Archive pour janvier, 2010

Unzione di Saul, Miniatura del secolo IX, Basilica di San Paolo Roma

Unzione di Saul, Miniatura del secolo IX, Basilica di San Paolo Roma dans immagini sacre Saul

http://www.fmboschetto.it/religione/libri_storici/1Samuele.htm

Publié dans:immagini sacre |on 11 janvier, 2010 |Pas de commentaires »

Sulle orme dell’Apostolo Paolo, “Sacerdoti, forgiatori di Santi per il nuovo millennio” : “Lasciatevi riconciliare con Dio.” (2 Cor 5, 20)

dal sito:

http://www2.clerus.org/clerus/dati/2004-10/19-13/05MAIT.htm

“Lasciatevi riconciliare con Dio  »
 
CONGREGATIO PRO CLERICIS
 
Universalis Presbyterorum Conventus
 
“Sacerdoti, forgiatori di Santi per il nuovo millennio”
 
Sulle orme dell’Apostolo Paolo 
 
“Lasciatevi riconciliare con Dio.” (2 Cor 5, 20)
 
Card. Jean-Louis Tauran
 
Celebrazione penitenziale
 
Malta – 19 ottobre 2004
 
“Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.
Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio.”
 
(2 Cor 5, 17-21)
 
            Propongo questo testo alla vostra meditazione perché mi ricorda una verità fondamentale per coloro che hanno ricevuto da Cristo il ministero di perdonare i peccati nel suo nome: siamo riconciliatori perché noi stessi siamo stati riconciliati. Noi tutti qui presenti sappiamo per esperienza che essere vescovo o sacerdote oggi non è facile. Siamo «segni di contraddizione». Ed è bene che sia così, in quanto dalla sorte siamo stati resi più conformi all’unico sacerdote Gesù Cristo. Il problema consiste nel non subire questa condizione, bensì trasformarla in una scelta. Quando pensiamo a ciò che si colloca al cuore della nostra esistenza
sacerdotale, ovvero la celebrazione dei sacramenti che ci è stata affidata, ci potrebbe venire subito in mente una frase di Paolo: «Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta» (2 Cor 4, 7). Ogni giorno, nel presiedere l’Eucaristia, cominciamo con questa esortazione: «Prepariamoci a celebrare questa Eucaristia riconoscendo che siamo peccatori». Ogni giorno, nel momento in cui più che mai viviamo e agiamo «in persona Christi», siamo chiamati a verificare la nostra conformità a Colui per il quale abbiamo scelto di dare la vita, per offrirla ai nostri fratelli, come
ha fatto il loro unico Salvatore.  Se pensiamo che il nostro ministero consista nel testimoniare
l’amore che, attraverso di noi, Gesù dimostra per il suo popolo, dobbiamo domandarci:
-        Chi sono per me coloro che la Chiesa mi ha affidato? Degli amministrati o dei fratelli?
-        Mi preoccupo di comprendere quello che vivono, le loro inquietudini e le loro gioie?
Nulla fa più da schermo a Gesù Cristo che dei «sacerdoti-funzionari»! Se pensiamo ai sacramenti che celebriamo, che debbono essere dei segni che attirano gli uomini a Dio, possiamo domandarci:
-        Mi preoccupo di prepararmi bene agli atti liturgici, con la preghiera, la lettura, anche curando l’abbigliamento?
-        Nel mio modo di celebrare e di parlare, faccio attenzione a dare il primo posto a Cristo, oppure sono troppo preoccupato di valorizzare me stesso?
Troppo spesso i fedeli sono sconcertati tanto da sacerdoti che sembrano celebrare per “routine” quanto da quelli che si comportano come delle “star”!
            Se infine pensiamo al posto che dobbiamo andare a occupare al cuore delle nostre comunità e della società, siamo chiamati a verificare se ci comportiamo sempre e dovunque come “sacerdoti”. Vale a dire: nel nostro modo di parlare, di organizzare la nostra vita personale, di fare ricreazione, di vestirci, di gestire le nostre amicizie, facciamo davvero pensare a un Altro? Infatti, se accettiamo di essere e di vivere in modo differente dal “mondo” (nel senso giovanneo del termine), non è per mera disciplina ecclesiastica, bensì perché chi ci vede pensi a Colui che è venuto perché gli uomini abbiano la vita (cf. Gv 5, 24)! È proprio questo il punto. Tra poco riceveremo il sacramento della riconciliazione. Sottoporremo la nostra vita alla misericordia di Dio per conoscere la gioia di essere perdonati. La parola liberatrice di Gesù, che la Chiesa conserva e trasmette, farà di ognuno di noi un uomo nuovo, poiché «laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5, 20). Il perdono di Gesù ci libera dalle schiavitudini del passato e rende possibile un futuro. Così, a nostra volta, noi riconosciamo la gioia di perdonare. Ci sarà concesso di comunicare lo spirito e la forza di Gesù per liberare i nostri fratelli dai loro idoli, dai sentimenti di vendetta e di odio che avvelenano la loro vita personale e collettiva. In questo mondo duro che ci siamo fabbricati, la Chiesa porta il dono della misericordia di Dio che ci riconcilia con i nostri fratelli e con noi stessi. Albert Camus fa dire al protagonista de La caduta: «Mi avete parlato del giudizio finale. Lo attendo a piè fermo. Ho conosciuto ciò che c’è di peggio: il giudizio degli uomini». E se la priorità della nostra azione pastorale consistesse nel proclamare la tenerezza di Dio?  Sì, amo questa Chiesa che rimane, al di là dei peccati dei suoi membri e delle pesantezze della sua storia, uno dei rari luoghi di misericordia in cui ciascuno di noi può mettere a nudo la verità su se stesso, riconoscere i propri smarrimenti, ricevere il perdono per i propri errori e ricominciare con un cuore nuovo.
 
