Archive pour décembre, 2009

Sant’Agostino: SS. Martiri Innocenti

dal sito:

http://www.augustinus.it/varie/natale/natale_natale.htm

Sant’Agostino

SS. Martiri Innocenti

« …i Santi Innocenti, senza parlare confessarono
con il sangue il tuo Figlio, Salvatore del mondo ».
(Dalla liturgia del giorno)

Dai « Discorsi » di Sant’Agostino Vescovo (Sermo 373, 2-3)

O bambini felici, appena nati e già incoronati di gloria!

I Magi vengono dall’Oriente, cercano un Re dei Giudei, che mai prima era stato ricercato fra tanti re dei Giudei. Cercano uno che non è in età virile o anziano o agli occhi umani cospicuo per una splendida dimora o potente di eserciti, tale che incuta terrore con le armi, o vestito di ricca porpora, con diadema che rifulge. [Egli sarà piuttosto esultante per la sua croce, in cui redimerà tutti i martiri che lo hanno testimoniato. Egli sarà colui che risorge dagli inferi e che ascende al cielo]. Ma intanto è uno nato da poco che giace nella cuna, che si attacca avidamente alla mammella, senza alcun ornamento sul corpo, senza alcuna forza nelle membra, senza patrimonio familiare, che non si segnala né per la sua età né per alcun potere dei genitori. I Magi domandano notizia del Re dei Giudei al re dei Giudei; di Cristo [Dio e uomo], all’uomo Erode; [del Re dei cieli che ha creato l'uomo, a un re terreno, uomo]; notizia di un piccolo a un grande; di un nascosto a un illustre; di un umile a un potente; di uno che non parla ancora, a uno che parla; di un povero a un ricco; di un debole a un forte; e tuttavia tale che doveva essere adorato da chi lo disprezzava perché [anche se Erode lo perseguitava, Cristo aveva dominio su di lui e sugli altri]. Certamente in lui non si scorgeva alcuna pompa regale, ma si adorava la vera maestà.

Alla fine Erode lo teme perché i Magi sono in cerca di lui. Essi desiderano trovare un re ed egli teme di perdere il regno. In definitiva lo cercano entrambi: essi per trovare la vita, egli per volerlo uccidere; egli per commettere contro di lui un grande misfatto, essi perché perdoni loro ogni peccato. In effetti Erode uccide molti bambini nella operazione che mira alla morte di uno solo. E nel condurre a termine una crudelissima e sanguinosissima strage contro tanti innocenti (Cf. Mt 2, 2-7; 16-18), con tale iniquità uccise se stesso per prima cosa. Intanto il nostro Re [Cristo], il Verbo [di Dio], il Bambino [Dio], mentre i Magi lo adoravano, mentre i bambini per lui morivano, stava nella culla o succhiava il latte e, pur non essendo ancora arrivato a parlare, trovava chi credeva in lui; e pur non avendo ancora affrontato la passione, già faceva martiri. O bambini felici, appena nati, non ancora esposti alla tentazione, non ancora nella lotta e già incoronati di gloria! Potrebbe dubitare della corona di gloria da voi guadagnata nella passione subita per Cristo chi non pensa che anche il Battesimo di Cristo giova ai bambini. Non avevate ancora l’età per poter credere nella futura passione di Cristo, ma avevate la carne e con essa la possibilità di sostenere la sofferenza per la passione che Cristo avrebbe sopportato. Non è pensabile che questi bambini siano rimasti al di fuori della grazia del Salvatore bambino, che era venuto a cercare ciò che era perduto. Egli perseguì questo fine non solo col nascere assumendo la carne, ma anche col supplizio della croce [col discendere agli inferi, coll'ascendere al cielo, col sedere alla destra del Padre]. Chi alla sua nascita poté avere gli angeli che lo annunziavano, i cieli che lo proclamavano, i Magi che lo adoravano, avrebbe potuto certamente predisporre anche che questi bambini non morissero qui per lui; questo se sapeva che con quella morte perivano e non invece che avrebbero vissuto una maggiore felicità. Lungi da noi, lungi da noi il pensare che Colui che è venuto a liberare gli uomini, che sul legno della croce pregava per quelli che lo uccidevano (Cf. Lc 23, 34), non abbia fatto nulla per il premio di coloro che erano uccisi per lui.

