Archive pour décembre, 2009

Gli Inni di Sant’Ambrogio: Il « Te Deum » (presentazione storica, liturgica. musicale)

dal sito:

http://www.examenapium.it/meri/inno.htm

Gli inni di Ambrogio

Come il valoroso vescovo [Sant'Ambrogio], mentre era impegnato in una terribile lotta con l’imperatrice Giustina e i suoi seguaci della setta eretica degli ariani, introducesse a Milano il costume siriaco di cantare inni per tenere alti gli spiriti, dei suoi adepti cattolici, ci è raccontato dal contemporaneo, più giovane di lui, Sant’Agostino:

Era un anno, o non molto di più, dacché Giustina, madre dell’imperatore fanciullo Valentiniano, perseguitava il Tuo servo Ambrogio, per amore della sua eresia, alla quale era stata attirata dagli Ariani. Il popolo accampava nella chiesa, pronto a morire col suo vescovo, e servo Tuo …

In quella occasione si stabilì di cantare degli inni e dei salmi, secondo l’usanza delle regioni orientali, affinché il popolo non si lasciasse prendere da scoraggiamento; da quel tempo l’uso venne mantenuto, fino ai giorni nostri. Molti, quasi tutti i tuoi fedeli lo hanno imitato negli altri paesi della terra. [Confessioni, IX, 7]

Sant’Ambrogio definisce così la natura dell’inno:

Canto con la lode del Signore. Se voi celebrate il Signore, e non cantate voi non proferite un inno. Se voi cantate e non celebrate il Signore, non proferite un inno. Se voi celebrate qualche cosa che non pertiene alla lode del Signore, e se la celebrate col canto, voi non proferite un inno. Un inno, dunque, ha queste tre cose: e canto, e lode, e il Signore.

Dei molti testi di inni la cui paternità è stata attribuita al Santo soltanto quattro sono oggi generalmente accettati come autentici. Essi sono: Aeterne rerum Conditor; Deus Creator omnium; Iam surgit hora tertia; e Veni Redemptor gentium …

Niente di preciso si sa delle melodie che furono in origine applicate agli inni di Sant’Ambrogio, se fossero composte da lui o adattate da musica precedente. Poiché gli inni erano destinati all’uso dei fedeli, sembra logico supporre che la loro melodia fosse semplice e sillabica. Dalla definizione agostiniana del piede giambico apprendiamo che constava di « una breve e una lunga, di tre tempi », e le più moderne trascrizioni degli inni sono basate sull’ipotesi che il ritmo della melodia seguisse il metro del testo. Il metro ambrosiano era retto dalle leggi della quantità, sebbene il graduale passaggio dalla quantità all’accento fosse già iniziato al tempo di Sant’Ambrogio.

Gli inni ambrosiani si diffusero in tutta Europa. Durante il Medio Evo scrittori ecclesiastici di varie regioni cedettero alla moda di ornare le semplici melodie degli inni con brevi melismi …

Il Te deum

Un inno scritto non su un testo metrico, ma prosastico è il Te Deum. La sua struttura, come quella dei salmi, è retta dal principio del parallelismo. Secondo la leggenda fu improvvisato insieme da Sant’Ambrogio e Sant’Agostino, mentre il primo battezzava il secondo. Nel Medio Evo esso è talvolta chiamato «Hymnus Ambrosianus». Tuttavia si crede oggi che il Te Deum sia stato scritto da Niceta di Remesiana (c. 335-414). Sembra che fosse ben noto e largamente diffuso già fin dal VI secolo e che penetrasse in seguito nella liturgia romana. La musica di quest’inno, qual è giunta fino a noi, sembra essere una creazione composita; sembra che la prima parte della melodia abbia carattere pre-gregoriano e che sia di origine milanese, mentre la parte seguente è di carattere gregoriano.

Te Deum laudámus: te Dóminum confitémur.
Te ætérnum Patrem, omnis terra venerátur.
Tibi omnes ángeli, tibi cæli et univérsæ potestátes:
tibi chérubim et séraphim incessábili voce proclamant:
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sábaoth.
Pleni sunt cæli et terra maiestátis glóriæ tuae.
Te gloriósus Apostolórum chorus,
te prophetárum laudábilis númerus,
te mártyrum candidátus laudat exércitus.
Te per orbem terrárum sancta confitétur Ecclésia,
Patrem imménsæ maiestátis;
venerándum tuum verum et únicum Fílium;
Sanctum quoque Paráclitum Spíritum.
Tu rex glóriæ, Christe.
Tu Patris sempitérnus es Filius.
Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem, non horruísti Virginis úterum.
Tu, devícto mortis acúleo, aperuísti credéntibus regna cælórum.
Tu ad déxteram Dei sedes, in glória Patris.
Iudex créderis esse ventúrus.
Te ergo, quæsumus, tuis fámulis súbveni, quos pretióso sánguine redemísti.
Aetérna fac cum sanctis tuis in glória numerári.
Salvum fac pópulum tuum, Dómine, et bénedic hereditáti tuæ.
Et rege eos, et extólle illos usque in ætérnum.
Per síngulos dies benedícimus te;
et laudámus nomen tuum in sæculum, et in sæculum sæculi.
Dignáre, Dómine, die isto sine peccáto nos custodíre.
Miserére nostri, Dómine, miserére nostri.
Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos, quemádmodum sperávimus in te.
In te, Dómine, sperávi: non confúndar in ætérnum.

Noi ti lodiamo Dio, ti proclamiamo Signore.
O eterno Padre, tutta la terra ti adora.
A te cantano gli angeli e tutte le potenze dei cieli:
[...]
Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo.
I cieli e la terra sono pieni della tua gloria.
Ti acclama il coro degli apostoli
e la candida schiera dei martiri;
le voci dei profeti si uniscono nella tua lode;
la santa Chiesa proclama la tua gloria,
[...]
adora il tuo unico figlio,
e lo Spirito Santo Paraclito.
O Cristo, re della gloria,
eterno Figlio del Padre,
tu nascesti dalla Vergine Madre per la salvezza dell’uomo.
Vincitore della morte, hai aperto ai credenti il regno dei cieli.
Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre.
Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.
Soccorri i tuoi figli, Signore, che hai redento col tuo sangue prezioso.
Accoglici nella tua gloria nell’assemblea dei santi.
Salva il tuo popolo, Signore, guida e proteggi i tuoi figli.
[...]
Ogni giorno ti benediciamo,
lodiamo il tuo nome per sempre.
Degnati oggi, Signore, di custodirci senza peccato.
Sia sempre con noi la tua misericordia: in te abbiamo sperato.
Pietà di noi, Signore, pietà di noi.
Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno. 
 

Nel sec. V era già prescritto il canto domenicale del Te Deum nel monastero di Lérins. La Regola di San Benedetto lo vuole cantato al termine dell’Ufficio notturno, nelle domeniche e nelle solennità (eccetto in Quaresima). È usato anche in molte altre occasioni, come canto di lode e di ringraziamento, p.e. nell’ordinazione del vescovo, dopo la Comunione, alla fine dell’anno.

