Archive pour décembre, 2009

MARTEDÌ 1 DICEMBRE – I SETTIMANA DI AVVENTO – ANNO C

MARTEDÌ 1 DICEMBRE – I SETTIMANA DI AVVENTO – ANNO C

UFFICIO DELLE LETTURE

(postato per il Natale)

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo
(Disc. 45, 9. 22. 28; PG 36, 634-635. 654. 658-659. 662)

O meraviglioso scambio!
Il Verbo stesso di Dio, colui che è prima del tempo, l’invisibile, l’incomprensibile, colui che è al di fuori della materia, il Principio che ha origine dal Principio, la Luce che nasce dalla Luce, la fonte della vita e della immortalità, l’espressione dell’archetipo divino, il sigillo che non conosce mutamenti, l’immagine invariata e autentica di Dio, colui che è termine del Padre e sua Parola, viene in aiuto alla sua propria immagine e si fa uomo per amore dell’uomo. Assume un corpo per salvare il corpo e per amore della mia anima accetta di unirsi ad un’anima dotata di umana intelligenza. Così purifica colui al quale si è fatto simile. Ecco perché è divenuto uomo in tutto come noi, tranne che nel peccato. Fu concepito dalla Vergine, già santificata dallo Spirito Santo nell’anima e nel corpo per l’onore del suo Figlio e la gloria della verginità.
Dio, in un certo senso, assumendo l’umanità, la completò quando riunì nella sua persona due realtà distanti fra loro, cioè la natura umana e la natura divina. Questa conferì la divinità e quella la ricevette.
Colui che dà ad altri la ricchezza si fa povero. Chiede in elemosina la mia natura umana perché io diventi ricco della sua natura divina. E colui che è la totalità, si spoglia di sé fino all’annullamento. Si priva, infatti, anche se per breve tempo, della sua gloria, perché io partecipi della sua pienezza.
Oh sovrabbondante ricchezza della divina bontà!
Ma che cosa significa per noi questo grande mistero? Ecco: io ho ricevuto l’immagine di Dio, ma non l’ho saputa conservare intatta. Allora egli assume la mia condizione umana per salvare me, fatto a sua immagine e per dare a me, mortale, la sua immortalità.
Era certo conveniente che la natura umana fosse santificata mediante la natura umana assunta da Dio. Così egli con la sua forza vinse la potenza demoniaca, ci ridonò la libertà e ci ricondusse alla casa paterna per la mediazione del Figlio suo. Fu Cristo che ci meritò tutti questi beni e tutto operò per la gloria del Padre.
Il buon pastore, che ha dato la sua vita per le sue pecore, cerca la pecora smarrita, sui monti e sui colli sui quali si offrivano sacrifici agli idoli. Trovatala se la pone su quelle medesime spalle, che avrebbero portato il legno della croce, e la riporta alla vita dell’eternità.
Dopo la prima incerta luce del Precursore, viene la Luce stessa, che è tutto fulgore. Dopo la voce, viene la Parola, dopo l’amico dello Sposo, viene lo Sposo stesso.
Il Signore viene dopo colui che gli preparò un popolo scelto e predispose gli uomini alla effusione dello Spirito Santo mediante la purificazione nell’acqua.
Dio si fece uomo e morì perché noi ricevessimo la vita. Così siamo risuscitati con lui perché con lui siamo morti, siamo stati glorificati perché con lui siamo risuscitati.

Responsorio   Gal 4, 4-5; Ef 2, 4; Rm 8, 3
R. Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, * per riscattare coloro che erano sotto la legge.
V. Nel suo grande amore per noi, Dio ha mandato il proprio Figlio fatto uomo, simile a noi peccatori,
R. per riscattare coloro che erano sotto la legge
.

Omelia 3 dicembre 2009, commento al Salmo

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16746.html

Omelia (03-12-2009)

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
« È questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti. »

Come vivere questa Parola?
Il versetto del salmo che la liturgia oggi pone sulle nostre labbra è una risposta a quanto proclamato nella prima lettura: « Aprite le porte; entri una nazione giusta che si mantiene fedele » (Is 26,2).
Ai nostri occhi una folla assetata di giustizia che preme alle porte della Gerusalemme spirituale: la città fondata sulla roccia salda della Parola, su Cristo-Parola.
Il vangelo ci mette sull’avviso che anch’essa conoscerà l’urto violento delle bufere, la forza travolgente dello straripamento dei fiumi: sono realtà che non risparmiano nessuno, anzi sono necessarie per collaudare la consistenza dello stesso edificio. Al momento della prova si vedrà infatti, da un lato lo sbriciolarsi della casa fondata sulle sabbie mobili e inconsistenti dell’umana superbia e autosufficienza, dall’altro la stabilità della città che Dio stesso ha cinto di mura e baluardo, perché fondata in lui ‘roccia eterna’.
Al « popolo giusto che si mantiene fedele » non resta che varcarne la soglia con sul labbro la lode e il ringraziamento per quanto Dio ha operato, opera e opererà. Un coro che non è limitato né dal tempo, né dallo spazio. L’uomo di ogni epoca e luogo, ancorato fiduciosamente in Dio e fondato sulla sua Parola, è coinvolto in questo inno che attesta la bontà e fedeltà dell’Altissimo.

Nella mia pausa contemplativa, mi porterò alle porte di questa santa città riconfermando la volontà di ‘conservarmi fedele’ a quell’alleanza d’amore che Dio ha stretto con me fin dal giorno del mio battesimo. Ne varcherò simbolicamente la soglia per rendere ogni istante della mia vita un inno di riconoscenza e di lode

Ti lodo e ti benedico, Signore, che mi hai schiuso le porte della tua santa città con il battesimo e mi hai offerto il tesoro della tua Parola a fondamento della mia esistenza.

