GIACOBBE IL VOLTO D’ISRAELE, ovvero IL GUADO (Gen 32, 23-29)

dal sito:

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GIACOBBE IL VOLTO D’ISRAELE
ovvero
IL GUADO

di Elena Loewenthal

Ma quella notte si alzò, prese le sue due mogli, le due schiave, e i suoi undici figli e passò il guado dello Yabboq. Li prese e fece loro passare il fiume e fece passare quel che possedeva. Poi Giacobbe rimase solo e lottò un individuo con lui, sino allo spuntar dell’alba. Vide allora che non lo sopraffaceva e colpì all’articolazione della coscia e l’articolazione della coscia di Giacobbe si slogò nella sua lotta con lui. E disse: « Fammi andare, perché è spuntata l’alba! », e Giacobeb rispose, « Non ti lascerò andare se non mi benedirai ». E gli disse: « Qual è il tuo nome? », allora egli rispose « Giacobbe ». E quello disse: « Non più Giacobbe si dirà il tuo nome, bensì Israele, perché hai prevalso sul Signore e sugli uomini, e hai vinto! ». (Genesi 32, 23-29)

Gli occhi passano sul testo. Lo attraversano avanti e indietro in direzione mutevole: l’ebraico scorre in un senso, l’italiano in un altro. Così, a poco a poco la sequenza di versetti diventa un tessuto dove trama e ordito stanno sovrapposti, anzi intrecciati. Agli occhi del corpo s’accostano ora gli occhi della mente (quel secondo paio imprescindibile nella tradizione ebraica  – come se il bulbo fosse bifronte, una pupilla rivolta verso l’esterno, e l’altra verso l’interno). L’impressione è che il senso s’oscuri ogni volta di più che si legge, invece di rischiararsi: ad ogni ritorno, qualcosa di meno s’intende.
Perché la lotta?
E perché una lotta così duratura da occupare lo spazio intero di una notte?
E perché il congedo, insieme all’aurora, quando le sorti dello scontro sono ancora ambigue?
E perché Giacobbe chiede qualche cosa alla creatura che lo ha aggredito?
E una benedizione, per di più!
E il nome dell’uno, e il nome dell’altro?
Perché insomma, la Bibbia registra questo episodio? Qual è il suo posto nella storia sacra, e soprattutto in quel « catalogo » di significati che è la meta  d’ogni indagine sul testo?
Mistero.
L’impressione, quasi sconcertante, è che il passo non nasconda qualcosa che vale la pena di essere cercata, come succede in ogni angolo della Bibbia. No, piuttosto esso è di per sé un mistero, una presenza indecifrabile, dentro il Libro. La fede ebraica non è mistero, è ricerca, sguardo, ascolto, fatica, ma non mistero. E invece, questo racconto  di un incontro – fra cielo e terra, buio e luce, uomo e qualche cosa d’altro, forza e remissione – è e resta mistero ancor di più, ora che la lettura si è fatta tessuto tenace di parole, nessi, pause.
Sod – mistero. Del resto, è piuttosto insolito che sia la notte, e non il giorno, il teatro del racconto. Capiterà in Egitto, in quelle ore fatidiche durante le quali il Signore passerà sull’Egitto e passerà oltre le case dei figli d’Israele – i discendenti di Giacobbe! -: ma è una notte rischiarata dalla libertà vicina come non lo è stata mai, per il popolo. Prima d’allora, i patriarchi e le loro frotte si raccontano dall’alba al tramonto, e non viceversa. La notte, tutt’al più, è fatta per sognare. E per lasciarla alle spalle ogni mattina, benedicendo il Signore che ogni giorno dopo il buio ed il sonno ci riporta alla vita, come per una specie di miracolo.
Eppure, alla fine di questo misterioso racconto, Giacobbe assegna un nome al luogo dove ha lottato e chiamato, e lo chiama Peniel, perché qui – sostiene – ha visto Dio « faccia a faccia ». Dentro il buio della notte. Non c’è luce, in questo episodio. Persino il suono delle parole ha un che di opaco, offuscato. Più volte ricorre una radice ebraica che evoca il suono e la consistenza della « polvere ». Non terra, humus di vita (quello donde Adamo viene e cui tutti siamo condannati a tornare, per l’eternità, in attesa della fine dei tempi). No, è un pulviscolo più impalpabile, capace di restare sospeso nell’aria come una cortina che, quasi non bastasse il buio della notte, accorcia la vista e ottunde i sensi. Polvere e mistero. Avaq.

