Sulle orme dell’Apostolo Paolo, “Sacerdoti, forgiatori di Santi per il nuovo millennio” : “Lasciatevi riconciliare con Dio.” (2 Cor 5, 20)

dal sito:

http://www2.clerus.org/clerus/dati/2004-10/19-13/05MAIT.htm

“Lasciatevi riconciliare con Dio « 
 
CONGREGATIO PRO CLERICIS
 
Universalis Presbyterorum Conventus
 
“Sacerdoti, forgiatori di Santi per il nuovo millennio”
 
Sulle orme dell’Apostolo Paolo 
 
“Lasciatevi riconciliare con Dio.” (2 Cor 5, 20)
 
Card. Jean-Louis Tauran
 
Celebrazione penitenziale
 
Malta – 19 ottobre 2004
 
“Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.
Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio.”
 
(2 Cor 5, 17-21)
 
            Propongo questo testo alla vostra meditazione perché mi ricorda una verità fondamentale per coloro che hanno ricevuto da Cristo il ministero di perdonare i peccati nel suo nome: siamo riconciliatori perché noi stessi siamo stati riconciliati. Noi tutti qui presenti sappiamo per esperienza che essere vescovo o sacerdote oggi non è facile. Siamo «segni di contraddizione». Ed è bene che sia così, in quanto dalla sorte siamo stati resi più conformi all’unico sacerdote Gesù Cristo. Il problema consiste nel non subire questa condizione, bensì trasformarla in una scelta. Quando pensiamo a ciò che si colloca al cuore della nostra esistenza
sacerdotale, ovvero la celebrazione dei sacramenti che ci è stata affidata, ci potrebbe venire subito in mente una frase di Paolo: «Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta» (2 Cor 4, 7). Ogni giorno, nel presiedere l’Eucaristia, cominciamo con questa esortazione: «Prepariamoci a celebrare questa Eucaristia riconoscendo che siamo peccatori». Ogni giorno, nel momento in cui più che mai viviamo e agiamo «in persona Christi», siamo chiamati a verificare la nostra conformità a Colui per il quale abbiamo scelto di dare la vita, per offrirla ai nostri fratelli, come
ha fatto il loro unico Salvatore.  Se pensiamo che il nostro ministero consista nel testimoniare
l’amore che, attraverso di noi, Gesù dimostra per il suo popolo, dobbiamo domandarci:
-        Chi sono per me coloro che la Chiesa mi ha affidato? Degli amministrati o dei fratelli?
-        Mi preoccupo di comprendere quello che vivono, le loro inquietudini e le loro gioie?
Nulla fa più da schermo a Gesù Cristo che dei «sacerdoti-funzionari»! Se pensiamo ai sacramenti che celebriamo, che debbono essere dei segni che attirano gli uomini a Dio, possiamo domandarci:
-        Mi preoccupo di prepararmi bene agli atti liturgici, con la preghiera, la lettura, anche curando l’abbigliamento?
-        Nel mio modo di celebrare e di parlare, faccio attenzione a dare il primo posto a Cristo, oppure sono troppo preoccupato di valorizzare me stesso?
Troppo spesso i fedeli sono sconcertati tanto da sacerdoti che sembrano celebrare per “routine” quanto da quelli che si comportano come delle “star”!
            Se infine pensiamo al posto che dobbiamo andare a occupare al cuore delle nostre comunità e della società, siamo chiamati a verificare se ci comportiamo sempre e dovunque come “sacerdoti”. Vale a dire: nel nostro modo di parlare, di organizzare la nostra vita personale, di fare ricreazione, di vestirci, di gestire le nostre amicizie, facciamo davvero pensare a un Altro? Infatti, se accettiamo di essere e di vivere in modo differente dal “mondo” (nel senso giovanneo del termine), non è per mera disciplina ecclesiastica, bensì perché chi ci vede pensi a Colui che è venuto perché gli uomini abbiano la vita (cf. Gv 5, 24)! È proprio questo il punto. Tra poco riceveremo il sacramento della riconciliazione. Sottoporremo la nostra vita alla misericordia di Dio per conoscere la gioia di essere perdonati. La parola liberatrice di Gesù, che la Chiesa conserva e trasmette, farà di ognuno di noi un uomo nuovo, poiché «laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5, 20). Il perdono di Gesù ci libera dalle schiavitudini del passato e rende possibile un futuro. Così, a nostra volta, noi riconosciamo la gioia di perdonare. Ci sarà concesso di comunicare lo spirito e la forza di Gesù per liberare i nostri fratelli dai loro idoli, dai sentimenti di vendetta e di odio che avvelenano la loro vita personale e collettiva. In questo mondo duro che ci siamo fabbricati, la Chiesa porta il dono della misericordia di Dio che ci riconcilia con i nostri fratelli e con noi stessi. Albert Camus fa dire al protagonista de La caduta: «Mi avete parlato del giudizio finale. Lo attendo a piè fermo. Ho conosciuto ciò che c’è di peggio: il giudizio degli uomini». E se la priorità della nostra azione pastorale consistesse nel proclamare la tenerezza di Dio?  Sì, amo questa Chiesa che rimane, al di là dei peccati dei suoi membri e delle pesantezze della sua storia, uno dei rari luoghi di misericordia in cui ciascuno di noi può mettere a nudo la verità su se stesso, riconoscere i propri smarrimenti, ricevere il perdono per i propri errori e ricominciare con un cuore nuovo.
 
            Se il Santo Padre,  nel tracciare il cammino della Chiesa per il terzo millennio, ha indicato la santità come obiettivo da raggiungere, spetta a noi pastori essere i modelli del gregge. Lo sappiamo per esperienza, è un combattimento quotidiano. Il Cardinal Schuster, il grande Arcivescovo di Milano, ha scritto magnificamente che «la santità non consiste nel non essere mai caduti, ma nel proposito di non cadere più».
 
            Che la Vergine Maria, che ha proclamato nel suo Magnificat l’amore di Dio che «si stende di generazione in generazione» ci aiuti, con l’esempio della sua dolcezza e della sua perseveranza, a rivelare a tutti i nostri fratelli che l’amore è più forte del peccato! Che la sua presenza e la sua intercessione ci facciano ricordare che, come lei, la Chiesa è madre!
 
            «Signore – recita una preghiera della liturgia – che mostri la tua potenza più di ogni altra cosa nel perdono». Ne faremo ancora una volta l’esperienza tra qualche istante. Ecco la buona Novella per noi e per tutti i nostri fratelli, per l’oggi e per il domani!

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