » di Gesù, ossia aderire pienamente alla sua persona, impegnare la propria vita al suo servizio.

Il versetto 14 è come la sintesi di tutto l’inno: si afferma solennemente l’incarnazione del Figlio di Dio. Il vangelo afferma che « il Verbo divenne carne », cioè che la Parola si è fatta uomo, nella sua fragilità e impotenza come ogni creatura, nascendo da una donna, Maria. E’ questo l’annuncio da credere per essere salvati: « Ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio » (1Gv 4,2-3).

L’espressione « e pose la sua tenda in mezzo a noi » sottolinea lo scopo dell’incarnazione: Dio dimora con il suo popolo stabilmente e per sempre (cfr Ap 7,15). La sua presenza è nella vita stessa dell’uomo e nella carne visibile di Gesù (cfr Gv 2,19-22).

I discepoli hanno contemplato nella fede il mistero di Gesù-Verbo, cioè la gloria che egli possiede come Unigenito venuto da presso il Padre (v.14). Gesù è la rivelazione di Dio, ma in un modo nascosto e umile. Nel vangelo di Giovanni la gloria del Signore è qualcosa di interiore che solo l’uomo di fede può comprendere. La « gloria » di Cristo è la verità del suo mistero: la rivelazione nell’uomo-Gesù del Figlio di Dio venuto da presso il Padre.

La « grazia della verità » (v.14) nel linguaggio biblico è il dono della rivelazione che Dio ha offerto all’uomo. La verità, in Giovanni, indica la rivelazione piena e perfetta della vita divina. Il Verbo incarnato è « pieno della verità », ossia è tutto quanto rivelazione. Gesù è « la verità » (Gv 14,6) ossia la rivelazione definitiva e totale. E questa verità è la « grazia » del Padre, il dono supremo che ci ha fatto il Padre.

Tutta la vita di Gesù è manifestazione di Dio, ma per l’evangelista il momento centrale in cui si manifesta la gloria di Dio un tutta la sua potenza è la croce: l’innalzamento di Gesù è la sua glorificazione. Può sembrare paradossale dire che la croce è la glorificazione, ma tutto diventa luminoso se pensiamo che Dio è amore (1Gv 4,8) e la sua manifestazione è dunque là dove appare l’Amore. E’ sulla croce che l’amore di Dio rifulge in tutta la sua penetrante luce e pienezza.

I credenti sono coloro che hanno ricevuto « dalla pienezza » ( v.16) di Gesù-Verbo il dono della rivelazione, che sostituisce ormai quella della legge antica. Ogni credente può attingere a piene mani da questa fonte di vita ed essere partecipe del dono della verità che è in Gesù. La vita di figlio di Dio entra nell’uomo mediante la fede. Il Figlio di Dio infatti si è fatto uomo per rendere tutti gli uomini partecipi della sua realtà di Figlio e introdurli nella vita di Dio.

« Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto una grazia al posto di un’altra grazia » (v.16). Quali sono le due grazie di cui si parla? Il v. 17 ci aiuta a comprenderne il senso. Le due grazie sono la legge di Mosè e quella di Cristo. Per Giovanni, la storia della salvezza abbraccia due momenti fondamentali: il dono della legge nella rivelazione provvisoria del Sinai e « la grazia della verità » nella rivelazione definitiva di Gesù. Le due tappe della rivelazione non sono in contrasto tra loro: Mosè è il rivelatore imperfetto della legge e il mediatore umano tra Dio e Israele, Gesù invece è il Rivelatore perfetto e definitivo della Parola e il Mediatore umano-divino tra il Padre e l’umanità.

Infine il versetto finale del prologo offre un’ulteriore spiegazione del perché Gesù è il compimento della legge di Mosè: perché Dio si rivela in Gesù. Solo il Figlio unigenito ha potuto rivelare il Padre perché nessuno ha mai visto Dio se non il Figlio unigenito che ce l’ha rivelato ( v.18).

Il « seno » del Padre nel linguaggio biblico è l’immagine tipica dell’amore e dell’intimità: tutta la vita di Gesù si svolse come vita filiale in un atteggiamento di ascolto e di obbedienza al Padre, in un rapporto di amore con il Padre e come manifestazione del Padre. 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 5 janvier, 2010 |Pas de commentaires »

Cardinale Joseph Ratzinger [Papa Benedetto XVI] : « Da Nàzaret può mai venire qualcosa di buono? »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100105

5 gennaio prima dell’Epifania : Jn 1,43-51
Meditazione del giorno
Cardinale Joseph Ratzinger [Papa Benedetto XVI]
Der Gott Jesu Christi

« Da Nàzaret può mai venire qualcosa di buono? »

      Nàzaret ci è tenuta nascosta dai pittori… Questo nome infatti evoca troppo il modo sentimentale con cui vi si trasforma la vita di Gesù in un idillio piccolo borghese, ingannevole per il fatto che attenua il mistero. Occorre cercare altrove l’origine della venerazione per la Santa Famiglia… A partire da Nàzaret si scopre che la casa e la famiglia sono una Chiesa e si assume la responsabilità sacerdotale del capo di famiglia. Nella «Galilea delle genti» (Mt 4,15) Gesù riceve un’educazione ebrea; pur senza andare a scuola, impara a conoscere la Scrittura a casa… Le magre allusioni di Luca bastano per darci un’idea dello spirito di responsabilità e d’apertura, di fervore e di rettitudine che caratterizzavano quella comunità e fecero di essa una realizzazione dell’Israele vero. Ma innanzi tutto noi riconosciamo nell’azione di Gesù, che conosce le Scritture e le tradizioni rabbiniche con la sicurezza di un maestro, quanto la vita comune condotta a Nàzaret sia stata fruttuosa per la sua esperienza. E forse questo non ci riguarda, noi, che viviamo in un’epoca in cui la maggior parte dei cristiani è costretta a vivere in mezzo a una «Galilea delle genti»?
      La grande Chiesa non può crescere né prosperare se è lasciata nell’ignoranza delle sue radici nascoste nell’ambiente di Nàzaret… Nàzaret è un messaggio permanente per la Chiesa. La Nuova Alleanza non ha avuto inizio nel Tempio, né sul Monte Santo, bensì nella piccola dimora della Vergine, nella casa del lavoratore, in un luogo dimenticato della «Galilea delle genti», dal quale nessuno si aspettava nulla di buono. Solo a partire da lì la Chiesa potrà ripartire e guarire. Non potrà mai dare una vera risposta alla rivolta del nostro secolo contro il potere della ricchezza se, nel suo stesso seno, Nàzaret non sarà una realtà vissuta.