Sono tre le intonazioni del Te Deum accolte dal Vaticano I, solenne semplice e more romanum. Tutte strutturate allo stesso modo, intonano i versetti su uno schema salmodico non canonico (a testimonianza dell’antichità di parte della melodia):

Gli Inni di Sant'Ambrogio: Il

 La prima sezione, qui su fondo chiaro, con tenor su la non è riconducibile a un tono canonico. I due emistichi si rivelano assai indipendenti tanto da riconoscere una doppia intonatio (mi sol la per il primo e sol si la per il secondo). È molto più simile a una mediatio la conclusione del secondo e, al contrario, appare più come terminatio quella del primo. Anche sulla scorta della distribuzione dei versetti sarebbe perciò opportuno invertire la distribuzione degli emistichi nello schema. Tuttavia la presenza di un’intonatio così solenne nel primo e l’uniformità di struttura con la successiva sezione (dal versetto Tu Rex gloriae, su fondo verde) ha fatto preferire questa distribuzione.
 
 Qui il tono sembra più facilmente riconducibile al IV, con la terminazio a mi. Quella che prima era una evidente intonatio del secondo emistichio qui è chiaramente trasformato in mediatio restituendo corrispondenza fra fraseggio del tono e versetto.

La trasformazione melodica, accanto a un apparente nuovo esordio del testo (invocazione di Cristo) fa supporre la combinazione di testi con una loro precisa impronta melodica.
 
 Particolarmente anomalo questo terzo modulo che non solo si riconduce con difficoltà allla stuttura del tono salmodico ma presenta un doppio tenor su fa (con finalis do) e sol (con finalis mi).

Il primo versetto (Aeterna…) sembra quasi preparate la mutazione melodica.
 
 Ricompare con caratteristiche simili la formula più facilmente riconducibile al IV modo.
 
 L’ultimo versetto è intonato su frammenti della terza sezione 

SALMO 126

SALMO 126 dans A. UN PENSIERO DAI SALMI...PRIMA DELLA NOTTE med-jeune-fille-au-marche-visoterra-10444

foto dal sito « Visoterra », remerciement au site pour la belle photo:

http://www.visoterra.com/voyage-premier-voyage-de-luc/jeune-fille-au-marche.html

SALMO 126

Se il Signore non costruisce la casa, *
    invano vi faticano i costruttori.
Se la città non è custodita dal Signore *
    invano veglia il custode.

Invano vi alzate di buon mattino, †
    tardi andate a riposare
        e mangiate pane di sudore: *
    il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno.

Ecco, dono del Signore sono i figli, *
    è sua grazia il frutto del grembo.
Come frecce in mano a un eroe *
    sono i figli della giovinezza.

Beato l’uomo *
    che piena ne ha la farètra:
non resterà confuso quando verrà alla porta *
    a trattare con i propri nemici.

Omelia per il giorno 29 dicembre 2009

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/11476.html

Omelia (29-12-2007) 
Messa Meditazione
La consegna della vita

I giorni dopo il Natale si distendono nella contemplazione del mistero del Signore Gesù, e di quanto è accaduto nella sua vicenda umana. La liturgia ci accompagna dentro il mistero della famiglia di Nazaret. Il bambino Gesù, nato all’interno del popolo ebreo, partecipa alle sue leggi e prescrizioni. La presentazione al tempio, a quaranta giorni dalla nascita, non si riduce a un atto giuridico e formale; realizza invece la prima effettiva consegna al Padre, partecipata dall’offerta di Maria e Giuseppe. Gesù si presenta al tempio come la vittima vera del nuovo sacrificio, e viene riconosciuto dai santi vecchi Simeone e Anna, depositari delle promesse di tutto il popolo.

La bellezza e verità del quadro dipinto dall’evangelista Luca in questa pagina di Vangelo è piena di mistero. Una giovane famiglia presenta al tempio il primogenito, adempiendo nel modo più semplice le prescrizioni della legge ebraica. In questo gesto giungono a compimento, anzi vengono superati tutti i sacrifici antichi. Qui è Gesù, il Figlio di Dio, che viene presentato e si offre all’altare di Dio. E’ la chiave interpretativa di tutta la vita di Gesù: Egli è venuto per consegnarsi al Padre. « Entrando nel mondo, Cristo dice: Non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare o Dio la tua volontà » (Ebrei 10,5-7).
Si rende esplicita l’intenzione che ha mosso il Figlio a incarnarsi, e che troverà compimento nel sacrificio della croce. Il Figlio di Dio, dicono i Padri della Chiesa, ‘è stato mandato a morire’ (‘mori missus’). Ogni azione di Gesù si muove nella stessa direzione, con lo stesso slancio, e la Chiesa, rappresentata da Giuseppe e Maria, se ne rende partecipe. Su questa linea, è la vita di ogni uomo che viene nel mondo ad essere consegnata e offerta.
Nel momento stesso in cui Gesù si presenta al tempio e si offre al Padre, avviene anche il suo riconoscimento da parte di Simeone e Anna: l’attesa è compiuta; il cuore dell’uomo incontra l’oggetto del suo desiderio, si placa e benedice Dio. L’uomo che ha visto Dio, può morire in pace. E’ una grazia concessa dallo Spirito Santo questo riconoscimento, che continua ad attuarsi davanti ai nostri occhi nel gesto in cui Gesù ancora si offre attraverso il sacrificio eucaristico, dove Cristo permane come segno di contraddizione e speranza di salvezza per tutti.

Ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli.

Ogni mattina, ogni giorno, rinnovo l’offerta della mia vita, unendola al sacrificio di Cristo. Ogni momento e ogni azione siano vissuti davanti al Signore.

Commento a cura di don Angelo Busetto

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 29 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Origene: « Andare in pace »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091229

V giorno fra l’Ottava di Natale : Lc 2,22-35
Meditazione del giorno
Origene (ca 185-253), sacerdote e teologo
Omelia 15 su Luca ; PG 13, 1838-1839

« Andare in pace »

      Simeone sapeva bene che nessuno avrebbe potuto far uscire l’uomo dal carcere del corpo con la speranza della vita futura se non, precisamente, quel bambino che egli teneva tra le braccia. Per questo gli disse : « Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace », perché finché non tenevo Cristo e non lo stringevo fra le braccia, io stesso ero come prigionero e non potevo liberarmi dai vincoli che mi stringevano. E dobbiamo notare che questo non vale per il solo Simeone, bensì per tutti gli uomini. Chi lascia questo mondo e vuole raggiungere il cielo, prenda Gesù nelle sue mani e lo abbracci, lo stringa al petto; soltanto allora potrà recarsi, pienamente felice, là dove desidera…

      « Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio » (Rm 8,14); è quindi lo Spirito Santo a condurre Simeone nel Tempio. Se anche tu vuoi tenere Gesù, stringerlo tra le braccia, se vuoi divenire in tal modo degno di uscire dal carcere, devi con tutte le tue forze mirare a questo, lasciarti guidare dallo Spirito per giungere al Tempio di Dio. Eccoti fin d’ora nel tempio del Signore Gesù, cioè nella sua Chiesa ; esso è un tempio costruito con pietre vive (1Pt 2,5)…

      Se davvero sei venuto nel Tempio mosso dallo Spirito, troverai il bambino Gesù, lo prenderai fra le braccia e gli dirai: « Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola ». Questa liberazione e questa partenza avvengono nella pace… E chi mai può morire in pace, se non colui che conosce quella pace di Dio, che supera ogni intelligenza e custodisce il cuore di colui che la possiede (Fil 4,7)? Chi si ritira in pace da questo mondo, se non colui che comprende che Dio è venuto in Cristo per riconciliare a sé il mondo?