28 DICEMBRE 2009 – SS. SANTI INNOCENTI

28 DICEMBRE 2009 - SS. SANTI INNOCENTI dans LETTURE DALL'ANTICO TESTAMENTO

http://www.santiebeati.it/

28 DICEMBRE 2009 – SS. SANTI INNOCENTI

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dal libro dell’Esodo 1, 8-16. 22
 
La strage dei bambini ebrei in Egitto
In quei giorni, sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. E disse al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese». Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro gravami, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses. Ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva oltre misura; si cominciò a sentire come un incubo la presenza dei figli d’Israele. Per questo gli Egiziani fecero lavorare i figli d’Israele trattandoli duramente. Resero loro amara la vita costringendoli a fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi: e a tutti questi lavori li obbligarono con durezza.
Il re d’Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l’altra Pua: «Quando assistete al parto delle donne ebree, osservate quando il neonato è ancora tra le due sponde del sedile per il parto: se è un maschio, lo farete morire; se è una femmina, potrà vivere». Allora il faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: «Ogni figlio maschio che nascerà agli Ebrei, lo getterete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni figlia».

Responsorio   Is 65, 19; Ap 21, 4. 5
R. Gioia per il mio popolo: * non si udranno più voci di pianto e grida di angoscia.
V. Non vi sarà più morte, né lutto, né lamento, né dolore: io faccio nuove tutte le cose.
R. Non si udranno più voci di pianto e grida di angoscia.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Quodvultdeus, vescovo
(Disc. 2 sul Simbolo; PL 40, 655)
 
Non parlano ancora e già confessano Cristo
Il grande Re nasce piccolo bambino. I magi vengono da lontano, guidati dalla stella e giungono a Betlemme, per adorare colui che giace ancora nel presepio, ma regna in cielo e sulla terra. Quando i magi annunziano ad Erode che è nato il Re, egli si turba e, per non perdere il regno, cerca di ucciderlo, mentre, credendo in lui, sarebbe stato sicuro in questa vita e avrebbe regnato eternamente nell’altra.
Che cosa temi, o Erode, ora che hai sentito che è nato il Re? Cristo non è venuto per detronizzarti, ma per vincere il demonio. Tu, questo non lo comprendi, perciò ti turbi e infierisci; anzi, per togliere di mezzo quel solo che cerchi, diventi crudele facendo morire tanti bambini.
Le madri che piangono non ti fanno tornare sui tuoi passi, non ti commuove il lamento dei padri per l’uccisione dei loro figli, non ti arresta il gemito straziante dei bambini. La paura che ti serra il cuore ti spinge ad uccidere i bambini e, mentre cerchi di uccidere la Vita stessa, pensi di poter vivere a lungo, se riuscirai a condurre a termine ciò che brami. Ma egli, fonte della grazia, piccolo e grande nello stesso tempo, pur giacendo nel presepio, fa tremare il tuo trono; si serve di te che non conosci i suoi disegni e libera le anime dalla schiavitù del demonio. Ha accolto i figli dei nemici e li ha fatti suoi figli adottivi.
I bambini, senza saperlo, muoiono per Cristo, mentre i genitori piangono i martiri che muoiono. Cristo rende suoi testimoni quelli che non parlano ancora. Colui che era venuto per regnare, regna in questo modo. Il liberatore incomincia già a liberare e il salvatore concede già la sua salvezza.
Ma tu, o Erode, che tutto questo non sai, ti turbi e incrudelisci e mentre macchini ai danni di questo bambino, senza saperlo, già gli rendi omaggio.
O meraviglioso dono della grazia! Quali meriti hanno avuto questi bambini per vincere in questo modo? Non parlano ancora e già confessano Cristo! Non sono ancora capaci di affrontare la lotta, perché non muovono ancora le membra e tuttavia già portano trionfanti la palma della vittoria.

Responsorio   Ap 5, 14; 4, 10; 7, 11
R. Prostràti, adorano colui che vive nei secoli dei secoli, * deponendo le loro corone davanti al trono del Signore.
V. S’inchinarono profondamente con la faccia davanti al trono, e lodarono colui che vive nei secoli dei secoli,
R. deponendo le loro corone davanti al trono del Signore.