Epifania

Epifania dans immagini sacre rois_mages

http://www.lexilogos.com/epiphanie.htm

Publié dans:immagini sacre |on 4 janvier, 2010 |Pas de commentaires »

La lettera agli Ebrei – Studio Biblico

dal sito:

http://www.parma.chiesavaldese.org/Documents/Ebrei_Pr_Pc.pdf

Studio biblico 2007-08

La lettera agli Ebrei

Parma – Piacenza

Bibliografia

LONG, Thomas G., Ebrei, Torino, Claudiana, 2005.

VOUGA, François, Teologia del Nuovo Testamento, Torino, Claudiana, 2007.

1. Introduzione generale

1. Introduzione al testo

Perché scegliere un testo come la lettera agli Ebrei? Innanzitutto perché è un testo biblico poco conosciuto, almeno nella tradizione protestante. Sulla scia dello studio di testi biblici come la lettera di Giacomo o il libro di Qohelet proseguiamo quest’anno con la lettura della lettera agli Ebrei, segno del nostro sforzo di incontrare testi meno noti. Questa lettura dovrebbe aiutarci a rinnovare la lettura dei testi più familiari e forse anche più famosi come i vangeli o le lettere autentiche di Paolo.

1.1 Struttura e contenuto della lettera agli Ebrei
La prima cosa da dire è che la lettera agli Ebrei non è una… lettera! Quando avevamo letto alcuni brani del libro dell’Apocalisse avevamo notato che il libro iniziava come una lettera ma in realtà l’insieme del testo non era una lettera. Invece qui abbiamo un titolo, ovviamente secondario, che indica il genere letterario “lettera”, ma il testo non è una lettera! Solo alla fine, precisamente al capitolo 13, 22-25, lo scritto si presenta come una lettera, esso assomiglia anche a una lettera di Paolo, ma questa fine è probabilmente tardiva e avrà influenzato il titolo del libro. Questa fine così simile ad alcune lettere paoline ha anche spinto diverse generazioni ad attribuire lo scritto all’apostolo Paolo. L’esegesi moderna ha dimostrato poi l’impossibilità storica, teologica ma soprattutto letteraria e linguistica di questo legame.
Per quanto riguarda la struttura e il contenuto possiamo dire che è un aspetto complesso della
lettera. Diverse proposte sono state fatte, ne ritengo per il momento una classica. La lettera si può dividere in tre parti principali:

1.
1,1 – 4,13: superiorità della rivelazione di Dio nel Figlio Gesù Cristo su qualsiasi altra rivelazione
2.
4,14 – 10,18: Gesù viene descritto come il sommo sacerdote perfetto
3. 10,19 – 13,22: parte della parenesi (esortazione)
Una delle caratteristiche più tipiche della lettera agli Ebrei è l’alternanza di paragrafi cristologici e di paragrafi parenetici. La parenesi, cioè l’esortazione, viene sempre presentata come conseguenza delle parti cristologiche. C’è un legame stretto tra l’una e l’altra, sembra dunque inutile chiedersi, come fanno alcuni commentatori, se l’accento porti sulla parenesi o sulla cristologia perché per l’autore sono collegate e indissociabili. Alcuni esegeti protestanti hanno proposto la struttura simmetrica seguente:

Prologo 1, 1-4 13, 20-25 Epilogo
I. Cristo primogenito 1, 5-2, 18 12, 14-13, 19 Primogeniti nei cieli V
IIa la fede di Gesù 3, 1-4, 14 12, 1-13 Perseveranza crist. IVb
IIb perseveranza di Gesù 4, 15-5, 10 11, 1-40 la fede degli anziani Iva
Esortazione 5, 11-6, 20 10, 19-39 Esortazione
IIIa ordine sacerd. di Melchis. 7, 1-28 10, 1-18 sacrificio unico IIIc

IIIb Compimento della salvezza
8,1 – 9,28

Abbiamo già detto che la lettera agli Ebrei non è formalmente una lettera. Si tratta piuttosto di
un’omelia, di un sermone nel senso latino della parola, ossia di un discorso. Questo discorso presenta una forte connotazione parenetica e cristologica. La lingua e lo stile dell’autore sono
i migliori di tutto il Nuovo Testamento.

1.2 Il problema dei destinatari
Di nuovo qui il titolo del libro è ingannevole: infatti, sembra che questo testo non si rivolga né
a ebrei, né a giudeocristiani ma piuttosto a pagano cristiani o a cristiani tout court, cioè a destinatari imprecisati. La lettera agli Ebrei potrebbe quindi essere inclusa nel gruppo delle lettere cattoliche, cioè queste lettere che si rivolgono alla chiesa cattolica, universale e non a
una comunità particolare. Ricordiamo che le cosiddette lettere cattoliche sono: Giacomo, Pietro 1 e 2 e Giuda. Da questo punto di vista Long pensa che la lettera sia chiaramente indirizzata a una comunità cristiana in crisi, a persone prese da dubbi, dalla stanchezza persino di Gesù! Un elemento colpisce molto alla lettura della lettera agli Ebrei: i riferimenti costanti all’Antico Testamento. Nello stesso tempo e paradossalmente la relazione tra pagani ed ebrei, o tra ebrei e cristiani non è un tema esplicito. C’è una discussione con la tradizione ebraica “biblica” (soprattutto, come vedremo, nell’antagonismo tra antica e nuova alleanza), ma questo discorso rimane teorico e letterario e non sembra collegato a una realtà concreta. Non ci sono elementi rilevanti per riuscire a capire chi sono i destinatari della lettera. Forse si tratta di una comunità fragile, o che rischia l’apostasia? O si tratta di combattere alcune false dottrine come in qualche lettera dell’apostolo Paolo? Il tutto rimane un mistero.