Claudio Doglio : La lettera di san Paolo ai Galati, Gal 2,1-21 (un’esegesi con un linguaggio..molto incisivo…se mi posso permettere)

Un altro commento su Galati, in particolare su Gal 2, 1-21, Doglio deve avere fatto più di un incontro, non ho trovato gli altri, intanto “gustiamoci questo”, un linguaggio quello usato per l’esegesi, molto bello e comunicativo; le parole in greco erano scritte in caratteri greci e traslitterate, ho tolto il carattere greco che non viene sul Blog e ho lasciato la traslitterazione, dal sito:

http://www.symbolon.net/Nuovo%20Testamento/San%20Paolo/Lettera%20ai%20Galati/Lettera%20ai%20Galati-03-trascrizione.pdf

Claudio Doglio


La lettera di san Paolo ai Galati

(secondo incontro)

Gal 2,1-21


Queste riflessioni sono state tenute presso la parrocchia di S. Pietro alla Foce, in Genova – durante la Quaresima del 2008 – Riccardo Becchi ha trascritto con diligenza il seguente testo dalla registrazione

Sommario
La bella novità di Antiochia 2
Una posizione irrinunciabile, perché fondamentale 3
Il cosiddetto “Concilio di Gerusalemme 4
L’“incidente” di Antiochia 5
La giustificazione per fede 7
La fede “di” Cristo

Non siamo trasgressori
Paolo è crocifisso con Cristo 9
Forse Cristo è morto invano? 10

* * *

Nella lettera ai Galati san Paolo difende il proprio “vangelo” e comincia questa difesa con argomenti autobiografici, cioè presentando la propria persona e la propria storia, mostrando come la sua vicenda personale sia una garanzia dell’opera che il Signore sta compiendo. Nel primo capitolo, dopo aver rimproverato di Galati per il loro cambiamento nell’adesione al vangelo, racconta la sua esperienza di conversione. Ha narrato come Dio gli ha rivelato suo Figlio e lo ha profondamente cambiato. Dopo questo episodio – che possiamo datare nell’anno 36 – Paolo non ne racconta un altro capitato 14 anni dopo; secondo il modo di contare degli antichi arriviamo all’anno 49: è l’occasione del cosiddetto Concilio di Gerusalemme.

2,1Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba,
portando con me anche Tito: 2vi andai però in seguito ad una rivelazione.

La bella novità di Antiochia

Paolo e Barnaba in quegli anni hanno già iniziato un’opera di evangelizzazione perché in quegli anni era nata la comunità cristiana ad Antiochia, una comunità nata senza un progetto, senza un piano pastorale, ma venuta fuori proprio dalla provvidenza di Dio che ha fatto emergere alcuni cristiani. La comunità è cresciuta, è intervenuto Barnaba da Gerusalemme, è andato a cercare Paolo e i due hanno formato una bella comunità di greci: un fatto strano, un novità assoluta. Il vangelo – che fino a quegli anni era rigorosamente limitato all’ambiente ebraico – viene accolto anche dai non ebrei; inoltre la comunità che si è formata è una bella comunità, attiva, entusiasta, numerosa. Paolo e Barnaba si rendono conto che la prospettiva evangelica non è limitata al popolo giudaico, ma è aperta a tutte le genti. Con fatica gli apostoli hanno capito questa idea, ci hanno messo alcuni decenni prima di aprirsi. Quando Paolo e Barnaba organizzano le prime missioni in Anatolia lo fanno quasi per esperimento, per provare a vedere se, effettivamente, annunciando il vangelo a popolazioni greche c’è una risposta e una adesione. Hanno provato e hanno verificato che la risposta c’è, l’adesione è notevole, significativa. Grandi gruppi di greci aderiscono al vangelo; proprio gli abitanti della Galazia sono stati destinatari di questo esperimento di evangelizzazione. Molte persone in quella regione hanno accolto la predicazione di Paolo che parlava di Gesù Cristo come del Salvatore e comunicava lo Spirito che li liberava dalle loro profonde incapacità. Non erano ebrei, nella gran maggioranza erano greci che avevano semmai sentito parlare della tradizione ebraica; hanno poi sentito parlare direttamente anche da Paolo di questa tradizione dell’Antico Testamento e hanno così aderito al vangelo come glielo ha presentato Paolo. Che qualche anno dopo, però, è subentrato qualche predicatore giudaizzante che ha detto a quella gente di Galazia: “Bisogna osservare tutta la legge dell’Antico Testamento; per essere buoni cristiani bisogna, prima di tutto, essere ebrei”. Paolo sta raccontando come egli stesso ha voluto verificare la propria posizione. Dicevamo che la lettera è scritta nell’anno 56, quindi il problema è scoppiato poco tempo prima, in quell’anno. Adesso però, nel capitolo 2 della lettera, l’apostolo fa riferimento a un episodio capitato nel 49; sta quindi raccontando qualcosa che è capitato prima e questo proprio per dimostrare che lui è pienamente d’accordo con le autorità di Gerusalemme. Può darsi che qualcuno abbia detto che Paolo è libero battitore, un cane sciolto, uno che fa di testa sua, che è indipendente dalla Chiesa di Gerusalemme, che si è inventato le cose; Paolo un vuole invece precisare che tutto questo non è vero. Paolo è perfettamente in sintonia con Pietro e gli apostoli. Proprio per dirimere ogni dubbio sulla correttezza del suo insegnamento i vertici della comunità cristiana di Gerusalemme si sono infatti riuniti e hanno pienamente riconosciuto la solidità e la correttezza della sua impostazione teologica. Racconta quindi questa visita a Gerusalemme avvenuta in compagnia di Barnaba e di Tito e dice: «Vi sono andato in seguito ad una rivelazione». Ancora una volta in greco adopera la parola (apokálypsis) cioè “apocalisse”, rivelazione. Paolo dice di avere avuto una rivelazione divina, una ispirazione, una illuminazione, in modo tale da essere invogliato ad andare a Gerusalemme. Come dire: per fortuna mi sono messo con le spalle al sicuro. Il Signore infatti mi ha illuminato, mi ha fatto venire l’idea di andare a Gerusalemme e di confrontarmi con i capi; se io allora non lo avessi fatto, adesso sarei in una situazione seria. Esposi loro il vangelo che io predico tra i pagani, ma lo esposi privatamente alle persone più ragguardevoli, per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano. Paolo confessa che prima ne ha parlato a tu per tu, privatamente; senza fare nomi parla delle persone più ragguardevoli della comunità cristiana: possiamo immaginare che fossero Pietro, Giacomo, Giovanni; ha esposto loro la sua predicazione. Notate che Paolo adopera sempre la parola “vangelo”: «esposi loro il vangelo che io predico fra le genti», cioè l’annuncio che il Cristo salva, e che basta il Cristo per salvare. In sostanza questo è il vangelo di Paolo. Confessa che ha avuto timore di aver corso invano, cioè di aver fatto tanta fatica per niente. Infatti, se ho sbagliato l’annuncio ho sprecato tempo e fatica con il rischio di continuare a faticare invano; allora ho esposto con attenzione il mio insegnamento. Una posizione irrinunciabile, perché fondamentale

3Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere.
4E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi. 5Ad essi però non cedemmo, per
riguardo, neppure un istante, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda
tra di voi.

