Prof. Romano Penna: appunti sulla lettera agli Efesini

ancora qualcosa sulla lettera agli Efesini, spero di non averla già messa, dal sito: 

http://www.scuolamissionaria.it/Scout/Documenti%20vari/San%20Paolo_Appunti%20sulla%20lettera%20agli%20Efesini_R.%20Penna.doc

Efeso: appunti sulla lettera agli Efesini da testi di R. Penna

I brevi testi che seguono erano stati preparati in vista di una introduzione alla lettera agli Efesini da presentare nel corso della visita degli scavi, che poi, per ragioni di tempo, non è stato possibile fare. Il primo è tratto da R.Penna, Lo scopo della lettera agli Efesini, in L.Padovese (a cura di), Atti del II Simposio su S.Giovanni Evangelista, Istituto Francescano di Spiritualità, Pontificio Ateneo Antonianum, Roma 1992, pagg. 29-39. Il secondo è tratto da R,Penna, Il « mysterion » paolino, Paideia, Brescia, 1978, pagg.87-89. Nel primo, a partire, dal rapporto fra quelli che l’articolo chiama etnico-cristiani e quelli che chiama giudeo-cristiani (cioè i cristiani provenienti dal paganesimo ed i cristiani di origine ebraica), si analizza la realtà della novità di vita dell’uomo nuovo generato da Cristo. Nel secondo si sintetizzano i dati della ricerca sul concetto di « mistero » in S.Paolo e, specificamente, nella lettera agli Efesini, sottolineando che, nell’epistolario dell’Apostolo, il termine « mistero » non vuol dire tanto ciò che è incomprensibile, ciò che non si può capire, ma piuttosto ciò che l’uomo da solo non può conoscere se Dio non lo rivela, ma che appunto, in Gesù, finalmente è stato donato agli uomini di conoscere.

Lo scopo della lettera agli Efesini

C’è un concetto che a mio parere costituisce l’elemento di coagulo dell’insieme della tematica epistolare e che tradisce il motivo di fondo per cui Efesini è stata scritta. Esso viene espresso nella formula kainòs ànthròpos, «uomo nuovo», che, pur essendo, di risonanza paolina, letteralmente nel NT si trova solo nella nostra lettera. Per di più la formula ricorre due volte, in due punti per così dire strategici, a formare il punto focale di entrambe le parti della lettera: in 2,15, dove essa condensa il tema dell’unione ecumenica tra etnico-cristiani e giudeo-cristiani, e in 4,24, dove esprime la nuova identità individuale del battezzato a livello ontologico ed etico. E’ come se la doppia ricorrenza di questa espressione rappresentasse i due occhi della lettera agli Efesini, con i quali essa vede non soltanto teoricamente il mistero cristiano in se stesso, ma anche concretamente la situazione storica dei suoi destinatari etnico-cristiani. Lo stesso concetto ricorre pure, in una formulazione analoga, in 3,16 (eis ton iso ànthropon) circa la vita di fede e di carità, e nella sezione 4,1-16 che fa da ponte fra le due grandi parti epistolari, per dire che anche i ministeri ecclesiali hanno il compito di condurre tutti i cristiani alla statura dell’«uomo perfetto» (4,13: eis àndra téleion).