Sant’Antonio di Padova : «Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso»

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091227

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, festa : Lc 2,41-52
Meditazione del giorno
Sant’Antonio di Padova (c. 1195-1231), francescano, dottore della Chiesa
Sermoni per la domenica e le feste dei santi

«Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso»

        «Stava loro sottomesso». A queste parole, si dilegui ogni orgoglio, crolli ogni rigidità, si sottometta ogni disobbedienza. «Stava sottomesso». Chi? Colui che, con una sola parola, ha creato tutto dal nulla. Colui che, come dice Isaia, «con il cavo della mano misurò il mare; che sul suo palmo prese le dimensioni dei cieli; che con tre dita sollevò la terra; colui che pesa sulla sua bilancia colline e montagne» (40,12). Colui che, come dice Giobbe, «fa tremare la terra e scuote le colonne del cielo; colui che comanda al sole e fa rientrare le stelle; colui che dispiega i cieli e cammina sulle onde del mare; colui che fece le costellazioni; colui che opera meraviglie prodigiose e senza numero» (9,6-10)… È lui, così grande, così potente, che è sottomesso. E sottomesso a chi? A un operaio e a una poverissima vergine.

      O «primo e ultimo»! (Ap 1,17) O capo degli angeli, sottomesso a degli uomini! Il Creatore del Cielo, sottomesso a un operaio, il Dio di eterna gloria sottomesso a una piccola povera vergine! Si è mai visto nulla del genere? Si è mai sentita una cosa simile?

      Allora, non esitate a obbedire, a sottomettervi… Scendere, venire a Nàzaret, essere sottomessi, obbedire perfettamente: qui sta tutta la sapienza… Questo significa essere sapiente con sobrietà. La pura semplicità è «come le acque di Siloe, che scorrono in silenzio» (Is 8,6). Ci sono dei sapienti negli ordini religiosi; ma è attraverso uomini semplici che Dio ve li ha raccolti. Dio «ha scelto quelli che erano stolti e infermi, deboli e ignoranti», per raccogliere attraverso di essi «coloro che erano sapienti, potenti e nobili», «affinché nessuna carne possa gloriarsi in se stessa» (1Co 1,26-29), bensì in colui che è sceso, che è venuto a Nàzaret, e che è stato sottomesso.

Omelia: Smarriti di mente!

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16924.html

Omelia (27-12-2009) 
padre Mimmo Castiglione

Smarriti di mente!

Tre volte all’anno (a Pasqua, a Pentecoste e per la festa delle Capanne)
s’era tenuti a fare il santo viaggio a Gerusalemme.
Pellegrinaggio annuale invece, per chi abitava
a più di una giornata di cammino dalla capitale.

S’andava al tempio per offrire sacrifici e ringraziare.
Anche Gesù Giuseppe e Maria vi si recano, per la festa di Pasqua.
Il Vangelo dell’infanzia lucano si conclude dunque lì
dov’era iniziato con l’annuncio a Zaccaria.

Gesù a un certo punto scompare.
Dodicenne già sfugge! S’è maggiorenni!
Chissà ora per me per noi quanto ci vuole, per diventar maturi!

Bar-mitzvah: figlio del comandamento!
È giunta l’ora d’occuparsi d’altre cose, di Qualcun’Altro,
nel tempio (a casa sua, Lui stesso nuovo Tempio)
ed a Pasqua (per la sua festa).

Comincia a smarrirsi Gesù. O meglio, s’inizia a perderlo!
É il nostro dramma il suo smarrimento.

Per tre giorni (come per dire: per poco tempo) non si trova,
presagio di quanto accadrà più di vent’anni dopo?
Per riapparire poi, risorto o ritrovato?!

Ed ecco appare finalmente seduto in mezzo ai maestri, intronizzato!
Come più avanti insegnerà seduto fra Dottori della Legge e Farisei,
che meravigliati lo ascolteranno e lo interrogheranno!
Sul senso della Legge, Lui vero Esegeta!

Il ragazzo parla, dialoga, comunica e chiede, risponde, spiega, interpreta e stupisce.
Il suo destino di rabbino e la sua sapienza già sono presenti!
Eppure non ha frequentato nessuna scuola!

Però, per scoprirlo, comprenderlo e poi seguirlo,
è necessario sedergli accanto.
E lo si capirà profondamente sotto la Croce!
Anche la Madre che ora deve solo custodire,
per poi fare memoria comunicandolo ai discepoli a Pentecoste.

Intanto ritorna sottomesso ai genitori e rispettoso come si conviene.
Crescendo in sapienza e grazia, per dare scacco a morte ed ignoranza.