La voce di un padre della Chiesa
Come, quando si deve edificare una casa, niente si colloca prima della pietra da usare come fondamento, così la Chiesa ha la sua pietra, cioè Cristo, nascosta nel profondo del cuore e nulla antepone alla fede e all’amore per lui.
S. Beda 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 3 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Origene : Fondato sopra la roccia, Cristo

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091203

Giovedì della I settimana di Avvento : Mt 7,21-21#Mt 7,24-27
Meditazione del giorno
Origene (circa 185-253), sacerdote e teologo
Omelie su Luca, 26, 4-5 ; SC 87, 341

Fondato sopra la roccia, Cristo

Quando affronti coraggiosamente la tentazione, non è questa a renderti fedele e paziente, ma essa mette in luce virtù di pazienza e fortezza che erano in te, ma nascoste. “Credi, dice il Signore, che io avessi nel parlarti uno scopo diverso da quello di manifestare la tua giustizia? ” (Gb 40,3 LXX). E altrove aggiunge: “Ti ho umiliato e ti ho messo alla prova per manifestare quello che avevi nel cuore” (Dt 8, 3-5).

Nello stesso senso, la tempesta non lascia in piedi una casa edificata sulla sabbia; se vuoi che resista, costruisci sulla roccia. Una volta scatenata, non potrà rovesciare un edificio costruito sulla pietra; rivelerà invece quanto siano deboli le fondamenta di ciò che vacilla sulla sabbia. Per questo motivo, prima che la tempesta si scateni, prima che soffino le raffiche di vento e i torrenti si gonfino, mentre ancora tutto è nel silenzio, dedichiamo ogni cura alle fondamenta della costruzione, eleviamo la nostra casa con le molteplici e solide pietre dei comandamenti di Dio; allora, quando la persecuzione incrudelirà, quando la bufera delle sciagure si scatenerà contro i cristiani, potremo mostrare che il nostro edificio è fondato sulla roccia, Cristo Gesù (1 Cor 3,1).

Chiesa di Milano, Cammineranno le genti alla tua luce…tempo di Natale

dal sito:

http://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/esy/objects/docs/1472208/TEMPO_DI_NATALE.doc

CHIESA DI MILANO

CAMMINERANNO LE GENTI ALLA TUA LUCE

PROFEZIA E MEMORIA CREDENTE

Percorso tematico sulle Letture delle solennità e delle domeniche del tempo di Natale

Parole di giudizio e parole di consolazione si alternano nei 66 capitoli del libro di Isaia. Il giudizio di Dio, nella rivelazione attestata nella Bibbia, non ha altro scopo che la salvezza dell’uomo. Dio, nel suo amore eterno per Israele e nella sua sollecitudine paterna per tutte le genti, vuole renderli consapevoli del loro accecamento, con la forza appassionata, e talora veemente, della parola profetica. Il libro di Isaia non oppone mai frontalmente Israele e le genti: sia all’uno che alle altre sono di volta in volta rivolte parole che denunciano la loro cecità, la loro incapacità a comprendere, al di là della trama di superficie della storia, le vie di Dio diverse da quelle dell’uomo, ma soprattutto a comprendere che la storia non procede mai senza Dio. È sotto il segno dell’insensibilità, della durezza di cuore di Israele che si apre il libro (Is 1, 3 e 6, 9-10):

Udite, o cieli, ascolta, o terra,
così parla il Signore:
« Ho allevato e fatto crescere figli,
ma essi si sono ribellati contro di me.
Il bue conosce il suo proprietario
e l’asino la greppia del suo padrone,
ma Israele non conosce,
il mio popolo non comprende ».

Va’ e riferisci a questo popolo:
« Ascoltate pure, ma non comprenderete,
osservate pure, ma non conoscerete ».
Rendi insensibile il cuore di questo popolo,
rendilo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi,
e non veda con gli occhi
né oda con gli orecchi
né comprenda con il cuore
né si converta in modo da essere guarito.

La Parola di Dio incontra il rifiuto dell’uomo che si riduce ad essere senza memoria, ossia a dimenticare le testimonianze che Dio gli ha offerto del suo amore e della sua fedeltà. Allora gli avvenimenti della storia costituiscono per lui un immenso e angosciante enigma.
Il libro di Isaia ha alimentato lungo il corso dei secoli la memoria credente di Israele, educandolo ad attendere, nella notte debolmente rischiarata della storia, la consolazione dei tempi messianici. Ogni lettore di questo libro, anche il lettore cristiano, è invitato all’intelligenza che nasce dalla memoria e alla resistenza della fede che suscita la perseveranza paziente della speranza.
Due volte il libro evoca la figura di colui che veglia nella notte (21, 11-12 e 62, 6):

Oracolo su Duma.

Mi gridano da Seir:
« Sentinella, quanto resta della notte?
Sentinella, quanto resta della notte? ».
La sentinella risponde:
« Viene il mattino, poi anche la notte;
se volete domandare, domandate,
convertitevi, venite! ».

Sulle tue mura, Gerusalemme,
ho posto sentinelle;
per tutto il giorno e tutta la notte
non taceranno mai.
Voi, che risvegliate il ricordo del Signore,
non concedetevi riposo
né a lui date riposo,
finché non abbia ristabilito Gerusalemme
e ne abbia fatto oggetto di lode sulla terra.

La figura di colui che veglia nella notte è evocata dai pastori che vegliavano tutta la notte, da Simeone che, secondo un’espressione isaiana, aspettava la consolazione d’Israele e soprattutto da Maria che alimentava la sua memoria credente, confrontando silenziosamente gli eventi quotidiani con la parola delle Scritture (Lc 2, 8.25.19.51):

Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.

