commento a Nm 6,22-27 (prima lettura del 1 gennaio) sito cattolico

questo studio lo posto come commento alla lettura del 1 Gennaio, a messa dove mi trovavo io, la prima lettura ed anche il Salmo (ed anche la Lettera di Paolo) non sono state commentate, temo sia accaduto anche altrove, e poiché sono testi di vitale, estrema importanza per Israele, e per noi, metto questo commento e poi un altro da un sito ebraico:

http://www.ilregno.it/it/archivio_articolo.php?CODICE=48376

La pace

Benedizione, mitezza, responsabilità
Il Signore disse a Mosè: « Parla ad Aronne e ai suoi figli e di’ loro: Voi benedirete così i figli d’Israele; direte loro: « Ti benedica il Signore e ti custodisca (…)/ Il Signore illumini il suo volto verso di te e ti faccia grazia./ Il Signore elevi il suo volto verso di te e ponga a te la pace ». Così porranno il mio nome sui figli d’Israele e Io li benedirò» (Nm 6,22-27).

Le parole qui trascritte formano la cosiddetta benedizione sacerdotale. Attraverso essa i discendenti di Aronne benedicono il popolo d’Israele. Fino a oggi, per quanto dopo la distruzione del secondo Tempio (70 d.C.) nell’ebraismo tutta l’economia sacrificale-sacerdotale sia stata sospesa, la benedizione può venire recitata solo da un kohen (vale a dire da un appartenente alla stirpe sacerdotale). Eppure in queste righe non domina il sacro.

Io li benedirò
Il testo del libro dei Numeri ci dice che l’azione sacerdotale non è un atto che ha valore in se stesso, né è dotata di alcun potere intrinseco. La sua forza riposa sul fatto di esprimere l’obbedienza alla parola che viene dal Signore. Tutto inizia dall’ascolto prestato al comando di Dio che scende su Mosè e si dilata verso i sacerdoti: «Il Signore disse a Mosè: « Parla ad Aronne e ai suoi figli [i sacerdoti]… »». Lo stesso vale per l’incipit del più sacerdotale tra tutti i libri biblici, il Levitico: «Il Signore chiamò Mosè dalla tenda del convegno e gli disse…» (Lv 1,1). I discendenti di Aronne sono posti in mezzo tra la parola del Signore, giunta loro grazie a Mosè, e i figli d’Israele. Il sacerdozio non ha significato senza ascolto obbediente e senza essere posto al servizio della comunità. È la parola a convocare. Senza ascolto obbediente non ci sono né sacerdozio, né benedizione.

La mediazione sacerdotale è paragonabile al fermento catalitico: consente la reazione ma non ne fa parte in modo diretto, non è un protagonista in prima persona: «Così benedirete i figli d’Israele, dicendo loro: il Signore vi benedica e vi custodisca». La benedizione del sacerdote sta nel chiedere al Signore di benedire e custodire con impegno (si usa il verbo shamar, lo stesso adoperato per l’osservanza dei precetti) il proprio popolo. Non c’è benedizione maggiore dell’obbligo di custodia assunto dal Signore nei confronti dei propri figli.

La benedizione sacerdotale chiama in causa in prima istanza Dio: «Il Signore elevi il suo volto verso di te e ponga a te la pace. Porrete il mio nome sui figli d’Israele e Io li benedirò». In ebraico la presenza del termine «io» (‘ani) è enfatica, se la si introduce è per rimarcare volutamente l’azione che il Signore arroga a sé in prima persona. I commenti rabbinici sono in proposito di una chiarità solare: « »E Io li benedirò ». Queste parole sono aggiunte perché i figli d’Israele non pensino che le loro benedizioni dipendano dai loro sacerdoti; allo stesso modo i sacerdoti non debbono dire « Siamo noi a benedire Israele »» (Sifre Numeri, Naso, par. 43).

La cornice della benedizione allude a una dimensione plurale: inizia affermando «Così benedirete i figli d’Israele» e si conchiude con la promessa divina «E Io li benedirò». Ci troviamo nell’ambito di una comunità e non di individui isolati. Il corpus centrale del testo, però, è tutto riferito a un singolare di seconda persona: «Il Signore ti benedica e ti custodisca…». La benedizione sta nel fatto che il Signore ti riconosce come un soggetto davanti a lui e nel contempo come parte di una comunità.

Oltre i recinti del sacro
Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe non benedice nazioni, popoli, patrie o bandiere. In questo passo non lo fa neppure in relazione alla comunità d’Israele.

Non si benedice però nemmeno il singolo o l’individuo in quanto tale. Si benedice il soggetto colto come membro di una comunità. Ben lo comprese Francesco d’Assisi quando, dopo aver trascritto la benedizione del libro dei Numeri, concluse con queste parole: «Il Signore benedica te, frate Leone» e vi aggiunse la firma e la tau. Con il «poverello di Assisi» cadono i recinti del sacro ed egli, semplice diacono, può far proprie le parole riservate ai sacerdoti ebrei. Si tratta di un mutamento radicale non a caso sigillato dal segno – la tau – che allude in maniera esplicita alla croce. Ciò non toglie che lo spirito di Francesco rimanga esattamente quello biblico: si benedice chi appartiene a un gruppo (frate), ma ci si rivolge a lui come persona (Leone).

Né va trascurato il fatto che la struttura della benedizioni corrisponde in modo preciso a quella dell’impegno. Anche il Decalogo, che inizia in modo collettivo evocando l’uscita di Israele dall’Egitto, propone i comandamenti in seconda persona singolare. Ognuno, quindi, è chiamato, in proprio, ad assumersi la responsabilità di mettere in pratica la volontà di Dio; ma lo fa in quanto membro di una collettività che ha beneficiato dell’azione salvifica del Signore (cf. Es 20,1-18; Dt 5,6-22).

«Il Signore illumini il suo volto verso di te e ti faccia grazia». Le due cose sono una: l’atto di illuminare il volto (espressione non rara nella Scrittura; cf. per esempio Sal 31,167; 67,2; 80,4.8.20 ecc.) coincide con quello di far grazia. Per comprendere appieno l’intreccio occorre guardare al suo opposto, vale a dire all’espressione che indica il nascondimento del volto (str panim) del Signore. Nella Bibbia essa è ancora più frequente dell’altra (cf. per esempio Dt 31,17; 33,20; Is 8,17; 54,8; 59,2; 64,6; Ger 33,5; Ez 33,23; Gb 13,23-24).

In molte occasioni il celarsi del volto allude a un ritrarsi del Signore che lascia l’uomo in preda al suo peccato; in tali circostanze la persona è temporaneamente esclusa dal favore divino. Per lei l’invocazione «ti faccia grazia» in quel momento è come se fosse vanificata. Al contrario, se il volto di Dio risplende significa che il peccato è stato cancellato. Questo atto di misericordia fa sì che le persone tornino a essere soggetti benedetti davanti a Dio e riconciliati con i membri della propria comunità. La pace non è altro che questo: «Il Signore elevi il suo volto verso di te [vale a dire non lo nasconda] e ponga a te la pace».

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