In primo luogo, i lettori etnico-cristiani hanno bisogno che venga loro ricordato insistentemente il nuovo status sociale di cui sono entrati a far parte: la chiesa, comunità di battezzati e credenti in Cristo, non è una setta basata sull’apartheid nei confronti dei cristiani di provenienza giudaica; questi anzi hanno obiettivamente un posto d’onore, poiché «per primi hanno sperato nel Messia» (cf. 1,12), hanno goduto di una cittadinanza che ora viene condivisa per grazia dai nuovi venuti (cf. 2,12.19) e sono stati portatori di una promessa di cui i pagani diventano solo ora immeritatamente partecipi (cf. 3,6). La chiesa perciò è la realizzazione di un insieme ecumenico, interreligioso e interculturale. Proprio questo significa diventare «uomo nuovo» (cf. l’esegesi di 2,15) in senso collettivo: i cristiani, non importa di quale provenienza siano, sono chiamati a formare in Cristo un solo corpo e un solo spirito. La lettera intende richiamare i suoi destinatari etnico-cristiani, non tanto al fatto che essi non devono allontanare da sé i giudeo-cristiani, ma piuttosto al fatto che non devono separarsi e isolarsi da essi, poiché senza Israele non esisterebbe nemmeno la chiesa. Efesini suppone una forma di anti-semitismo più teorico che pratico, basato più sulla dimenticanza che sull’intolleranza, comunque non meno grave, perché consistente in un tentativo (non sappiamo quanto consapevole) di rimozione d’Israele dall’orizzonte della propria identità. Uomo nuovo, dunque, è la comunità cristiana in quanto sa e deve assolutamente integrare in se stessa anche l’antico: non per un mero ripescaggio storico, ma per una semplice necessità strutturale[2]
. Al fine di rimarcare inequivocabilmente questo stato di cose, l’autore di Efesini fa ricorso al concetto di «mistero», desunto dalla teologia apocalittica: in quanto tale, da una parte esso dice che l’unione di giudei e pagani in Cristo e nella chiesa è fondata nella volontà di Dio, quindi non è riducibile ad una pura contingenza storica, e, dall’altra, esso dice pure che la sua realizzazione reca il segno della novità escatologica, quindi è un dato tanto inedito quanto definitivo (cf. soprattutto 3,5-6).
In secondo luogo, gli originari lettori di Efesini vengono esortati a vivere coerentemente ogni giorno la loro novità personale. Col battesimo, infatti, ciascuno è diventato individualmente «uomo nuovo» (e « luce nel Signore »: 5,8); e il nostro autore si dilunga in una parenesi anche dettagliata, che traccia un cammino etico molto concreto e sfaccettato. L’annuncio, che caratterizza la prima parte della lettera, nella seconda diventa esigenza: l’evangelo fonda e stimola un adeguato comportamento morale. Ma queste non sono soltanto dichiarazioni di principio. E’ importante invece cogliere il nesso tra i due elementi proprio a livello della nostra lettera e dei suoi destinatari. Infatti, lo sganciamento di costoro da Israele implicava inevitabilmente una ricaduta nel paganesimo, non solo ideale ma morale (cf. soprattutto 4,17-19). Ritorna qui il tipico concetto dell’apologetica giudeo-ellenistica (cf. Sap. 13s; Rm 1,18-32), secondo cui la falsa conoscenza di Dio ingenera una aberrante moralità. Al contrario, « apprendere il Cristo » (cf. 4,20) conduce a vivere « nella giustizia e nella santità della verità » (4,24). L’autore di Efesini vede i suoi lettori correre il rischio di essere riassorbiti dall’uomo vecchio e dalla tenebra dell’immoralità, e la sua insistenza sugli avverbi di contrapposizione tra il passato e il presente (« una volta, adesso »; « non più »), non solo nella prima parte della lettera (cf. 2,2.11.13.19; cf. 3,5) ma anche nella seconda (cf. 4,14.17.28; 5,8), rivela quanto fosse presente il richiamo a vivere in pienezza la loro acquisizione battesimale, facendo soprattutto dell’amore reciproco il proprio contrassegno (cf. il frequente, tipico complemento « en agapéi » in 1,4; 3,17; 4,2.15.16; 5,2). La parenesi scende fino a interessarsi, e ampiamente, dei rapporti interni alla vita domestica (cf. 5,21-6,9), mentre l’allegoria finale dell’armatura sottolinea tutta la serietà della posta in gioco (cf. 6,l0ss). Per Efesini, dunque, non basta che l’uomo nuovo sia stato creato al momento del battesimo, poiché occorre l’impegno a diventarlo ulteriormente giorno per giorno. Evidentemente i suoi lettori avevano bisogno di sentirselo raccomandare.