Famiglia unita questa di Nazareth, che vive di Dio,
non tutto intende, ma custodisce, in attesa
di capire qualcosa in più dopo, quando sarà tempo.

Famiglia che ci rappresenta ogni volta che cerchiamo il Maestro,
ogni volta che ne siamo privi, ed angosciati ci diamo da fare
per trovarlo, e poi gli domandiamo perché si sottrae!

PREGHIERA

Pietà Signore per tutte le volte
che abbiamo attentato all’unità della famiglia umana.
Signore fa’ che io possa sempre sederti accanto
per ascoltarti e poi seguirti.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Omelia su Ef 5, 21-32

dal sito:

http://www.sanpaolo.org/istit/rivistagm/0805catec.htm

Catechesi per il mese di  Maggio 
per i Fratelli/Sorelle dell’Ist. « Santa Famiglia » 

  PAOLO, DOTTORE DEL MATRIMONIO
Gli sposi: due « corpi » in relazione complementare 

  Ef 5,21-32


Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo.

E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!
  

Il tema è molto affascinante perché tocca la verità del matrimonio, la realtà della complementarietà, la divina realtà del rapporto sponsale « Cristo-Chiesa », reso visibile nel rapporto « marito-moglie ». Questa realtà ha la sua sorgente in Dio.

A) Matrimonio: mistero grande. – Il brano paolino, mal interpretato, ha dato adito a sorrisini compiaciuti di superiorità degli uomini sulle donne, giustificando rivendicazioni che, in successione alternata, portavano ora al predominio del maschio, ora a quello della femmina. Invece, Paolo descrive i nuovi rapporti che, a motivo di Cristo, si instaurano tra marito e moglie; rapporti che non possono più essere concepiti alla maniera dei nostri padri del VT. Ce lo ha detto Gesù stesso: «all’inizio non era così» (cf Mt 19,8). Gesù ha riportato la relazione tra l’uomo e la donna nel matrimonio al disegno originario; e Paolo, per farcelo capire, ci porta a riflettere sul rapporto sponsale di Cristo con la chiesa.

1) Abbiamo una nutrita serie di « esortazioni » fatte ai mariti e alle mogli, perché vivano in pienezza il loro rapporto nel rispetto e nella mutua dipendenza. La dipendenza non è solo della moglie. Toglietevi dalla testa questo « blocco » culturale, inventato di sana pianta.

Ma ogni esortazione acquisisce il suo autentico valore quanto più alte e incisive sono le « motivazioni ». La novità del brano sta proprio nell’unica motivazione che Paolo introduce con la preposizione « come ». Quale? Il rapporto sponsale « Cristo-chiesa » è la motivazione che dà eterno e indissolubile valore al rapporto matrimoniale « uomo-donna ».

2) Notiamo, inoltre, la realtà stupenda: il rapporto sponsale « Cristo-Chiesa » viene prima del rapporto « marito-moglie ». Ma nello stesso tempo i coniugi lo devono incarnare e renderlo visibile. In che modo? La serie dei « come » non ha la funzione di istituire un rigido confronto, a cui l’uomo e la donna devono costantemente riferirsi per non scantonare; ma lo scopo di indicare il fondamento del rapporto « uomo-donna », perché la Chiesa che Cristo ama non sono le pietre, ma sei tu, o marito, sei tu, o moglie; quindi, come Cristo ama te, così tu devi amare il tuo partner. Vi amate perché Cristo vi ama.

Senza Cristo, qualunque rapporto, soprattutto quello matrimoniale, è costruito sulla sabbia; non resiste all’usura del tempo; non lo si può concepire come indissolubile. È nella natura dell’amore, fondato su quello di Cristo per la chiesa, l’essere per sempre. All’inizio era così, e così dovrà essere per sempre. È la rivelazione del grande mistero. Notiamo bene le parole di Paolo: «…questo mistero è grande; io lo dico in relazione a Cristo e alla chiesa» (v 32); quindi il rapporto tra Cristo e la Chiesa che siamo noi:

è sponsale e viene prima del rapporto matrimoniale tra l’uomo e la donna;

è indissolubile, perché l’amore vero, o è per sempre o non è amore;

è gratuito, perché l’amore per sua natura è dono e tale deve essere per sempre.