Paolo qui esprime tutta la sua durezza. Non ho ceduto neanche un istante, neanche per riguardo. Perché è così duro? Perché ritiene che la questione sia fondamentale. Nella Prima Lettera ai Corinzi, scritta nello stesso anno, solo qualche mese prima, Paolo dice: «Mi sono fatto tutto a tutti, mi sono fatto greco con i greci, giudeo con i giudei, mi sono adattato a tutte le situazioni»; in quel discorso sembra una persona molto conciliante, disponibile a tutte le situazioni. Perché qui invece è così duro, inflessibile? Perché si trova di fronte ad una questione basilare su cui non può in alcun modo transigere. Non è semplicemente una questione di forma, è una questione di sostanza. Il problema riguarda la salvezza. Detto brutalmente potrebbe suonare così: “Che cosa serve per essere salvi?”. Paolo dice: “Cristo e basta”; gli altri dicono: “Cristo e la legge”. No! È una questione determinante, essenziale. Per evitare fraintendimenti forse è opportuno precisare che la posizione di Paolo non è negativa, non proibisce la concisione, ma dice: fate pure; tenente però ben presente che non è affatto indispensabile. Siete liberi di fare ciò che volete, ma quella pratica giudaica non conta nulla, non è una via per accedere alla salvezza. Paolo fece circoncidere Timoteo proprio per andare incontro agli ebrei, in modo tale da non creare problemi; a questo punto, invece, nel caso di Tito – dal momento che gli avversari affermano che è necessaria la circoncisione – Paolo contrappone un risoluto “No!”. Se lo considerate come gesto per venirvi incontro va bene, ma se sostenete che è necessario e indispensabile mi impunto e dico che non è affatto necessario, non serve per la salvezza. Porta quindi con sé Tito – un greco divenuto cristiano, non circonciso, quindi non introdotto nella comunità ebraica – lo porta a Gerusalemme, lo presenta agli apostoli e lo fa riconoscere a tutti gli effetti. C’è qualche “falso fratello”, qualcuno che dice di essere fratello, membro della comunità – ma non lo è – che invece entra e “spia la libertà”, nel senso che guarda di mal’occhio la libertà cristiana e vuole di nuovo imporre il vincolo della schiavitù. A questa mentalità Paolo si oppone con forza e sta raccontando il fatto per dire: anche gli altri hanno dato ragione a me.

6Da parte dunque delle persone più ragguardevoli — quali fossero allora non m’interessa,
perché Dio non bada a persona alcuna — a me, da quelle persone ragguardevoli, non fu
imposto nulla di più.

Gli è venuto in mente che chi lo sta ascoltando potrebbe chiedergli: “Ma chi erano queste persone ragguardevoli?”. Non vuole neanche farne il nome: erano le persone responsabili della
comunità cristiana di Gerusalemme. Non cerchiamo di appellarci a questo o a quello, perché mi è più simpatico questo di quello; le autorità di Gerusalemme a me non hanno imposto nulla.

Il cosiddetto “Concilio di Gerusalemme”

7Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello
per i circoncisi — 8poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei
circoncisi aveva agito anche in me per i pagani — 9e riconoscendo la grazia a me
conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro
destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i
circoncisi. 10Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio
preoccupato di fare.

Gli apostoli di Gerusalemme hanno riconosciuto il carisma di Paolo: questo è un dato importante. Hanno riconosciuto che nella vita di Paolo è successo qualcosa, hanno riconosciuto
l’intervento del Signore nella sua esistenza, hanno riconosciuto che Dio ha affidato a quell’uomo il vangelo per i non ebrei. Ad un giudeo fondamentalista – così conservatore e chiuso nel difendere le antiche tradizioni – è stato affidato il compito dell’apertura. Proprio perché era strettamente chiuso e rigido, nel momento in cui si è illuminato ha capito che quello schema di rigidità era sbagliato. Ha scoperto il Cristo e ha scoperto la libertà, ha scoperto la grazia, la potenza dell’opera divina, è uscito fuori dal suo schema religioso e opprimente, proprio perché l’aveva vissuto per tutta la vita, per la prima parte della sua vita. Paolo prima era soffocato da uno schema al religioso opprimente, ma con la sua “apocalisse” ha scoperto la libertà di Cristo ed – essendo una persona molto intelligente e molto preparata teologicamente – è riuscito a chiarire bene i termini del problema. Paolo è arrivato prima di Giacomo, Cefa e Giovanni: aveva più strumenti come preparazione teologica; ha fatto più esperienze che lo hanno consolidato nelle idee. Il confronto con le autorità è stato poi significativo: loro hanno riconosciuto che gli è stato dato un incarico; non glielo hanno dato loro, ma riconoscono che il Signore in persona gli ha dato questa missione. D’altra parte Paolo fa notare che colui che ha agito in Pietro è lo stesso che ha agito in Paolo. Noi avevamo notato come, nel racconto della vocazione, Paolo adoperi dell’espressioni molto simili a quelle che compaiono nel vangelo secondo Matteo per indicare la professione di fede di Pietro:

Mt 16,17«Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno
rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli.

