Archive pour janvier, 2010

di Mons. Gianfranco Ravasi : I. La Parabola anticotestamentaria dell’insegnare

dal sito:

http://www.stpauls.it/studi/maestro/italiano/ravasi/itarav02.htm

IL MAESTRO NELLA BIBBIA

Atti del Seminario internazionale
su « Gesù, il Maestro »
(Ariccia, 14-24 ottobre 1996)

di Mons. Gianfranco Ravasi

I. La Parabola anticotestamentaria dell’insegnare

Parliamo di « parabola » perché si tratta di descrivere una specie di percorso, che comprende due tappe:

1ª Primato della teofania, cioè il Signore che è Maestro;
2ª L’uomo che a sua volta diventa maestro, dopo avere ascoltato Dio Maestro. (torna al sommario)
1. Primato della teofania

In assoluto, il punto di partenza è sempre la grazia. In principio c’è l’epifania di Dio. In principio c’è la Parola divina che infrange il silenzio del nulla e dell’ignoranza dell’uomo. «Dio disse: « Sia la luce ». E la luce fu». All’inizio c’è questa Parola, radicale e fondamentale, senza la quale ci sarebbe il vuoto, il nulla. Nessuna altra parola risuonerebbe. All’inizio c’è questa presenza assoluta dell’unico Signore e Maestro che è Dio.

San Paolo (in Rm 10,20) si sorprende per una bellissima frase di Isaia: «Il profeta osa dire: Io, il Signore, mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano». L’uomo se ne va per le sue strade, se ne andrebbe all’infinito lontano, se a un crocevia non si presentasse l’epifania di Dio, la sua Parola. In principio quindi c’è la Sapienza di Dio. Nella Genesi (1,3) c’è proprio questa frase: «Dio disse». O nel Nuovo Testamento: «En archè èn ho logos, in principio c’era la Parola (per eccellenza)», la grande teofania iniziale, senza la quale non c’è nessun insegnamento. Senza la grazia non esiste la parola nostra; senza la Parola di Dio non esistono le nostre parole. (torna al sommario)

I (tre) luoghi della teofania.

Dove e come si manifesta Dio? Ricordiamo tre luoghi nei quali si offre la « lezione » di Dio, la prima « lezione » assoluta.

1º. La Parola o lezione di Dio si manifesta innanzitutto nella Torah (nome derivato da una radice ebraica, jrh, che significa « insegnare »). È l’insegnamento per eccellenza, la « dottrina » per eccellenza di Dio. Perciò noi dobbiamo ascoltare la prima lezione divina attraverso l’ascolto della Legge. Tutto il Salmo 119 (118 della Volgata) è un inno grandioso, monumentale alla Parola di Dio più che alla Legge (Torah). Pascal lo recitava tutte le mattine; una volta, almeno nel breviario del rito ambrosiano, lo si recitava tutti i giorni, tutto intero, durante le ore della giornata. È una lode continua, una specie di moto perpetuo: non soltanto la costruzione è in 22 strofe, con un gioco alfabetico, ma ogni versetto deve avere almeno una delle otto parole con cui si definisce la Parola di Dio. Ebbene, questo canto continuo della Parola di Dio è la celebrazione della prima, fondamentale lezione che dobbiamo ascoltare, una lezione di vita, (è anche legge), non solo una lezione di conoscenza del mistero di Dio.

Nel Salmo 25 (versetti 4, 5, 8, 9, 10 e 12) continuamente si chiede a Dio che, rivelandoci la sua Parola, ci indichi la via. «Io sono la via, la verità e la vita», dirà Cristo. Con un piccolo particolare: in ebraico, il termine via, derek, ha alla base probabilmente una radice di origine cananea che significa la vigoria sessuale, l’energia vitale. Allora, dire: «Io sono la via e la vita» si può quasi esprimere con una parola sola: «Io sono la via». Indicare la via vuol dire anche indicare la via della vita. D’altronde, la via in tutte le culture è un grande simbolo della esistenza stessa. In questo senso la celebrazione della via che la Torah ci offre è la celebrazione, come dice il Salmo 119, della lampada che illumina i passi della nostra esistenza (v. 105).

Ancora, nel Salmo 143,10 chiediamo: «Insegnami (è il verbo del maestro, rivolto a Dio!), insegnami a compiere il tuo volere, perché tu sei il mio Dio. Il tuo spirito buono mi guidi in terra piana». Troviamo qui le due immagini, le due componenti: «Insegnami il tuo volere», la tua volontà, non solo il tuo mistero, ma un mistero efficace, che agisce in me. E poi mi guiderai «sulla terra piana», nel sentiero dell’esistenza.

2º. L’epifania del Signore-Maestro si presenta nelle sue opere salvifiche, nelle sue azioni di salvezza, come leggiamo nel Salmo 103 (versetto 7): «Ha rivelato a Mosè le sue vie, ai figli d’Israele le sue opere». Per la legge del parallelismo, qui vengono descritte non più « la mia via », ma « le vie di Dio ». E qual è la via di Dio? Sono le sue opere, le sue opere di salvezza, inserite nell’interno della storia. La Bibbia è la storia di Dio ed è la celebrazione del Dio della storia, la Bibbia è una storia della salvezza.

Di qui alcune conseguenze di questa tesi fondamentale. Gli Ebrei hanno chiamato lungamente Mosè con un appellativo: morenu, che vuol dire « il nostro maestro ». E come viene rappresentato questo « nostro maestro »? «Io sarò con la tua bocca», dice il Signore a Mosè, «ti istruirò in quello che dovrai dire» (Es 4,12; cf 24,12). E che cosa farà poi Mosè? Parlerà e salverà. Dio usa perciò anche dei maestri concreti. Per la sua storia della salvezza passa attraverso di noi, che pur siamo fragili. Mosè sarebbe stato l’ultimo da scegliere, come maestro: era balbuziente, era incapace di parlare, aveva in sé una debolezza costituzionale: «Manda un altro» (si scusa in Es 4,13; come succede in altri racconti di « vocazione con obiezione »).

Una seconda considerazione. Che cosa dobbiamo dunque trasmettere, che cosa narrare nella nostra catechesi? Che cosa insegnare? La risposta si trova nel Salmo 78 (il secondo più lungo della Bibbia, dopo il 119), che possiamo intitolare come fa la Bible de Jérusalem: «Le lezioni della storia della salvezza». Ciò che noi dobbiamo trasmettere ed annunciare è non il Dio remoto e astratto, non «il Dio dei filosofi» (per usare ancora la famosa espressione del Memoriale di Pascal), non il Dio dei sapienti, ma il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio salvatore.

3º. Dopo l’epifania di Dio nella Torah e nella storia, l’epifania di Dio si manifesta anche nell’oscurità della prova, nella tenebra, nel suo silenzio. A questo riguardo, due libri dell’Antico Testamento sono particolarmente interessanti e significativi: Qoèlet e Giobbe. In essi si riesce a vedere la rivelazione di Dio nell’interno del silenzio.

Essi, però, non ci danno la manifestazione del Dio-Maestro, che invece troviamo esplicitamente in un versetto del Deuteronomio (8,5): «Come un padre corregge il figlio, così il Signore, tuo Dio, ti corregge». È bellissima questa immagine del maestro-padre (questi due aspetti anche nei Proverbi coincidono: il maestro è pure il padre, il discepolo è anche il figlio). Questo maestro conosce, tra l’altro, la strada della durezza, una via che il discepolo non riesce a comprendere. «Le mie vie non sono le vostre vie» (Is 55,8).