1.3 La questione dell’autore, la lingua
Ritroviamo lo stesso mistero per quanto riguarda la paternità letteraria della lettera agli Ebrei.
Il primo cristianesimo, nonostante la contestazione di Origene, attribuisce la lettera a Paolo e
di conseguenza il testo entra presto nel canone. Durante la Riforma Lutero e poi Calvino
hanno discusso la canonicità della lettera agli Ebrei. Molto serenamente possiamo dire oggi che lo stile e il contenuto teologico escludono la possibilità di fare risalire il testo a Paolo. Forse fin dall’inizio la lettera è stata concepita come uno scritto anonimo rivolto a lettori indeterminati.
Il greco della lettera è il migliore del Nuovo Testamento. L’autore usa parole ricercate. Un esegeta ha stabilito un paragone interessante. L’autore della lettera agli Ebrei usa in totale 4950 parole che rappresentano un vocabolario di 1038 parole; l’autore del vangelo di Giovanni usa 1011 parole per un testo più o meno tre volte più lungo del nostro. In conclusione possiamo dire che lo stile, il vocabolario, le espressioni e la matrice culturale della lettera agli Ebrei rispecchiano una certa erudizione di tipo ebraico ellenistico, comune ad Alessandria d’Egitto e conosciuta soprattutto tramite l’opera di Filone.

1.4 Data e luogo di redazione
Sembra che la lettera agli Ebrei sia stata citata e quindi conosciuta a Roma negli anni 90.  Anche se l’autore della lettera descrive pratiche cultuali del tempio di Gerusalemme, che quindi risalgono all’epoca precedente alla sua distruzione (70), egli non fa riferimento a eventi contemporanei ma si concentra su l’aspetto cultuale e non storico. Sembra anche che il testo risalga al periodo posteriore a quello apostolico. Gli specialisti parlano di una redazione intorno agli anni 80 del primo secolo d.C.
Il luogo di redazione potrebbe essere Roma (cf. 13, 24) ma un altro luogo può anche essere proposto come per esempio una città dell’Asia minore (cf. menzione di una persecuzione in 10,32). Comunque i criteri mancano per una risposta sicura.

1.5 Teologia della lettera agli Ebrei
Una delle caratteristiche della lettera consiste nel fatto che essa contiene forme tradizionali di
esegesi biblica ebraica che non si ritrovano altrove nel NT. Per esempio, Ebr 3, 7-4.10 è un midrash del Salmo 95, 7-11. Molti elementi avvicinano l’autore della lettera a Filone, anche se quest’ultimo non ha mai scritto teologia. La loro metodologia, il loro modo di pensare sono molto simili. La teologia della lettera è segnata dall’immagine del “popolo in cammino”, un po’ come se la nuova chiesa cristiana fosse il nuovo popolo di Dio. Questa immagine ha anche un significato escatologico: i pellegrini sono invitati a fidarsi del presente, che significa comunque un progresso e un superamento dell’alleanza antica. L’immagine del popolo in cammino introduce diversi concetti essenziali: la fede, il peccato, la caduta e la speranza. Da una parte la promessa è già compiuta poiché il popolo è in cammino, ma d’altra parte la meta non è stata raggiunta e il popolo deve ancora essere confortato e accompagnato. La speranza si concretizza nell’opera della salvezza, cioè nel sacrificio unico di Cristo che è il sommo sacerdote.
La tipologia molto curata del sacerdote e del sacrificio costituisce il tema cristologico centrale
della lettera. In questo quadro la figura di Melchisedec, re sacerdote di Salem (Gen 14, 1820),
gioca un ruolo decisivo, ruolo che possiamo ritrovare nell’ebraismo del tempo, a Qumran o nel movimento gnostico. Cristo è il sommo sacerdote nel modo di Melchisedec. Ma ciò che li contraddistingue è che il sacerdozio di Cristo non è limitato nel tempo ma dura per l’eternità; Cristo non ha bisogno di offrire un sacrificio per il proprio peccato perché egli è senza peccato; Cristo non offre più il sangue degli animali ma il suo; e infine Cristo non svolge il sacrificio diverse volte ma in una sola che vale per sempre.
La relazione tra la vecchia e la nuova alleanza è caratterizzata nello stesso modo. La nuova
sostituisce la vecchia superandola. Possiamo dire che la cristologia della lettera agli Ebrei è
determinata in maggior parte dalla soteriologia (salvezza). Al contrario della cristologia di
Paolo concentrata sulla risurrezione di Cristo, la cristologia della lettera agli Ebrei si concentra sull’elevazione. Inoltre vedremo che la problematica, centrale nella teologia di Paolo del legame tra legge e grazia, e tra legge e peccato, non appare mai nella lettera agli Ebrei.

2.1. Lettura di Ebrei 1, 1-4
Siamo di fronte a un bellissimo prologo. Per certi versi il testo assomiglia al prologo del vangelo di Giovanni. Si vede subito l’impostazione cristologica dell’autore ma nello stesso tempo il suo legame con la tradizione dei padri, la tradizione ebraica. In questi primi versetti possiamo anche vedere una risonanza con l’inno proto cristiano della lettera ai Filippesi (2, 511). Il testo inizia con la questione della Parola di Dio, trasmessa prima ai padri per mezzo dei profeti e poi, ultimamente, rivolta alla generazione contemporanea per mezzo del Figlio, Gesù Cristo. Il primo versetto indica due elementi riguardo al parlare di Dio: da una parte Dio ha parlato “molto volte”, cioè parla in maniera discontinua; la sua parola è spezzata. I momenti di parola alternano con momenti di silenzio. Il secondo elemento che riguarda il parlare di Dio è quello che dice “in molte maniere”, o in molti modi. Questa espressione indica la mediazione della Parola: per essere capita, la parola di Dio va mediata, trasmessa, spiegata, illuminata da profeti, inviati, messaggeri. In ultima analisi la Parola di Dio si farà addirittura vita umana nell’incarnazione. E allora questa parola diventerà radicalmente nuova. Sempre al versetto 2, possiamo sottolineare questa idea: sembra che Cristo sia il creatore dei mondi. Nella cristologia espressa dall’autore della lettera agli Ebrei, Gesù Cristo è davvero Dio, ne è la vera incarnazione. In un certo senso potremmo dire che il Figlio è il Padre, ne riveste tutti i ruoli, anche quello di creatore. Il versetto 3 riprende uno stile sapienziale, tipico dell’ebraismo ellenizzato dell’epoca. L’insistenza viene posta sull’elevazione di Cristo. Si tratta di una lettura particolare della risurrezione e dell’ascensione di Cristo. E’ molto importante questa elevazione di Cristo che va a sedersi proprio alla destra del Padre. Il versetto 4 prosegue: Cristo diventa più importante degli angeli, si trova a un livello gerarchico superiore. Con il versetto 4 si conclude questa dossologia (per certi versi molto simile all’inno di Filippesi 2). Il movimento dell’incarnazione, l’elevazione ma anche l’esaltazione di Cristo, sono elementi cristologici significativi. Nella lettera ai Filippesi gli specialisti parlano di movimento di “kenosi”, cioè di discesa e poi di risalita. Ritroviamo questo motivo qui, e sappiamo che l’intera struttura della lettera agli Ebrei segue questo schema: discesa dell’incarnazione nel mondo – sacrificio – salita, elevazione.