            Se il Santo Padre,  nel tracciare il cammino della Chiesa per il terzo millennio, ha indicato la santità come obiettivo da raggiungere, spetta a noi pastori essere i modelli del gregge. Lo sappiamo per esperienza, è un combattimento quotidiano. Il Cardinal Schuster, il grande Arcivescovo di Milano, ha scritto magnificamente che «la santità non consiste nel non essere mai caduti, ma nel proposito di non cadere più».
 
            Che la Vergine Maria, che ha proclamato nel suo Magnificat l’amore di Dio che «si stende di generazione in generazione» ci aiuti, con l’esempio della sua dolcezza e della sua perseveranza, a rivelare a tutti i nostri fratelli che l’amore è più forte del peccato! Che la sua presenza e la sua intercessione ci facciano ricordare che, come lei, la Chiesa è madre!
 
            «Signore – recita una preghiera della liturgia – che mostri la tua potenza più di ogni altra cosa nel perdono». Ne faremo ancora una volta l’esperienza tra qualche istante. Ecco la buona Novella per noi e per tutti i nostri fratelli, per l’oggi e per il domani!

Le canzoni yiddish e il repertorio klezmer tra sacro e profano : Tutto l’ebraismo è una musica

dall’Osservatore Romano, dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#16

Le canzoni yiddish e il repertorio klezmer tra sacro e profano

Tutto l’ebraismo è una musica

di Luca Miele

Profondamente intrecciate alle vicende del popolo ebraico – di cui hanno trascritto tremori, effervescenze, drammi e gioie – la musica klezmer e la canzone yiddish costituiscono uno straordinario « documento » nel quale note, lingua, letteratura, storia e tradizione formano un ricamo unico. Inabissatosi e riemerso con una sorta di movimento sistolico, questo universo sonoro ha catturato le espressioni musicali delle comunità ebraiche dell’Europa orientale. La sorgente dalla quale esso affiora è trasparente:  klezmer e canzone yiddish, pur declinandosi come musiche « profane », sono radicate nel sentire religioso ebraico, rimanendo ancorate al canto della sinagoga come a una matrice ineludibile. 
Come ha scritto Abraham Zevi Idelsohn, nel suo pionieristico studio sulla musica ebraica, tra canto profano e sacro ebraico non si è mai consumata alcuna rottura:  nella canzone popolare « vi sono melodie su testi biblici o melodie basate su temi biblici, per le preghiere, per componimenti poetici di argomento religioso, melodie per i momenti di meditazione o di elevazione dello spirito verso Dio, per raggiungere l’estasi, per la gioia nei momenti in cui lo spirito diviene conscio della potenza e dell’amore di Dio e infine melodie che esprimevano gli innumerevoli dolori e tormenti che gli ebrei hanno sofferto ».
In Musica errante. Tra folk e jazz:  klezmer e canzone yiddish (Viterbo, Nuovi equilibri, 2009, pagine 257, euro 18), Gabriele Coen e Isotta Toso ricostruiscono la storia della musica klezmer, dalle origini che si confondono con la tradizione sacra fino alle recenti contaminazioni con altre forme di espressività, dal jazz alla scena contemporanea.
Una vicenda secolare, incomprensibile se non calata nella tormentata e dolorosa storia della Diaspora. Proprio questo movimento centrifugo ha inciso profondamente sull’identità della musica ebraica, perennemente sospesa tra il fedele attaccamento alle radici e dell’incontro/apertura con i Paesi che ne hanno ospitato le comunità.