C’è, quindi, una paidèia, se vogliamo usare l’espressione greca, una pedagogia divina purificatrice. C’è una parola divina che sconcerta, nel bene e nel male. In Geremia (23,29) la Parola di Dio viene rappresentata come un martello che spacca la roccia, come una fiamma ardente che brucia, e consuma. Spessissimo, nell’Antico Testamento, la Parola di Dio si autorappresenta con immagini « offensive ». Questo avviene anche nel Nuovo: la lettera agli Ebrei (4,12) evoca la Parola di Dio come spada che taglia la superficie, la pelle, e penetra fino alle giunture, fino alle ossa, al midollo. C’è dunque una paidèia che si sviluppa nell’oscurità (un tema molto bello e suggestivo). C’è da ringraziare Dio, invece di sentirsi imbarazzati, che nell’Antico Testamento esista un libro come Qoèlet, un libro della crisi, della crisi della Sapienza: un maestro che non crede più in quello che insegna, e che non attende forse più nulla, ma che comunque riflette – e anch’esso è parola di Dio! – su questo misterioso parlare-insegnare di Dio attraverso il suo silenzio, attraverso il vuoto. Oppure, è significativo che nell’Antico Testamento ci siano delle pagine come quelle del libro di Giobbe, dove il protagonista bestemmia. In quel momento, Dio passa attraverso quasi la negazione di se stesso. Come diceva Bonhoeffer: Dio non ci salva in virtù della sua onnipotenza – come Signore e Maestro, come Padrone –; Dio ci salva in virtù della sua debolezza, diventando fratello dell’uomo in Cristo, attraverso la sua impotenza, la sua sofferenza. Parlando tuttavia dell’insegnamento del Maestro divino attraverso il suo silenzio e la prova, occorre ricordare che, pure in quel momento, Dio non cessa di essere il Maestro che serve, anzi forse in quel momento è vicino all’uomo molto di più di prima.

Osea (11,3-4) esprime la tenerezza paterna anche nella severità: «Io ho insegnato i primi passi a Efraim. Me li prendevo sulle braccia, con legami pieni di umanità, li attiravo a me, con vincoli d’amore». Efraim rimane ribelle; però questo padre, pure se il figlio non capisce, ha sempre vincoli d’amore, perfino quando punisce, come un padre corregge il figlio. A questo riguardo c’è una bellissima immagine del grande pensatore danese Soeren Kierkegaard, nel suo libro Timore e tremore, dedicato nella sua maggior parte a Gen 22 (il sacrificio di Isacco). Soeren Kierkegaard usa questa immagine, che tra l’altro è vera in Oriente: la madre, quando deve svezzare suo figlio, si tinge di nero il seno, perché il figlio non abbia più a desiderarlo, e cominci a nutrirsi da solo. In quel momento il bambino odia sua madre, perché gli toglie la fonte del suo sostentamento e anche del suo piacere (pensiamo a quel che ha detto la psicanalisi a questo riguardo); eppure egli non sa che in quel momento la madre, mentre lo distacca da sé e sembra crudele, mai l’ha amato così tanto, perché lo fa diventare uomo capace di vivere da solo nel mondo, lo fa creatura libera (e quante madri non hanno staccato il figlio dal seno, anche se non materialmente, e lo fanno ancora succube!). Ecco: anche nel momento della prova, non dobbiamo mai dimenticare il mistero del Dio Padre e Madre. (torna al sommario)

2. L’uomo maestro

L’uomo istruito da Dio diventa a sua volta maestro, viene inviato come maestro. Tre brevi considerazioni al riguardo. (torna al sommario)

a) Il padre al figlio

Il magistero fondamentale è quello che passa attraverso la comunicazione interpersonale, la catechesi familiare, una relazione d’amore. Abbiamo esempi molto illuminanti a questo riguardo. Nei Proverbi, il padre continuamente dice: «Figlio mio…», e al figlio dona la sua sapienza. In questo caso il maestro, che è padre, non può che desiderare che il discepolo cresca; cosa che invece il maestro-padrone non vuole, perché è geloso della sua supremazia intellettuale. Il padre pensa: « Bisogna che lui cresca e che io diminuisca », come il Battista (cf Gv 3,30). E il capitolo 31 (sempre dei Proverbi), con quella strana finale, la celebrazione della donna sapiente, è probabilmente anche la conclusione di un itinerario didattico. Dopo aver svolto la sua lezione, il maestro-padre saluta il figlio che ha trovato la sua sposa. Questa sposa è una donna ideale, perfetta, ma è anche la Sapienza: il giovane è diventato a sua volta maestro, sapiente. Tale dovrebbe essere il nostro scopo. Dobbiamo sparire, insegnando agli altri. Dobbiamo far sì che l’altro sia capace di crescere nella fede e nella conoscenza, e poi ritirarci.

In Esodo 12, con la descrizione del rito pasquale, troviamo ciò che viene fatto dagli Ebrei attraverso l’haggadah. Quest’ultima è una narrazione che comprende un dialogo tra il padre e il figlio sul significato dei riti, per giungere alla scoperta dell’azione di liberazione di Dio. Qui vediamo quale sia la funzione del maestro nella famiglia, nella relazione d’amore: è quella d’insegnare la libertà, di far conoscere un Dio che è liberatore, non colui che t’impone la cappa di piombo delle sue norme, ma che ti indica la strada gioiosa della sua volontà, che è libertà e salvezza.

Da ultimo, il Salmo 78 nella sua prima diecina di versetti ci offre una suggestiva rappresentazione della catechesi. Che cos’è la vera catechesi ecclesiale? È un continuo comunicare, di padre in figlio, di generazione in generazione, le grandi opere di Dio, la grande linea dinamica di salvezza entro cui noi siamo immersi. (torna al sommario)

b) I sacerdoti-profeti-sapienti

Tra i maestri ci sono anche i sacerdoti, i sapienti, i profeti. Potremmo offrire molti dati su questo tipo di insegnamento. Basti citare come esempio 1Sm 3. Il sacerdote di nome Eli, il maestro di Samuele, è il direttore spirituale per eccellenza, che non si sostituisce al discepolo, ma gli insegna come deve scoprire la sua vocazione, di chi sia quella voce che nella notte lo chiama.

Un altro modello, molto interessante per il problema dell’inculturazione, sarebbe quel maestro che ha scritto attorno all’anno 30 a.C. il libro della Sapienza. Egli si presenta come Salomone, il supremo sapiente. Il libro della Sapienza è il tentativo di riscrivere la grande lezione di Israele con le categorie filosofiche del mondo greco, in un altro orizzonte culturale. Paolo è l’esempio più alto di questa operazione di mediazione culturale, di inculturazione, di ritrascrizione del messaggio semitico di Cristo in nuove coordinate, in modalità nuove.

In Neemia 8, il personaggio che domina è Esdra, il sacerdote, che fa la sua lezione sulla Parola di Dio. È un maestro significativo perché ci rivela come possiamo diventare noi stessi maestri della Parola di Dio. Nell’episodio potremmo individuare sette « stelle », cioè una costellazione di sette componenti che sono la rappresentazione di questo magistero della parola:

Leggere la Parola di Dio, «per brani distinti», si dice. Sul leggere ci sarebbe già tutta una lezione da fare, ai nostri giorni, quando la lettura diventa sempre più difficile, sempre meno praticata. I nostri ragazzi vedono, ma non leggono, ascoltano caso mai. Gli Ebrei non chiamano la Bibbia « scrittura » come noi; la chiamano migra’, che vuol dire « la lettura »; è la stessa radice della parola quran, il Corano è la « lettura » generosa.
Spiegare. Comporta l’esegesi. «Senza la penetrazione nelle parole, nel senso delle parole, come posso capire la Parola?». Questa è una frase di Massimo il Confessore, un mistico palestinese, nato sulle alture del Golàn, da un padre samaritano e da una madre che era una schiava persiana; nato nella terra di Gesù, poi farà una fine che è emblematica anche per il maestro: gli taglieranno la lingua e la mano destra, i due elementi della parola e dell’azione, per punire lui annunciatore della verità del vangelo. Massimo il Confessore, che è forse l’ultimo dei Padri greci, diceva dunque: «Se tu non conosci le parole, come puoi conoscere la Parola?». Spiegare! Spezziamo una lancia a favore dello studio serio della Parola, contro le tentazioni pentecostal-misticheggianti, contro certe forme carismatiche (quel dire: « Prendi la Parola e come risuona leggi e pratica », può portare al fondamentalismo).
Comprendere. Il « comprendere » biblico, come diceva giustamente Maritain, è una «connaissance savoureuse», una conoscenza saporosa. Il conoscere biblico, come anche l’ »amare », è appunto una conoscenza circolare, simbolica. Dunque, tre parole-stelle nella prima linea: leggere, spiegare, comprendere; le altre quattro sono invece nella linea esistenziale.
Ascoltare. «Essi ascoltavano, porgevano l’orecchio». Nella Bibbia lo stesso verbo shama’ indica sia « ascoltare » che « obbedire ». Quindi shema’ Israel non è soltanto « ascolta, Israele! », ma anche « aderisci! ». «Adonài elohénu adonài ehàd» (il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo) è non soltanto una conoscenza di tipo intellettivo, ma è la scoperta di una relazione (cf Dt 6,4ss). È per questo che «lo amerai con tutto il cuore…». Amerai viene subito dopo ascoltare. Per questo nel Salmo 40 si dice letteralmente (versetto 7): «Tu mi hai forato l’orecchio», come si fa allo schiavo; io sono il tuo schiavo, ho l’orecchio forato, nel senso che aderisco completamente a te.
Gli occhi si colmano di lacrime: gli ascoltatori si mettono a piangere, cioè si convertono. La parola di Dio ti fa piangere i tuoi peccati. Ecco un altro elemento prodotto da una vera lezione: essa inquieta le coscienze; la Parola di Dio artiglia l’anima, altrimenti è una semplice informazione. Lo scrittore ultra-novantenne Julien Green affermava: «Se io dovessi riassumere tutto quello che ho scritto, lo esprimerei con questa frase: « Finché si è inquieti, si può stare tranquilli »». Finché c’è questa inquietudine, che è quella agostiniana (« inquietum est cor nostrum »), allora si può stare in pace.
Le mani portano delle porzioni di cibo ai poveri. La lezione che ricevo dalla Parola di Dio mi costringe ad andare verso i miseri, ad offrire il pane della Parola e anche il pane reale.
La festa, la liturgia delle Capanne, la terza festa ebraica. Cioè il grande, ultimo insegnamento lo si ha nella liturgia.
Dunque, sette parole: leggere, spiegare, comprendere; ascoltare, piangere, donare, celebrare. Tale è la traiettoria all’insegnamento compiuto nell’interno della comunità ecclesiale attraverso i vari ministeri dell’annunzio. (torna al sommario)