Esplicite o allusive, le citazioni del libro di Isaia sono assai abbondanti negli scritti del Nuovo Testamento. Citare, nella mentalità della prima comunità cristiana, è molto più che cercare una conferma nei testi delle Scritture. Citare significa scavare nelle Scritture per scoprire il senso di ciò che è stato scritto alla luce di un nuovo evento e, nel contempo, interpretare un evento nuovo alla luce della Parola attestata nelle Scritture.

Il popolo che camminava nelle tenebre
ha visto una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa
una luce rifulse.
Hai moltiplicato la gioia,
hai aumentato la letizia.
Perché un bambino è nato per noi,
ci è stato dato un figlio.
Sulle sue spalle è il potere
e il suo nome sarà:
Consigliere mirabile, Dio potente,
Padre per sempre, Principe della pace.
Grande sarà il suo potere
e la pace non avrà fine
sul trono di Davide e sul suo regno,
che egli viene a consolidare e rafforzare
con il diritto e la giustizia, ora e per sempre.
(Lettura Is 9, Natale del Signore, Messa nel giorno)

L’annuncio profetico, proclamato nella celebrazione del Natale del Signore, allarga i propri orizzonti dalla liberazione delle terre del Nord di Israele, occupate dai pagani dopo l’invasione assira (VIII secolo), dal giogo dell’oppressore all’annientamento di ogni strumento di guerra e all’instaurazione di un regno di pace universale. Questo annuncio è associato alla figura di un bambino che, secondo l’usanza proveniente dall’Egitto, viene incoronato con l’attribuzione di quattro titoli grandiosi. Ma l’oracolo va oltre il giovane Ezechia, figlio del re Acaz, probabile primo destinatario di questa promessa, poiché le prospettive che evocano l’instaurazione di una pace cosmica trascendono ogni dimensione di un futuro vicino.
L’intenzione di Dio è chiara: Egli interviene nella storia di Israele e, mediante Israele, nella storia dell’umanità per indicare la strada da percorrere verso quella sapienza che conduce alla pace. E, infatti, il risultato della Parola accolta viene espresso con questa immagine:

Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,
delle loro lance faranno falci;
una nazione non alzerà più la spada
contro un’altra nazione,
non impareranno più l’arte della guerra.
(Lettura Is 2, Natale del Signore, Messa nella notte)

Ma la pace è un dono da accogliere con l’impegno a trasformare gli strumenti di guerra in strumenti di lavoro, quindi in strumenti di relazioni umane. Nonostante i discorsi che spesso si sono fatti sulle guerre difensive, resta evidente al buon senso, che non si lascia irretire da subdoli ragionamenti, che le guerre si fanno per prevalere sull’altro, considerato un nemico, per eliminarlo. Potranno cambiare le motivazioni e le forme, ma la logica intrinsecamente perversa rimane identica.
Qui, invece, si tratta di convertire questi strumenti di guerra in strumenti di lavoro, in mezzi relazionali, perché il lavoro tende a trasformare rispettosamente la terra, quando non soggiace a logiche di violenza: i vomeri e le falci, propri del mondo agricolo, evocano la fatica rispettosa, necessaria perché la terra produca frutti da condividere con altri.

Il riferimento al già e al non ancora è presente anche nella tradizione ebraica che, guardando al futuro, distingue tra i giorni del messia e il mondo che viene.
Nell’attesa del mondo futuro, vissuta nella speranza dei tempi messianici o nella consapevolezza dei tempi messianici già iniziati, rispettivamente ebrei e cristiani sono chiamati a camminare insieme, guidati dalla Parola di Dio, per costruire sentieri di pace: alla scuola delle Scritture e, per i cristiani, della loro interpretazione autorevole fatta da Gesù.

La prima comunità cristiana, con marcata ironia, sottolinea il contrasto tra l’imperatore romano Cesare Augusto, che vuole contare gli abitanti di tutto l’impero per far risaltare il suo dominio universale, e il bambino avvolto in fasce e posto in una mangiatoia perché non c’era luogo più adatto per collocarlo:

C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: « Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia ».
(Vangelo Lc 2, Natale del Signore, Messa nel giorno)

Non Cesare Augusto, ma Gesù, figlio di Maria, reca all’umanità la salvezza: essa non è il prodotto di strategie umane, sempre basate sulla violenza e sull’oppressione dei più deboli, ma un dono che viene sulla terra dall’alto dei cieli. Gesù, nella sinagoga di Nàzaret, interpreta, alla luce di un testo che si trova nel rotolo di Isaia, la sua missione nel mondo: essa consiste nel portare ai poveri il lieto annuncio, proclamando la liberazione degli oppressi e l’anno di grazia del Signore:

Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi,
a proclamare l’anno di grazia del Signore.
Allora cominciò a dire loro: « Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato ».
(Vangelo Lc 4, Domenica dopo l’Ottava del Natale del Signore)

Nella venuta di Gesù l’autore della lettera agli Ebrei vede la continuità dell’iniziativa di Dio nei confronti dell’umanità realizzata in un modo che supera ogni attesa umana: Gesùi, infatti, è il Figlio, colui che irradia nelle tenebre del mondo la gloria di Dio stesso:

Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo.
Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente.
(Epistola Eb 1, Natale del Signore, Messa nel giorno)

Nelle Scritture la gloria è la rivelazione della presenza dell’invisibile Dio e del suo agire nella storia. Nella vita di Gesù si manifesta e si rende presente il mistero di Dio: il Verbo si è fatto carne e noi abbiamo visto la sua gloria. Perciò, a conclusione dell’inno che costituisce il prologo del suo vangelo, Giovanni presenta Gesù, il Verbo fatto carne, come colui che con tutta la sua vita e, soprattutto, con la sua Pasqua, narra il mistero di Dio stesso. Nella carne di Gesù, ossia nella sua umanità, nei suoi gesti [segni] e nelle sue parole, si è manifestata la gloria di Dio e la pienezza di vita [vita eterna] che Lui solo può donare.