B) Rapporto complementare. – Complementarietà: questa parola mette in evidenza il ruolo della mascolinità e della femminilità. Sia chiaro che il ruolo della moglie non è di natura inferiore rispetto a quello del marito, o viceversa. Purtroppo il prevalere di un ruolo sull’altro è avvenuto soventissimo nel corso della storia. Il riferimento a Cristo trasforma i due ruoli in servizi complementari. Il marito è « complemento » della moglie e viceversa; il che significa non solo che l’uno ha bisogno dell’altra (collaborazione reciproca), ma che l’uno è complemento dell’altra, cioè l’uno non è tale se non è unito all’altra. La parola « complemento » deriva dal latino « cumplére » e significa: completare, colmare.

1) «Gli sposi sono tra loro complementari; sono due persone che portano a pienezza il coniuge e nello stesso tempo anche se stessi proprio per il fatto di trovarsi connessi, accostati, inseriti uno nell’altro». Se l’uomo – come afferma un mal proverbio – « sotto le coltri si sente un re », in quel momento trasforma un servizio di amore in una dittatura che uccide l’amore e offende non solo la donna, ma in modo grave Dio.

2) La complementarietà è legge di natura, e si rifà al principio biblico: «a sua immagine e somiglianza». Dice Giovanni Paolo II: «In egual misura l’uomo e la donna… sono stati creati ad immagine e somiglianza del Dio personale» (MD 6); per cui:

l’uomo e la donna sono uguali come origine: «ad immagine e somiglianza di Dio»; per questo, «la donna è un altro « io » nella comune umanità» (MD 6);

ma complementari nella vita: «…ciò significa il superamento dell’originaria solitudine», quando Adamo viveva il suo rapporto con il creato senza il suo complemento.

3) Sono simili a Dio come « creature razionali e libere »; però non possono esistere soli, ma «solo come « unità dei due » e dunque in relazione ad un’altra persona umana» (MD 7). E sono dissimili tra loro nella mascolinità e nella femminilità. Quindi, se nella rivendicazione delle dignità si persegue l’uguaglianza in modo da livellare la mascolinità e la femminilità, l’uomo e la donna riprecipitano nella solitudine che Adamo all’inizio soffriva.

Dio è Padre e Madre nello stesso tempo: i due stili in Dio sono integrati; nell’uomo la paternità e nella donna la maternità devono integrarsi per rispondere al progetto di Dio.

C) Sottomissione vicendevole. – Nel brano paolino non si parla della sottomissione di una parte all’altra, ma di sottomissione vicendevole.

1) Anzitutto, nel rapporto di coppia, l’umiltà è la radice da cui spunta come un fiore l’agape, cioè l’amore che, per volere di Dio, deve unire un uomo e una donna. È impossibile amare in modo gratuito, disinteressato, per sempre senza l’umiltà. Difatti l’invito iniziale di Paolo: «Siate sottomessi gli uni gli altri nel timore di Cristo» rende luminoso il discorso e fa intuire in modo giusto l’affermazione: «la moglie sia sottomessa al marito».

2) In secondo luogo è puerile accusare Paolo di maschilismo:

anzitutto non dice che «il marito deve sottomettere la moglie», ma che «la moglie sia sottomessa al marito». È una sottomissione volontaria, che non esalta il marito, ma esalta l’amore, perché è nella natura dell’amore l’umiltà della sottomissione;

in secondo luogo il riferimento a Cristo («il marito ami la moglie come Cristo…»), afferma che la sottomissione del marito alla moglie deve essere così radicale e profonda da essere disposto a dare la vita per lei, come Cristo ha dato la vita per la Chiesa.

Ci vuole grande umiltà per non cadere nell’errore idolatrico di voler « sottomettere l’altro ». L’azione attiva di sottomettere l’altro è solo di Dio; eppure Dio, motivato dall’amore, non sottomette, ma si sottomette. Cristo stesso, il Dio fatto uomo, si è sottomesso volontariamente a noi assumendo la natura umana per darci la vita. Per questo il marito e la moglie devono guardare a lui per vivere tra di loro l’umiltà della sottomissione.

3) L’alimento indispensabile per vivere in pienezza questo « rapporto sponsale » all’insegna della mitezza e dell’umiltà, è l’Eucaristia.