c) Pedagogia globale

La pedagogia biblica è una pedagogia globale. Non è un processo solo intellettuale. Facciamo una breve annotazione filologica. Lamàd, insegnare, è il verbo fondamentale del maestro. O meglio, lamàd non vuol dire insegnare, ma « imparare ». Però, curiosamente, nella forma intensiva, limmed, diventa « insegnare ». La stessa radice non distingue tra imparare e insegnare. E questo stabilisce un circuito. Il vero maestro è uno che impara anche, e il vero discepolo alla fine è capace di insegnare. Se il circuito non si chiude, non si ha un vero magistero. Il maestro, che non è attento al discepolo, è di sua natura condannato alla solitudine, alla torre d’avorio della sua elaborazione, ma non lascerà traccia. Per chi è abituato a parlare spesso in pubblico, una delle componenti fondamentali, anche tecniche, è di vedere e capire se l’ambiente è colmo di risonanza, se è in ascolto. Altrimenti si va avanti nel parlare, ma l’altro non dialoga. Insegnare è dialogare. Anche se l’altro tace. Ci si deve accorgere di entrare nell’interno della comunicazione, grazie anche alle domande presentate dall’altro. Oscar Wilde diceva: «A dare le risposte sono capaci tutti; per fare le vere domande ci vuole un genio». Ed è verissimo. Le grandi domande, che fanno andare avanti nella conoscenza, le pongono soltanto i geni. E di fatto la domanda, anche graficamente, noi la esprimiamo non con l’esclamazione, che è una linea retta, ma con qualcosa che si aggroviglia in sé, che quindi lacera, che artiglia, che fa sanguinare.

Un altro verbo ricorrente nella pedagogia biblica è jaràh; jaràh-torah, il quale indica un insegnamento che è « via e vita », come abbiamo già visto.

Ancora: jasàr, donde deriva il sostantivo musàr, significa la « disciplina », cioè l’impegno severo, ascetico del conoscere. Per essere veramente maestri bisogna avere la pazienza di stare ore e ore nello studio, nella fatica.

E da ultimo il verbo jada’ che vuol dire « conoscere » e implica tutte le dimensioni, la globalità simbolica dell’insegnamento biblico. Comprende l’aspetto intellettivo, l’aspetto affettivo (sentimento), l’aspetto volitivo (volere), l’aspetto effettivo. « Conoscere » indica persino l’atto sessuale. Perché si conosce anche con la passione e l’azione, con la comunione dei corpi, si conosce con la convivenza, si conosce con l’azione, costruendo insieme un progetto.

Concludendo la parabola anticotestamentaria dell’insegnare, occorre dire una cosa un po’ paradossale: scopo del maestro è rendersi inutile. L’abbiamo già visto, ma ora va detto in maniera più forte, ricorrendo alla dimensione escatologica. Negli ultimi tempi il maestro non ci sarà più, perché ci sarà un Maestro interiore. Vi è una intensa frase nel vangelo di Giovanni (6,45), che cita Isaia 54,13: «Sta scritto nei profeti: « E tutti saranno theodidàktoi, ammaestrati da Dio ». Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me». Non ci sono più i mediatori. « È il Padre che ti parla e tu vieni a me », dice il Signore. Il testo di Isaia in ebraico (Giovanni cita il greco nella traduzione dei LXX) dice esattamente: «Tutti i tuoi figli saranno discepoli del Signore». Bella definizione della comunità escatologica: tutti saranno « discepoli » del Signore.

Più rilevante ancora è l’oracolo di Geremia (31,31-34) sulla « nuova alleanza », il più celebre di tutti gli oracoli profetici, che costituisce anche la citazione più lunga dell’Antico Testamento nel Nuovo, in Ebrei 8,8-12. Come sarà la grande, perfetta alleanza del nuovo Sinai? Come sarà il momento in cui noi avremo una comunità che sarà completamente in comunione con Dio? Ecco la risposta di Geremia: «Porrò io la mia torah nel loro animo; la scriverò sul loro cuore. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri»: non ci sarà più il maestro, il sacerdote, il profeta, il sapiente che dovrà dire all’altro: « Riconoscete il Signore ». «Perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande».

Sant’Efrem il Siro: « Il popolo che abitava nelle tenebre ha visto una grande luce »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100107

Giovedì dopo l’Epifania : Mt 4,12-17#Mt 4,23-25
Meditazione del giorno
Sant’Efrem il Siro (circa 306-373), diacono in Siria, dottore della Chiesa
Inno I sulla Risurrezione

« Il popolo che abitava nelle tenebre ha visto una grande luce »

      Gesù, nostro Signore, il Cristo,
      ci è apparso dal seno di suo Padre.
      È venuto a tirarci fuori dalle tenebre
      e ci ha illuminato della sua luce gioiosa.

      Il giorno  s’è levato per gli uomini;
      la potenza delle tenebre è respinta.
      Dalla sua luce s’è levata per noi una luce
      che ha illuminato i nostri occhi oscurati.

      Ha fatto sorgere la sua gloria sul mondo
      ed ha illuminato gli abissi più profondi.
      La morte è annientata, le tenebre sono scomparse,
      le porte dell’inferno sono frantumate.

      Ha illuminato tutte le creature
nelle tenebre dai tempi antichi.
      Ha compiuto la salvezza e ci ha donato la vita;    
      poi verrà nella gloria
      e illuminerà gli occhi di tutti coloro che l’avranno atteso.

      Viene il nostro Re, nella sua grande gloria:
      accendiamo le nostre lampade, andiamogli incontro (Mt 25,6);
      rallegriamoci in lui così come lui si è rallegrato in noi
      e ci rallegra con la sua luce gloriosa.

      Fratelli miei, levatevi, preparatevi
      per rendere grazie al nostro Re e nostro Salvatore
      che verrà nella sua gloria e ci rallegrerà
      con la sua luce gioiosa nel Regno.