E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità….
(Vangelo Gv 1, Natale del Signore, Messa nella notte e Domenica  nell’Ottava del Natale)

La celebrazione dell’Epifania è l’approdo del cammino iniziato con l’Avvento. Alla luce dell’orizzonte universale, oltre che escatologico, degli annunci isaiani, che leggono la difficile ricostruzione di Gerusalemme, dopo il tempo dell’esilio, come l’aurora che lascia presagire un futuro inondato dallo splendore della gloria di Dio e capace di attrarre la moltitudine dispersa dei suoi figli e delle sue figlie, la prima comunità cristiana di origine giudaica, che ormai si è aperta alle genti, interpreta la figura di Gesù e i tempi messianici con lui iniziati:

Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,
la gloria del Signore brilla sopra di te.
Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra,
nebbia fitta avvolge i popoli;
ma su di te risplende il Signore,
la sua gloria appare su di te.
Cammineranno le genti alla tua luce,
i re allo splendore del tuo sorgere.
(Lettura Is 60, Epifania del Signore)

Attraverso alcuni racconti, densi di allusioni bibliche, in particolare la venuta dei magi da oriente e il battesimo nel fiume Giordano, Gesù è presentato come colui che, attraverso i cieli squarciati, manifesta il mistero ineffabilmente luminoso di Dio in modo unico e sorprendente, come colui che riunisce i lontani e i vicini in un solo uomo nuovo:

Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: « Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento ».
(Vangelo Mc 1, Battesimo del Signore-Anno B)

Egli infatti è la nostra pace…
Così egli ha abolito la Legge….
per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo,
facendo la pace,
e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo…
Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani,
e pace a coloro che erano vicini.
Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri,
al Padre in un solo Spirito.
(Epistola Ef 2, Battesimo del Signore)

La figura di Maria, icona di ogni discepolo di Gesù, ci conduce a contemplare l’evento dell’Incarnazione alla luce delle Scritture:

Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: « Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere ». Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
(Vangelo Lc 2, Natale del Signore, Messa all’aurora e Ottava del Natale, Circoncisione del Signore)

Maria custodisce la memoria degli eventi vissuti e li interpreta alla luce delle Scritture per scoprire in essi la trama del disegno di Dio. Nelle Scritture, infatti, è attestata la memoria della fedeltà affidabile di Dio che si concede solo a chi decide di affidarsi a Lui con la decisione, mai scontata e perciò sempre in ricerca, della fede.

A tutti coloro che, alla luce dall’evento dell’Incarnazione, accolgono l’invito a precorrere questo cammino condotti dalle Scritture, sono rivolte le parole di benedizione che i sacerdoti di Israele proclamavano sulla comunità riunita in preghiera e che noi possiamo condividere, in quanto chiamati a partecipare all’eredità di Israele in Gesù, splendore del volto di Dio che brilla sull’umanità:

Ti benedica il Signore
e ti custodisca.
Il Signore faccia risplendere per te il suo volto
e ti faccia grazia.
Il Signore rivolga a te il suo volto
e ti conceda pace.
(Lettura Nm 6, Ottava del Natale, Circoncisione del Signore)

Giovanni Paolo II: Quando venne la pienezza del tempo… » (cfr Gal 4,4). (1 gennaio 1998)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1998/documents/hf_jp-ii_hom_01011998_it.html

GIOVANNI PAOLO II
OMELIA

1° gennaio 1998  

1. « Quando venne la pienezza del tempo… » (cfr Gal 4,4).

Queste parole della Lettera di san Paolo ai Galati corrispondono molto bene al carattere dell’odierna celebrazione. Siamo all’inizio del nuovo Anno. Secondo il calendario civile, oggi è il primo giorno del 1998; secondo quello liturgico, celebriamo la solennità di Maria Santissima, Madre di Dio.

A partire dalla tradizione cristiana, si è diffuso nel mondo l’uso di contare gli anni a partire dalla nascita di Cristo. Dunque, in questo giorno la dimensione laica e quella ecclesiale s’incontrano per fare festa. Mentre la Chiesa celebra l’Ottava del Natale del Signore, il mondo civile festeggia il primo giorno di un nuovo anno solare. Proprio in questo modo, di anno in anno, si manifesta gradualmente quella « pienezza del tempo » di cui parla l’Apostolo: è una sequenza che avanza nei secoli e nei millenni in modo progressivo e che avrà il suo definitivo compimento alla fine del mondo.

2. Celebriamo l’Ottava del Natale del Signore. Durante otto giorni abbiamo rivissuto nella liturgia il grande evento della nascita di Gesù, seguendo il racconto che ci viene offerto dai Vangeli. Quest’oggi san Luca ci ripropone la scena del Natale a Betlemme nei suoi tratti essenziali. L’odierna narrazione è, infatti, più sintetica rispetto a quella proclamata nella notte di Natale. Essa viene a confermare e, in un certo senso, a completare il testo della Lettera ai Galati. Scrive l’Apostolo: « … quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna…, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; se poi figlio, sei anche erede per volontà di Dio » (Gal 4,4-7).

