Archive pour décembre, 2009

Omelia (13-12-2009) : Gioite nel Signore sempre!

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16852.html

Omelia (13-12-2009) 
LaParrocchia.it
Gioite nel Signore sempre!

L’Antifona d’ingresso di questa domenica recita in latino: « Gaudete in Domino semper ». Da questa prima parola, « Gaudete », prende nome – per antica tradizione – questa terza domenica d’Avvento. Oggi celebriamo, perciò, la domenica Gaudete, la domenica della gioia!
Anticamente questa domenica doveva dare ai fedeli un po’ di respiro dalle rinunce e penitenze, che venivano praticate in Avvento così come in Quaresima. Oggi, però, l’Avvento è stato riscoperto come tempo di attesa e non più come tempo penitenziale: non si tratta più perciò di dare sollievo ai fedeli gravati da chissà quali penitenze, ma di dare all’attesa il colore della gioia anziché quello della mestizia.

L’invito alla gioia ritorna incalzante nella Seconda Lettura, tratta dalla Lettera di San Paolo ai Filippesi. Paolo, prigioniero ed in catene, scrive agli abitanti di Filippi invitandoli ad avere gli stessi sentimenti di Gesù Cristo ed esortandoli, ripetutamente, a rallegrarsi ed a « gioire nel Signore »! È straordinario pensare come un uomo in catene, in catene per Cristo, possa invitare altri a rallegrarsi in questi termini!
Mentre rileggevo queste pagine, mi risuonavano nel cuore le parole della nota « predica della perfetta letizia » di San Francesco d’Assisi. Perfetta letizia, perfetta felicità, gioia vera si ha quando nonostante le prove più terribili non cediamo alla disperazione e alla depressione più profonda, ma restiamo ancorati a Cristo, perché nessuno mai potrà separarci da Lui e dal Suo Amore!
Cristo è la fonte della vera gioia, che nessuno potrà mai toglierci! Infatti, se ritorniamo al testo della Lettera ai Filippesi, al testo originale, il testo greco, vediamo che la parola (rallegratevi) ha la stessa radice di (grazia). La gioia, dunque, è strettamente legata alla grazia e la grazia è l’effetto della vicinanza del Signore.

La vicinanza del Signore, dunque, è il vero motivo della nostra gioia! Se già il popolo di Israele poteva vantare davanti a tutti gli altri popoli « la prossimità di Dio », ancor più noi, popolo della Nuova Alleanza, dobbiamo esultare di gioia indicibile perché proprio quel Dio, che allo sforzo della ricerca umana si rivela « fascinoso e tremendo », si è abbassato, per sua libera scelta, fino ad assumere la nostra natura, la carne di peccato, e ci ha resi partecipi della sua intimità, della vita trinitaria. Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio!
Lo stesso motivo di gioia è racchiuso anche nel racconto dell’Annunciazione che abbiamo ascoltato pochi giorni fa’, nella solennità dell’Immacolata Concezione di Maria. L’Angelo si rivolge a Maria con il saluto: « Gioisci, rallegrati, ricolmata di grazia, il Signore è con te »… il motivo dell’invito alla gioia, dunque, è la prossimità di Dio, e l’effetto di questa vicinanza è la sovrabbondanza della grazia.

La gioia è, perciò, essenziale all’annuncio cristiano, è l’anima stessa di questo annuncio. Il Vangelo non è forse « buona notizia », notizia di gioia? Domandiamoci perciò se viviamo il nostro essere cristiani, il nostro essere « il popolo del Dio vicino », con questa gioia, la gioia che traboccando dalla pienezza del nostro cuore straripa e coinvolge il mondo intero.
Essere « sale della terra » significa dare a questa terra, dare a questo mondo, la gioia vera, quella che proviene da Gesù nostro Signore. Lui solo può appagare i desideri più nascosti del nostro cuore. Lui solo può trasformare la tristezza dipinta sui volti degli uomini in vera gioia, gioia che nessuno potrà mai strappare.
La gioia vera, poi, è più eloquente di qualsiasi altra parola, dice molto, molto più di qualsiasi discorso, di qualsiasi predica. La gioia che dalla pienezza del nostro cuore straripa sui nostri volti e permea le nostre relazioni, rendendole fraterne, sarà la testimonianza più credibile del mistero dell’Incarnazione che celebreremo nei giorni del Natale.
« Afflictis lentae, celeres gaudentibus horae »… Chiediamo al Signore che i nostri giorni, le nostre ore, siano liete perché sovrabbondanti del Suo Amore Trinitario che ci è stato rivelato nel mistero del Verbo fatto carne. Amen. Maranathà!