D) Cristo-sposo lava i piedi alla Chiesa-sposa. – Nell’episodio della lavanda dei piedi (Gv 13,1-15), i gesti di Gesù diventano paradigmatici di come la coppia deve vivere il loro rapporto. Giovanni avrebbe potuto sintetizzare il tutto dicendo semplicemente: «…e lavò loro i piedi». Il resto era chiaramente supposto. Invece, con grande meticolosità, ne descrive con sette gesti ogni particolare. Il « sette » è un numero considerato celeste e perfetto; è segno di abbondanza e totalità. L’amore (= agape) acquisisce un valore incalcolabile.

«…si alzò da tavola». Ci si alza per far qualcosa. L’evangelista ritiene necessario puntualizzarlo, perché rivela la « dinamica dell’amore » che deve caratterizzare la vita di coppia: nessuno è padrone o padrona; non esiste matriarcato o patriarcato.

«…si tolse la veste». Si può tradurre: « depose la veste » che richiama il « deporre la vita » del buon pastore; Giovanni usa lo stesso verbo. Ecco la prima qualità dell’amore: è un donarsi reciproco, disposti lui e lei a consumarsi fino a dare la vita per le persone che ama. Il « deporre la vita » fa parte della natura del sacramento del matrimonio.

«…prese un asciugamano». Qualifica il gesto che si appresta a compiere, non a far compiere. Ecco un’altra qualità dell’amore: ha sempre l’iniziativa. Dovete preparare il vostro cuore ad accogliere quello che significa. Ci stupisce ciò che Gesù sta rivelando.

«…se lo cinse attorno alla vita». L’asciugamano, prima di essere usato, è il nuovo vestito che Gesù indossa dopo essersi spogliato. Nel mondo biblico la persona non ha un vestito, ma è il suo vestito. Gesù ci fa capire che l’amore è la natura di Dio ed è la natura dell’uomo; l’amore sarà autentico quanto più è vissuto nel desiderio di servirsi vicendevolmente. Il pretendere di essere serviti è la negazione dell’amore.

«…poi versò dell’acqua in un catino». È Gesù stesso che prepara il catino con l’acqua; ci vuol far capire che l’autentico amore, specie nella vita di coppia, deve rispettare le sue qualità intrinseche: è gratuito, è disinteressato. Quanto è urgente oggi testimoniare ai giovani la straordinaria ricchezza di questo amore.

«Cominciò a lavare i piedi dei discepoli». Questo gesto sovverte ogni nostro schema; comporta anzitutto l’abbassarsi, il chinarsi, l’inginocchiarsi di fronte a colui che riceve il servizio. È l’amore nel suo totale disinteresse. Difatti, Gesù si china davanti a Pietro e davanti a Giuda senza far distinzioni, senza chiedere nulla in cambio.

«…e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto». L’asciugamano era la nuova veste di cui si era cinto quando aveva deposto il vestito. Per asciugare i piedi dei discepoli, se lo toglie senza rimettersi quello che aveva prima deposto. Si spoglia e rimane « nudo »; vale a dire, totalmente ed eternamente disponibile. L’amore o è per sempre o non è amore.

Gesù conclude: «Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica» (v 17). Ecco la beatitudine del servizio. La reazione di Pietro ci fa intendere come non sia facile penetrare nel senso profondo di questo mandato.
  

Riflessioni personali o di coppia

Cosa significa: l’azione acquisisce il suo valore dalla motivazione che coltiviamo?
Riflettete: il termine di confronto del vostro amore è Cristo.
Complementarietà: che cosa vi dice questo termine? Provate a riflettere sul significato del termine simile « sim-bolo » che si oppone a « dia-bolo ».
Che cosa significa « sottomissione vicendevole »?
Pregate i gesti compiuti da Gesù, recitando un « Padre nostro » ad ogni gesto.
 

LA FEDELTÀ DEGLI SPOSI RIMANDA ALLA FEDELÀ DI DIO
 

«La prima comunione è quella che si instaura e si sviluppa tra i coniugi: in forza del patto d’amore coniugale, l’uomo e la donna « non sono più due, ma una carne sola » (Mt 19,6; cf Gn 2,24) e sono chiamati a crescere continuamente nella loro comunione attraverso la fedeltà quotidiana alla promessa matrimoniale del reciproco dono totale.