Questo stupendo testo di san Paolo esprime perfettamente quella che si può definire « la teologia del Natale del Signore ». E’ una teologia simile a quella proposta dall’evangelista Giovanni, il quale nel Prologo al quarto Vangelo scrive: « E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi… A quanti… l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio » (Gv 1,14.12). San Paolo esprime la stessa verità ma, possiamo dire, in un certo senso la completa. Questo è il grande annuncio che risuona nell’odierna liturgia: l’uomo diventa figlio adottivo di Dio grazie alla nascita dello stesso Figlio di Dio. L’uomo riceve tale figliolanza per opera dello Spirito Santo – lo Spirito del Figlio -, che Dio ha mandato nei nostri cuori. E’ grazie al dono dello Spirito Santo che possiamo dire: Abbà, Padre! Così san Paolo cerca di spiegare in che cosa consista e come si esprima la nostra figliolanza adottiva nei confronti di Dio.

3. Aiutati nella nostra riflessione teologica sul Natale del Signore da san Paolo e dall’apostolo Giovanni, comprendiamo meglio perché noi siamo soliti contare gli anni in riferimento alla nascita di Cristo. La storia si articola in secoli e millenni « prima » e « dopo » Cristo, poiché l’evento di Betlemme rappresenta la fondamentale misura del tempo umano. E’ la nascita di Gesù il centro del tempo. La Notte Santa è diventata il punto di riferimento essenziale per gli anni, i secoli e i millenni nei quali si sviluppa l’azione salvifica di Dio.

La venuta di Cristo nel mondo è importante dal punto di vista della storia dell’uomo, ma è ancor più importante dal punto di vista della salvezza dell’uomo. Gesù di Nazaret ha accettato di sottomettersi al limite del tempo e lo ha aperto una volta per sempre alla prospettiva dell’eternità. Attraverso la sua vita, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione, Cristo ha rivelato in modo inequivocabile che l’uomo non è un’esistenza « orientata verso la morte » e destinata ad esaurirsi in essa. L’uomo esiste non « per la morte », ma « per l’immortalità ». Grazie all’odierna liturgia, questa fondamentale verità sull’eterno destino dell’uomo viene riproposta all’inizio di ogni nuovo Anno. Vengono in tal modo posti in luce il valore e la giusta dimensione di ogni epoca, come pure del tempo che scorre inesorabile.

4. In questa prospettiva del valore e del senso del tempo umano, su cui si proietta la luce della fede, la Chiesa pone l’inizio del nuovo Anno sotto il segno della preghiera per la pace. Mentre auguro che l’intera umanità possa camminare in modo più deciso e concorde sulle vie della giustizia e della riconciliazione, sono lieto di salutare gli illustri Signori Ambasciatori presso la Santa Sede presenti a questa solenne celebrazione. Rivolgo un cordiale pensiero al caro Cardinale Roger Etchegaray, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ed a tutti i Collaboratori di tale Dicastero, a cui è affidato il compito specifico di testimoniare la preoccupazione del Papa e della Sede Apostolica per le varie situazioni di tensione e di guerra, nonché la costante sollecitudine che la Chiesa nutre per la costruzione di un mondo più giusto e fraterno.

Nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno ho voluto soffermarmi su un tema che mi sta particolarmente a cuore: lo stretto legame che unisce la promozione della giustizia e la costruzione della pace. In realtà – come recita il tema scelto per questa giornata – « Dalla giustizia di ciascuno nasce la pace per tutti ». Rivolgendomi ai Capi di Stato ed a tutte le persone di buona volontà, ho sottolineato come la ricerca della pace non possa prescindere dall’impegno per l’attuazione della giustizia. E’ una responsabilità a cui nessuno può sottrarsi. « Giustizia e pace non sono concetti astratti o ideali lontani; sono valori insiti, come patrimonio comune, nel cuore di ogni persona. Individui, famiglie, comunità, nazioni, tutti sono chiamati a vivere nella giustizia e ad operare per la pace. Nessuno può dispensarsi da questa responsabilità » (n. 1).

La Vergine Santissima, che in questo primo giorno dell’anno invochiamo col titolo di « Madre di Dio », rivolga il suo sguardo di amore sul mondo intero. Grazie alla sua materna intercessione, possano gli uomini di tutti i Continenti sentirsi più fratelli e disporre il cuore ad accogliere il suo Figlio Gesù. E’ Cristo l’autentica pace che riconcilia l’uomo con l’uomo e l’intera umanità con Dio.

5. « Dio ci benedica con la luce del suo volto » (Sal. resp.). La storia della salvezza è scandita dalla benedizione di Dio sul creato, sull’umanità, sul popolo dei credenti. Questa benedizione viene continuamente ripresa e confermata nello sviluppo degli eventi salvifici. Fin dal Libro della Genesi vediamo come Dio, via via che si susseguono i giorni della creazione, benedica tutto ciò che ha creato. In modo particolare, Egli benedice l’uomo fatto a propria immagine e somiglianza (cfr Gn 1,1-2,4).

Quest’oggi, primo giorno dell’anno, la liturgia rinnova, in un certo senso, la benedizione del Creatore che segna fin dall’inizio la storia dell’uomo, riprendendo le parole di Mosè: « Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace » (Nm 6,24-26).

E’ una benedizione per l’anno che sta iniziando e per noi, che ci avviamo a vivere un’ulteriore frazione di tempo, dono prezioso di Dio. La Chiesa, quasi immedesimandosi con la mano provvidente di Dio Padre, inaugura questo nuovo Anno con una speciale benedizione, diretta ad ogni persona. Essa dice: Il Signore ti benedica e ti custodisca!

Sì, riempia Iddio i nostri giorni di frutti di bene. Conceda al mondo intero di vivere nella giustizia e nella pace!

Amen!