Santa Teresa Benedetta della Croce: « Cristo è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne » (Ef 2,14)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100106

L’EPIFANIA DEL SIGNORE (solennità) : Mt 2,1-12
Meditazione del giorno
Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942), carmelitana, martire, compatrona d’Europa
Vita nascosta e Epifania ; 245

« Cristo è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne » (Ef 2,14)

      Le persone riunite attorno al presepio ci offrono già un’immagine della Chiesa e del suo spiegamento. I rappresentanti dell’antica stirpe regale alla quale era stato promesso il Salvatore del mondo e i rappresentanti del popolo credente, collegano l’antica con la nuova Alleanza. I re del lontano oriente sono la figura dei popoli pagani che dovrebbero ricevere la salvezza di Giuda. Così, « la Chiesa nata dai giudei e dai pagani » è già presente lì.
      Al presepio, i magi sono i rappresentanti dei cercatori di Dio di ogni paese e nazione. Sono stati condotti dalla grazia, prima ancora di appartenere alla Chiesa visibile. Animava loro un puro desiderio della verità, che non si fermava ai limiti degli insegnamenti e delle tradizioni del loro paese. Perché Dio è Verità, e vuole lasciarsi trovare da coloro che lo cercano con tutto il cuore (Ger 29,13), occorreva che la stella brillasse, presto o tardi, agli occhi di questi saggi per indicare loro il cammino verso la verità. Perciò si ritrovano davanti alla verità fatta uomo, si prostrano, adorandolo e depongono ai suo piedi la loro corona, perché in confronto alla Verità, tutte le ricchezze del mondo non sono nulla se non un po’ di polvere.

EPIFANIA DEL SIGNORE 2010 – SOLENNITÀ – OMELIA

dal sito:

http://www.pastoralespiritualita.it/Articoli-Rubriche/Omelie-domenicali/Epifania-del-Signore-6-Gennaio-2010.html

EPIFANIA DEL SIGNORE 2010 – SOLENNITÀ

Prima Lettura: Isaia 60,1-6

Salmo: 71

Seconda Lettura: Efesini 3,2-3a.5-6

Vangelo: Matteo 2,1-12

Alcuni Magi vennero dall’oriente
 
« Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto la sua stella e siamo venuti per adorarlo ». Sulla scia dei Magi ripercorriamo l’itinerario dell’uomo che cerca sinceramente Dio. Troveremo alla fine che Dio ci ha preceduti e ci aspetta in una casa perché anche noi lo abbiamo ad adorare. Epifania significa appunto « manifestazione di Dio ». Quel Dio invisibile che l’uomo cerca da sempre s’è reso visibile in quel Bambino che i Magi vengono a Betlemme ad adorare.
 
1) LA RICERCA DI DIO
 
Una stella appare ai Magi. Forse erano degli astronomi, scrutatori della bellezza del creato in cui primariamente si squaderna la grandezza di Dio creatore. Dalle cose visibili l’uomo è rapito alle cose invisibili: « Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’autore » (Sap 13,5). Scrive San Paolo: « Ciò che di Dio si può conoscere, lui stesso lo ha manifestato; le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalle creature del mondo attraverso le opere da lui compiute » (Rm 1,19-20).

In fondo è da questa radice che si nutre il senso religioso di ogni uomo e sono nate tutte le grandi religioni storiche. Ma più probabilmente questi Magi conoscevano la tradizione biblica, lì dove si parla che « una stella spunterà da Giacobbe e uno scettro sorgerà da Israele » (Nm 24,17). Vi è stato tra il popolo di Dio una lunga preparazione e attesa del Messia, che sarebbe nato a Betlemme – come attestano le Scritture e ben sanno i capi dei sacerdoti.

E’ la Bibbia allora a precisare la ricerca dell’uomo e a indirizzarne l’incontro al punto giusto, all’evento storico della Incarnazione. Il Cristianesimo porta l’uomo là dove Dio gli è venuto incontro, dove il cielo si è chinato sulla terra, dove in sostanza « il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi ». E’ un fatto storico, un punto geografico preciso l’incrocio tra le strade dell’uomo e quelle di Dio.

A Gerusalemme i Magi trovano l’indifferenza della città e il sarcasmo di Erode. Non è facile il cammino della ricerca di Dio, ieri come oggi. Una cultura, la nostra, che per lo meno è indifferente, quando non ostile e stoltamente supponente nei confronti del fatto religioso; e in particolare nei confronti del Cristianesimo e della Chiesa. Ma in alternativa cosa sa offrire? Magia, sette, e – oggi – le stupidaggini pagane della befana! Pura irrazionalità e generico sentimentalismo come è nella forma vagamente religiosa che si sta diffondendo chiamata New Age. Quanto è penoso vedere gente che lascia la sicurezza documentata di Cristo per volgersi alle più sciocche favole ammannite dalla televisione!

2) LA MANIFESTAZIONE DI DIO

E i Magi « entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono ». Riconoscono in quel bambino il Dio fatto uomo. « Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra ». Commenta Sant’Ambrogio: « L’oro spetta al re, l’incenso a Dio, la mirra al defunto ». Cioè riconoscono in quel Bambino il Messia, re discendente di Davide; il Dio fatto carne; il Figlio di Dio che muore per noi.

Il mistero sconvolgente del Natale è appunto quello di un Dio venuto tra noi, prima nella storia col nascere a Betlemme, e poi nella vita di ognuno, oggi, nella Chiesa e nel sacramento, fino a farsi pane, nostro nutrimento! Un Dio con noi e per noi! Anzi, per tutti. Oggi, nella seconda lettura, San Paolo si mostra orgoglioso di essere annunciatore di un mistero tenuto nascosto per secoli e ora finalmente svelato, un progetto cioè di Dio per il quale « i Gentili sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa, per mezzo del vangelo ».

Si sono cioè spalancate le porte: quel che all’inizio era dono ad Israele – l’alleanza e la comunione con Dio – ora è offerto a tutti. I Magi ne sono come la primizia e il simbolo. Isaia aveva sognato i tempi in cui Gerusalemme sarebbe diventata il centro d’incontro di tutti i popoli col Signore: « Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del suo sorgere. Tutti costoro si sono radunati, vengono a te.. proclamando le glorie del Signore ». E’ scritto: « Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità » (1Tim 2,4).

I modi di questa chiamata per ogni uomo sono sorprendenti e propri. Per i Magi fu il discreto tremolare di una stella; per ognuno di noi Dio pone dei segni e fa seguire itinerari personali. A noi chiede di essere attenti, incominciando a consentire con la rettitudine e la fedeltà della coscienza, prima voce di Dio e prima forma della sua chiamata. Divenire seri di fronte alla vita e porsi l’interrogazione sul significato e il fine della propria esistenza è condizione indispensabile per incrociare le risposte di Dio. Senza precludersi lo studio di ciò che oggettivamente Dio ha posto per incontrarci; lo studio quindi, sincero, della Bibbia.

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Termina oggi il ciclo dell’Incarnazione. Un Dio che si rivela per comunicarsi. Un Dio che ama la nostra carne per contagiarla della sua divinità: è mistero decisivo per la sorte dell’uomo e della sua storia. L’immagine che meglio ne coglie il senso è quella dello sposalizio. Un antico canto orientale – caduto come canto alla comunione entro la Liturgia Ambrosiana di oggi – così si esprime: « Oggi la Chiesa si unisce al celeste suo sposo che laverà i suoi peccati nell’acqua del Giordano. Coi loro doni accorrono i Magi alle nozze del Figlio del Re, e il convito si allieta di un vino mirabile ». Mirabili nozze abbiamo celebrato con Dio in questo Natale; siamone degni e fedeli!

Don Bruno Maggioni (Biblista)

Prof. Romano Penna: appunti sulla lettera agli Efesini

ancora qualcosa sulla lettera agli Efesini, spero di non averla già messa, dal sito: 

http://www.scuolamissionaria.it/Scout/Documenti%20vari/San%20Paolo_Appunti%20sulla%20lettera%20agli%20Efesini_R.%20Penna.doc

Efeso: appunti sulla lettera agli Efesini da testi di R. Penna

I brevi testi che seguono erano stati preparati in vista di una introduzione alla lettera agli Efesini da presentare nel corso della visita degli scavi, che poi, per ragioni di tempo, non è stato possibile fare. Il primo è tratto da R.Penna, Lo scopo della lettera agli Efesini, in L.Padovese (a cura di), Atti del II Simposio su S.Giovanni Evangelista, Istituto Francescano di Spiritualità, Pontificio Ateneo Antonianum, Roma 1992, pagg. 29-39. Il secondo è tratto da R,Penna, Il « mysterion » paolino, Paideia, Brescia, 1978, pagg.87-89. Nel primo, a partire, dal rapporto fra quelli che l’articolo chiama etnico-cristiani e quelli che chiama giudeo-cristiani (cioè i cristiani provenienti dal paganesimo ed i cristiani di origine ebraica), si analizza la realtà della novità di vita dell’uomo nuovo generato da Cristo. Nel secondo si sintetizzano i dati della ricerca sul concetto di « mistero » in S.Paolo e, specificamente, nella lettera agli Efesini, sottolineando che, nell’epistolario dell’Apostolo, il termine « mistero » non vuol dire tanto ciò che è incomprensibile, ciò che non si può capire, ma piuttosto ciò che l’uomo da solo non può conoscere se Dio non lo rivela, ma che appunto, in Gesù, finalmente è stato donato agli uomini di conoscere.