Commento a cura di don Michele Munno 

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domenica 13 dicembre 2009 – III settimana di Avvento – anno C – « Gaudete » : commento alla seconda lettura: Filippesi 4, 4-7

dal sito:

http://www.rivistadireligione.it/rivista/articolo.aspx?search=vD2FdDfeHO4uPceACjEK2A==

DOMENICA 13 DICEMBRE 2009 – ANNO C – « GAUDETE »

commento alla seconda lettura: Filippesi 4, 4-7

Il brano si trova nella parte conclusiva della lettera, quando è il momento delle ultime raccomandazioni, e contiene cinque frizzanti imperativi. La scelta liturgica si spiega per il binomio gioia-vicinanza del Signore: l’invito alla gioia e l’esortazione a compiere il bene verso tutti sono motivati da Paolo con la frase che il Signore è vicino.

    Il discorso si allarga dai singoli (cf. i precedenti vv. 2-3) alla comunità. Questa riceve l’esortazione alla gioia, tema che attraversa tutta la lettera. Mentre prima erano individuati motivi concreti che causavano la gioia (cf. 1,18; 2,17-18), ora l’appello è generale e insistito. La gioia ha tre aspetti: una radice interiore, un’espressione esterna e una causa ben precisa. La radice è il Signore: sempre si tratta di gioia in Lui («rallegratevi nel Signore»), per distinguerla nettamente da realtà che portano lo stesso nome ma che hanno contenuto diverso: qui Paolo si preoccupa di bloccare le imitazioni. La gioia che invade l’intimo dell’individuo e della comunità, investe pure l’esterno, tutti gli altri, sotto forma di «affabilità». Infine viene indicata la causa, consistente nell’avvicinarsi del Signore. Questa precisazione orienta e determina il contenuto della gioia cristiana; è la presenza di Cristo che garantisce e assicura una condizione di benessere per sé e per gli altri: «L’attesa della parusia è per l’apostolo un motivo parenetico centrale» (J. Ernst).

    La vicinanza del Signore, già reale presenza per molti aspetti, funge da deterrente contro ansie incontrollate: chi lascia operare nella propria vita la semplice parola ‘il Signore è vicino’, esperimenta già ora la pace di Dio. Paolo non pensa tanto alla pace tra gli uomini, ma alla calma interiore del cuore, che ha il suo fondamento nelle promesse di Dio. Il cri-stiano che organizza la propria esistenza alla luce di Cristo, non si lascia irretire da lacci che frenano il suo impegno o che smorzano la sua serenità di fondo. Anche sotto questo punto si comprende il precedente invito alla gioia. Paolo non fa mistero circa le reali e spesso dure difficoltà dell’esistenza cristiana ed è già stato chiaro, alludendo fin dall’inizio alle sue catene (cf. 1,13). Ma è altrettanto convinto che non giova lasciarsi prendere da ansiose inquietudini (cf. in greco il verbo merimnao, lo stesso di Mt 6,25.31.34) che bloccano e rendono improduttivi; positivamente, tutto prende senso e valore nella comunione con Cristo/Dio di cui la «pace» del v. 7 è la sacramentalizzazione. La fiducia in Dio si concretizza nel manifestare a Lui la nostra situazione, attraverso «preghiere, suppliche e ringraziamenti». Non è certo un ‘far conoscere’ qualcosa che non sa, ma è il modo per l’uomo di mantenere il filo diretto con Dio, nel dialogo di amore, nel sereno abbandono alla Sua volontà, nella fiduciosa attesa davanti a Lui. Colui che è capace di pregare e di ringraziare depone il suo affanno in Dio.