La lotta fra Giacobbe e l’angelo è in sostanza una sfida. Fra loro, ma soprattutto fra noi e il testo. Che impone di non partire di lì finché non si è raggiunto qualcosa. Inutile provare a divagare in cerca di simboli lontani, di allusioni al prima e dopo: si torna immancabilmente a mani vuote verso quei pochi versetti. Se sono lì, deposti sulla pagina, essi esigono qualcosa. Non ci sono parentesi, nel testo sacro. La lettura è un cammino che non può non lasciare traccia. Il mistero di questa lotta è, paradossalmente, « evidente », eppure non va ignorato. Le domande debbono trovare una risposta, o una domanda di rincalzo che permetta di proseguirlo, il cammino.
Per questa ragione, che è una specie di urgenza, ho scelto, nel mio approssimativo percorso verso il volto di Israele – cioè di Giacobbe – la via dell’aderenza al testo. Non la divagazione, bensì la vicinanza. Come se tutta la storia fosse già scritta lì, e non ancora da costruire.

Giacobbe è il padre di Israele. Abramo è chiamato in ebraico avinu, cioè « padre di noi », di tutti noi. E’ il versante universalistico della tradizione ebraica, il capostipite che racchiude il principio dell’umana parità, così come è stabilito dalla storia delle origini. Una sola è la prima coppia umana, sì che nessuno possa mai, alla fin fine, rivendicare un’ascendenza più illustre di un altro. Il vero miracolo della creazione, dice ancora la Mishnah, è l’evidenza dell’estro di Dio che, con un unico sigillo, il calco cioè del primo uomo, riesce a creare nuovi individui sempre diversi, eppure pari.
Giacobbe è invece il capostipite di un popolo. Di quel popolo che di lì a qualche generazione diventerà il vero protagonista della storia sacra. I patriarchi sono persone. Eroi accampati dentro una solitudine di deserto. Dopo Giacobbe, ecco le schiere. La massa di gente. Egli è padre del popolo, ma prima ancora di una figliolanza inaudita, che sgorga dalla pagina in una sequenza incalzante. In questo ed altro, Giacobbe mi pare il più « mondano » di tutti i patriarchi, colui che più degli altri vive con i piedi sopra la terra.
L’esistenza intera di Abramo si estende sul crinale di una vetta irraggiungibile: quando parte verso l’ignoto, lasciando casa e famiglia verso una destinazione che Dio gli dirà, ma dopo. Ogni volta che Dio gli parla, gli impone sacrifici di sangue, lo spedisce al monte con un fascio di legna e il figlio diletto.
Quest’ultimo è anch’egli più modello che creatura,  come quando s’avvia consapevole (sì o no?) al sacrificio, o ne ritorna (secondo la tradizione) passando per il paradiso dove studia la Torah prima ancora della rivelazione. Isacco è associato a un sentimento apparentemente fuori luogo, in una storia di fede: la paura. Il suo silenzio di bambino e le sue rare parole, una volta adulto, sono la figura di questa paura. In silenzio prende la moglie che il servo Eliezer è andato a raccogliere per lui nel luogo delle origini, e la conduce dentro la tenda ch’era stata di sua madre. 
La vicenda di Giacobbe è invece, almeno sino a quella notte, tutta terrena. Con una perizia  artigianale e non per rivelazione, ottiene la primogenitura in cambio di un piatto di lenticchie. Poi fugge via, per una paura che non è del cielo o dell’ignoto, bensì del fratello più grosso di lui, e più aggressivo.  Lontano da casa, s’innamora. E aspetta, con indicibile pazienza, di ottenere in cambio del suo lavoro (un lavoro materiale, di pastore, di cura  della terra e degli animali) la donna che ama. Ci metterà quattordici anni: di vita e tenacia.
Il suo tratto è dunque quella qualità umana che è insieme consapevolezza dei propri limiti e fiducia nel tempo che passa. Per lui, niente sfide titaniche: « soltanto » fatica di vivere, rimboccarsi le maniche, e pazienza.
Lungo tutto questi anni, Giacobbe ha udito una volta soltanto la voce del cielo. Più che voce, era la luce di un sogno, la notte. E’ la prima volta che Dio si rivolge a lui, e lo fa mentre Giacobbe in fuga dorme, in quel tempo che non è né vita morte. Ad Abramo e Isacco l’Eterno parla a viva voce, per lo più. Con Giacobbe sceglie la notte, e gli regala la scala, con la schiera di angeli che salgono e scendono. Giacobbe si sveglia stordito e  lì per lì esclama un’ammissione d’ignoranza: « il Signore è davvero in questo posto, e io non lo sapevo! » (Genesi 28, 16).
Abramo parte
Isacco teme
Giacobbe non sa…