Alle soglie dell’età moderna, gli ebrei orientali sono solo un’esigua minoranza. Nei secoli successivi, la loro presenza – nelle terre polacche, lituane, russe, ucraine – si irrobustisce, si organizza, si ramifica. Un intero universo prende forma. Qual è la cifra del mondo musicale che il musicista klezmer abita? « È interessante notare come in ebraico cantare si dica han-in, addolcire – scrivono Coen e Toso – Re David veniva chiamato neim zemiroth, colui che addolcisce i canti. La scelta delle note, la tecnica virtuosistico-ornamentale, il sapiente uso dei diversi colori e delle diverse sfumature timbriche del cantore sinagogale ricordano ancora una volta la stretta parentela della musica ebraica con la tradizione musicale araba e turca, ma anche ucraina e zingara ».
L’altro grande « contenitore » della musica profana ebraica è il corpus della canzone yiddish, capace di abbracciare l’intera gamma dell’espressività popolare, dalla canzone di protesta a quella umoristica. Il ruolo assolto dalla lingua yiddish è in qualche modo « salvifico »:  se « esilio forzato, persecuzioni e dispersioni » sconvolgono la storia del popolo ebraico, è attraverso questa lingua che nei Paesi dell’Est europeo « le diverse comunità mantengono un punto di contatto, un comune sentire ». Da questa lingua meticcia nascerà una ricchissima tradizione letteraria e un patrimonio vastissimo di canzoni popolari ». Se la storia della musica asseconda inevitabilmente il movimento del popolo di cui è espressione, un momento cruciale in questo tragitto è la massiccia emigrazione negli Stati Uniti tra la fine dell’Ottocento e il primi del Novecento. La nascita dell’industria discografica, l’affermarsi di un mercato di massa ma anche il profondo spaesamento e in alcuni casi la crisi prodotta dall’urto con la realtà americana, a cui segue la disgregazione di antichi rituali, producono un rinnovato impulso per la musica klezmer e la canzone yiddish. L’incontro più fecondo è quello con il jazz.
Ma se questo è il tragitto descritto dalla musica klezmer, quale è lo sfondo da cui essa si origina? Da dove nasce l’unicità dell’esperienza musicale ebraica se è vero, come scrivono i due autori, che « tutto il multiforme universo mistico e filosofico degli ebrei è intriso di rimandi alla preminenza del suono, della voce, del canto nel rapporto tra Dio e gli uomini. Il suono è elemento fondante della liturgia che per molti secoli è stata l’unica forma d’arte ebraica »?
Il suono è stretto in una parentela inestricabile con la creazione. Come ha scritto Gianfranco Ravasi « la prima epifania di Dio non è in una lotta cosmogonica, come insegnavano le mitologie dell’antico Vicino Oriente, lotta nella quale prevaleva la divinità positiva del bene e dell’essere. La teofania che dà inizio alla creazione e alla storia è per la Bibbia affidata a una parola imperativa ed efficace che squarcia il silenzio del nulla (le tenebre, l’abisso, il caos, secondo la simbologia biblica) e dà origine all’essere ». Questa parola che squarcia il silenzio è ebraicamente « la parola di Dio percepibile acusticamente, cioè nel linguaggio. La rivelazione è un evento acustico, non visivo, o per lo meno ha luogo in una sfera connessa metafisicamente con la dimensione acustica, sensoriale » (Gershom Scholem).
La musica è allora eco di questa Parola, è evento/avvento, è « essenzialmente temporalità, memoria, ritmo ». Si può allora affermare, con Enrico Fubini, « che tutto l’ebraismo, la sua stessa essenza, è una musica, o meglio una forma di musica, o, in altre parole, un tentativo di imporre una forma al tempo ». « L’ebraismo – ha scritto Abraham Heschel – è una religione del tempo che mira alla santificazione del tempo. Il rituale ebraico può essere caratterizzato come l’arte delle forme significative nel tempo, come architettura del tempo ».

Publié dans:EBRAISMO |on 11 janvier, 2010 |Pas de commentaires »

Il Tempo Ordinario: La bellezza del quotidiano

dal sito:

http://www.oratoriovalentino.org/spiritualita/t_ordinario/tempo%20ordinario.doc

TEMPO ORDINARIO

La bellezza del quotidiano

Il Tempo ordinario ricorda che la vita cristiana è una continua memoria rinnovata della pasqua. La vita di Cristo, culminata nel mistero pasquale, viene attualizzata ogni domenica. Il legame della chiesa con il Salvatore non genera solo un rapporto di fedeltà al passato, ma apre al futuro. Radicata nel Risorto, la chiesa non ripete un cammino lineare, ma vive un rapporto circolare. La grazia della passione e risurrezione permette alla chiesa di inserirsi in modo vitale nelle situazioni sempre nuove del mondo.
 Il Tempo ordinario richiama all’attenzione al quotidiano. Terminate le grandi festività, con quanto di specifico le accompagna anche nella liturgia, l’evento pasquale di Cristo tende ad entrare nei meandri di ogni esperienza personale e familiare, sociale ed ecclesiale del credente. Nulla può restare fuori dalla grazia trasformante di Cristo: affetti e doti, beni e scelte, lavoro e festa, gioie e fatiche, malattia e morte. Tutto ne viene segnato profondamente. L’adesione al Risorto abbisogna di un percorso costante e progressivo, per arrivare a rivestirsi totalmente di lui (Gal 3,27). Il mistero pasquale è troppo denso per essere assimilato in poche settimane: occorrono tempi lunghi e varie mediazioni per accoglierlo come regola di vita e criterio di giudizio, forza di azione e certezza di futuro.
 Il Tempo ordinario non è irrilevante: è anzi il normale sbocco della celebrazione della pasqua. Nei secoli, la concentrazione dell’attenzione sul compimento del precetto pasquale ha forse ritardato la maturazione della consapevolezza che la pasqua va vissuta tutti i giorni della vita, in qualunque circostanza. La risurrezione di Cristo e il dono del suo Spirito non sono finalizzati solo alla domenica, ma anche ai giorni feriali. Infatti, il cristianesimo non è un insieme di riti o di idee, ma un incontro che cambia tutta la vita. Per la chiesa d’occidente, il martirio può consistere nel cammino di conversione e di fedeltà al Signore nelle piccole realtà e situazioni quotidiane. Ogni domenica i fedeli si fermano attorno a Cristo vittorioso per ritrovare la forza di affrontare cristianamente una nuova settimana di vita. Di qui l’importanza di riscoprire il senso della “festa” cristiana come punto trasformante di un’esistenza che diversamente trascorre nel grigiore e nella banalità.
 Nell’esortazione Sacramentum caritatis il papa afferma: «Il culto a Dio nell’esistenza umana non è relegabile ad un momento particolare e privato, ma per natura sua tende a pervadere tutte le circostanze dell’esistenza in cui ogni particolare viene esaltato, in quanto vissuto dentro il rapporto con Cristo e come offerta a Dio» (n. 71). Al n. 79 il mondo è paragonato al «campo» e i cristiani laici al «buon seme» che il Padre vi semina per far germogliare «la novità radicale portata da Cristo proprio all’interno delle comuni condizioni di vita».
 
L’efficacia del Tempo ordinario

Vivere “da cristiani” il Tempo ordinario equivale ad essere fedeli all’eucaristia, che conferma la natura soprannaturale della vita cristiana e la riscatta dalle «mode del momento» (n. 37). Non si può «vivere secondo la domenica» (Ignazio di Antiochia) senza programmare impegni familiari, lavorativi, ludici ecc., per non mancare all’appuntamento eucaristico, ovunque ci si venga a trovare, anche in vacanza… Con troppa superficialità si omette la partecipazione al memoriale settimanale della pasqua.
 Non si tratta di moralismo, ma del dinamismo dell’amore: «La tensione morale che nasce dall’ospitare Gesù nella propria vita scaturisce dalla gratitudine per aver sperimentato l’immeritata vicinanza del Signore» (n. 82). La coerenza nasce dall’esigenza della pubblica testimonianza della propria fede, soprattutto in relazione ai valori non negoziabili, quali il rispetto e la difesa della vita umana, la famiglia, la libertà di educazione dei figli e la promozione del bene comune» (nn. 83,85). Il Tempo ordinario è la palestra per esercitare il dono ricevuto, con fedeltà e gratitudine.