 È il Padre che ha rivelato il Figlio, non la carne e il sangue. Colui che ha operato in Pietro è lo stesso che ha operato in Paolo, persone diverse, mentalità diverse, storie diverse, ma è lo stesso Signore che ha operato nei due e li ha portati e a due missioni differenti. Pietro è costituito apostolo dei circoncisi, mandato cioè agli ebrei e va bene; Paolo è costituito apostolo dei non circoncisi, degli altri, e va bene altrettanto. Il tre che vengano nominati dando la destra a Paolo e a Barnaba. É un gesto di comunione: alla fine della discussione si stringono la mano, si trovano d’accordo. Notiamo che al primo posto viene nominato Giacomo; Giacomo è il vescovo di Gerusalemme, è il responsabile di quella comunità giudeo cristiana. Pietro viene chiamato con il nome aramaico Kefas, proprio il termine che ha adoperato Gesù. Non siamo ancora entrati nella fase della traduzione in greco: Kefas non è ancora diventato Petros. Questa è una formula arcaica perché, nel versetto precedente, c’è anche la forma Petros; vuol dire che – quando nel 56 Paolo scrive – ci sono già tutti e due i vocaboli, ma per un certo tempo si è adoperato solo il termine aramaico. Aprendosi poi ai greci, per far capire che cosa significa Kefas, lo hanno tradotto in greco inventando il termine Petros e alle comunità greche è stato presentato con questo strano nome che deve richiamare la roccia. Dopo Giacomo e Pietro viene nominato anche Giovanni: i tre sono pienamente d’accordo. Organizzano la missione e danno a Paolo e a Barnaba l’incarico di continuare così; l’unica cosa che gli chiedono è di ricordarsi dei poveri, cioè della comunità cristiana di Gerusalemme che si trovava in una situazione economica difficile. Qualcuno dice che, avendo messo tutto in comune, organizzando una economia particolare, si trovarono ben presto allo sfascio. Tale situazione fu causata più probabilmente da una carestia e la comunità cristiana di Gerusalemme si trovò a vivere la povertà. Paolo in molte lettere invita i cristiani della Grecia a raccogliere dei soldi per aiutare la comunità di Gerusalemme. Fa questo non tanto – o solo – per un principio di carità, ma soprattutto per insegnare alle nuove comunità greche il collegamento con la Chiesa madre.
Sembra infatti voler dire: non siete indipendenti e autonomi, siete legati a quella famiglia, fa parte del vostro ambiente ed è giusto e doveroso che vi facciate a carico dei vostri fratelli che sono stati all’origine della vostra comunità. Questa insistenza è un esempio importante che mostra come Paolo non abbia tagliato i ponti, ma è legato alla comunità di Gerusalemme; ci tiene al collegamento con la Chiesa madre, ma nello stesso tempo ha l’intelligenza e il coraggio di fare un bel salto in avanti.

L’“incidente” di Antiochia

C’è però un caso, deve ammetterlo, in cui lo scontro con Pietro c’è stato. Negli Atti degli Apostoli Luca omette il particolare; se può Luca cerca sempre di appianare i problemi e di non evidenziare le tensioni e i conflitti. Paolo – dato che sta parlando di sé e sta difendendo le proprie scelte e il proprio atteggiamento – per onestà deve riconoscere che c’è stata una occasione in cui si è scontrato con Pietro.

11Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente
aveva torto.

Paolo ha una chiarezza di idee e a questo proposito dice subito che Pietro aveva torto ed era evidente che aveva torto e, proprio perché aveva torto, gli si è opposto, gli ha resistito in faccia, non ha ceduto. Adesso racconta che cosa è successo:

12Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai
pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei
circoncisi. 13E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche
Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia.

Cerchiamo di capire che cosa è successo. Antiochia è una grande metropoli di cultura greca,
ma abitata da popolazioni di tante provenienze diverse. Negli anni 40 ad Antiochia è nata una comunità cristiana, è il primo esempio vivace di un gruppo greco–cristiano. Barnaba ne è stato
l’animatore unitamente a Paolo. Antiochia diventa la Chiesa madre di Paolo; in ogni suo viaggio
missionario parte da Antiochia e ritorna ad Antiochia. Ad Antiochia dopo il 49 arriva anche Pietro e avviene qualche cosa di spiacevole. In genere uesto episodio viene chiamato “l’incidente di Antiochia”: uno scontro diplomatico fra i due apostoli. Paolo – avendo le idee chiare sul superamento della legge giudaica e ritenendo che la distinzione dei cibi puri da quelli impuri non sia fondamentale, ma superabile – non ha insegnato queste pratiche ai greci e ha lasciato che mangiassero tutti i cibi che volevano. Tutti i greci erano abituati a mangiare carne di maiale e salumi e lui li ha lasciati mangiare tranquillamente; non ha imposto delle regole alimentari come fondamentali per essere salvati. Nello stesso tempo ha superato quella distinzione di razze in base alla quale non sta bene che un giudeo mangi con un greco. Divenuti cristiani, Paolo ha insegnato che è bene che greci ed ebrei stiano insieme e che, senza problemi di razza, condividano la mensa. Anzi, diventa un impegno di solidarietà e di fraternità superare tutti quegli schemi religiosi di separazione e di purità rituale; bisogna accogliere il fratello perché è una persona, indipendentemente dalle sue abitudini, dalla sua razza, dal suo merito. La comunità di Antiochia è stata formata in questo modo, quindi è una comunità aperta, disponibile, accogliente che ha superato gli schemi giudaici. Quando Pietro arriva ad Antiochia e viene introdotto in quella comunità, si adatta a quella situazione. Entra in casa di greci, mangia insieme a dei greci, e si adatta anche a quei gusti alimentari che, come giudeo, un po’ lo ripugnavano; ma si adatta. Ad un certo momento arriva qualcuno da Gerusalemme che è molto vicino a Giacomo e il povero Pietro ha paura di Giacomo. Questo si capisce perché Giacomo è più rigido, è più conservatore, ci tiene a mantenere quella struttura giudaica. Pietro ha difficoltà ad avere le idee chiare, quando si trova con Giacomo va dietro a Giacomo, quando si trova con Paolo va dietro a Paolo. In quel momento, arrivando alcuni che sono amici di Giacomo, Pietro si trova a disagio. Il testo lascia capire che Pietro pensa: questi fanno sicuramente la spia, sono venduti a spiare il nostro comportamento e poi vanno a Gerusalemme e riferiscono a Giacomo che io ho mangiato carne di maiale, sono entrato in casa dei greci, ho condiviso mensa con loro e poi… nascono dei problemi. Sarà meglio che non frequenti più questi ambienti. Quella di Pietro può essere una scelta prudenziale: per non creare problemi, evitiamo! Però l’atteggiamento di Pietro ha portato altri a imitarlo, proprio nell’ottica del rispetto. Se Pietro si comporta così, quelli che non hanno una sicurezza di idee possono di certo pensare che vuol dire che è giusto comportarsi così, e allora conviene fare un passo indietro, non condividere la mensa con i greci e non mangiare certi alimenti. “Hai visto che Pietro non lo fa? Ma allora sbaglia Paolo, sarà meglio ascoltare Pietro”. Questo comportamento è talmente contagioso che anche Barnaba – che era stato l’iniziatore di tutto – si tira indietro e fa come fa Pietro. È evidente che si tratta di un atteggiamento di rispetto verso l’autorità. Paolo è un uomo libero, assolutamente e fondatamente convinto delle sue idee e di fronte a quell’atteggiamento resiste in faccia a Pietro e gli dice: “Sbagli, devi avere il coraggio di scegliere e di essere coerente; ti rendi conto che il tuo comportamento ha insegnato una cosa sbagliata? Tu non lo hai fatto per dimostrare una teoria, ma semplicemente per non avere problemi; di fatto però il tuo comportamento ha comunicato un messaggio errato perché la gente, in base al tuo comportamento, ha capito che non bisogna condividere la mensa, che bisogna osservare le regole alimentari, che bisogna ritornare alla legge. Tutto questo è pericoloso; ti rendiconto, Pietro, che facendo così noi insegniamo che Cristo non è sufficiente, che il vangelo non basta per la salvezza? Paolo si impunta con Pietro perché – dice – il tuo comportamento rischia di insegnare l’errore. Ma vuoi insegnare l’errore? E difatti poi Pietro non si è separato, non ha scomunicato Paolo, non ha detto che bisogna osservare le leggi giudaiche; l’incidente di Antiochia è servito anche a Pietro per orientarsi coraggiosamente verso la verità; ma lui lo faceva semplicemente per evitare problemi, mancando però di coerenza.

14Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo,
dissi a Cefa in presenza di tutti…

Tutto il resto del capitolo 2 ripropone il discorso che Paolo avrebbe fatto a Pietro, ma di fatto lo sta facendo ai Galati. È arrivato qui con gli argomenti autobiografici perché questo è ciò che
gli interessa. Io sono stato chiamato dal Signore, sono andato a Gerusalemme e mi sono confrontato con i capi della comunità cristiana, mi hanno detto che va bene; una volta è capitato un caso in cui sembrava che Pietro fosse diverso da me nell’impostazione della dottrina cristiana e io gli ho detto… Ecco allora qui il discorso, molto fine, in cui Paolo – per parlare ai Galati – si rivolge a Pietro. Però la lettera è indirizzata ai Galati – non a Pietro – e riferisce quello che avrebbe detto: è un bel ragionamento che dobbiamo seguire con attenzione. «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi
costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei? Tu, Pietro, ti sei adattato, hai superato quegli schemi; tu sei giudeo come me. Noi due, fin da piccoli, siamo stati educati alla religione ebraica e alla perfetta osservanza, però noi due – tutti e due, avendo incontrato Gesù – abbiamo cambiato. Vero, Pietro, che abbiamo cambiato? È successo qualcosa nella nostra vita che ci ha fatto cambiare e abbiamo superato quegli schemi, per cui noi due – giudei – ci siamo messi a vivere secondo altre regole: ci siamo adattati. Adesso tu vuoi pretendere che i greci diventino giudei? Non ha senso! Ragiona, Pietro! Sta’ a sentire:

15Noi che per nascita siamo peccatori, anche se Giudei e non pagani,

Vero che noi due siamo peccatori? Ne sei convinto, Pietro? Noi due siamo giudei per razza, non siamo mica “cani infedeli”; però – vero Pietro? – siamo peccatori tutti e due, anche se nati giudei e osservanti della legge noi due siamo peccatori; tu hai le tue e io ho le mie debolezze. Abbiamo la consapevolezza che la razza e l’osservanza della legge non ci ha messi in una situazione irreprensibile: noi due siamo infatti peccatori.

La giustificazione per fede

16sapendo tuttavia che

a) l’uomo non è giustificato dalle opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo,
b) abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo
e non dalle opere della legge;
a’) poiché dalle opere della legge non verrà mai giustificato nessuno».

Paolo ripete per tre volte la stessa frase: una volta al presente, una volta al passato e una volta al futuro, proprio per abbracciare tutti i tempi possibili e continuare a fare un ragionamento a tu per tu con Pietro. Noi, pur essendo giudei, tuttavia abbiamo creduto in Cristo. La frase centrale è: noi due – tu Pietro e io Paolo – abbiamo creduto in Gesù Cristo per essere giustificati dalla sua fede; noi abbiamo aderito a lui per ottenere la giustizia. Essendo nati ebrei potevamo averla già, perché allora, Pietro, abbiamo aderito a Cristo? Perché lo hai seguito, non avevi già tutto? La legge l’avevi già, perché dunque hai aderito a Cristo? Perché gli hai detto: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68)? Perché hai creduto che lui ti può salvare, mentre quello che avevi prima non bastava! È successo lo stesso anche a me. Io ero convinto che questo schema di legge fosse sufficiente, ma poi ho scoperto che non lo era e ho creduto in Cristo. Non è forse vero che tu, Pietro, sei diventato un altro? Certo che sei diventato un altro e anch’io sono diventato un altro. È avvenuto qualche cosa di grande: abbiamo scoperto che la giustificazione non viene dal nostro fare delle opere rituali, ma viene dall’aderire alla persona di Gesù Cristo. L’hai creduto tu e l’ho creduto io e la nostra esperienza è fondamentale; dobbiamo arrivare a formulare l’idea, non basta fare un’esperienza, dobbiamo arrivare a capirne il senso. La giustificazione non viene dalle opere
della legge, ma viene solo in base alla fede di Cristo. Che cosa si intende per giustificazione? L’opera di rendere giusto. Paolo per indicare la buona relazione con Dio adopera un linguaggio un po’ tecnico. La giustizia è l’amicizia con Dio, la buona relazione con lui. Questa buona relazione, una comunione di persone che si vogliono bene, non si ottiene con le pratiche della legge. Quando parla di “opere della legge” Paolo intende anzitutto: circoncisione, osservanza del sabato, distinzione dei cibi; sono quelle le opere della legge, cioè pratiche rituali che mettono a posto; tutte queste azioni però non bastano, non servono, non ottengono il risultato.

La fede “di” Cristo

Noi due abbiamo fatto l’esperienza che solo la fede di Cristo può salvare. È importante perché
Paolo adopera proprio l’espressione “fede di Cristo”. I grammatici si domandano: è un genitivo
soggettivo o oggettivo? Cioè: Cristo è il soggetto che ha fede o è l’oggetto creduto? Secondo una mentalità che vede la fede come una conoscenza teorica si dice: ma Cristo non aveva fede; come poteva avere fede? Cristo… è Dio! Quindi Cristo ha la visione di Dio, ha la conoscenza. L’atto di fede è legato a chi non conosce, a chi non vede. Questa è una impostazione limitata e imprecisa. La fede di Cristo indica piuttosto l’atteggiamento di fiducia. Possiamo con certezza dire che Cristo ha vissuto di fede, eccome; ha vissuto nella piena obbedienza al Padre, affidando totalmente se stesso a lui; si è fidato, si è affidato. La fede di Cristo è stata questo atteggiamento che ha caratterizzato la sua vita. È importante proprio questo, non tanto la fede in Cristo come un mio atteggiamento, perché altrimenti c’è il rischio di cambiare le opere della legge con la mia fede. In questo modo sembra che la fede sia la mia capacità di credere: io mi sforzo, mi spremo, mi convinco, voglio credere in Gesù. Ce l’hai la fede? Sì, ne ho proprio tanta! E se ne hai proprio tanta allora ottieni. Questa è una idea comune, molto diffusa, ma anche questa è una idea giudaica: cioè io con la mia fede, con il mio sforzo, con le mie capacità, ottengo. No! Non è questo l’atteggiamento corretto. Quando si parla di fede di Cristo si intende il suo atteggiamento, è il suo modo di essere, ma nel linguaggio biblico fede non è opinione, è sostanza, è fondamento. La fede di Cristo è la solidità di Cristo, è la persona di Cristo il fondamento di tutto il resto. Non le opere che faccio io, ma la persona di Cristo è l’unico fondamento su cui io posso essere salvo. Solo attraverso la sua persona posso entrare in relazione personale, amichevole, filiale, buona, con Dio e posso entrare in questa relazione solo per dono, solo perché mi viene regalata, non perché io la conquisto con la mia forza, con le mie capacità.

Non siamo trasgressori!