Lo scopo della lettera agli Efesini

C’è un concetto che a mio parere costituisce l’elemento di coagulo dell’insieme della tematica epistolare e che tradisce il motivo di fondo per cui Efesini è stata scritta. Esso viene espresso nella formula kainòs ànthròpos, «uomo nuovo», che, pur essendo, di risonanza paolina, letteralmente nel NT si trova solo nella nostra lettera. Per di più la formula ricorre due volte, in due punti per così dire strategici, a formare il punto focale di entrambe le parti della lettera: in 2,15, dove essa condensa il tema dell’unione ecumenica tra etnico-cristiani e giudeo-cristiani, e in 4,24, dove esprime la nuova identità individuale del battezzato a livello ontologico ed etico. E’ come se la doppia ricorrenza di questa espressione rappresentasse i due occhi della lettera agli Efesini, con i quali essa vede non soltanto teoricamente il mistero cristiano in se stesso, ma anche concretamente la situazione storica dei suoi destinatari etnico-cristiani. Lo stesso concetto ricorre pure, in una formulazione analoga, in 3,16 (eis ton iso ànthropon) circa la vita di fede e di carità, e nella sezione 4,1-16 che fa da ponte fra le due grandi parti epistolari, per dire che anche i ministeri ecclesiali hanno il compito di condurre tutti i cristiani alla statura dell’«uomo perfetto» (4,13: eis àndra téleion).
In primo luogo, i lettori etnico-cristiani hanno bisogno che venga loro ricordato insistentemente il nuovo status sociale di cui sono entrati a far parte: la chiesa, comunità di battezzati e credenti in Cristo, non è una setta basata sull’apartheid nei confronti dei cristiani di provenienza giudaica; questi anzi hanno obiettivamente un posto d’onore, poiché «per primi hanno sperato nel Messia» (cf. 1,12), hanno goduto di una cittadinanza che ora viene condivisa per grazia dai nuovi venuti (cf. 2,12.19) e sono stati portatori di una promessa di cui i pagani diventano solo ora immeritatamente partecipi (cf. 3,6). La chiesa perciò è la realizzazione di un insieme ecumenico, interreligioso e interculturale. Proprio questo significa diventare «uomo nuovo» (cf. l’esegesi di 2,15) in senso collettivo: i cristiani, non importa di quale provenienza siano, sono chiamati a formare in Cristo un solo corpo e un solo spirito. La lettera intende richiamare i suoi destinatari etnico-cristiani, non tanto al fatto che essi non devono allontanare da sé i giudeo-cristiani, ma piuttosto al fatto che non devono separarsi e isolarsi da essi, poiché senza Israele non esisterebbe nemmeno la chiesa. Efesini suppone una forma di anti-semitismo più teorico che pratico, basato più sulla dimenticanza che sull’intolleranza, comunque non meno grave, perché consistente in un tentativo (non sappiamo quanto consapevole) di rimozione d’Israele dall’orizzonte della propria identità. Uomo nuovo, dunque, è la comunità cristiana in quanto sa e deve assolutamente integrare in se stessa anche l’antico: non per un mero ripescaggio storico, ma per una semplice necessità strutturale[2]
. Al fine di rimarcare inequivocabilmente questo stato di cose, l’autore di Efesini fa ricorso al concetto di «mistero», desunto dalla teologia apocalittica: in quanto tale, da una parte esso dice che l’unione di giudei e pagani in Cristo e nella chiesa è fondata nella volontà di Dio, quindi non è riducibile ad una pura contingenza storica, e, dall’altra, esso dice pure che la sua realizzazione reca il segno della novità escatologica, quindi è un dato tanto inedito quanto definitivo (cf. soprattutto 3,5-6).
In secondo luogo, gli originari lettori di Efesini vengono esortati a vivere coerentemente ogni giorno la loro novità personale. Col battesimo, infatti, ciascuno è diventato individualmente «uomo nuovo» (e « luce nel Signore »: 5,8); e il nostro autore si dilunga in una parenesi anche dettagliata, che traccia un cammino etico molto concreto e sfaccettato. L’annuncio, che caratterizza la prima parte della lettera, nella seconda diventa esigenza: l’evangelo fonda e stimola un adeguato comportamento morale. Ma queste non sono soltanto dichiarazioni di principio. E’ importante invece cogliere il nesso tra i due elementi proprio a livello della nostra lettera e dei suoi destinatari. Infatti, lo sganciamento di costoro da Israele implicava inevitabilmente una ricaduta nel paganesimo, non solo ideale ma morale (cf. soprattutto 4,17-19). Ritorna qui il tipico concetto dell’apologetica giudeo-ellenistica (cf. Sap. 13s; Rm 1,18-32), secondo cui la falsa conoscenza di Dio ingenera una aberrante moralità. Al contrario, « apprendere il Cristo » (cf. 4,20) conduce a vivere « nella giustizia e nella santità della verità » (4,24). L’autore di Efesini vede i suoi lettori correre il rischio di essere riassorbiti dall’uomo vecchio e dalla tenebra dell’immoralità, e la sua insistenza sugli avverbi di contrapposizione tra il passato e il presente (« una volta, adesso »; « non più »), non solo nella prima parte della lettera (cf. 2,2.11.13.19; cf. 3,5) ma anche nella seconda (cf. 4,14.17.28; 5,8), rivela quanto fosse presente il richiamo a vivere in pienezza la loro acquisizione battesimale, facendo soprattutto dell’amore reciproco il proprio contrassegno (cf. il frequente, tipico complemento « en agapéi » in 1,4; 3,17; 4,2.15.16; 5,2). La parenesi scende fino a interessarsi, e ampiamente, dei rapporti interni alla vita domestica (cf. 5,21-6,9), mentre l’allegoria finale dell’armatura sottolinea tutta la serietà della posta in gioco (cf. 6,l0ss). Per Efesini, dunque, non basta che l’uomo nuovo sia stato creato al momento del battesimo, poiché occorre l’impegno a diventarlo ulteriormente giorno per giorno. Evidentemente i suoi lettori avevano bisogno di sentirselo raccomandare.
Infine, il tema della novità antropologica è presente anche nella sezione 4,1-16, dove il concetto dell’unità ecclesiale si combina dialetticamente con quello della diversità ministeriale. Lo scopo dei vari ministeri è di condurre tutti «all’uomo perfetto, alla statura della pienezza di Cristo, affinché non siamo più bambini…» (4,13s), ed era già preparato dalla preghiera del mittente per il rafforzamento dei suoi lettori « nell’uomo interiore » (3,16). La posizione di questo brano nella struttura della lettera gli conferisce la funzione di trait-d’union fra la sezione teologica (1,3-3,21) e quella più propriamente parenetica (4,17-6,20). Ciò equivale a riconoscere agli stessi ministeri ecclesiali un compito di mediazione, quasi maieutico, tale da favorire la crescita dell’ « uomo nuovo » verso l’età adulta, sia nel senso di promuovere e mantenere l’unione ecumenica tra i giudeo-cristiani ed etnico-cristiani (cf. la funzione paradigmatica di Paolo in 3,1-9), sia nel senso di istruire i battezzati nella traduzione della loro fede in vita etica (cf. la funzione dei «pastori e maestri» in 4,11 con 4,20-1). Soprattutto, appare sufficientemente chiaro che questo compito ministeriale si innesta e prosegue quello degli «apostoli e profeti» (2,20; 3.5: 4,11), di cui i primi appartengono ormai ad un passato relativamente lontano, mentre i secondi garantiscono il nesso tra di essi e le più recenti forme di ministero ben conosciute nelle comunità dei destinatari di Efesini…
I lettori di Efesini sono in una particolare condizione di rischio, anche se non risulta provocata dall’esterno e non è descritta in termini espliciti, visto che l’autore non fa riferimento ad alcun oppositore specifico, come avviene invece nelle altre lettere paoline (cf. Rm 3,8; 16,17s; 2Cor 11,5.13; Gal 1,7; Fil 3,2.18s; lTs 2,14)23. Solo in 5,6s si legge un generico accenno a dei vuoti disturbatori della vita morale, che si possono intendere al meglio come semplici tentazioni provenienti dall’ambiente pagano in cui i cristiani vivono. Ciò che caratterizza la chiesa efesina in sostanza non è una positiva dottrina eretica, ma la mancanza di un approfondimento della novità ecclesiologica e morale e di un autentico radicamento della parola annunciata nella vita (cf. Mc 4,16-17!). Per questo l’autore insiste, come abbiamo detto, sulle caratteristiche dell’ « uomo nuovo » (2,15; 4,24), «interiore» (3,16) e «perfetto» (4,13): i lettori devono prendere fortemente coscienza di ciò che col battesimo sono diventati, sia collettivamente che individualmente, e tradurlo in vita vissuta, in una costante crescita verso «l’intero pléroma di Dio» (3,19)24. La lezione che egli intende dare è che per vivere in pienezza l’identità cristiana non è necessario attendere l’occasione di un’esplicita minaccia, ben configurabile nei lineamenti di specifici avversari; normalmente infatti il cristiano non deve confrontarsi con «la carne e il sangue» ma con «i padroni di questo mondo tenebroso» (6,12), insieme generici e reali. Tuttavia, Efesini non è comandata da un pessimistico e ansioso atteggiamento di difesa; al contrario, la sua atmosfera di serena contemplazione e la esuberante proclamazione di una vittoria già conseguita in Cristo, tale da porre fin d’ora «nei cieli» l’esistenza del cristiano (cf. 2,4-7), conferisce ai lettori la costante certezza di «un libero accesso in piena fiducia» a Dio padre (cf. 3,12;2,18). E l’agiografo, appunto, intende ricordare alla sua chiesa che cristiani autentici si può e si deve essere, non per una polemica opposizione a ben individuate persone avverse, ma neanche in un inerte e comodo adagiarsi conformistico all’originario stile pagano di vita, poiché invece il semplice battesimo (cf. 1,13;4,30) e l’appartenenza ad una originale comunità di credenti (cf. 2,19-22) recano in sé tutta la forza necessaria e la ragione sufficiente per impostare e condurre una vita nuova, pacifica e non polemica, ma anche ben distinguibile e non conformistica, la quale comunque sta tutta intera sotto il segno della ricca, traboccante e multiforme grazia di Dio (cf. 1,7.18.19; 2,7; 3,10.19.20). Dalle pagine della nostra lettera si sprigiona la gioia tranquilla dell’essere cristiani e di esserlo intensamente, in un atteggiamento profondamente positivo, sia nei confronti del mondo (poiché tutto il cosmo ha ormai Cristo come capo; cf. 1,10.20-23; 4,6.10), sia nei confronti della storia (poiché da una parte, Israele appartiene strutturalmente al piano salvifico di Dio, e, dall’altra, tutte le genti sono ordinate a condividere la stessa grazia del Vangelo: cf. 2,11-3,12). Di qui nasce anche l’inderogabile impegno della testimonianza, se non proprio della missione, che deve investire tutta la chiesa ed essere a raggio universale (cf. 3,10), con una partenza molto concreta tra le pareti domestiche (cf. 5,21-6,9).
Questo, a grandi linee, è l’insegnamento che l’autore vuole impartire, e di cui la comunità necessita. Che esso poi venga espresso in uno stile particolarmente solenne e parzialmente condizionato da un’atmosfera culturale pregnostica, ciò dipende rispettivamente dal genio personale del mittente e dal clima ambientale che egli respira…
L’intento pastorale dell’autore di Ef si potrebbe anche vedete compendiato in tre verbi che qualificano i tre livelli della vita cristiana: 1) eìdénai, « conoscere, intendere » (1,18;cf.1,8; 3,18.19; 5,17), esprime l’aspetto intellettivo della fede e comunque la componente sapienziale dell’identità cristiana; 2) krataiothénai, « essere rinvigoriti » (3,16; cf. 1,13; 4,23.30; 5,18; 6,10; e l’allegoria della panoplia in 6,11-17), esprime l’aspetto di gratuità divina e insieme di dinamismo della vita cristiana mediante la pienezza dello Spirito; 3) peripatésai, « camminare » (2,10; 4,1.17; 5,2.8.19; cf. 2,10; 5,9.11), esprime l’aspetto pratico e vissuto dell’essere cristiani, punto d’arrivo e di verifica dei due gradi precedenti. Nessuno dei tre momenti può sussistere da solo, né in coppia con uno solo degli altri due.
Il « mysterion » paolino