È sorprendente l’esempio di Gesù, che per trent’anni conduce un’esistenza qualunque tra lavoro e casa, famiglia e amici. Anche il suo ministero è caratterizzato da incontri non eccezionali o eroici, quasi per sottolineare il valore del quotidiano. Ecco la scelta degli apostoli mentre stanno pescando o di Levi che riscuote le tasse; la partecipazione al matrimonio a Cana e la visita alla suocera di Pietro malata; il dialogo con la Samaritana che attinge acqua e la compassione al funerale del figlio della vedova di Nain; il riferimento al mondo agricolo e al vicinato…
 Gesù educa a cogliere la «perla preziosa» insita nella realtà, uscita buona dalle mani del Creatore, e nella persona umana, dotata del sigillo del soffio stesso di Dio: il tutto rigenerato dalla pasqua. Proprio perché non rinchiuso negli orizzonti del tempo, il cristiano è lungimirante, sa intuire ciò che altri non vedono. Sono suggestivi i suggerimenti di Paola Bignardi per intravedere nella propria esistenza quasi un “sacramento”, nel quale Dio si fa presente senza mostrarsi.
Anzitutto, il «lasciarsi stupire dal mistero» nelle molteplici forme in cui esso appare e negli infiniti luoghi che esso abita. La vita è molto più di ciò che le nostre giornate manifestano e questa convinzione va coltivata insieme a un atteggiamento e a un cuore vigili. La presenza di un Dio cui nulla è impossibile è sempre sorprendente e mai scontata.
Secondo, «svelare il mistero» di un’esistenza piena e affascinante, motivata e serena, non appassita nell’abitudine o bruciata dalla banalità. L’amore che “spinge” si fa parola di fiducia, gesto di misericordia e scelta di condivisione con i fratelli. Il Tempo ordinario è la serra delle relazioni semplici, della prossimità.
Terzo, «narrare il mistero» che racchiude il segreto luminoso che le dà senso. [1] Stretta al Signore Gesù, la vita profuma di vangelo e diventa evangelizzazione spontanea nella vicinanza alle persone. Come afferma efficacemente Benedetto XVI: «Diveniamo testimoni quando, attraverso le nostre azioni, parole e modo di essere, un Altro appare e si comunica… Chi non comunica la verità dell’Amore al fratello non ha ancora dato abbastanza» (nn. 85,86).
 Il Tempo ordinario è insieme risorsa, scuola di formazione e banco di prova per il laicato. Come annotava la Bignardi al convegno di Verona, è ora di riconoscere la vocazione dei laici non solo quando operano per sostenere le iniziative pastorali della comunità, ma quando si impegnano nell’azione secolare per mostrare a tutti che Dio ama la vita. È una straordinaria avventura quella dei fedeli laici, il cui cammino spirituale è tutt’uno con la loro responsabilità di trasformare la vita, stando dentro le sue ricchezze e le sue contraddizioni.
 L’esperienza insegna che nelle comunità c’è una certa separazione tra fede e vita, come pure si fatica a tentare il discernimento sulle problematiche emergenti della società in cambiamento. Si pensi alla limitata conoscenza della dottrina sociale della chiesa, ai non facili rapporti tra cristiani che fanno opzioni differenti in campo partitico e sindacale, alla scarsa attenzione alla salvaguardia del creato con uno stile di vita più sobrio, alla difficoltà di impegnarsi in prima persona a favore della pace e della giustizia, alla poca partecipazione alla vita civica, alla passività rassegnata di fronte a comportamenti neganti la salute e la vita propria e altrui (stragi del sabato sera, sfruttamento commerciale delle giovani generazioni, diffusione di alcol e droga), alla ritrosia a collaborare con cattolici di altre parrocchie e movimenti per proposte alternative, costruttive e credibili…
 Eppure, nella sua prima enciclica il papa ribadisce che i fedeli laici «non possono abdicare alla molteplice e svariata azione economica, sociale, amministrativa e culturale, destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune» (n. 29). Esistono difficoltà oggettive, ma è un segno che forse il Tempo ordinario va meglio valorizzato per mostrare che l’azione dei cristiani può essere un’autentica e rispettosa risorsa per una società plurale come la nostra. Anche l’estate è una moneta preziosa da spendere bene per riposo, preghiera, servizio formativo e caritativo, contatti con altre comunità cristiane, letture spirituali, contemplazione dell’arte cristiana ecc.
 