Ma eccoci sulle rive dello Yabboq, abbozzo di fiume, segno di un confine importante.  Qualcosa di strano succede sin dall’inizio di questo frammento di storia: « ed egli si alzò nella notte… » . E’ un sovvertimento: ci si alza la mattina. Non è soltanto un’ovvietà, è una ricorrenza lessicale nelle vicende dei patriarchi, i quali a dire il vero si alzavano solitamente di buonissima ora, come racconta la Bibbia. Sino allo Yabboq, vige la consueta spartizione del tempo, che è una sorta di refrain nella trama: al versetto 32,22 è detto esplicitamente che « Giacobbe pernottò quella notte nel campo ».
Ma subito dopo è come se qualche cosa si spezzasse:
« Ma quella notte si alzò »: questo dovrebbe essere il ritmo che la frase impone.
Per qualche imperscrutabile ragione, Giacobbe abbandona la notte – o meglio la consueta dimensione della notte – e fa di notte ciò che normalmente  si fa di giorno, appena la notte finisce: si alza. Qualche cosa lo spinge a questo, ma la Bibbia non lo dice: non è una qualsivoglia urgenza, né una minaccia incombente, a indurre il patriarca a prendere « le due mogli e le due serve e i suoi dieci figli », per far passare loro, di notte, il guado dello Yabboq. Insieme ai familiari, Giacobbe trasborda i propri averi. Il testo non dà modo d’intendere se egli abbia semplicemente indicato la via ai persone e cose, o non li abbia invece accompagnati, in un lungo andirivieni sotto le stelle, dentro il buio.
Comunque siano andate le cose, dopo questa fatica, « Giacobbe se ne rimase da solo ».
E’ una frase forte, questa. Proprio perché così rara, nella Genesi, da invocare un senso.
La parola « solo » levadò compare ben poco, nel primo libro della Torah. Adamo è solo e per questo Dio gli foggia una compagna, perché non è bene che stia da solo.
Nella loro solitudine titanica, i patriarchi non sono mai detti « soli ».
Lo sarà Giacobbe, quando decide di separare il proprio gregge da quello del padrone-suocero che lo ha ingannato. La solitudine è il preparativo alla partenza: « Si formò dei greggi da solo e non li unì al gregge di Labano » (30, 40), ed è quasi annuncio di quella battaglia misteriosa che di lì a poco s’ingaggerà presso lo Yabboq. Levadò sarà, significativamente, il penultimo figlio di Giacobbe: Giuseppe consuma in solitudine il proprio pasto, perché « gli Egiziani non possono spartire il pane con gli ebrei, perché per gli egiziani è abominazione » (43 32). A tavola siede Giuseppe, che i fratelli ancora non riconoscono, siedono loro appena scesi in Egitto, e siedono gli egiziani: ognuno di loro è « solo ».
La solitudine è la condizione di Giacobbe in quell’ora notturna. Ed è come se il patriarca l’abbia cercata, questa condizione, nel buio della notte, al di là di quel confine che è il fiume. Sia che resti sulla sponda dov’era, sia che vi torni dopo aver fatto passare tutti gli altri.
Anche il confronto con la pagina è una specie di tuffo nella solitudine. Il dialogo di ricerca viene dopo, prima c’è un a tu per tu con il testo che è un po’ abbandono della realtà, un po’ come alzarsi di notte invece che la mattina quando spunta il sole. Solo così, è dato dire qualche cosa di nuovo, che non sia pura ripetizione del già detto.