Nel N.T., il tema del μυστήριον riceve un trattamento unitario soltanto da Paolo. In tredici passi del suo epistolario (1Cor2,1-7; Rom. 16,25; Col. 1,26.27; 2,2; 4,3; Ef.1,9; 3,3.4.9; 5,32; 6,19; ad essi si può attrarre Apoc10,7) è dato individuare la presenza di un Mistero dalla profonda valenza teologica (di norma qualificato semplicemente come ‘il’ Mistero), il quale, mediante lo schema nascondimento-rivelazione, ci introduce fino all’intimo segreto della sapienza di Dio e alle sue più profonde intenzioni sulla storia. Già quest’ultima osservazione è distintiva, poiché delimita il campo semantico del Mistero, distanziandolo dalle speculazioni cosmologiche proprie di alcune sezioni della letteratura sapienziale, o comunque dando ad esse un valore secondario.
L’esposizione precedente ha inteso mettere in luce i due livelli diversi e complementari, che ci permettono di accostarci adeguatamente al tema.
Il primo livello, forse il più evidente, è quello del suo divenire, cioè del suo passaggio dal nascondimento alla manifestazione e realizzazione progressiva fino alla consumazione finale; l’individuazione di queste varie fasi ci dice che il Mystêrion ha un percorso, un tragitto da compiere e che quindi esso ha a che fare con la storia. Non si tratta dunque di una pura nozione astratta, conoscibile solo per rapimento mistico o ispirazione diretta disgiunta da ogni precomprensione. E’ invece dalla concreta e oggettiva esperienza storica, oltre che dai documenti letterari che ce l’attestano, che si può accedere alla sua identificazione. In qualche modo perciò la stessa traiettoria del Mistero condiziona la sua definizione.
Il secondo livello è quello delle varie componenti intrinseche, che ci permettono di definirne l’essenza. L’analisi fatta ce lo ha squadernato nei suoi quattro aspetti costituivi: teologico, cristologico, ecclesiologico, antropologico, per terminare con l’ammettere un largo margine di eccedenza quanto alla sua comprensibilità. Ne risulta una natura complessa e ricca.
Comunque, sullo sfondo dell’apocalittica giudaica (qumraniana), abbiamo riconosciuto che il Mystèrion affonda le sue radici in un piano d’intervento e quindi in una decisione operativa di Dio; esso anzi, propriamente parlando, non solo si fonda ma consiste e si identifica appunto con l’eudokía (ebr.
rāzôn) dell’insindacabile volontà divina, la quale si esercita nel vivo della storia. e della convivenza umana, e della quale le varie componenti individuate non sono che prolungamenti e concrezioni. Rimane quindi essenziale, al fine di rendere conto preciso del linguaggio paolino, mantenere alla base della sua polivalenza semantica il concetto apocalittico-sapienziale di un ‘disegno’ (lat. consilium) di vasto respiro storico e costitutivo. Fondamentalmente il Mistero riguarda ciò che si può variamente denominare
θέλημα (= ‘volontà’: Ef. 1,9), σοφία (= ‘sapienza’: ib.3,10: ‘multiforme’!), βουλή (= ‘decisione’: Is. 46,10), πρόθεσις (= ‘proposito’: 2 Tim. 1,9), mahašèbèt (= ‘progetto’: 1 QS 11,19) di Dio. Non solo la Chiesa e l’uomo nuovo, ma anche Cristo stesso, oltre che il divenire storico, fanno parte, ciascuno al suo livello, di questo unico Mistero germinale: «tutto ciò che sarà fu nel tuo beneplacito» (1 QS 11,18: kô1 hannihjâ birsône kâ hājâ).
Adottando il paragone di una clessidra, possiamo dire che il passaggio dallo stadio di nascondimento-progettazione a quello di rivelazione-realizzazione avviene in tutte le sue parti attraverso una strozzatura obbligata che, fuor di metafora, è rappresentata da Gesù Cristo. Egli perciò sta al centro del Mystêrion divino, a partire dal suo concepimento pretemporale fino alla sua esecuzione storica (cfr. Ef. 1,9-10). Soltanto attraverso di lui acquistano poi rilevanza sia la componente ecclesiologica sia quella antropologica: non solo la loro conoscenza, ma anche la loro esperienza vissuta (cfr. anche 1Cor. 2,16: «chi mai conobbe il pensiero del Signore-Dio così da istruirlo? ma noi abbiamo il pensiero di Cristo», che ci media appunto quello di Dio). Il Mistero di Dio ha poi un destinatario ultimo ben preciso, anzi inevitabile: l’uomo, sia egli ebreo o pagano; ambedue le parti (come esponenti delle divisioni più stratificate esistenti nell’umanità) sono chiamate proprio a dar vita, a livello di Chiesa, ad un nuovo modo di rapportarsi comunionalmente, sulla base di un autentico rinnovamento personale-interiore e in una prospettiva di speranza.
Tutto questo è compreso nel concetto paolino di Mystérion, il quale pertanto viene ad assumere un valore di cifra per indicare il contenuto sostanziale del messaggio cristiano, connotato particolarmente nell’aspetto fontale del ‘santo disegno’ (1 QS 11,19) di Dio. Può essere interessante notare che tale formulazione tematica, iniziata a partire da 1Cor. 2,1.7 in una cornice di riflessione sapienziale sulla divina stoltezza del messaggio della Croce, viene poi ripresa e sviluppata più tardi nelle due lettere gemelle di Col-Ef. (unitamente alla chiusa di Rom.) ed estesa ad orizzonti semantici più vasti. Se ne può dedurre onestamente che l’Apostolo, nella maturità della sua vita e della sua teologia, ha finalmente scoperto ed elaborato un concetto unico e sintetico per la sua riflessione sul messaggio cristiano. Volendone tentare, in conclusione, una definizione compendiosa, potremmo dire così: il Mystêrion è l’imperscrutabile beneplacito salvifico di Dio che, facendo perno sulla ineguagliabile statura personale di Gesù Cristo crocifisso-risorto, si realizza linearmente nella storia e nell’éschaton secondo una duplice dimensione comunitaria (= ekklesía) e individuale (= uomo nuovo)[3]
.
Il Mistero paolino ci conferma che il Dio biblico, in momenti e forme diverse, πολυμερως χαί πολυτρόπως!: Ebr 1,1) è pur sempre un Dio «per noi» (Rom. 8,31) e «con noi» (Mt. 28,20).