Vescovi italiani: pregate perché il sacerdote sia “immagine viva” di Gesù

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20571?l=italian

Vescovi italiani: pregate perché il sacerdote sia “immagine viva” di Gesù

Nel Messaggio per la Giornata mondiale della Vita Consacrata 2010

ROMA, martedì, 1° dicembre 2009 (ZENIT.org).- Occorre pregare perché i sacerdoti siano “immagine viva del Signore Gesù e portino l’amore di Dio alle comunità loro affidate”. E’ l’invocazione dei Vescovi italiani contenuta nel Messaggio per la 14ª Giornata Mondiale della Vita Consacrata, diffuso martedì col titolo “Una vita intagliata nell’essenziale”.

Il Messaggio per questa Giornata, che si celebra tradizionalmente il 2 febbraio, nella festa della Presentazione del Signore al Tempio, si colloca nella cornice dell’ Anno Sacerdotale indetto da Papa Benedetto XVI in occasione dei 150 anni dalla morte del santo Curato d’Ars, e che ha per tema: “Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote”.

I presuli italiani invitano inoltre a pregare perché i giovani “possano apprendere dal santo Curato d’Ars quanto sia necessario, umile e glorioso il ministero sacerdotale che Gesù affida a quanti accolgono la sua chiamata”.

Parlando del santo Curato d’Ars, che verrà proclamato patrono di tutti i sacerdoti del mondo, nel Messaggio si sottolineano tre momenti importanzi nella sua parabola esistenzia: “la Prima Comunione, la preparazione al sacerdozio, il desiderio costante di una vita contemplativa”.

Circa la sua preparazione alla Prima Comunione, si ricorda che le artefici “furono due religiose il cui convento, negli anni della rivoluzione francese, era stato distrutto e la cui comunità era stata dispersa”.

“Le chiese erano chiuse e per pregare ci si doveva nascondere”, afferma il Messaggio.

“San Giovanni Maria Vianney – si legge ancora – non dimenticherà mai la grazia di quel giorno e si sentì sempre debitore nei confronti delle due religiose che, con sprezzo del pericolo e fedeli alla loro consacrazione, lo accompagnarono a ricevere, per la prima volta, Gesù nel sacramento dell’Eucaristia”.

Si ricorda poi l’aiuto ricevuto da un religioso nella preparazione al sacerdozio, essendo lui quasi analfabeta.

Il Messaggio si chiude, infine, con l’invito a tutti i credenti a conoscere e familiarizzare con “la storia della santità, fonte di grande illuminazione e conforto”.

Publié dans:A. ANNO SACERDOTALE |on 2 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Dionigi card. Tettamanzi: « Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio… » (Galati 4,4). (ottava di Natale nella liturgia Ambrosiana, 2008)

dal sito:

http://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/apps/docvescovo/files/1205/Ottava_nella_Circoncisione.doc

CHIESA DI MILANO

Dionigi card. Tettamanzi
Arcivescovo di Milano

Ottava del Natale nella Circoncisione del Signore
41ª Giornata per la Pace
Omelia

Milano – Duomo, 1° gennaio 2008
 
Da Dio il grande dono della pace
attraverso la famiglia  
 
« Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio… » (Galati 4,4).

« Quando si compirono gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù… » (Luca 2,21).

Questi due passi, che abbiamo ascoltato nella seconda lettura e nel vangelo di oggi, ci ricordano che siamo qui riuniti a celebrare l’incarnazione di Dio, ossia l’ingresso della persona del Figlio nella nostra storia umana attraverso il popolo dell’alleanza, come inizio di un giorno nuovo, di un tempo pieno.
Carissimi, Cristo Signore in questa celebrazione ci doni luce e slancio per vivere le relazioni personali e sociali, che siamo chiamati ad avere con Dio e tra noi, sempre nel segno dell’amore e della pace.
 
L’ottavo giorno: giorno dello shalom eterno

Il Figlio mandato da Dio, Cristo -ricorda san Paolo ai Galati – è « nato da donna », più precisamente da madre ebrea; ed è « nato sotto la legge », perché si è sottomesso al cammino religioso del popolo ebraico (cfr Galati 4,4). Per questo oggi, ottavo giorno di celebrazione del Natale, noi facciamo anche memoria della circoncisione di Gesù, che avvenne precisamente otto giorni dopo la sua nascita, in conformità alla legge giudaica che la prescriveva come segno nella sua carne dell’appartenenza al popolo di Dio (cfr Luca 2,21).
Ora, nel simbolismo del linguaggio biblico, l’ottavo giorno allude al « giorno dopo il sabato », al « sabato senza tramonto » dello shalom eterno, al giorno della risurrezione di Cristo che lo inaugura. In realtà è in tale giorno che nella storia umana hanno fatto irruzione le energie rigeneratrici del Risorto, dando inizio ad una nuova creazione, che solo alla fine dei tempi si manifesterà per sempre come pienezza di vita, di pace e di amore.
Ma all’uomo interiore già oggi è data la possibilità di anticipare e di pregustare qualcosa della pienezza dello shalom: gli occhi dello Spirito gli permettono di poter vedere al di là delle apparenze e di scoprire la segreta bellezza dell’opera di Dio nascosta nei cuori umani. E questo dono dell’interiorità e della vita dello Spirito – dello Spirito che nei nostri cuori grida Abbà, Padre (cfr Galati 4,6) – è la benedizione per eccellenza. Carissimi, non dimentichiamolo mai! Anche per costruire la pace nel mondo l’unica via feconda è quella che incomincia dalla ricerca di riconciliazione e di pacificazione interiore a partire da se stessi e dal proprio cuore.
Qual è, dunque, la benedizione che da Dio riceviamo e che da lui invochiamo? E’ quella dello Spirito santo che opera nell’uomo interiore: tenendoci sotto la mano paterna e propizia di Dio, la benedizione irradia su di noi la luce del suo volto e in noi effonde amore, gioia e pace.  È pertanto risuonata oggi in modo particolarmente significativo e pregnante la berakah biblica di Dio sul suo popolo, cioè la « benedizione sacerdotale » affidata da Dio ai figli di Aronne, come abbiamo ascoltato nella prima lettura: « Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace » (Numeri 6,24-26). In questa triplice formula di benedizione ricorre solennemente per tre volte il Nome santo e impronunciabile di Dio, il Tetragramma sacro che nella lettura delle Scritture viene sostituito dagli ebrei con il termine Adonai, il « Signore » nella nostra traduzione.
Ora, pronunciare tre volte il Nome santo di Dio in questa solenne benedizione aveva ed ha per il popolo ebraico – e oggi anche per noi – il significato di rinnovare l’alleanza con il Signore.
Così, all’inizio di un nuovo anno civile, giunge a noi la parola che ci invita a rinnovare l’alleanza con Dio, soprattutto rispetto al nostro impegno per la pace nella vita sociale della città, della nazione, del mondo intero. È dunque particolarmente significativo far coincidere oggi – con questa liturgia dell’ottavo giorno di Natale, che appare così ricca di suggestioni – la Giornata mondiale della Pace, che quaranta anni fa Paolo VI ebbe la felice intuizione di istituire nella data del 1° gennaio.
 