2.2. Lettura di Ebrei 1, 5-14
Questo brano è abbastanza difficile da capire ma nello stesso tempo illustra bene lo stile e il modo di articolare il pensiero dell’autore della lettera. Abbiamo qui un esempio di commento del testo biblico, o di uso del testo biblico (soprattutto i salmi) per elaborare il proprio ragionamento. Iniziamo con la lettura dei versetti da 5 a 14 del primo capitolo. E’ quasi un gioco retorico che inizia con la domanda dell’autore: “A quale degli angeli Dio ha mai detto?”, per indicare la superiorità di Cristo sugli angeli (vedi v. 4). In realtà la citazione dei salmi è quasi una presentazione di Gesù Cristo. Il primo capitolo si conclude con questo lungo confronto tra Cristo e gli angeli. Perché l’autore della lettera agli Ebrei impiega così tanta energia per questo confronto? Perché descrive Gesù con tante citazioni dei salmi? Si potrebbe pensare che l’autore risponda a un’eresia della sua epoca, cioè di una comunità che avrebbe adorato gli angeli anziché Gesù. Ma l’ipotesi va esclusa perché dopo questi versetti iniziali il tema degli angeli sparisce del tutto. Gli esegeti pensano piuttosto che questa insistenza sul confronto tra Cristo e gli angeli non sia dovuta tanto agli angeli quanto a Cristo! I primi cristiani, quelli cui si rivolge l’autore della lettera, non adoravano gli angeli ma forse davano troppo poco peso a Cristo. La debolezza apparente di Gesù, la sua sofferenza sulla croce ed altri racconti (comunque di seconda mano) erano troppo deprimenti per la seconda generazione di cristiani. Long dice che i credenti si sono stancati di questo Gesù debole, umiliato, morto sulla croce. L’autore della lettera agli Ebrei cerca di incoraggiarli e tutta la struttura del testo dimostra la cristologia elaborata: una kenosi di Gesù, per poi insistere sulla
sua elevazione nel cielo.


3. In cammino verso il cuore della lettera: letture varie
3.1. Ebrei 2, 1-18
La lettura prosegue: capitolo 2, v. 1-4. Passiamo dalla cristologia della fine del primo capitolo all’etica. Con questi versetti ci ritroviamo nel paradosso della lettera agli Ebrei, cioè in questo costante alternare tra etica e cristologia, tra la dottrina su Cristo e i richiami alla condotta retta del cristiano. Importanza della Parola annunciata, del giudizio di Dio al quale nessuno può
scappare. Versetti 5-9: citazione del salmo 8 che l’autore usa per affrontarlo in chiave cristologica. Ma Cristo è inferiore o superiore agli angeli? Ovviamente è superiore a loro in quanto Cristo ma è loro inferiore nel senso che egli è venuto a condividere la condizione umana. Si può leggere il salmo 8. La cosa sorprendente è che l’autore usi il salmo 8 non per meravigliarsi dell’altezza dell’umanità ma, in chiave di kenosi, dell’abbassamento di Cristo. C’è anche già un accenno al tema del sacrificio unico. Versetti 10-18: qual è la relazione tra la passione di Gesù e le sofferenze dell’umanità? In questo brano l’autore usa tre tipi di immagini: l’immagine dell’eroe, del liberatore (v. 14-15), del sommo sacerdote che diventerà l’immagine chiave di tutto il testo. Il v. 10 insiste sulla perfezione di Gesù, cioè sul fatto che Gesù abbia reso giustizia a suo Padre tramite la sua sofferenza e abbia nello stesso tempo giustificato il peccatore per sempre. I v. 11-18 riprendono tre citazioni bibliche che richiamano il Cristo glorioso, il Cristo sofferente e il Cristo trionfale. Il testo poi si ferma sul Gesù umano che ha partecipato alla nostra esistenza nella sofferenza e il sacrificio. In tutto il brano c’è una tensione tra Gesù umano e Gesù glorioso. L’autore sta elaborando una cristologia per i primi credenti, per quelli che non erano stati testimoni e ai quali bisognava spiegare l’identità divina di Gesù. Possiamo dire che ci troviamo, in questa lettera, agli inizi del dibattito cristologico dei primi secoli.

3.2. Ebrei 3, 1-6
L’argomento: Cristo superiore a Mosè. Prosegue il tentativo dell’autore della lettera di dare una definizione di Cristo. Il primo testimone della fede al quale Cristo viene paragonato è Mosè. Il paragone si conclude con la prevedibile superiorità di Gesù e l’immagine scelta per illustrare il paragone è quella della casa. E’ più importante quello che costruisce la casa della casa stessa. Gesù è, come il Padre, il costruttore mentre Mosè, come tutti i credenti, è la casa. Dietro questa immagine della casa si può anche vedere la chiesa… (ma non sono convinta di questa interpretazione!).

3.3. Ebrei 4, 14-5, 10
Dopo aver definito Cristo come superiore agli angeli (1, 4-2, 18) e anche a Mosè, l’autore della lettera si concentra adesso su una definizione propria di Cristo e usa l’immagine e la figura del sommo sacerdote. Il sommo sacerdote nella religione ebraica è la figura più alta della gerarchia sacerdotale che si costituisce a Gerusalemme dopo la ricostruzione del Tempio (dal 515 a.C. in poi). La sua entrata in funzione è l’oggetto di una festa che dura sette giorni. Il sommo sacerdote riceve gli strumenti del suo ministero come pure l’unzione (= re d’Israele). Di solito il sommo sacerdote fa parte della famiglia di Aaronne e dei suoi discendenti, non può essere un semplice levita. C’è una casta sacerdotale chiusa a Gerusalemme. Il sommo sacerdote, come gli altri sacerdoti del Tempio, porta vestiti speciali e deve svolgere tutte le funzioni religiose (sabato e feste) e i riti di purificazione. Un’altra funzione importante è quella delle offerte e dei sacrifici (animali). Il principale sacrificio si chiama sacrificio costante (tamid): due agnelli puri vengono offerti quotidianamente (uno la mattina, uno la sera). Sono gli olocausti. Il sommo sacerdote svolge anche il sacrificio dei sacrifici il giorno del perdono (yom kippur): è l’unico a poter penetrare nella parte più santa del Tempio di Gerusalemme e questo avviene solo una volta all’anno. Nel giorno di kippur, il sommo sacerdote entra nel santissimo e sacrifica un animale il cui sangue serve di espiazione per i peccati di tutti. Riprenderemo più avanti il significato della figura di Melchisedec. Ciò che possiamo dire è che, in questo brano, Gesù Cristo viene paragonato alla figura del sommo sacerdote, anzi il titolo gli viene attribuito ma con un significato nuovo, cioè Cristo come sommo sacerdote ultimo e unico (colui che ha svolto un solo sacrificio, il suo). Anche qui vediamo l’opposizione tra il vecchio, il passato, l’antico patto e il nuovo, il futuro, il nuovo (secondo) patto. I brani dell’Antico Testamento che hanno a che vedere con il sommo sacerdote, o con l’ordine dei sacerdoti in generale o con le leggi di culto si trovano in Esodo cap. 28 e 29 e in Levitico cap. 8 e 16.