Infine, il tema della novità antropologica è presente anche nella sezione 4,1-16, dove il concetto dell’unità ecclesiale si combina dialetticamente con quello della diversità ministeriale. Lo scopo dei vari ministeri è di condurre tutti «all’uomo perfetto, alla statura della pienezza di Cristo, affinché non siamo più bambini…» (4,13s), ed era già preparato dalla preghiera del mittente per il rafforzamento dei suoi lettori « nell’uomo interiore » (3,16). La posizione di questo brano nella struttura della lettera gli conferisce la funzione di trait-d’union fra la sezione teologica (1,3-3,21) e quella più propriamente parenetica (4,17-6,20). Ciò equivale a riconoscere agli stessi ministeri ecclesiali un compito di mediazione, quasi maieutico, tale da favorire la crescita dell’ « uomo nuovo » verso l’età adulta, sia nel senso di promuovere e mantenere l’unione ecumenica tra i giudeo-cristiani ed etnico-cristiani (cf. la funzione paradigmatica di Paolo in 3,1-9), sia nel senso di istruire i battezzati nella traduzione della loro fede in vita etica (cf. la funzione dei «pastori e maestri» in 4,11 con 4,20-1). Soprattutto, appare sufficientemente chiaro che questo compito ministeriale si innesta e prosegue quello degli «apostoli e profeti» (2,20; 3.5: 4,11), di cui i primi appartengono ormai ad un passato relativamente lontano, mentre i secondi garantiscono il nesso tra di essi e le più recenti forme di ministero ben conosciute nelle comunità dei destinatari di Efesini…
I lettori di Efesini sono in una particolare condizione di rischio, anche se non risulta provocata dall’esterno e non è descritta in termini espliciti, visto che l’autore non fa riferimento ad alcun oppositore specifico, come avviene invece nelle altre lettere paoline (cf. Rm 3,8; 16,17s; 2Cor 11,5.13; Gal 1,7; Fil 3,2.18s; lTs 2,14)23. Solo in 5,6s si legge un generico accenno a dei vuoti disturbatori della vita morale, che si possono intendere al meglio come semplici tentazioni provenienti dall’ambiente pagano in cui i cristiani vivono. Ciò che caratterizza la chiesa efesina in sostanza non è una positiva dottrina eretica, ma la mancanza di un approfondimento della novità ecclesiologica e morale e di un autentico radicamento della parola annunciata nella vita (cf. Mc 4,16-17!). Per questo l’autore insiste, come abbiamo detto, sulle caratteristiche dell’ « uomo nuovo » (2,15; 4,24), «interiore» (3,16) e «perfetto» (4,13): i lettori devono prendere fortemente coscienza di ciò che col battesimo sono diventati, sia collettivamente che individualmente, e tradurlo in vita vissuta, in una costante crescita verso «l’intero pléroma di Dio» (3,19)24. La lezione che egli intende dare è che per vivere in pienezza l’identità cristiana non è necessario attendere l’occasione di un’esplicita minaccia, ben configurabile nei lineamenti di specifici avversari; normalmente infatti il cristiano non deve confrontarsi con «la carne e il sangue» ma con «i padroni di questo mondo tenebroso» (6,12), insieme generici e reali. Tuttavia, Efesini non è comandata da un pessimistico e ansioso atteggiamento di difesa; al contrario, la sua atmosfera di serena contemplazione e la esuberante proclamazione di una vittoria già conseguita in Cristo, tale da porre fin d’ora «nei cieli» l’esistenza del cristiano (cf. 2,4-7), conferisce ai lettori la costante certezza di «un libero accesso in piena fiducia» a Dio padre (cf. 3,12;2,18). E l’agiografo, appunto, intende ricordare alla sua chiesa che cristiani autentici si può e si deve essere, non per una polemica opposizione a ben individuate persone avverse, ma neanche in un inerte e comodo adagiarsi conformistico all’originario stile pagano di vita, poiché invece il semplice battesimo (cf. 1,13;4,30) e l’appartenenza ad una originale comunità di credenti (cf. 2,19-22) recano in sé tutta la forza necessaria e la ragione sufficiente per impostare e condurre una vita nuova, pacifica e non polemica, ma anche ben distinguibile e non conformistica, la quale comunque sta tutta intera sotto il segno della ricca, traboccante e multiforme grazia di Dio (cf. 1,7.18.19; 2,7; 3,10.19.20). Dalle pagine della nostra lettera si sprigiona la gioia tranquilla dell’essere cristiani e di esserlo intensamente, in un atteggiamento profondamente positivo, sia nei confronti del mondo (poiché tutto il cosmo ha ormai Cristo come capo; cf. 1,10.20-23; 4,6.10), sia nei confronti della storia (poiché da una parte, Israele appartiene strutturalmente al piano salvifico di Dio, e, dall’altra, tutte le genti sono ordinate a condividere la stessa grazia del Vangelo: cf. 2,11-3,12). Di qui nasce anche l’inderogabile impegno della testimonianza, se non proprio della missione, che deve investire tutta la chiesa ed essere a raggio universale (cf. 3,10), con una partenza molto concreta tra le pareti domestiche (cf. 5,21-6,9).