    Potrebbero sembrare belle parole di circostanza, se non venissero dalla vita stessa di Paolo che ha dimostrato di leggere tutto, persecuzione compresa, con gli occhi illuminati dalla luce della Provvidenza (cf. 1,15-20). Paolo si trova in prigione quando scrive la presente lettera. Egli pensa alla sua comunità di Filippi e pensa altresì a Cristo che ha sempre riempito la sua vita. Egli pensa al ritorno di Cristo, mediante la morte che può giungere da un momento all’altro. Paolo ha detto il suo sì anche a questa situazione estrema e rimane un uomo felice pur nella catena e nella incertezza del suo futuro. L’incontro con Cristo trasforma in aurora di vita quello che, umanamente parlando, ha il sapore crepuscolare del fallimento o della repentina conclusione.

buona domenica (ho avuto problemi al computer, domani spero di riprendere che nel periodo di Avvento ci sono delle belle letture)

buona domenica (ho avuto problemi al computer, domani spero di riprendere che nel periodo di Avvento ci sono delle belle letture) dans immagini...buona notte...e la-llamada-de-las-ninfas

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Publié dans:immagini...buona notte...e |on 13 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

San Massimo di Torino: «Viene colui che è più potente di me»

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091213

III Domenica di Avvento – Anno C – « Gaudete » : Lc 3,10-18
Meditazione del giorno
San Massimo di Torino (?-c. 420), vescovo
Sermone 88

«Viene colui che è più potente di me»

      Giovanni non ha solo parlato alla sua epoca, annunciando il Signore ai farisei, dicendo: «Preparate la via al Signore, raddrizzate i suoi sentieri!» (Mt 3,3). Oggi, egli grida in noi, e il tuono della sua voce scuote il deserto dei nostri peccati. Pur essendo egli sepolto nel sonno del martire, la sua voce risuona ancora. Egli ci dice oggi: «Preparate le vie del Signore, raddrizzate le sue vie»…

      Giovanni il Battista ha dunque ordinato di preparare la via al Signore. Vediamo quale strada ha preparato al Salvatore. Dal principio alla fine, egli ha perfettamente tracciato e ordinato il suo cammino per l’arrivo di Cristo, perché è stato in ogni cosa sobrio, umile, parco e vergine. È descrivendo tutte queste sue virtù che l’evangelista dice: «E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico» (Mt 3,4). Qual più grande segno di umiltà in un profeta, del disprezzo degli abiti morbidi per vestirsi di peli ruvidi? Quale più profondo segno di fede che essere sempre pronto, con una semplice cintura ai fianchi, a tutti i doveri del servizio? Quale segno di astinenza più evidente della rinuncia alle delizie di questa vita per nutrirsi di locuste e di mele selvatico?

      Tutti questi comportamenti del profeta erano a mio parere profetici in se stessi. Quando il messaggero di Cristo portava un abito ruvido di peli di cammello, questo non significava semplicemente che Cristo, alla sua venuta, avrebbe rivestito il nostro corpo umano, dal tessuto spesso, ruvido per i suoi peccati?… La cintura di pelle significa che la nostra carne fragile, orientata prima della venuta di Cristo sul vizio, egli l’avrebbe condotta alla virtù.