L’impostazione di Paolo è stata determinante per la fede cristiana, il suo ruolo teologico è stato primario; tutti gli altri infatti si sono adeguati a questa impostazione ed è diventato l’insegnamento perché questo è il vangelo di Gesù, non è l’opinione di Paolo, ma è proprio il vangelo di Gesù, è il messaggio cristiano. L’interpretazione di Paolo è assolutamente corretta! Non possiamo dire che la lettera Galati sia “protestante”: la giustificazione per fede non è un’idea dei protestanti, è l’idea della rivelazione, del Nuovo Testamento, è la proposta di Gesù Cristo. Per essere cristiani bisogna condividerla. Se l’abbiamo dimenticata e trascurata, abbiamo fatto male, dobbiamo recuperarla! L’essenza stessa del vangelo è la persona di Gesù e l’opera da lui compiuta; Paolo lo ha “solo” chiarito. Egli ha il pregio di essere stato capace di chiarire teologicamente il senso della persona e dell’opera di Gesù Cristo. Allora, Pietro… e qui continua il ragionamento:

17Se pertanto noi [tu ed io] che cerchiamo la giustificazione in Cristo siamo trovati
peccatori come gli altri, forse Cristo è ministro del peccato? Impossibile!

Cioè, tu Pietro e io Paolo abbiamo aderito a Cristo, gli abbiamo creduto per ottenere la giustificazione, per entrare in buona relazione con Dio. Adesso pensi forse che – se diciamo che seguendo Gesù Cristo che ci ha detto di superare le regole alimentari, che ci ha detto di superare quella visione restrittiva del sabato, che ci ha detto che la concisione può essere superata – noi abbiamo sbagliato? Se tu adesso ti tiri indietro, dicendo che quel comportamento era scorretto, stai dicendo che Cristo ti ha insegnato a peccare. Ma te ne rendi conto, Pietro? Il comportamento che abbiamo preso è obbedienza Cristo, adesso diciamo che è peccato…vuol dire allora che Cristo ci insegna a peccare? (mè génoito) “non sia mai”; ti rendi davvero conto di quello che stai dicendo, della incoerenza del tuo comportamento e dell’insegnamento sbagliato che stai dando?

18Infatti se io riedifico quello che ho demolito, mi denuncio come trasgressore.

Se io demolisco un muro, mentre la gente che passa mi dice che non conviene abbatterlo e mi invita a lascialo in piedi perché può servire, quando poi l’ho buttato giù e mi accorgo che ho fatto male e lo ricostruisco, tutti che cosa diranno? Te lo avevamo detto che non dovrei abbatterlo; hai visto che hai sbagliato? Se io riedifico quello che ho demolito, dichiaro di avere sbagliato a volerlo demolire. Noi abbiamo cominciato a demolire questo schema; se adesso torniamo indietro è una ammissione di sbaglio. Pietro, vuoi forse dire che abbiamo sbagliato a seguire Cristo? Vuoi dire questo, vuoi dire che abbiamo fatto male? Se Pietro potesse rispondergli direbbe sicuramente di no, ma Paolo sta scrivendo ai Galati; notate però con quale finezza. Dopo la sfuriata iniziale Paolo cerca di formare i Galati parlando a Pietro, facendolo ragionare, aiutandolo passo dopo passo al ragionamento. A questo punto emerge solo la persona di Paolo; l’aspetto negativo a questo punto è finito e parlando dell’aspetto positivo mette in evidenza la propria esperienza.

Paolo è crocifisso con Cristo

19In realtà mediante la legge io sono morto alla legge, per vivere per Dio. 20Sono stato
crocifisso con Cristo

É una espressione splendida di grande spiritualità. Paolo adopera in greco un verbo al perfetto;
in questo tempo il greco indica una cosa che è avvenuta nel passato e perdura nel presente. «Sono stato crocifisso con Cristo» vuol dire: “Adesso io sono in croce insieme a Cristo”. Paolo sta dicendo che uno dei due briganti crocifissi con Gesù era lui. Paradossale? Sì! Sta usando una espressione forte, che va al di là della storia. Io sono in croce con Cristo, la legge ha condannato a morte Cristo, la legge ha condannato a morte anche me e, condannato a morte, sono stato ammazzato e sono morto; ma se sono morto la legge non mi tiene più, non mi vincola più, sono fuori dalla sua giurisdizione.

e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me.

Io sono morto con Cristo ed è risorto lui e vive in me; il mio io vecchio è morto. Qui sta parlando del battesimo, sta parlando della sua esperienza fondamentale: quando ho incontrato
Cristo io sono morto, il mio uomo vecchio è morto, è finito; ed è Cristo che è entrato nella mia
vita. È vero, io vivo, ma non io, Cristo vive in me.

Questa vita che io vivo nella carne,

Cioè la vita concreta che continuo a fare della mia esistenza terrena,

io la vivo nella fede del Figlio di Dio,

Vuol dire: fondato su quella roccia che è il Figlio di Dio; io vivo una vita fondato su di lui

che mi ha amato e ha dato se stesso per me.

Non c’è nessun altro passo in tutto il Nuovo Testamento in cui si affermi – al singolare – che
Cristo ha dato se stesso per una singola persona. In genere si fa l’affermazione globale: è morto per la salvezza di tutti, per la moltitudine, per il perdono dei peccati. Solo qui Paolo ha il
coraggio di dire che Cristo è morto “per me”. È una applicazione fortissima dove la persona ha un grandissimo rilievo; Cristo è morto per tutti, ma io lo sento per me e dato che ha amato proprio me – e ha dato se stesso proprio per me – io vivo per lui e gli sono attaccato in modo totale. È come se io fossi morto, la mia vita è sua, è lui che vive in me.

Forse Cristo è morto invano?

21Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo
è morto invano.

L’ultimo versetto di questo ragionamento è fortissimo, è un ragionamento per assurdo. Caro Pietro, cari Galati, c’è il rischio che noi annulliamo la grazia di Dio, cioè la depotenziamo, la riduciamo a niente. Se infatti affermiamo che la giustificazione viene dall’osservanza della legge, allora Cristo è morto per niente, perché la legge c’era anche prima. Se basta osservare la legge allora Cristo non serve a niente. La legge c’era, basta che uno si impegni, la osservi e così diventa giusto. Allora Cristo non c’entra niente! L’avverbio greco doreán (invano) può essere tradotto anche gratis: anche questo è paradossale! Vuol dire che la morte di Cristo è gratis se non porta nessun effetto, se non serve a nulla. Eppure tale affermazione è una bestemmia, per un cristiano: vero, Pietro? Te la senti, Pietro, di affermare che Cristo è morto per niente, giacché eravamo capaci anche prima di salvarci con i nostri mezzi? Se tu affermi che la salvezza viene dalla capacità dell’uomo di osservare la legge, tu sputi in faccia alla grazia, te la metti sotto i piedi! Ti sembra di dire una cosa bella, religiosa, ma stai dicendo che Cristo è morto per niente. Stupidi Galati, volete affermare una cosa del genere? … 