Per guardare avanti

Parafrasando quanto indicato dal papa nel messaggio per la 22ª Giornata mondiale della gioventù, si possono individuare alcuni ambiti per l’impegno dei laici nel Tempo ordinario.
Il primo è amare realmente la chiesa nella quale si è inseriti, come comunione di persone segnata dalla varietà, dall’unità e dall’universalità. Sono ben appropriate le parole prolusive del card. Tettamanzi a Verona a proposito della comunione secondo una modulazione ecclesiale (rapporto tra vocazioni, doni e ministeri) ma anche antropologica e sociale (relazione tra uomini e donne, giovani e adulti, ricchi e poveri, studenti e maestri, sani e malati, potenti e deboli, vicini e lontani). L’auspicio dell’arcivescovo di Milano è una comunione missionaria tra le diverse categorie di fedeli «più compattata e dinamica, più libera e insieme strutturata, più convinta e convincente, più visibile e credibile. Non si dà testimonianza cristiana al di fuori o contro la comunione ecclesiale!».
 Per maturare nella comunione-collaborazione-corresponsabilità è necessario incontrarsi, dialogare, condividere esperienze: è la via della “sinodalità”. Quanto è importante prevedere, ogni anno, occasioni per conoscere quanto stanno vivendo “altri fratelli” in parrocchia e nella zona pastorale, nella diocesi e nel mondo. Assemblea parrocchiale e consiglio pastorale allargato, apertura e chiusura dell’anno pastorale, programmazione e verifica, incontri informali e formali tra aggregazioni diverse, ascolto riconoscente per l’opera dello Spirito ovunque… È uno stile più che un dovere, una ricchezza più che un problema, un’occasione di grazia.
 Un secondo ambito è cogliere i “segni dei tempi” del presente e prepararsi al futuro, che non sarà la semplice riedizione del passato. Il sociologo Zigmunt Bauman individua tre parole-chiave del 21° secolo: società liquida, politica e città. Il cambiamento socioculturale in atto è caratterizzato dalla globalizzazione dell’economia e dei problemi, dalla compresenza di varie religioni e dall’acuirsi delle domande relative alla vita. Anche il cristiano vive nel proprio territorio e, contemporaneamente, si sente cittadino dell’Europa e del mondo. Questo chiede un cuore attento e una mente desiderosa di documentarsi, senza paure e senza anatemi, ma con lungimiranza e prudenza. Di fronte alla tentazione della semplificazione, dell’integralismo o del ripiegamento su di sé e sul proprio piccolo mondo, per il cristiano è fondamentale acquisire una cultura profonda, ampia, aggiornata alle grandi questioni del tempo: altrimenti la testimonianza risulta sfuocata, povera di ragioni, scarsamente incisiva, incapace di dialogo.
 Il confronto con altre fedi esige di superare l’analfabetismo religioso, molto diffuso tra i cattolici del nostro paese: non è un sintomo di ateismo ma di ignoranza. Per molti la chiesa è un impasto di diritti civili e di carità (o di buonismo, per dirla con Vittorio Messori; o di religione civile, semplice collante di una democrazia affaticata, direbbe il card. A. Scola), mentre la fede sembra risultare muta. Il Tempo ordinario è adatto per una formazione graduale e diversificata sui fondamenti del Credo, tramite varie forme ecclesiali e anche l’“autoformazione” (ben diversa dall’individualismo!). C’è troppa pigrizia di fronte alla secolarizzazione e al relativismo, che relegano la fede cristiana ai margini dell’esistenza, come se essa fosse inutile allo svolgimento concreto della vita degli uomini (n. 77) o che confondono la vita cristiana con le notizie vaticane. È tempo di ricerca per una nuova visione della laicità. [2]
 Terzo, l’audacia di «osare l’amore» sull’esempio dei santi e nella concretezza quotidiana, per evidenziare in “quale” Dio si crede e per rendere convincente la fede. Scrive il papa a proposito della spiritualità cristiana autenticamente eucaristica: «L’offerta della nostra vita, la comunione con tutta la comunità e la solidarietà con ogni uomo sono aspetti imprescindibili del culto spirituale, santo e gradito a Dio, in cui tutta la nostra concreta realtà umana è trasformata a gloria di Dio» (n. 94). Il forte legame con Gesù, unico Salvatore, impedisce di ridurre «in chiave meramente sociologica» la decisiva opera di promozione umana sempre implicata in ogni autentico processo di evangelizzazione (n. 86). Un aspetto dell’unità tra verità e amore è la «saggia misura», come suggerisce il monaco A. Grün: nei nostri tempi in cui non solo si usa il creato senza alcuna misura, ma in cui anche le pretese verso se stessi e la società sono senza misura, proprio la virtù della misura sarebbe un rimedio per le persone e per la convivenza, anche per mantenersi liberi da suggestioni ideologiche e da simpatie partitiche, come richiamava il papa a Verona.
 
Una fede amica dell’uomo
Nella sua prima prolusione da presidente della Cei, mons. A. Bagnasco ha chiesto ai vescovi che «il primato di Dio sia il più possibile “visibile” e “palpabile” nell’esistenza concreta e quotidiana delle nostre persone e delle nostre comunità… Questa è la missione della chiesa, lo scopo del suo esserci e il suo unico desiderio: l’annuncio della speranza che è Cristo». Rivelando il mistero del Padre e del suo amore, Cristo svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione (GS 22). Per questo, «la fede è gioia e la vita cristiana, proprio perché alta ed esigente, è gioia. Generare le persone alla vera gioia esprime in modo eminente la maternità della chiesa».[3]
 Il Tempo ordinario è il più adatto a mostrare una fede amica dell’uomo, a testimoniare cioè la bellezza di essere cristiani in un’epoca in cui è diffusa l’opinione che il cristianesimo sia qualcosa di faticoso e di opprimente da vivere. Come amava ripetere mons. L. Giussani, Cristo è la strada verso la realizzazione dei desideri più profondi del cuore dell’uomo, poiché egli non ci salva a dispetto della nostra umanità, ma attraverso di essa. Senza temere il confronto con la cultura odierna, l’avvenimento cristiano è fonte di nuovi valori e capace di orientare l’intera esistenza.
 È così che lo Spirito prepara le “pietre vive” sagomandole e cementandole sulla pietra angolare che è Cristo, per costruire la chiesa corale e sinfonica, popolare e missionaria, gioiosa e pellegrinante.   (Luigi Guglielmoni)
 
 
[1] Bignardi P., “Lasciamoci sorprendere dal mistero”, in Messaggero di Sant’Antonio, aprile 2007, p. 51; cf. la sua relazione al convegno di Verona.
[2] Scola A., Una nuova laicità. Temi per una società plurale, Marsilio 2007.
[3] Avvenire 27 marzo 2007, p. 7.