Il mistero della figura di Melchisedec, un legame con Qumran?
E’ interessante notare che l’ordine di Melchisedec non significa molto oltre al riferimento a Genesi 14, 18. Non sembra che Melchisedec fondi un ordine; nello stesso tempo è il primo sacerdote citato nella Bibbia, cade un po’ dal nulla, non ha ascendenza né discendenza, ma sembra comunque grande e importante. Per certi versi, questa sua unicità e originalità lo accomunano con Gesù. A questo proposito possiamo aggiungere che tra i manoscritti ritrovati a Qumran (11 rotoli) c’è una specie di targum (traduzione, interpretazione) che riguarda la figura di Melchisedec (11QMelch). Melchisedec vi viene dipinto come una figura messianica assai simile a Gesù. E’ difficile dire se l’autore della lettera agli Ebrei fosse un familiare della comunità di Qumran o se egli conoscesse i suoi scritti, ma in ogni caso vediamo che nell’ambito dell’ebraismo del I secolo d.C. la figura di Melchisedec ha avuto una sua rilevanza.

Il cuore del testo: Ebrei 7, 1-10, 18
4. Ebrei 7, 1-8, 13
In tutta questa sezione centrale (7, 1-10, 18) l’autore della lettera agli Ebrei si concentra su
un’immagine particolare e oppone antico e nuovo patto. Di nuovo qui, all’inizio del capitolo 7, ritroviamo la figura misteriosa di Melchisedec, malak tsedek, re di giustizia e nello stesso tempo, re di Salem (cf. Gen 14, 18), cioè re di pace. Il punto che accomuna forse di più il sommo sacerdote Melchisedec e Gesù è il fatto di essere senza genealogia (Ebr 7, 3) e anche “immortale” (cf. v. 8 “uno di cui si attesta che vive”). Invece in questa presentazione Abraamo è presentato come inferiore al sommo sacerdote Melchisedec. La stirpe di Abraamo, pur estremamente importante per la storia di Israele, rappresenta nello stesso tempo la discendenza e quindi la mortalità di questa successione, come del resto accade per la stirpe di Levi (confronto interno tra Melchisedec e i leviti una delle dodici tribù d’Israele, sacerdoti al posto dei primogeniti, …). La figura del sommo sacerdote Melchisedec, figura messianica dal sacerdozio puro ed eterno, viene usata da alcuni altri scritti, non canonici, ma che risalgono alla tradizione cristiana e ebraica (Filone, Giuseppe Flavio). Ma comunque all’interno del canone delle Scritture, l’autore della lettera agli Ebrei è l’unico a sviluppare una cristologia sacerdotale.
La seconda parte del capitolo 7 (11-28) riprende la questione della perfezione di Gesù Cristo come sommo sacerdote, il superamento della legge e l’avvento della potenza di “una vita indistruttibile” (v. 16). Importanza della speranza.