MERCOLEDÌ 6 GENNAIO 2010 – EPIFANIA DEL SIGNORE – SOLENNITÀ

 MERCOLEDÌ 6 GENNAIO 2010 - EPIFANIA DEL SIGNORE - SOLENNITÀ  dans Lettera agli Efesini 10%20EVANGELIAIRE%20EGBERT%20ADORATION%20DES%20MAGES

Mat-02,01-The magis, Les mages » 3-Adoration

http://www.artbible.net/3JC/-Mat-02,01-The%20magis,%20Les%20mages/3-Adoration/index.html

MERCOLEDÌ 6 GENNAIO 2010 – EPIFANIA DEL SIGNORE – SOLENNITÀ

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/natale/0106Page.htm

MESSA DEL GIORNO:

Seconda Lettura  Ef 3,2-3a.5-6
Ora è stato rivelato che tutte le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità.
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini
Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero.
Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.

PRIMI VESPRI

Lettura Breve   2 Tm 1, 9-10
Dio ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata solo ora con l’apparizione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del vangelo.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dal libro del profeta Isaia 60, 1-22

Il Signore manifesta la sua gloria sopra Gerusalemme
Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,
la gloria del Signore brilla sopra di te.
Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra,
nebbia fitta avvolge le nazioni;
ma su di te risplende il Signore,
la sua gloria appare su di te.
Cammineranno i popoli alla tua luce,
i re allo splendore del tuo sorgere.
Alza gli occhi intorno e guarda:
tutti costoro si sono radunati, vengono a te.
I tuoi figli vengono da lontano,
le tue figlie sono portate in braccio.
A quella vista sarai raggiante,
palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,
perché le ricchezze del mare si riverseranno su di te,
verranno a te i beni dei popoli.
Uno stuolo di cammelli ti invaderà,
dromedari di Madian e di Efa,
tutti verranno da Saba,
portando oro e incenso
e proclamando le glorie del Signore.
Tutti i greggi di Kedar si raduneranno da te,
i montoni dei Nabatei saranno a tuo servizio,
saliranno come offerta gradita sul mio altare;
renderò splendido il tempio della mia gloria.
Chi sono quelle che volano come nubi
e come colombe verso le loro colombaie?
Sono navi che si radunano per me,
le navi di Tarsis in prima fila,
per portare i tuoi figli da lontano,
con argento e oro,
per il nome del Signore tuo Dio,
per il Santo di Israele che ti onora.
Stranieri ricostruiranno le tue mura,
i loro re saranno al tuo servizio,
perché nella mia ira ti ho colpito,
ma nella mia benevolenza ho avuto pietà di te.
Le tue porte saranno sempre aperte,
non si chiuderanno né di giorno né di notte,
per lasciar introdurre da te le ricchezze dei popoli
e i loro re che faranno da guida.
Perché il popolo e il regno
che non vorranno servirti periranno
e le nazioni saranno tutte sterminate.
La gloria del Libano verrà a te,
cipressi, olmi e abeti insieme,
per abbellire il luogo del mio santuario,
per glorificare il luogo dove poggio i miei piedi.
Verranno a te in atteggiamento umile
i figli dei tuoi oppressori;
ti si getteranno proni alle piante dei piedi
quanti ti disprezzavano.
Ti chiameranno Città del Signore,
Sion del Santo di Israele.
Dopo essere stata derelitta,
odiata, senza che alcuno passasse da te,
io farò di te l’orgoglio dei secoli,
la gioia di tutte le generazioni.
Tu succhierai il latte dei popoli,
succhierai le ricchezze dei re.
Saprai che io sono il Signore tuo salvatore
e tuo redentore, io il Forte di Giacobbe.
Farò venire oro anziché bronzo,
farò venire argento anziché ferro,
bronzo anziché legno,
ferro anziché pietre.
Costituirò tuo sovrano la pace,
tuo governatore la giustizia.
Non si sentirà più parlare di prepotenza nel tuo paese,
di devastazione e di distruzione entro i tuoi confini.
Tu chiamerai salvezza le tue mura
e gloria le tue porte.
Il sole non sarà più
la tua luce di giorno,
né ti illuminerà più
il chiarore della luna.
Ma il Signore sarà per te luce eterna,
il tuo Dio sarà il tuo splendore.
Il tuo sole non tramonterà più
né la tua luna si dileguerà,
perché il Signore sarà per te luce eterna;
saranno finiti i giorni del tuo lutto.
Il tuo popolo sarà tutto di giusti,
per sempre avranno in possesso la terra,
germogli delle piantagioni del Signore,
lavoro delle sue mani per mostrare la sua gloria.
Il piccolo diventerà un migliaio,
il minimo un immenso popolo;
io sono il Signore:
a suo tempo, farò ciò speditamente.