Omelia per l’11 gennaio 2010: Il tempo è compiuto

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/14496.html

Omelia (12-01-2009) 
Monaci Benedettini Silvestrini
Il tempo è compiuto

Inizia oggi il cosiddetto tempo «ordinario» prima della Quaresima. L’aggettivo «ordinario» potrebbe indurci in errore se gli attribuiamo il significato di dimesso, non importante, usuale. La liturgia cattolica non consente mai una simile interpretazione, perché il tempo, che dono per la salvezza, ha sempre una sua sacralità ed una primaria importanza, ci consente infatti di immergerci in Dio e realizzare in noi il suo progetto di amore e di santificazione. Ci viene in soccorso a proposito anche il Vangelo di oggi, che ci riporta la prima brevissima omelia del Signore: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo». La pienezza del tempo significa la presenza del Figlio di Dio incarnato e vivo tra noi, significa ancora il suo annuncio di salvezza, implica una chiamata e un impegno per ciascuno di noi. L’impegno è di accogliere la persona del Cristo come nostro redentore e salvatore, ascoltare il suo messaggio e convertirsi alle verità che egli ci rivela. È l’impegno della conversione, l’impegno di assumere in noi la grazia per cambiare rotta se ci ritroviamo a muoverci con la nostra vita per strade e direzioni diverse da quelle che lui ci indica. È in questo contesto che Gesù comincia a formare il primo nucleo della sua futura chiesa: i primi a cambiare mestiere e vita, perché chiamati dal Signore sono prima Andrea e Simone, suo fratello e poi i figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni. Da pescatori di pesci dovranno diventare pescatori di uomini, nel mare più vasto del mondo. L’incontro personale con Cristo sconvolge tutti i loro piani: devono lasciare le barche, le reti, i garzoni e tutto ciò che alimentava la loro esistenza. Molto spesso convertirsi significa avere il coraggio di abbandonare o almeno ridimensionare le false sicurezze per scoprire ed attuare un progetto che più direttamente ci conduce a conseguire gli obiettivi primari dell’esistenza umana. Solo con la fede ben alimentata possiamo raggiungere un tale obiettivo. 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 11 janvier, 2010 |Pas de commentaires »

Beata Teresa di Calcutta: Ascoltatelo pronunciare il vostro nome : la chiamata di Gesù

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100111

Lunedì della I settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Mc 1,14-20
Meditazione del giorno
Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità
Testamento spirituale

Ascoltatelo pronunciare il vostro nome : la chiamata di Gesù

      La Madonna è stata, insieme con Giovanni e, ne sono sicura, con Maria di Màgdala, la prima a sentire il grido di Gesù « Ho sete! » (Gv 19,28). Essa conosce l’intensità e la profondità dell’ardente desiderio di Gesù per voi e per i poveri. E noi, lo conosciamo? Lo sentiamo come lei?… Prima, la Madonna lo domandava a me, ora, sono io, in nome suo, a domandarvelo, a supplicarvene: « Ascoltate la sete di Gesù ». Questa sia per ciascuno una parola di vita. Come avvicinarvi alla sete di Gesù? Un solo segreto: quanto più verrete a Gesù, tanto più conoscerete la sua sete.

      « Convertitevi e credete al vangelo » ci dice Gesù (Mc 1,15). Di cosa dobbiamo pentirci? Della nostra indifferenza, della nostra durezza di cuore. E cosa dobbiamo credere? Che Gesù ha sete fin d’ora del vostro cuore e dei poveri: Lui conosce la vostra debolezza, e desidera comunque solo il vostro amore; vuole semplicemente che gli lasciate la possibilità di amarvi…

      Ascoltatelo. Ascoltatelo pronunciare il vostro nome. E così fate perché la mia gioia, e la vostra, siano perfette (1 Gv 1,14).

Il “Codex Pauli”, il più grande tributo all’Apostolo delle Genti

dal sito:

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Il “Codex Pauli”, il più grande tributo all’Apostolo delle Genti

Verrà presentato in Campidoglio il 13 gennaio prossimo

ROMA, venerdì, 8 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Un’opera monumentale, unica nel suo genere, concepita sullo stile degli antichi codici monastici ed arricchita da una minuziosa selezione di fregi, miniature e illustrazioni, provenienti da manoscritti di datazione diversa dell’Abbazia di San Paolo fuori le Mura. Si tratta del “Codex Pauli”.

L’opera, un tomo unico di 424 pagine di alto valore ecumenico, è dedicata a Benedetto XVI, che ha indetto le celebrazioni per il bimillenario della nascita di san Paolo. La tiratura è limitata a 998 copie numerate.

Per il Codex Pauli è stato creato, inoltre, il font originale “Paulus 2008”, che rispecchia la grafia dell’amanuense della Bibbia Carolingia (IX sec.).

L’opera verrà presentata in Campidoglio, presso la Sala della Protomoteca, il 13 gennaio prossimo alle ore 17:30, in preparazione alla Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani (18-25 gennaio).

Saranno presenti, tra gli altri: il Cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, Arciprete emerito della Basilica di San Paolo fuori le Mura; l’Arcivescovo Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura; l’Archimandrita Mtanios Haddad, Apocrisario di Sua Beatitudine Gregorios III Laham, Patriarca melkita d’Antiochia e di tutto l’Oriente; padre Edmund Power, Abate di San Paolo fuori le Mura; e il senatore Sandro Bondi, Ministro per i Beni e le Attività culturali. Modererà il giornalista responsabile di Rai Vaticano Giuseppe De Carli.