Un breve excursus sul significato della speranza nella lettera. E’ un tema molto legato a quello del patto e alla comprensione cristologica dell’autore. In Ebr 7, 19 troviamo scritto: “… ma vi è altresì l’introduzione di una migliore speranza, mediante la quale ci accostiamo a Dio”. Per il teologo François Vouga, la speranza viene in una maniera specifica, che contraddistingue Ebrei e la teologia di Paolo (per es. Romani 8). Nella nostra lettera la speranza indica non tanto la speranza in senso assoluto quanto come il suo “oggetto, ossia i benefici della salvezza promessi alla fede nell’adempimento finale” (Vouga, p. 198). La speranza non è una convinzione soggettiva ma l’offerta di una prospettiva di salvezza (data dalla promessa e dal giuramento fatto da Dio ad Abraamo (cap. 6). La speranza, nella teologia della lettera agli Ebrei, non si fonda sulla fedeltà del soggetto a una verità rivelata, ma sulla fedeltà di colui che ha fatto le promesse (Dio stesso). “In qesta linea di fedeltà a un adempimento futuro, la lettera agli Ebrei vede i patriarchi, Mosè e i profeti come gli eroi della fede. (…) Sono modelli della fede.” Tutto questo discorso sulla speranza è direttamente collegato alla definizione che la lettera agli Ebrei dà alla fede (Ebr 11, 1). La fede è la condizione per ottenere la pace escatologica, è la visione del mondo e per questa ragione è anche la conoscenza su cui si basa la speranza. Ma nonostante la fede e la speranza dei padri antichi (per l’autore della lettera agli Ebrei essi appartengono al passato), questi ultimi non hanno ottenuto i frutti della salvezza perché non sono vissuti abbastanza a lungo per vedere il nuovo patto, il salvatore veritiero, Cristo, che invece è offerto alla generazione presente. Questo dovrebbe essere un motivo di incoraggiamento per la generazione forse un po’ titubante alla quale si rivolge l’autore della lettera agli Ebrei. Tutto questo passo si concentra sull’idea dell’autore che “Gesù è divenuto garante di un patto migliore del primo” (v. 22). La legge viene anche confrontata alla “parola del giuramento” (v. 28). Nella polemica con i leviti spunta forse anche un’accusa contro un certo legalismo/ritualismo, in favore dell’incredibile novità di Gesù Cristo che distrugge tutti i ritualismi. Un altro tema che viene affrontato in questi versetti è quello del superamento dei sacrifici (v. 26-27) che si iscrive nell’economia generale della lettera. Si veda lo schema di François Vouga (op. cit. p. 105-107 e p. 472): . ..Gesù è il Figlio di Dio, superiore agli angeli (Ebr 1,1-2,18) …egli porta agli esseri umani il riposo della promessa (Ebr 3,1-4,13) …egli è il sommo sacerdote fedele e misericordioso (Ebr 4,14-5,10). A questo, dice sempre Vouga, il discorso passa dai temi elementari e dai dati fondamentali della fede cristiana all’insegnamento per i perfetti (Ebr 5,11-6,20).  Gesù è sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec …in quanto sommo sacerdote celeste e unico è il mediatore del nuovo patto (Ebr 9,15 che apre ai credenti l’accesso al mondo del Padre (Ebr 7,1-10,18). Per Vouga, l’autore dell’epistola agli Ebrei non contrappone due culti: uno dell’antico patto e uno del nuovo ma cerca il senso autentico delle disposizioni veterotestamentarie. Tuttavia, secondo Vouga, il punto di partenza dell’autore della lettera è il testo biblico dei LXX (Bibbia della diaspora ebraica, traduzione in greco della Bibbia ebraica), usato dagli ebrei della diaspora che hanno riconosciuto in Cristo il Messia. Vouga insiste molto sul fatto che l’autore della lettera agli Ebrei non presuppone una pratica ebraica o un legame diretto con la religione ebraica ma la conoscenza della Bibbia ebraica tradotta in greco. Perciò Vouga dice che il punto di partenza è il testo biblico e che quindi il lavoro dell’autore è un vero lavoro di esegesi e di omiletica e non una difesa di una pratica rituale. Vouga sottolinea lo sforzo di interpretazione e di esegesi allegorica dell’autore che rispecchia perfettamente il modo di lavorare sui testi delle scuole filosofiche ellenistiche (neoplatonici, stoici) dell’epoca e del giudaismo ellenistico. Le conseguenze di questa lettura allegorica del testo biblico sono due: da una parte la dimensione temporale sparisce per lasciare il posto a una dimensione “ideale” e atemporale introdotta dalla morte e dalla risurrezione di Gesù. Siamo in presenza di un superamento del tempo storico. Il Tempio diventa Tempio dello Spirito per l’eternità e non necessita più la fisicità e la presenza concreta a Gerusalemme (elemento che parla a favore di uno scritto posteriore alla distruzione del Tempio). La seconda conseguenza di questa lettura allegorica dei testi biblici è un’interpretazione radicalmente antisacrificale della morte di Gesù: il nuovo patto è sancito una volta per tutte, in modo definitivo o perfetto, e così è la proclamazione della fine del primo patto, ormai concluso, che era quello dei riti sacrificali (Ebr 8,13). Vouga riassume la lettera agli Ebrei: “il Figlio è il Mosè celeste che conduce gli uomini suoi fratelli verso il riposo promesso ed è il sommo sacerdote celeste che conduce i credenti dalla terra abitata verso la presenza celeste di Dio. (…) I temi veterotestamentarii dell’entrata nella terra promessa e della purificazione mediante il sacrificio per la festa del gran perdono sono riletti allegoricamente in modo tale che il “sangue” di Gesù, ossia la sua morte e il suo innalzamento presso il Padre, vengono intesi come l’attraversamento di un velo la cui funzione è di separare l’ambito della creazione dal mondo divino. Pertanto la salvezza consiste appunto in quell’attraversamento del velo; esso, infatti, dischiude la possibilità dell’incontro e della comunione perfetta con Dio (op. cit. p. 106-7). Il capitolo 8 prosegue con la presentazione di Cristo come sommo sacerdote perfetto. Cristo viene presentato come il mediatore (v. 6). Poi l’autore cita un passo molto noto del libro del profeta Geremia che affronta il tema dell’antico patto e della sua sostituzione con il nuovo. Ritroviamo qui la metodologia dell’autore che parte proprio da un’interpretazione della Scrittura nel senso della venuta di Cristo e la usa come prova irrefutabile della verità. La parte centrale della lettera (8,1-9,28) è iniziata: essa parla della salvezza di Cristo, un sacrificio unico ma le cui categorie sacrificali vengono rielaborate dall’autore in modo antisacrificale.

5. Ebrei 9, 1-28
Si può anche leggere Esodo 40,17-33 per la costruzione del tabernacolo e Esodo 24,3-8 per il
paragone con il sacrificio di Mosè. Nei primi versetti di questo capitolo si conferma l’immagine centrale della cortina del Tempio/tabernacolo che Gesù attraversa una volta per tutte. In questo brano viene anche richiamato il sacrificio di yom kippur per il perdono dei peccati (il sommo sacerdote entra nella parte dietro la seconda cortina, nel santissimo, e compie il sacrificio, una volta all’anno). Per quanto riguarda l’immagine della cortina, Vouga vi vede un elemento fondamentale della cristologia dell’autore della lettera. Scrive (p. 267): “Ciò che caratterizza il sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec, e che lo distingue dai sacerdoti levitici del primo patto, sta nel fatto che la funzione del sommo sacerdote del nuovo patto non è quella di offrire un nuovo sacrificio, bensì quella di attraversare il santuario celeste, di aprire e di far passare i credenti fedeli attraverso la cortina che li separa da Dio”. Il testo prosegue e descrive l’unico sacrificio di Gesù Cristo (v. 11ss). Il sangue di Cristo non è visto come il sangue del sacrificio rituale ma come la redenzione per tutto il popolo credente (cf. ruolo fondamentale dello Spirito eterno). Nei versetti 15ss l’autore prosegue il suo discorso e la sua descrizione del sacrificio di Cristo. Il tema del testamento/patto viene collegato in modo particolare con la morte e con il sangue della morte. Una morte imperfetta nell’antico patto perché il sangue è quello di animali, invece nel nuovo patto, Cristo sacrifica se stesso, versa il proprio sangue per la redenzione di tutti, il suo sacrificio unico è anche perfetto. I versetti 23ss presentano le realtà celesti confrontate alle realtà di questo mondo. Qui la lettura ideale/celeste di cui si è parlato è molto evidente. Tutta l’interpretazione della Scrittura
compiuta dall’autore della lettera agli Ebrei si articola intorno a questa lettura allegorica e ideale del testo della legge. Il versetto 28 ricorda anche la speranza cristiana del ritorno di Cristo. Non è solo morto e risorto per la nostra redenzione ma tornerà per la salvezza definitiva. La prospettiva escatologica è molto chiara e sembra assolutamente evidente all’autore. La logica per gli esseri umani implica la morte seguita dal giudizio. Per Cristo, che è senza peccato, la morte significa già la redenzione, seguita non da un giudizio (Cristo è senza peccato) ma da un ritorno per la salvezza. Mi sembra che questa prospettiva escatologica originale andrebbe ripresa, forse anche all’interno della liturgia (per esempio durante il tempo di Avvento).