Questa comunione coniugale affonda le sue radici nella naturale complementarietà che esiste tra l’uomo e la donna, e si alimenta mediante la volontà personale degli sposi di condividere l’intero progetto di vita, ciò che hanno e ciò che sono: perciò tale comunione è il frutto e il segno di una esigenza profondamente umana. Ma in Cristo Signore, Dio assume questa esigenza umana, la conferma, la purifica e la eleva, conducendola a perfezione col sacramento del matrimonio: lo Spirito Santo effuso nella celebrazione sacramentale offre agli sposi cristiani il dono di una comunione nuova d’amore che è immagine viva e reale di quella singolarissima unità che fa della Chiesa l’indivisibile Corpo mistico del Signore Gesù» (« Familiaris consortio, n. 19).
 

Dante Lafranconi, nel libro « Eucaristia e matrimonio, unico mistero nuziale », racconta:

«Non posso dimenticare l’umiliazione e la sorpresa di un uomo che venne a confessarsi dopo la morte della moglie e mi raccontò:

« Negli ultimi anni l’ho tradita parecchie volte, sempre convinto che lei non se ne accorgesse. Infatti continuava ad essere affettuosa e piena di premure per me come sempre. E invece prima di morire mi disse che era al corrente delle mie scappatelle, ma mi aveva sempre amato ugualmente. Prima di morire voleva consegnarmi il suo amore e la sua fedeltà che ora la morte ha consacrato definitivamente ».

In questa confessione ho percepito chiaramente la dinamica della spiritualità coniugale che aveva sostenuto la fedeltà di chi era morto e ora riscattava l’infedeltà di chi continuava a vivere, ma con cuore e sentimenti diversi.

La moglie aveva capito il valore dell’alleanza che la lega ad una persona, anche se questa non corrispondeva alla fedeltà del patto. Proprio come Dio, rivestita essa stessa della forza e della gioia di Dio». 

  
A cura di P. Innocenzo Dante, ssp
Istituto « Santa Famiglia » – Circonvallazione Appia, 162
00179 ROMA – Tel. 06/7842455

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

« Sottomessi gli uni agli altri » (comento a Ef 5, 21 – 6, 4)

dal sito:

http://cattedrale.arcidiocesi.gorizia.it/parrocchia/spip.php?article291

« Sottomessi gli uni agli altri »

Il 23 agosto 2009 par don Sinuhe Marotta

Non sono facili le parole che Paolo oggi ci rivolge: “Siate sottomessi gli uni agli altri”. Ancor più imbarazzanti gli inviti rivolti ai componenti del sistema familiare del tempo: “Le mogli siano sottomesse ai mariti… i figli ai genitori… gli schiavi ai padroni…”.

Davvero il cristianesimo non sarebbe che la consacrazione di un ordine sociale più o meno ingiusto, un potente strumento di potere che cerca soltanto una struttura politica con cui allearsi per riceverne in cambio favori?

Se nella storia questo può essere accaduto, lo lasciamo verificare ad altri più competenti, imparando – se ce ne fosse bisogno, anche dagli errori del passato – che quando si abbandona la Parola o non le si è fedeli sino in fondo, si abbandona quella Vitache ha cominciato a scorrere con Cristo in modo possente nell’alveo della storia umana: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”, confesserà Pietro al suo Signore.

È vero, Paolo parla ad uomini in un contesto sociale fortemente gerarchizzato, a favore di maschi sempre in posizione dominante: mariti, padri, padroni. Ma egli parla anche alle donne – ed è la prima novità –, le trasforma da oggetto in soggettocapace di interagire con le vicende di Dio nella storia umana.

E poi inserisce nelle raccomandazioni morali rivolte alla famiglia una bomba ad orologeria, che ancora deve sviluppare tutti i suoi effetti: quel “come al Signore”. Qui sta la motivazione che deve essere alla radice di ogni agire, quand’anche ci trovassimo in un ordine sociale imperfetto o ingiusto: offrirsi come fosse fatto al Signore. Questo vale per la moglie, vale per il marito, vale per tutti coloro che si trovano nel fiume della vita eterna grazie al loro Battesimo.

Non ai divi corrotti dello spettacolo dobbiamo assomigliare, allora, né imitare nel nostro matrimonio gli esserini insignificanti che vivono per mesi in case chiuse sotto gli occhi lubrici di mille telecamere e di poveri guardoni paganti, ma a Cristo.

E come Lui si è donato, “sottomesso” nelle mani dei peccatoriche siamo noi umani, così faremo noi, come Lui: per amore ci metteremo gli uni al di sotto degli altri, sino a trovare i loro piedi e lavarli, con delicatezza e attenzione, anche se fra le lacrime.