Riuniti per invocare il dono della pace

Proprio per invocare con particolare intensità il dono della pace siamo qui riuniti insieme ai Rappresentanti delle Confessioni che aderiscono al Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano. A voi in particolare, fratelli e sorelle in Cristo, rivolgo il mio affettuoso saluto e vi ringrazio per la vostra gradita e importante presenza, una presenza che ci onora e ci dà gioia. Anche sul cammino del Consiglio milanese delle Chiese, che in questo gennaio 2008 compie dieci anni di vita, invochiamo insieme la benedizione di Dio, perché, all’interno della città, coltivi in modo ecumenico la cura pastorale della dimensione interiore dei cristiani di ogni confessione e sappia promuovere un comune annuncio del « Vangelo della pace » a quanti non l’hanno conosciuto, o stanno cercando un senso per la propria vita, o vorrebbero impegnarsi per un mondo nuovo e diverso da quello attuale.   Come Chiesa ambrosiana, intendiamo continuare nel cammino di testimonianza intrapreso e dare particolare rilievo alla comunicazione della fede da parte delle famiglie, che svolgono la loro missione a servizio del Vangelo. Esso sono il luogo primordiale e privilegiato per la trasmissione del sentire, del pensare e del vivere da cristiani.Concludendo la Lettera pastorale alla Diocesi Famiglia comunica la tua fede, esprimevo un auspicio che desidero ripetere all’inizio del nuovo anno: « Lo Spirito santo ci doni le parole per raccontare Gesù, per farlo incontrare ai bambini e ai ragazzi, per renderlo credibile ai giovani e agli adulti, per sentirlo vicino nella carità e per testimoniarlo nella carità. Ci insegni a credere all’amore che è stato riversato nei nostri cuori e a diffonderlo con misura traboccante di tenerezza e profondità » (n. 42).
In particolare rivolgevo l’appello alla famiglia perché, come « scuola dell’amore e del dono di sé », aprisse ogni giorno le sue porte facendo risuonare una « voce di speranza » per la ricostruzione di un tessuto sociale di giustizia, di solidarietà e di pace. Scrivevo, tra l’altro: « Oggi, in modo del tutto particolare, la nostra società ha forte la necessità di riscoprire la famiglia come risorsa insostituibile e decisiva per il suo futuro. Le nostre famiglie, d’altra parte, ricordino che il vincolo di libertà e d’amore che le costituisce è loro donato non solo per se stesse, ma per la vita del mondo » (n. 34). L’amore di Dio è in mezzo a noi: questo è l’annuncio del regno che il Signore ci chiede non solo di approfondire nelle nostre comunità, ma di portare all’intera famiglia umana, perché divenga comunità di pace.
 
Famiglia umana, comunità di pace

Proprio Famiglia umana, comunità di pace è il tema che Benedetto XVI ha proposto per la celebrazione dell’odierna Giornata mondiale della pace.Il messaggio per questa giornata trova il suo cuore nella singola famiglia considerata come « la prima e insostituibile educatrice alla pace ». In realtà, « in una sana vita familiare si fa esperienza di alcune componenti fondamentali della pace: la giustizia e l’amore tra fratelli e sorelle, la funzione dell’autorità espressa dai genitori, il servizio amorevole ai membri più deboli perché piccoli o malati o anziani, l’aiuto vicendevole nelle necessità della vita, la disponibilità ad accogliere l’altro e, se necessario, a perdonarlo » (n. 3). Il messaggio si chiede: « Dove mai l’essere umano in formazione potrebbe imparare a gustare il ‘sapore’ genuino della pace meglio che nel ‘nido’ originario che la natura gli prepara? ». E risponde: « Il lessico familiare è un lessico di pace; lì è necessario attingere sempre per non perdere l’uso del vocabolario della pace. Nell’inflazione dei linguaggi, la società non può perdere il riferimento a quella ‘grammatica’ che ogni bimbo apprende dai gesti e dagli sguardi della mamma e del papà, prima ancora che dalle loro parole » (n. 3). Per questo, come recita la stessa Dichiarazione universale dei diritti umani, la famiglia « ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato » (Art. 16/3). E’ un’affermazione, questa, che tocca inevitabilmente il problema della pace, come rileva il messaggio: « Chi anche inconsapevolmente osteggia l’istituto familiare rende fragile la pace nell’intera comunità, nazionale e internazionale, perché indebolisce quella che, di fatto, è la principale ‘agenzia’ di pace. E’ questo un punto meritevole di speciale riflessione: tutto ciò che contribuisce a indebolire la famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, ciò che direttamente o indirettamente ne frena la disponibilità all’accoglienza responsabile di una nuova vita, ciò che ne ostacola il diritto ad essere la prima responsabile dell’educazione dei figli, costituisce un oggettivo impedimento sulla via della pace. La famiglia ha bisogno della casa, del lavoro o del giusto riconoscimento dell’attività domestica dei genitori, della scuola per i figli, dell’assistenza sanitaria di base per tutti. Quando la società e la politica non si impegnano ad aiutare la famiglia in questi campi, si privano di un’essenziale risorsa a servizio della pace » (n. 5).
Il riferimento alla famiglia – ad una realtà domestica – non impedisce al Papa di richiamare con forza le grandi questioni mondiali, come la proliferazione delle armi nucleari, l’ambiente inquinato, lo sfruttamento irresponsabile delle risorse energetiche a scapito dei Paesi poveri, l’ingiusta distribuzione delle ricchezze, ecc. Al contrario il riferimento alla famiglia diviene paradigmatico, nel senso che in essa la grande famiglia umana deve trovare i veri criteri e le giuste linee di sviluppo per una convivenza dalla fisionomia « familiare », e dunque solidale e pacifica. « Anche la comunità sociale, per vivere in pace, è chiamata a ispirarsi ai valori su cui si regge la comunità familiare » (n. 6).
 