6. Ebrei 10, 1-18
Nei versetti 1-4 viene sottolineata l’inutilità dei sacrifici (dopo essere servito, il sacrificio è stato immediatamente abolito). L’assurdità del sacrificio viene messa in luce dall’insistenza sulla vanità di versare il sangue di animali. E’ forse anche una condanna implicita alla violenza del sacrificare in generale. Il testo prosegue con il richiamo del libro di Geremia per spiegare l’offerta del corpo (non solo il sangue, interessante lo “spostamento”) come compimento della volontà di Dio. I versetti seguenti (11-18) denunciano in modo chiaro e forte gli eccessi e l’inutilità della religione come pratica di riti, sacrifici, legalismo. Sembra quasi di leggere una pesante condanna protestante della messa cattolica!

Una protesta contro il ritualismo?
La lettera comprende elementi critici rispetto alle prassi religiose ebraiche. L’inizio del capitolo 10 ne fornisce un esempio. La critica rimane ma comporta un significato diverso se la lettera agli Ebrei è stata scritta prima del 70 o dopo (70 = distruzione del Tempio di Gerusalemme che non sarà mai ricostruito). Il versetto 1 tende a fare pensare che la lettera risale a prima del 70: l’autore osserva il fenomeno del sacrificio in tutta la sua ritualità e regolarità (il verbo è al presente, tutti possono osservare la stessa cosa dell’autore). Ma nello stesso tempo altri indizi fanno piuttosto pensare che la lettera sia stata scritta intorno all’anno 100, quindi la prospettiva critica dell’autore non ha più lo stesso significato. a) se la lettera è stata scritta prima del 70, la critica alle prassi rituali può essere interpretata come un tentativo di riformare l’ebraismo del I secolo, riconoscendo pienamente Gesù come il Messia, venuto a riscattare i peccati abolendo la legge mosaica. b) se la lettera è stata scritta dopo il 70 la critica alle prassi rituali non è più tanto una critica quanto un invito a vivere la celebrazione religiosa (ebraica) in un altro modo, più flessibile, più semplice, un modo che corrisponda pienamente alle nuove esigenze dopo la distruzione del Tempio. Gli elementi che colpiscono di più sono l’assenza della risurrezione ma l’insistenza sulla morte, sulla redenzione e soprattutto sull’ascensione/elevazione di Cristo. L’immagine e la realtà della croce e della tomba vuota non vengono neanche accennati. La teologia non è per niente una teologia della croce (Paolo, Lutero), né una teologia della gloria, ma una teologia del sacrificio ultimo e unico, dell’elevazione e della promessa del ritorno. Nella lettera agli Ebrei, la figura del Gesù “storico” ha poca risonanza, Gesù è Cristo, figlio di Dio, morto, alzato, colui che tornerà. La morte e l’innalzamento di Gesù vanno compresi come un passaggio attraverso la cortina del Tempio, dal terreno degli esseri umani a quello di Dio. Mediante tale passaggio, il sommo sacerdote salva se stesso e salva i suoi (Vouga). Importanza della metafora del Tempio terrestre come immagine del Tempio celeste (8,1-5/9, 11-12.23) e di quella del cosmo come Tempio (6,19-20/9,24/10,19-20). Per l’autore della lettera, ciò che sta davanti alla cortina del Tempio è il mondo terrestre, accessibile agli esseri umani; invece tutto ciò che sta dietro (santissimo) è il mondo celeste, quello della presenza di Dio e del riposo escatologico (cf. cap. 3-4). E Gesù Cristo, con la sua morte e il suo sacrificio, conduce i credenti dall’una all’altra parte della cortina. Il secondo elemento che abbiamo già incontrato più volte è quello dello Spirito Santo che qui sembra giocare un ruolo importante e che sostituisce il mediatore Gesù. Cristo è mediatore tra gli esseri umani e Dio mentre deve ancora compiere il suo sacrificio; dopo la sua morte, il mediatore è lo Spirito santo (cf. Giovanni 14,15ss).

7. La seconda parte (esortazioni) e la fine della lettera
7.1. Ebrei 10, 19-39
A partire dal versetto 19 del capitolo 10 l’autore della lettera agli Ebrei ritorna ai credenti. Ha concluso la parte centrale cristologica, ha presentato un ritratto e una visione precisa di chi è
Cristo, adesso i credenti devono fare la loro parte. Questi versetti si rivolgono proprio ai membri delle prime comunità cristiane. L’autore sottolinea l’importanza del culto, ma un culto semplice al quale è stata tolta la pesantezza della ritualità, della gerarchia, del sacrificio “sempre da rifare”. Insomma l’autore della lettera difende una visione cultuale cristiana, anche se probabilmente la sua visione era quella di un ebreo che ha accettato la predicazione e il sacrificio di Gesù ma non considera di appartenere a una nuova religione. Il discorso cambia un po’ dopo il versetto 25. Il tema è quello del rischio dell’apostasia e l’appello alla costanza e alla perseveranza perché comunque il tempo del ritorno e della salvezza è vicino. L’autore incoraggia i fedeli a non rinunciare alla loro fede, anche in situazioni di pressione o di minacce. La prospettiva in questo brano è molto simile a quella della lettera di Giacomo. Ultima osservazione: ai versetti 37-38 l’autore della lettera agli Ebrei usa la citazione del libro di Abacuq che usa anche Paolo nel primo capitolo della lettera ai Romani (1, 17), quando l’apostolo inizia la sua dimostrazione riguardo alla giustificazione per fede. Il capitolo 11 descrive una storia dei testimoni fedeli (ritorna l’espressione “per fede”) dell’antico patto. L’autore li presenta come veri testimoni della fede ma purtroppo essi non hanno visto il nuovo patto e la promessa legatavi. Questo è anche un modo per attirare l’attenzione dei credenti sull’incredibile privilegio loro: essi sono in grado di vedere e di vivere la promessa e la speranza. Non c’è nessuna scusa per allontanarsene.