Publié dans:Lettera ai Galati |on 28 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Santa Teresa Benedetta della Croce: I Santi Innocenti, poveri come il Cristo povero

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091228

Santi Innocenti, martiri, festa : Mt 2,13-18
Meditazione del giorno
Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942), carmelitana, martire, copatrona dell’Europa
Meditazione per il 6 gennaio 1941

I Santi Innocenti, poveri come il Cristo povero

        Non lontano da Stefano, il primo dei martiri, stanno i «flores Martyrum», i fiori dei martiri, i teneri germogli strappati prima di essere maturi per offrirsi da se stessi. Secondo una pia tradizione, la grazia ha anticipato il naturale sviluppo di questi bambini innocenti e ha dato loro la comprensione di quello che stava loro succedendo per renderli capaci di un dono libero di sé e assicurare loro la ricompensa riservata ai martiri. Ma anche così, non assomigliano molto al confessore della fede che ha raggiunto l’età adulta e che s’impegna con coraggio eroico per la causa di Cristo. Consegnati indifesi, assomigliano molto di più agli «agnelli condotti al macello» (Is 53,7; At 8,32).

      Essi sono così l’immagine della più estrema povertà. Non possiedono nessun altro bene che la loro vita. E ora anch’essa viene loro presa e questo si compie senza che oppongano resistenza. Essi attorniano la mangiatoia per mostrarci di quale natura sia la mirra che noi dobbiamo offrire al Bambino divino: chi vuole appartenergli totalmente deve consegnarsi a lui in una resa incondizionata di se stesso e abbandonarsi al volere divino come questi bambini.

Dai Discorsi di san Pietro Crisologo, per i santi Martiri Innocenti

dal sito:

http://www.certosini.info/preghiera/lezion/b/dic_28_innocenti.htm

Dal vangelo secondo Matteo

2,13-18
Erode, accortosi che i Magi
si erano presi gioco di lui,
s’infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini
di Betlemme e del suo territorio.

Dai Discorsi di san Pietro Crisologo.

Sermones 151 & 152. PL 52, 604. 606-607.
L’odierna lettura ha commosso i cuori, ha scosso le viscere, ha riempito di stupore l’udito. Abbiamo sentito dire: Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: « Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto ».
Fratelli, la fuga di Cristo dipese da un mistero non dal timore; fu una liberazione della creatura, non un pericolo per il Creatore; dipese dalla potenza divina, non dall’umana fragilità; non fu per la morte del Creatore, ma per la vita del mondo.
Infatti, colui che era venuto per morire, perché, avrebbe dovuto fuggire la morte? Cristo avrebbe ucciso tutta la causa della nostra salvezza, se avesse permesso di essere ucciso da bambino. Cristo era venuto per confermare con gli esempi ciò che aveva insegnato con i precetti. Era venuto per fare egli stesso ciò che aveva ordinato di fare e per dimostrare possibili, una volta vedute, le cose che sembravano impossibili ad ascoltarle.
Era venuto per infondere nel mondo con i miracoli la conoscenza della sua divinità e togliere le ignoranze all’ignoranza del genere umano. Era venuto per eccitare alla fede con le sue virtù i pigri cuori dei mortali. Era venuto per sconfiggere il diavolo in aperto scontro, affinché gli uomini lo vincessero mediante il comando divino e lo abbattessero mediante l’esempio umano.
Cristo era venuto per mantenere le promesse della sua presenza, per concedere di vederlo a quelli cui aveva permesso di conoscerlo.

10
Cristo era venuto per scegliere gli apostoli, maestri del mondo, e riempirli delle dottrine celesti, munirli delle virtù, armarli dei miracoli. Questo, allo scopo che essi domassero con i prodigi gli uomini feroci, risanassero con i portenti gli infermi, istruissero nelle verità i riottosi.
E infine, Cristo era venuto a uccidere la morte morendo, a distruggere gli inferi scendendo in essi; era venuto a schiudere i sepolcri risorgendo, a donare i terrestri ai celesti salendo al cielo.
Tutte queste cose sarebbero state certamente perdute per noi, se Cristo, quand’era nella culla, non fosse fuggito.
Ma tu, ascoltatore, potresti osservare: Potendo agire in modo diverso, perché si sottomise a tante e tali offese?
Perché? Anzitutto perché, senza l’uomo, l’uomo non poteva essere salvato né, senza le offese umane, le offese umane potevano essere troncate. Sostiene la propria causa chi si prende cura di quella d’un altro. Colui che non vi partecipa, non può troncare le sofferenze umane. Cristo ci ha accolto dentro di sé per darsi a noi: sopportò le nostre sofferenze per eliminarle. Ecco perché Cristo fuggì.

11
Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui. s’infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio.
Che fa Cristo? Nato re e re del cielo, perché trascurò i soldati della sua innocenza? Perché non si curò dell’esercito dei suoi coetanei? Perché abbandonò le scolte assegnate alla sua culla, così che il nemico, che cercava solo il re, infierì contro tutti i soldati? Fratelli, Cristo non trascurò i suoi soldati, ma diede loro una sorte migliore, poiché concesse loro di trionfare prima di vivere, fece sì che ottenessero senza lotta la vittoria, donò loro le corone prima delle membra. Volle che mediante le virtù lasciassero da parte i vizi, possedessero il cielo prima della terra e non fossero introdotti nelle vicende umane prima che in quelle divine. Cristo, dunque, mandò innanzi i suoi soldati, non li perdette; raccolse il suo esercito, non lo abbandonò.
Beati quelli che abbiamo visto nati al martirio, non al mondo! Beati coloro che cambiarono le fatiche in riposo, i dolori in sollievo, le sofferenze in gioia! Vivono, vivono, perché vivono veramente quelli che meritano d’essere uccisi per Cristo.
Beati i grembi che portarono tali creature. Beate le lacrime che, versate per loro, concessero ai piangenti la grazia del battesimo. Infatti, in un modo diverso con un solo dono le madri sono battezzate nelle loro lacrime e i figli nel proprio sangue. Nel martirio dei figli le madri hanno subito il martirio; la spada, trafiggendo le membra dei figli, giunse al cuore delle madri . Ed è necessario che siano partecipi del premio, perché furono compagne nel martirio.

12
Le madri sopportarono ogni angoscia e dolore. Perciò non saranno prive della gioia del martirio, poiché del martirio versarono le lacrime.
A questo punto l’ascoltatore faccia attenzione; faccia attenzione per comprendere che il martirio non avviene per merito, ma per grazia.
Quale volontà c’era, quale arbitrio nei pargoli, nei quali la stessa natura era ancora involuta, per così dire prigioniera? Riguardo al martirio, dunque, attribuiamo tutto a Dio, nulla a noi. Non dipende dalla forza umana, ma da un dono divino vincere il diavolo, consegnare il corpo, disprezzare le sofferenze, svalutare i tormenti, stancare il carnefice, ricevere gloria dalle offese, ottenere la vita dalla morte. Chi corre al martirio confidando in se stesso, non giunge alla corona.
Colui che per noi si degnò nascere in una stalla, voglia condurci ai pascoli del cielo, lui il Cristo Gesù.

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