Anche… anche l’angelo è solo. L’angelo? Nel racconto è descritto come « un uomo », o più genericamente, un individuo. Non è l’adam venuto e fatto di terra, adamah. E’ piuttosto un pro-nome invece di un nome: ish.  Usato quasi più come negazione, come dettato dell’assenza, per lo meno in ebraico moderno. Nella Bibbia è « uno » più nell’astratto che nel concreto, più nella casistica di legge che nel tessuto del racconto. E’ il certamente più sfuggente (e onnicomprensivo) per definire una presenza. Vediamo gli scarsi connotati di questo avversario di Giacobbe. Fra l’altro, l’avversario è comune ha-satan, il satana.
E’ detto ish una volta soltanto. Poco dopo (vss. 29 e 31) è chiamato per due volte Elohim: la prima da se stesso, per senso traslato: « hai prevalso con Elohim ». La seconda da Giacobbe che, meravigliato da quell’accaduto, impone un nome al luogo dov’è successo, e lo chiama Peniel, « perché ho visto Elohim faccia a faccia ».
Niente è più chiaro di prima. Nella notte che ora trascolora verso l’alba, nelle scarne parole che i due si sono scambiati, durante e dopo la lotta. Chi è questo pro-nome che aggredisce Giacobbe? E lo aggredisce, poi? Nemmeno questo ci dice la Bibbia, se non che il patriarca lottò con lui.
Dio parla ad Abramo e Isacco. Con Giacobbe si nasconde. Dietro il sonno della notte e un sogno che si può contemplare ma non comprendere. Dentro un’altra notte, cioè questa, che è tutta mistero, specie di equivoco.
E com’è vero che la rivelazione è nascondimento – nella storia ebraica. Un popolo di cui è annunziato che sarà numeroso come le stelle del cielo e i grani di sabbia sulla riva del mare – ed è da sempre uno dei meno numerosi al mondo. Cui è prospettata una redenzione – e che ha vissuto dentro il contrario di essa, sopravvissuto in virtù non certo della salvezza, ma soltanto della propria inesausta capacità di attendere. Buio. Contraddizione (ci si alza che è notte? è un uomo o un Dio?… e altro ancora).
Ma forse la parola giusta è quella che meno si addice alla storia sacra: dubbio.
Il dubbio stagna sopra la scena, respira dentro i suoi momenti: perché Giacobbe fa quel che fa? Chi chiama allo scontro, lui o l’altro? Chi sono, l’uno e l’altro, durante la lotta? Perché, al salire dell’alba, tutto deve finire precipitosamente? Non sono domande candide: sanno di non avere risposta.