7.2. Ebrei 12, 1- 13
Il capitolo inizia con l’immagine dell’atleta che usa anche Paolo (1 Co 9). Gesù viene presentato come quello che ha sofferto e resistito e quindi anche come un modello per tutti i cristiani stanchi, scoraggiati, forse perseguitati. In un secondo tempo l’autore della lettera agli Ebrei riprende l’immagine di Dio come Padre supremo, cioè come quello che deve correggere, rimettere sulla strada giusta, instancabilmente. Potremmo chiederci se questo linguaggio altamente simbolico e moralizzante vale ancora per oggi. La stessa immagine del padre, fino a che punto possiamo ancora usarla in un senso così classico e scontato di un padre che ama ma corregge, cura ma rimprovera, quando sappiamo che molti ragazzi crescono senza padre (o madre, o figure genitoriali di riferimento)?

7.3. Ebrei 13, 1-25
L’ultimo brano sul quale ci fermiamo è l’ultimo capitolo della lettera e si divide in due parti: i
versetti 1-21 formano la prima parte, i versetti 22-25 la seconda. Questo ultimo capitolo inizia con un serie di raccomandazioni: l’ospitalità, la cura dei carcerati, il matrimonio. Dal versetto 7 in poi appare il discorso sulla leadership delle comunità, sull’ortodossia e l’eresia, sui veri e i falsi predicatori del vangelo (temi simili a quelli di Paolo e comuni a tutte le prime comunità cristiane). I versetti 11 a 16 affrontano di nuovo il tema del sacrificio di Cristo con un paragone con gli animali sacrificati nel Tempio di Gerusalemme, il cui sangue veniva bevuto nel Tempio ma la cui carne veniva bruciata fuori dell’accampamento. L’autore della lettera usa questa immagine per evocare la morte di Gesù sul Golgota, cioè fuori dalla città di Gerusalemme. La città che i cristiani aspettano non è comunque Gerusalemme, ma una città futura (discorso escatologico).

Il testo si conclude con uno stile epistolare che aveva perso durante gli altri capitoli. La menzione dell’Italia potrebbe far pensare o che l’autore della lettera si trovi in Italia, o che egli abbia legami stretti con la comunità presente in Italia (o entrambi).

Past. Janique Perrin, 21 novembre 2007.

Omelia su Giovanni 1,35-42

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/485.html

Omelia (04-01-2003) 
padre Lino Pedron
Commento su Giovanni 1,35-42

Chi legge il vangelo di Giovanni rimane colpito fin dall’inizio dal mistero della persona di Gesù e della sua grande umanità, che colma e soddisfa le aspirazioni fondamentali dell’uomo. Gesù, come ogni uomo, è conoscibile soprattutto dalle relazioni che si instaurano con lui e dal rapporto che egli ha con la singola persona.

Il brano di oggi mette in luce il rapporto tra Gesù e i primi discepoli. Il testo presenta il fatto storico della loro chiamata e il messaggio teologico sulla fede che porta a seguire Gesù.

Giovanni vuole offrire ai suoi lettori i tratti caratteristici dell’essere discepolo, cioè la fede come esperienza vissuta nell’incontro e nell’adesione alla persona del Cristo. Gesù è il Rivelatore che il discepolo accoglie nella fede (cfr Gv 1,12; 20,29-31).

Il Battista vede Gesù che cammina e, penetrando nell’intimo del cuore del Signore, lo indica ai suoi. La sua missione di precursore sta ormai per finire. Quando arriva lo sposo, l’amico delle sposo si deve ritirare (cfr Gv 3,29-30). Il passaggio di Gesù indica al Battista che per lui è arrivata l’ora di fermarsi per lasciare il posto al Cristo.

I due discepoli del Battista diventano discepoli di Gesù e si assumono anch’essi il compito di rendergli testimonianza, camminando dietro a lui. Essi rappresentano il passaggio dall’epoca dell’Antico Testamento, che ha il suo vertice e compimento nel Battista, al Nuovo Testamento, dove il regno di Dio arriva con Gesù.

Le prime parole che Gesù pronuncia nel vangelo di Giovanni sono la prima e fondamentale domanda che è rivolta ad ogni uomo che intenda seguire il Cristo: « Che cercate? » (v.38; cfr 18,4; 20,15). Sono un invito per il discepolo a chiarire a se stesso che cosa cerca realmente nella vita.

Con questa semplice domanda, Gesù scava nel cuore degli uomini, fa appello ai loro profondi desideri e fa emergere i loro pensieri più veri. Gesù bisogna cercarlo, perché egli si concede solo a chi lo cerca impegnando tutto se stesso.

Il venire a Gesù, il vedere dove sta per rimanere con lui sono espressioni che contengono l’invito a fare una diretta esperienza personale con lui e descrivono un vero cammino di fede. E’ essenziale sapere dove Gesù « vive », perché là dove Gesù è a casa sua, anche il discepolo troverà la propria dimora. Il « luogo » dove sta Gesù è il Padre (cfr Gv 1,18; 12,45; 14,3-9; 17,6-11).

Anche il discepolo deve collocarsi a partire da questo luogo (cfr Gv 12,26); deve « dimorare » presso Gesù. L’uso del verbo « dimorare » nel vangelo di Giovanni indica la condizione essenziale per entrare gradualmente nel mistero di Cristo. L’incontro dei primi discepoli con Gesù è decisivo e avvia una presenza durevole, indicata dall’ora decima, che è « l’ora perfetta della storia del mondo » (cfr Filone, Vita di Mosè 1,96), l’ora del compimento, in cui si conclude la ricerca dei discepoli: l’incontro con Gesù.

I discepoli ora seguono Gesù non per impulso di altri, ma perché affascinati da un’esperienza personale. Da questo momento, essi incominciano a chiamare altri a seguirlo. Il loro annuncio è la comunicazione di una certezza: Gesù è il Messia. Ogni chiamata riproduce sempre il loro itinerario spirituale di vita: annuncio, conoscenza ed esperienza diretta di Gesù. Così Andrea si fa guida del fratello Simone verso Gesù. Egli, prima testimonia la sua fede, comunicando l’esperienza avuta con il Messia, poi stimola il fratello a vivere in prima persona l’esperienza che lui ha vissuto.

Lo sguardo con cui il Maestro accoglie Simone è così profondo che basta a capovolgerne la vita. Simone riceve il nome di Pietro dalla « Pietra spirituale » che è Cristo (cfr 1Cor 10,4). 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 3 janvier, 2010 |Pas de commentaires »
1...1718192021

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01