La legge morale comune e il dialogo via alla pace

In realtà, come umanità siamo « una grande famiglia », viviamo tutti « in quella casa comune che è la terra », siamo responsabili gli uni degli altri perché « non viviamo gli uni accanto agli altri per caso; stiamo tutti percorrendo uno stesso cammino come uomini e quindi come fratelli e sorelle » (cfr. n. 6). In questa prospettiva si deve rilevare come punto fondamentale e decisivo il riconoscimento di una legge morale comune: « Una famiglia vive in pace se tutti i suoi componenti si assoggettano ad una norma comune: è questa ad impedire l’individualismo egoistico e a legare insieme i singoli, favorendone la coesistenza armoniosa e l’operosità finalizzata. Il criterio, in sé ovvio, vale anche per le comunità più ampie: da quelle locali, a quelle nazionali, fino alla stessa comunità internazionale. Per avere la pace c’è bisogno di una legge comune, che aiuti la libertà ad essere veramente se stessa, anziché cieco arbitrio e che protegga il debole dal sopruso del più forte » (n. 11). Sono in questione, certo, le norme giuridiche che regolano i rapporti delle persone tra loro, ma ancor prima è in questione la norma morale basata sulla natura delle cose.
La grande sfida – sempre aperta e sempre più complessa in un mondo globalizzato e pluralista – riguarda le modalità con cui possiamo giungere alla conoscenza consensuale e universalmente condivisa di una legge morale comune a tutti gli uomini, su cui fondare anche le norme giuridiche. Sono convinto che il dialogo è e resta la grande, l’unica via di pace per poter arrivare a mete di pace e a rilevare, nello stesso tempo, come un consenso unanime sui principi fondamentali, che presiedono alla convivenza sociale sulla terra e che è indispensabile siano condivisi da parte di tutti, è una meta di pace non facile né ovvia. Proprio per questo oggi è del tutto irrinunciabile ed urgente promuovere il dialogo intessuto di reciproco ascolto e rispetto tra persone che rappresentano ed esprimono visioni e tradizioni differenti, legate alla diversità di etnie, culture, filosofie, teologie, religioni, confessioni, ecc. Sì, persino tra noi cristiani, nelle non facili questioni dell’etica, non abbiamo sempre unanimità di visioni. Si tratta di constatarlo senza irrigidimenti, si tratta di cercare di capire le ragioni altrui senza peraltro sbiadire le proprie o persino rinunciarvi, si tratta di testimoniare la genuinità della fede senza cadere in fondamentalismi confessionali. Dobbiamo aiutarci, tra cristiani di diverse tradizioni confessionali, a non confondere la testimonianza personale e comunitaria, alla quale ci chiama la radicalità del Vangelo, con la testimonianza del nostro apporto civile e laicale alla ricerca del bene comune, che in una società democratica e pluralista è da discernere in dialogo con i contributi espressi dalle diverse sensibilità e visioni. Il Signore ci aiuti nel rinnovare l’impegno – espresso dalla Charta Oecumenica che lo scorso aprile abbiamo firmato come Chiese di Milano e che la terza Assemblea ecumenica europea ha ribadito a Sibiu in Romania nel settembre scorso – « ad essere aperti al dialogo con tutte le persone di buona volontà, a perseguire con esse scopi comuni e a testimoniare loro la fede cristiana », perché « Gesù Cristo, Signore della Chiesa una, è la nostra speranza di riconciliazione e di pace » (Charta Oecumenica 12, conclusione).
 
Cristo, nostra speranza!

Siamo seguaci del Dio dell’Incarnazione ed è proprio della fede cristiana di essere « realistica »: di non nascondersi le « ombre cupe » che pesano sul futuro dell’umanità, le « tensioni crescenti » in Africa e nel Medio Oriente, l’aumentare della corsa agli armamenti, ecc. Ma il realismo dei cristiani non li conduce al pessimismo, perché una grande speranza pervade il loro cuore e la loro vita: è la speranza che crede nella presenza di Dio e del suo amore in ogni stagione storica dell’umanità, che è alimentata dalle tante famiglie che nella quotidianità assolvono il loro compito di « educatrici alla pace », che è sostenuta dall’impegno umile e coraggioso dei moltissimi « operatori di pace ».Confessiamo con gioia a tutti questa nostra fede: Cristo Signore, sei tu la nostra speranza, speranza di riconciliazione e di pace. Non saremo confusi in eterno! 

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