Responsorio   Is 60, 1. 3
R. Alzati, vestiti di luce, Gerusalemme, perché viene colui che t’illumina: * sopra di te brilla la gloria del Signore.
V. Alla tua luce cammineranno i popoli, i re allo splendore che ti irradia:
R. sopra di te brilla la gloria del Signore.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa
(Disc. 3 per l’Epifania, 1-3. 5; Pl 54, 240-244)

Il Signore ha manifestato in tutto il mondo la sua salvezza
La Provvidenza misericordiosa, avendo deciso di soccorrere negli ultimi tempi il mondo che andava in rovina, stabilì che la salvezza di tutti i popoli si compisse nel Cristo.
Un tempo era stata promessa ad Abramo una innumerevole discendenza che sarebbe stata generata non secondo la carne, ma nella fecondità della fede: essa era stata paragonata alla moltitudine delle stelle perché il padre di tutte le genti si attendesse non una stirpe terrena, ma celeste.
Entri, entri dunque nella famiglia dei patriarchi la grande massa delle genti, e i figli della promessa ricevano la benedizione come stirpe di Abramo, mentre a questa rinunziano i figli del suo sangue. Tutti i popoli, rappresentati dai tre magi, adorino il Creatore dell’universo, e Dio sia conosciuto non nella Giudea soltanto, ma in tutta la terra, perché ovunque «in Israele sia grande il suo nome» (cfr. Sal 75, 2).
Figli carissimi, ammaestrati da questi misteri della grazia divina, celebriamo nella gioia dello spirito il giorno della nostra nascita e l’inizio della chiamata alla fede di tutte le genti. Ringraziamo Dio misericordioso che, come afferma l’Apostolo, «ci ha messo in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. E’ lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto» (Col 1, 12-13). L’aveva annunziato Isaia: «Il popolo dei Gentili, che sedeva nelle tenebre, vide una grande luce e su quanti abitavano nella terra tenebrosa una luce rifulse» (cfr. Is 9, 1). Di essi ancora Isaia dice al Signore: «Popoli che non ti conoscono ti invocheranno, e popoli che ti ignorano accorreranno a te» (cfr. Is 55, 5).
«Abramo vide questo giorno e gioì» (cfr. Gv 8, 56). Gioì quando conobbe che i figli della sua fede sarebbero stati benedetti nella sua discendenza, cioè nel Cristo, e quando intravide che per la sua fede sarebbe diventato padre di tutti i popoli. Diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto il Signore aveva promesso lo avrebbe attuato (Rm 4, 20-21). Questo giorno cantava nei salmi David dicendo: «Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore, per dare gloria al tuo nome» (Sal 85, 9); e ancora: «Il Signore ha manifestato la sua salvezza, agli occhi dei popoli ha rivelato la sua giustizia» (Sal 97, 2).
Tutto questo, lo sappiamo, si è realizzato quando i tre magi, chiamati dai loro lontani paesi, furono condotti da una stella a conoscere e adorare il Re del cielo e della terra. Questa stella ci esorta particolarmente a imitare il servizio che essa prestò, nel senso che dobbiamo seguire, con tutte le nostre forze, la grazia che invita tutti al Cristo. In questo impegno, miei cari, dovete tutti aiutarvi l’un l’altro. Risplendete così come figli della luce nel regno di Dio, dove conducono la retta fede e le buone opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo che con Dio Padre e con lo Spirito Santo vive e regna per tutti i secoli dei secoli. Amen.

SECONDI VESPRI

Lettura breve  Tt 3, 4-5
Quando si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo
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MARTEDÌ 5 GENNAIO 2010 – FERIA DEL TEMPO DI NATALE

MARTEDÌ 5 GENNAIO 2010 – FERIA DEL TEMPO DI NATALE

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura    
Dalla lettera ai Colossesi di san Paolo, apostolo 4, 2-18

Esortazione alla vigilanza. Conclusione della lettera
Fratelli, perseverate nella preghiera e vegliate in essa, rendendo grazie. Pregate anche per noi, perché Dio ci apra la porta della predicazione e possiamo annunziare il mistero di Cristo, per il quale mi trovo in catene: che possa davvero manifestarlo, parlandone come devo.
Comportatevi saggiamente con quelli di fuori; approfittate di ogni occasione. Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito di sapienza, per sapere come rispondere a ciascuno.
Tutto quanto mi riguarda ve lo riferirà Tìchico, il caro fratello e ministro fedele, mio compagno nel servizio del Signore, che io mando a voi, perché conosciate le nostre condizioni e perché rechi conforto ai vostri cuori. Con lui verrà anche Onèsimo, il fedele e caro fratello, che è dei vostri. Essi vi informeranno su tutte le cose di qui.
Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e Marco, il cugino di Barnaba, riguardo al quale avete ricevuto istruzioni —se verrà da voi, fategli buona accoglienza —e Gesù, chiamato Giusto. Di quelli venuti dalla circoncisione questi soli hanno collaborato con me per il regno di Dio e mi sono stati di consolazione. Vi saluta Epafra, servo di Cristo Gesù, che è dei vostri, il quale non cessa di lottare per voi nelle sue preghiere, perché siate saldi, perfetti e aderenti a tutti i voleri di Dio. Gli rendo testimonianza che si impegna a fondo per voi, come per quelli di Laodicèa e di Geràpoli. Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema.
Salutate i fratelli di Laodicèa e Ninfa con la comunità che si raduna nella sua casa. E quando questa lettera sarà stata letta da voi, fate che venga letta anche nella Chiesa dei Laodicesi e anche voi leggete quella inviata ai Laodicesi. Dite ad Archippo: «Considera il ministero che hai ricevuto nel Signore e vedi di compierlo bene».
Il saluto è di mia propria mano, di me, Paolo. Ricordatevi delle mie catene. La grazia sia con voi.

Responsorio    Col 4, 3; cfr. Sal 50, 17
R. Preghiamo gli uni per gli altri, perché Dio ci apra la porta della parola, * per annunziare il mistero di Cristo.
V. Il Signore ci apra le labbra, e la bocca proclami la lode di Dio,
R. per annunziare il mistero di Cristo.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 194, 3-4; Pl 38, 1016-1017)

Saremo saziati dalla visione del Verbo
Chi potrà mai conoscere tutti i tesori di sapienza e di scienza che Cristo racchiude in sé, nascosti nella povertà della sua carne? «Per noi, da ricco che era, egli si è fatto povero, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà» (cfr. 2 Cor 8, 9). Assumendo la mortalità dell’uomo e subendo nella sua persona la morte, egli si mostrò a noi nella povertà della condizione umana: non perdette però le sue ricchezze quasi gli fossero state tolte, ma ne promise la rivelazione nel futuro. Quale immensa ricchezza serba a chi lo teme e dona pienamente a quelli che sperano in lui!
Le nostre conoscenze sono ora imperfette e incomplete, finché non venga il perfetto e il completo. Ma proprio per renderci capaci di questo egli, che è uguale al Padre nella forma di Dio e simile a noi nella forma di servo, ci trasforma a somiglianza di Dio. Divenuto figlio dell’uomo, lui unico figlio di Dio, rende figli di Dio molti figli degli uomini. Dopo aver nutrito noi servi attraverso la forma visibile di servo, ci rende liberi, atti a contemplare la forma di Dio.
Infatti «noi siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3,2). Ma che cosa sono quei tesori di sapienza e di scienza, che cosa quelle ricchezze divine, se non la grande realtà capace di colmarci pienamente? Che cosa è quell’abbondanza di dolcezza se non ciò che è capace di saziarci?
Dunque: «Mostraci il Padre e ci basta» (Gv 14, 8). E in un salmo una voce, che ci interpreta o parla per noi, dice rivolgendosi a lui: «Sarò saziato all’apparire della tua gloria» (cfr. Sal 16, 15). Egli e il Padre sono una cosa sola e chi vede lui vede anche il Padre. «Il Signore degli eserciti è il re della gloria» (Sal 23, 10). Facendoci volgere a lui, ci mostrerà il suo volto e saremo salvi; allora saremo saziati e ci basterà.
Ma fino a quando questo non avvenga e non ci sia mostrato quello che ci appagherà, fino a quando non berremo a quella fonte di vita che ci farà sazi, mentre noi camminiamo nella fede, pellegrini lontani da lui, e abbiamo fame e sete di giustizia e aneliamo con indicibile desiderio alla bellezza di Cristo che si svelerà nella forma di Dio, celebriamo con devozione il Natale di Cristo nato nella forma di servo.
Se non possiamo ancora contemplarlo perché è stato generato dal Padre prima dell’aurora, festeggiamolo perché nella notte è nato dalla Vergine. Se non lo comprendiamo ancora, perché il suo nome rimane davanti al sole (cfr. Sal 71, 17), riconosciamo il suo tabernacolo posto nel sole. Se ancora non vediamo l’Unigenito che rimane nel Padre, ricordiamo «lo sposo che esce dalla stanza nuziale» (cfr. Sal 18, 6). Se ancora non siamo preparati al banchetto del nostro Padre, riconosciamo il presepe del nostro Signore Gesù Cristo
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