Altri forse saranno portatori di idee, culture e modi di fare diversi. Ci potremmo anche domandare se l’abbandono pratico da parte dei nostriconcittadini e connazionali di « questo-cristianesimo-così-poco-attento-verso-il-mondo-femminile » abbia fatto crescere il rispetto verso le donne, a partire dalle nostre case. O se invece no. Come la cronaca purtroppo dolorosamente ci testimonia.

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Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 5,21-32

«Fratelli, nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del corpo. E come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto.

E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso. Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo».

27 DICEMBRE 2009 – DOMENICA FRA L’OTTAVA DI NATALE – SANTA FAMIGLIA DI GESU’ – MARIA E GIUSEPPE

27 DICEMBRE 2009 - DOMENICA FRA L'OTTAVA DI NATALE - SANTA FAMIGLIA DI GESU' - MARIA E GIUSEPPE  dans Lettera agli Efesini sacra%20famiglia

Sacra famiglia, Pittore veneto (fine sec. XVII)

http://www.provincia.padova.it/COMUNI/MONSELICE/arte/duomo%20nuovo.htm

27 DICEMBRE 2009 – DOMENICA FRA L’OTTAVA DI NATALE – SANTA FAMIGLIA DI GESU’ – MARIA E GIUSEPPE

MESSA DEL GIORNO, LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/natale/12famCPage.htm

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera agli Efesini di san Paolo, apostolo 5, 21 – 6, 4

La vita cristiana nella famiglia
Fratelli: siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo.
Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto.
E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola (Gn 2, 24). Questo mistero è grande; lo dico in riferimento al Cristo e alla Chiesa! Quindi anche voi, ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso, e la donna sia rispettosa verso il marito.
Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto, Onora tuo padre e tua madre: è questo il primo comandamento associato a una promessa: perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra (Es 20, 12; Dt 5, 10). E voi, padri, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell’educazione e nella disciplina del Signore.

Responsorio    Ef 6, 1-2; Lc 2, 51
R. Figli, obbedite nel Signore ai vostri genitori; * onorate il padre e la madre, perché questo è giusto.
V. Gesù tornò a Nazareth con Maria e Giuseppe, e stava loro sottomesso.
R. Onorate il padre e la madre, perché questo è giusto.
 
Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di Paolo VI, papa
(Discorso tenuto a Nazareth, 5 gennaio 1964)

L’esempio di Nazareth
La casa di Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare.
Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo. Qui scopriamo il bisogno di osservare il quadro del suo soggiorno in mezzo a noi: cioè i luoghi, i tempi, i costumi, il linguaggio, i sacri riti, tutto insomma ciò di cui Gesù si servì per manifestarsi al mondo.
Qui tutto ha una voce, tutto ha un significato. Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo. Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazareth! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine! Ma noi non siamo che di passaggio e ci è necessario deporre il desiderio di continuare a conoscere, in questa casa, la mai compiuta formazione all’intelligenza del Vangelo. Tuttavia non lasceremo questo luogo senza aver raccolto, quasi furtivamente, alcuni brevi ammonimenti dalla casa di Nazareth.
In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto.
Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazareth ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile; ci faccia vedere com’è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale. Infine impariamo la lezione del lavoro. Oh! dimora di Nazareth, casa del Figlio del falegname! Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo ma redentrice della fatica umana; qui nobilitare la dignità del lavoro in modo che sia sentita da tutti; ricordare sotto questo tetto che il lavoro non può essere fine a se stesso, ma che riceve la sua libertà ed eccellenza, non solamente da quello che si chiama valore economico, ma anche da ciò che lo volge al suo nobile fine; qui infine vogliamo salutare gli operai di tutto il mondo e mostrar loro il grande modello, il loro divino fratello, il profeta di tutte le giuste cause che li riguardano, cioè Cristo nostro Signore.

Responsorio    2 Cor 13, 11; Ef 5, 19; Col 3, 23
R. State lieti, cercate ciò che è perfetto, incoraggiatevi al bene, andate d’accordo, vivete in pace, * cantate e inneggiate a Dio con tutto il cuore.
V. Qualunque sia il vostro lavoro, fatelo di buon animo, per il Signore, e non per gli uomini.
R. Cantate e inneggiate a Dio con tutto il cuore.

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