Il Codex Pauli ospita i contributi inediti, appositamente preparati, del Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I; del Patriarca di Mosca e di Tutte le Russie, Kirill; di Gregorios III Laham; del dr. Rowan Williams, Primate della Comunione Anglicana; del dr. Eduard Lohse, Vescovo emerito della Chiesa Evangelica di Hannover; e di molti altri.

L’opera si apre con un’articolata parte introduttiva, organizzata secondo alcune sezioni.

Nella prima, Annus Pauli, viene ripercorsa l’avventura dell’Anno dedicato al bimillenario della nascita dell’Apostolo. Ne sono testimoni privilegiati i Cardinali Tarcisio Bertone, Ennio

Antonelli, Raffaele Martino, Jean Louis Tauran, Jozef Tomko, Antonio Rouco Varela, André Vingt-Trois e Walter Kasper.

Nella sezione Roma Pauli viene ripercorsa la ricca tradizione spirituale, liturgica e artistica dei monaci benedettini, che da tredici secoli custodiscono il sepolcro di san Paolo sulla via Ostiense.

Evangelium Pauli è il titolo della terza parte, che presenta la figura e il messaggio del grande Apostolo in dialogo con le culture e con la sensibilità dei nostri giorni. Il Cardinal Kasper legge san Paolo tra Est ed Ovest; il dottor Antonio Paolucci lo ricolloca tra le radici cristiane dell’Europa; il professor M.D. Nanos lo rapporta con l’ebraismo, il professor D.A. Madigan con l’Islam. Ma molti altri sono gli approfondimenti: san Paolo come cosmopolita, viaggiatore, missionario, apostolo, e modello di dialogo interreligioso.

Nell’ultima parte, Vita Pauli, si affronta l’interrogativo sull’identità di Saulo/Paolo dopo duemila anni di interpretazione, esaltazione, avversione, strumentalizzazione dell’Apostolo e del suo messaggio.

Sfogliando le pagine del Codex, il Paolo di ieri, presente con il testo originale greco, ci raggiunge attraverso la traduzione in lingua corrente. Accanto al corpus paulinum integrale, comprendente le tredici Lettere dell’Apostolo, l’opera offre anche il testo italiano-greco degli Atti degli Apostoli e della Lettera agli Ebrei.

Un’ultima sezione raccoglie un’accurata selezione dei poco conosciuti Apocrifi riguardanti Paolo (Atti di Paolo; Lettere di Paolo e dei Corinzi; Martirio del santo Apostolo Paolo; Atti di Paolo e Tecla; Lettera ai Laodicesi; Corrispondenza tra Paolo e Seneca; Apocalisse di Paolo).

Ogni singolo testo si apre con una presentazione curata dai più noti esegeti di san Paolo e si conclude con una pagina di Lectio divina, secondo la millenaria tradizione monastica.

La presentazione e le introduzioni agli scritti paolini sono di mons. Gianfranco Ravasi, affiancato da autorevoli studiosi, biblisti e teologi, quali il cardinale Carlo Maria Martini, Romano Penna, Rinaldo Fabris, Primo Gironi, Antonio Pitta, Stefano Romanello, Giuseppe Pulcinelli, Paolo Garuti e Marco Valerio Fabbri.

“Il Codex Pauli – spiega padre Edmund Power nella presentazione – è primariamente un atto di venerazione alla Parola di Dio. È la Parola che dà la vita. Questo libro trae la propria ispirazione dalla figura del Dottore delle Genti, figura complessa e spiccata, incapace di nascondersi: le sue Lettere, le sue parole, mostrano in maniera eloquente la sua personalità energica e dinamica”.

“Un uomo che sa essere ironico, perfino sarcastico, eppure mai privo di una parte affettuosa, ispirata, maestosa, che ci fa vedere in lui un uomo ‘ossessionato dal Cristo’ – spiega –. Così anche il corpus del Codex Pauli è un magma di creatività umana, da cui scaturiscono bellezza e amore”.

“Secondo la tradizione monastica, l’arte è lo sforzo d’incarnare una visione interiore ricorrendo alla forma espressiva di una Bellezza in se stessa inesprimibile – continua l’Abate di San Paolo fuori le Mura –. Non tutti riescono a percepirla chiaramente: ecco perché l’opera artistica cerca di spingere ciascun contemplante a orientarsi verso l’unico Dio, quale fonte di ogni bellezza”.

“Chi cerca e ama la bellezza mediante il linguaggio dell’arte si indirizza verso il Divino – sottolinea –. Quest’opera si propone lo stesso fine”.

[Per maggiori informazioni: www.codexpauli.itpaolo.pegoraro@codexpauli.it]

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