Non a caso, siamo sulla parte opposta della storia. Giacobbe ha spedito al di là del  fiume tutto ciò che gli appartiene, e cui appartiene. La storia prosegue, e proseguirà, sull’altra sponda. La lotta con l’angelo, o chicchessia, è altrove, su quell’altra faccia oscura della fede che si chiama dubbio. Incertezza. Buio della notte e del non sapere il nome di colui che ti sta « faccia a faccia ».
La tradizione lo chiama angelo, creatura ambigua, cioè a mezza strada fra cielo e terra, spirito e materia. La definizione si addice, effettivamente: l’avversario di Giacobbe è a tratti pro-nome (ish al posto del nome), a tratti decisamente Elohim. Non è la prima volta, come s’è detto, che Giacobbe incontra degli angeli. Sempre nella notte. Abramo li scorgeva nitidi nell’ora più torrida del giorno, in fattezze di viandanti per il deserto; Giacobbe, invece, al buio.
Eppure, forse, l’intrico di arti e membra che ci s’immagina nella lotta durata lo spazio di una notte, i due sono più simili di quanto non sembrino, a prima vista. La tradizione ebraica spiega così: l’uno (Giacobbe) fu sacerdote in terra, l’altro (l’angelo) lo era in cielo. Verso il quale dovette precipitarsi, non appena salì l’alba. E anche la succinta dinamica della lotta, pare dirci che nel contatto i due si confondono, il soggetto delle frasi resta ambiguo, e solo alla fine, quando si separano, viene la certezza che Giacobbe è stato leso sull’articolazione del femore, e da quel giorno in poi zoppicherà. Prima, quasi non è chiaro chi sia il feritore e chi il ferito: potrebbero essere entrambi.
Poi, in quel breve scorcio che divide l’annunzio dell’alba dalla luce del giorno, quando non lottano più, i due individui si parlano. Con urgenza tassativa, come se quello fosse il necessario, e la lotta un preludio trascurabile, ma inevitabile. L’angelo, apparentemente vittorioso, implora Giacobbe di lasciarlo andare, e questi si dice disponibile, a una condizione: quella di essere benedetto. Lo sconosciuto elude ancora una volta la richiesta, o meglio dice qualcosa di inatteso, senza nesso con ciò che lo precede:
« Qual è il tuo nome? »
Giacobbe lo declina, e l’angelo, forse – ma solo forse – a mo’ di benedizione, lo tramuta in qualcosa d’altro.  Poco dopo, risponde con una domanda, quando il patriarca gli chiede il suo, di nome.
« Perché me lo chiedi? »
Perché? Perché tutta la vicenda è una sorta di anagramma esistenziale. Israele, il nuovo nome che l’angelo impone a Giacobbe, è interpretato variamente dalla tradizione: ish rah El – un uomo vide Iddio -,  yashar El – andare dritto a Iddio (benché da quel momento Giacobbe claudicherà per sempre).
Prima ancora, i nomi e le radici dei significati sono come il motivo di quel tessuto che si disegna sotto gli occhi via via, leggendo. Yabboq è il fiume, Yaaqob è Giacobbe: non è un’assonanza, piuttosto un’identità di sostanza. Le consonanti sono le stesse, dunque a entrambi soggiace un significato comune, o un mistero comune. Lo scambio di posto, fra due di esse, è un puro corollario. Il fiume e l’uomo si appartengono a vicenda, sono legati fra loro e l’uno non esiste senza l’altro. Il fiume è da guadare: come il gesto di un passo, dove la gamba prima è indietro e poi avanti, così le consonanti si alternano, nello stesso movimento, quello del passaggio da una sponda all’altra. Lasciarsi alle spalle il passato, badando bene a non abbandonare niente indietro, portando con sé il necessario. La sosta di Giacobbe ancora al di qua del fiume, è come uno scrupolo, prima di un transito donde non tornerà più indietro. Né lui, né la sua famiglia, né i suoi averi. Né la storia sua né quella dei suoi discendenti. La tradizione racconta, del resto, che Giacobbe tornò indietro per controllare di non essersi lasciato nulla, in quel prima che è tempo e spazio, e invita a cogliere il suo esempio, muovendosi per il mondo: tornare puntualmente indietro, per controllare di non abbandonare nulla che non vada abbandonato. O dimenticato.
Solo così, infatti, si può guadare, passare oltre, e cioè cambiare. Ogni pagina nuova poggia su quelle già lette.
Ma le assonanze del passo non sono ancora finite, come a dirci che lo scontro con l’angelo o chi esso sia è uno scambio, un contatto fitto, di sensazioni e significati: il verbo che disegna la lotta è tratto dalla radice avaq, donde è tratta, e chissà perché, anche la parola « polvere ». Ma che, soprattutto, nel suono e nella forma ricorda ancora molto da vicino Yaaboq e Yaaqob. Il racconto è tenuto insieme non dalla sua coerenza – che non risulta affatto, anzi – bensì da una lunga e ricorrente assonanza  che a suo modo figura la scena.
Del resto, la leggenda ci dice che gli angeli nascono e muoiono ogni giorno, grazie a un miracoloso bagno di vita. Quella nostra notte, anche Giacobbe-Israele muore e nasce insieme al suo angelo, e la mattina è diverso – per nome, per andatura, per esperienza.
Finito che hanno di lottare, corpo a corpo, i due si parlano. E’ un fragile momento che sta fra il buio e la prima luce, e tutto ha una consistenza d’ombra pesante. Prima che l’angelo sparisca, Giacobbe pretende da lui una benedizione (e perché mai, da un avversario?). E invece giunge la domanda: « Qual è il tuo nome? ». Dopo la risposta, invece della benedizione, l’angelo gli impartisce un nome che sia segno della lotta tenace e impavida « contro Dio ». Poco dopo, piuttosto che declinare il proprio, di nome, l’angelo « lo benedisse lì ». La fine è quasi più ermetica dell’inizio. L’angelo lascia Giacobbe con una domanda in sospeso. Ma ancora una volta i due si specchiano vicendevolmente, l’uno nel nome dell’altro. Tanto è vero che, in virtù di una reciprocità che lega il cielo e la terra, Giacobbe impone un nome all’angelo, suo malgrado, e chiama Peniel il luogo e il momento di quell’incontro., perché « ho visto Elohim faccia a faccia », panim el panim.