Questo, a grandi linee, è l’insegnamento che l’autore vuole impartire, e di cui la comunità necessita. Che esso poi venga espresso in uno stile particolarmente solenne e parzialmente condizionato da un’atmosfera culturale pregnostica, ciò dipende rispettivamente dal genio personale del mittente e dal clima ambientale che egli respira…
L’intento pastorale dell’autore di Ef si potrebbe anche vedete compendiato in tre verbi che qualificano i tre livelli della vita cristiana: 1) eìdénai, « conoscere, intendere » (1,18;cf.1,8; 3,18.19; 5,17), esprime l’aspetto intellettivo della fede e comunque la componente sapienziale dell’identità cristiana; 2) krataiothénai, « essere rinvigoriti » (3,16; cf. 1,13; 4,23.30; 5,18; 6,10; e l’allegoria della panoplia in 6,11-17), esprime l’aspetto di gratuità divina e insieme di dinamismo della vita cristiana mediante la pienezza dello Spirito; 3) peripatésai, « camminare » (2,10; 4,1.17; 5,2.8.19; cf. 2,10; 5,9.11), esprime l’aspetto pratico e vissuto dell’essere cristiani, punto d’arrivo e di verifica dei due gradi precedenti. Nessuno dei tre momenti può sussistere da solo, né in coppia con uno solo degli altri due.
Il « mysterion » paolino

Nel N.T., il tema del μυστήριον riceve un trattamento unitario soltanto da Paolo. In tredici passi del suo epistolario (1Cor2,1-7; Rom. 16,25; Col. 1,26.27; 2,2; 4,3; Ef.1,9; 3,3.4.9; 5,32; 6,19; ad essi si può attrarre Apoc10,7) è dato individuare la presenza di un Mistero dalla profonda valenza teologica (di norma qualificato semplicemente come ‘il’ Mistero), il quale, mediante lo schema nascondimento-rivelazione, ci introduce fino all’intimo segreto della sapienza di Dio e alle sue più profonde intenzioni sulla storia. Già quest’ultima osservazione è distintiva, poiché delimita il campo semantico del Mistero, distanziandolo dalle speculazioni cosmologiche proprie di alcune sezioni della letteratura sapienziale, o comunque dando ad esse un valore secondario.
L’esposizione precedente ha inteso mettere in luce i due livelli diversi e complementari, che ci permettono di accostarci adeguatamente al tema.
Il primo livello, forse il più evidente, è quello del suo divenire, cioè del suo passaggio dal nascondimento alla manifestazione e realizzazione progressiva fino alla consumazione finale; l’individuazione di queste varie fasi ci dice che il Mystêrion ha un percorso, un tragitto da compiere e che quindi esso ha a che fare con la storia. Non si tratta dunque di una pura nozione astratta, conoscibile solo per rapimento mistico o ispirazione diretta disgiunta da ogni precomprensione. E’ invece dalla concreta e oggettiva esperienza storica, oltre che dai documenti letterari che ce l’attestano, che si può accedere alla sua identificazione. In qualche modo perciò la stessa traiettoria del Mistero condiziona la sua definizione.
Il secondo livello è quello delle varie componenti intrinseche, che ci permettono di definirne l’essenza. L’analisi fatta ce lo ha squadernato nei suoi quattro aspetti costituivi: teologico, cristologico, ecclesiologico, antropologico, per terminare con l’ammettere un largo margine di eccedenza quanto alla sua comprensibilità. Ne risulta una natura complessa e ricca.
Comunque, sullo sfondo dell’apocalittica giudaica (qumraniana), abbiamo riconosciuto che il Mystèrion affonda le sue radici in un piano d’intervento e quindi in una decisione operativa di Dio; esso anzi, propriamente parlando, non solo si fonda ma consiste e si identifica appunto con l’eudokía (ebr.
rāzôn) dell’insindacabile volontà divina, la quale si esercita nel vivo della storia. e della convivenza umana, e della quale le varie componenti individuate non sono che prolungamenti e concrezioni. Rimane quindi essenziale, al fine di rendere conto preciso del linguaggio paolino, mantenere alla base della sua polivalenza semantica il concetto apocalittico-sapienziale di un ‘disegno’ (lat. consilium) di vasto respiro storico e costitutivo. Fondamentalmente il Mistero riguarda ciò che si può variamente denominare
θέλημα (= ‘volontà’: Ef. 1,9), σοφία (= ‘sapienza’: ib.3,10: ‘multiforme’!), βουλή (= ‘decisione’: Is. 46,10), πρόθεσις (= ‘proposito’: 2 Tim. 1,9), mahašèbèt (= ‘progetto’: 1 QS 11,19) di Dio. Non solo la Chiesa e l’uomo nuovo, ma anche Cristo stesso, oltre che il divenire storico, fanno parte, ciascuno al suo livello, di questo unico Mistero germinale: «tutto ciò che sarà fu nel tuo beneplacito» (1 QS 11,18: kô1 hannihjâ birsône kâ hājâ).
Adottando il paragone di una clessidra, possiamo dire che il passaggio dallo stadio di nascondimento-progettazione a quello di rivelazione-realizzazione avviene in tutte le sue parti attraverso una strozzatura obbligata che, fuor di metafora, è rappresentata da Gesù Cristo. Egli perciò sta al centro del Mystêrion divino, a partire dal suo concepimento pretemporale fino alla sua esecuzione storica (cfr. Ef. 1,9-10). Soltanto attraverso di lui acquistano poi rilevanza sia la componente ecclesiologica sia quella antropologica: non solo la loro conoscenza, ma anche la loro esperienza vissuta (cfr. anche 1Cor. 2,16: «chi mai conobbe il pensiero del Signore-Dio così da istruirlo? ma noi abbiamo il pensiero di Cristo», che ci media appunto quello di Dio). Il Mistero di Dio ha poi un destinatario ultimo ben preciso, anzi inevitabile: l’uomo, sia egli ebreo o pagano; ambedue le parti (come esponenti delle divisioni più stratificate esistenti nell’umanità) sono chiamate proprio a dar vita, a livello di Chiesa, ad un nuovo modo di rapportarsi comunionalmente, sulla base di un autentico rinnovamento personale-interiore e in una prospettiva di speranza.
Tutto questo è compreso nel concetto paolino di Mystérion, il quale pertanto viene ad assumere un valore di cifra per indicare il contenuto sostanziale del messaggio cristiano, connotato particolarmente nell’aspetto fontale del ‘santo disegno’ (1 QS 11,19) di Dio. Può essere interessante notare che tale formulazione tematica, iniziata a partire da 1Cor. 2,1.7 in una cornice di riflessione sapienziale sulla divina stoltezza del messaggio della Croce, viene poi ripresa e sviluppata più tardi nelle due lettere gemelle di Col-Ef. (unitamente alla chiusa di Rom.) ed estesa ad orizzonti semantici più vasti. Se ne può dedurre onestamente che l’Apostolo, nella maturità della sua vita e della sua teologia, ha finalmente scoperto ed elaborato un concetto unico e sintetico per la sua riflessione sul messaggio cristiano. Volendone tentare, in conclusione, una definizione compendiosa, potremmo dire così: il Mystêrion è l’imperscrutabile beneplacito salvifico di Dio che, facendo perno sulla ineguagliabile statura personale di Gesù Cristo crocifisso-risorto, si realizza linearmente nella storia e nell’éschaton secondo una duplice dimensione comunitaria (= ekklesía) e individuale (= uomo nuovo)[3]
.
Il Mistero paolino ci conferma che il Dio biblico, in momenti e forme diverse, πολυμερως χαί πολυτρόπως!: Ebr 1,1) è pur sempre un Dio «per noi» (Rom. 8,31) e «con noi» (Mt. 28,20).

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