E’ una parola ambivalente, panim: significa viso ma anche « interno ». E’ il volto ma anche il dentro. Un po’ come gli occhi bifronti, rivolti al mondo ma anche  verso l’interiorità, così le facce sono due, opposte ma identiche; come le tavole della legge – quelle spezzate da Mosè e pertanto ormai irraggiungibili per l’eternità – che erano scritte su entrambe le facciate, e si scambiavano significati nella sovrapposizione, nell’incontro dei segni. Non è un’illogica compresenza di opposti,  bensì il richiamo all’inevitabile doppiezza di ciascuno di noi – fuori e dentro, con la parola ed il silenzio, il gesto ed il pensiero. L’intento e la conseguenza. La realtà e l’aspirazione.
E così, a margine di questo guado cruciale non solo per Giacobbe e la sua famiglia, ma anche e soprattutto per i destini futuri di tutta la storia, è dato ricavare qualche riflessione su quel che siamo, panim el panim, faccia a faccia,   non tanto nel privilegio del patriarca che, dentro il buio della notte, dichiara di aver visto il Signore faccia a faccia, quanto in un più umano confronto quale è in fondo ogni esperienza storica.
Giacobbe ci racconta insomma come ci si accinge a un passaggio. In quella notte egli cambia: acquista un nome nuovo – Israele – , e un aspetto nuovo – la claudicanza, lascito della lotta. Una volta cambiato, passa il fiume. Prima di passare, si trattiene sulla vecchia sponda – sulla vecchia « faccia », più del dovuto, sì da essere sicuro di poter continuare il viaggio, ma soprattutto di potere intraprendere quel passo cruciale che è il guado, l’attraversamento.
E’ questo è davvero il volto di Israele – Israele Giacobbe, ma non meno il popolo che ne eredita il nome e la storia: la capacità di cambiare, voltandosi indietro ogni volta, per non lasciare lungo il cammino niente che valga la pena di essere portato con sé. Libri, parole, memorie. La tradizione è in fondo questo: talento tenace nell’innestare il vecchio nel nuovo, accogliendo sempre le sfide del tempo che passa e della storia che cambia. Quando si è persa l’autonomia nazionale, il tempio è stato bruciato, la Diaspora ha sparpagliato ai quattro angoli del mondo. Quando il ghetto chiudeva da dentro e da fuori, e tuttavia ogni spiraglio era respiro di scambio. Quando la modernità ha scaraventato nel mondo. Quando il mondo era costellato di campi di sterminio. Quando il ritorno in Terra Promessa non è più stato remota speranza ai margini dell’illusione, ma una specie di realtà fatta di testa, cuore e mani al lavoro. Mai gettare alle ortiche quello che la storia ha regalato o scagliato sino a questo momento, e tuttavia essere pronti a cambiare, adattarsi, azzardare persino – inventando magari nuove lingue, come l’yiddish, o raccogliendo la sfida della scienza e della musica -. E’ l’istinto ebraico di sopravvivenza: tenacia e duttilità. Disponibilità al passaggio verso un’esperienza nuova, ma senza fare tabula rasa di ciò che è stato. Faccia a faccia – il vecchio e il nuovo, il dolore e la speranza, l’interiorità e l’esperienza.
Ma torniamo ancora un momento alla scena, a ciò che racconta, ciò che nasconde e quel che sottintende, una volta che non ci si è arresi all’oscurità della notte e delle parole che la raccontano. L’angelo, o chiunque sia quell’ish che quando giunge la luce del giorno deve dileguarsi per non lasciarsi vedere né chiamare per nome, resta tal qual è. Creatura misteriosa, un po’ specchio dell’uomo con il quale lotta, un po’ emissario del cielo.  Di Giacobbe, invece, alla fine della storia sappiamo qualche cosa di più.
Che è un po’ solo. Malgrado i tanti figli, le due mogli e due serve, malgrado la schiera di uomini, donne e animali che lo accompagna nel viaggio e circonda la sua vita. Di lui sapevamo che era paziente. Questa virtù appartiene nella Bibbia certamente più a lui che a Giobbe: Giacobbe sa aspettare per quattordici anni la donna che ama – e che ha sotto gli occhi ogni giorno che passa… – eppure dire, con chissà quale sorriso, che per lui quegli anni « furono come pochi giorni ».
Abramo parte
Isacco ubbidisce
Giacobbe aspetta
Questo, soprattutto, sono i patriarchi. E davvero è proprio nell’attesa un po’ solinga di Giacobbe – levadò – che meglio si raffigura l’esperienza del suo popolo, dentro la fede e dentro la storia.

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