Omelia (11-12-2009)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16809.html

Omelia (11-12-2009) 
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
« Se avessi prestato attenzione ai miei comandi, il tuo benessere sarebbe come un fiume, la tua giustizia come le onde del mare. »

Come vivere questa Parola?
La parola che il Signore mi regala oggi, tramite il profeta Isaia, si ricollega a quanto dice immediatamente prima: « Io sono il tuo Redentore che ti insegno per il tuo bene ».
Obbedire dunque alla Legge di Dio, compiere la sua volontà è decisamente un bene per me. La pace mia e dei popoli sta in questa direzione perché il piano di Dio è salvezza, è redenzione dal male, mentre la nostra volontà rischia di essere capriccio.
Ce lo dice il Vangelo odierno dove Gesù si serve dell’immagine di bambini sempre scontenti. Si è loro proposto di giocare a nozze ed ecco non se la sentono. Si è fatta loro balenare l’idea di giocare al funerale ed hanno di che contestare. L’insegnamento è chiaro: un cammino spirituale io lo faccio nell’aderire a ciò che Dio vuole momento per momento, evitando la critica negativa su persone e situazioni.

Oggi, nel mio rientro al cuore, chiederò a Gesù di rivelarmi il senso del suo essere Redentore e salvezza, ogni momento per me. Invocherò da Lui chiarezza interiore e maturità spirituale per non bamboleggiare criticando a destra e a sinistra nel perpetuo scontento e nella dispersione delle mie intime energie.

Maranathà! Vieni Signore Gesù, illumina la mia mente e il mio cuore perché ti riconosca Signore e Salvatore.

La voce di un grande teologo
Devo sempre risvegliarmi: l’eterno avviene in me d’un tratto e per sempre, adesso, mentre penso che non sia tanto importante ciò che corre e fugge via. Non tutti i miei attimi sono ugualmente colmati da questo evento che rimane. Quando potrebbe accadere che un attimo del mio tempo fosse ‘pieno’, come si parla della ‘pienezza del tempo’, che è giunta per il mondo con il Verbo di Dio incarnato?
Karl Rahner 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 11 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Liturgia latina : Inno per l’Avvento : Rorate caeli desuper

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091211

Venerdì della II settimana di Avvento : Mt 11,16-19
Meditazione del giorno
Liturgia latina
Inno per l’Avvento : Rorate caeli desuper

Convertirsi in risposta alla chiamata del Dio che viene

Non irritarti, Signore, e non ricordare oltre l’iniquità. Ecco, la città del Santo è fatta deserto, Sion è fatta deserta; Gerusalemme, la casa della tua santificazione e della tua gloria, dove i nostri Padri ti lodarono, una desolazione. O cieli stillate rugiada e dalle nubi discenda la salvezza (cfr Is 64,8s ; 45,8).

Abbiamo peccato, e siamo divenuti cosa impura; siamo caduti come foglie morte e i nostri peccati ci hanno portato via come il vento. Ci hai nascosto il tuo volto e ci hai abbandonati in potere della nostra iniquità. O cieli stillate rugiada e dalle nubi discenda la salvezza (cf. Is 64,5s).

Vedi, Signore, l’afflizione del tuo popolo e manda colui che stai per mandare. Lascia andare l’Agnello che dominerà la terra, dalla roccia del deserto fino al monte della figlia di Sion, affinché tolga il giogo della nostra schiavitù. O cieli stillate rugiada e dalle nubi discenda la salvezza (cfr Ap 2,12 ; Sal 78,15 ; Is 9,3).

Consolati, consolati, popolo mio: presto verrà il tuo salvatore. Perché ti consumi nella tristezza ? Perché ti riassale il dolore ? Non temere, io ti salverò, perché io sono il Signore tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo Redentore. O cieli stillate rugiada e dalle nubi discenda la salvezza (cfr Is 40,1s).

LA COMUNITÀ DI ROMA DI FRONTE ALLA LEGGE EBRAICA

dal sito:

http://www.paroledivita.it/upload/2006/articolo4_4.asp

LA COMUNITÀ DI ROMA DI FRONTE ALLA LEGGE EBRAICA
 
Giuseppe De Virgilio

Dalle indicazioni contenute nella lettera stessa si evince che Paolo scrive a cristiani che vivono nella capitale imperiale ormai da diversi anni e che non ancora ha potuto visitare (cf. Rm 1,13;15,23). Chi sono questi cristiani e soprattutto quale relazione hanno con la legge ebraica? La ricerca che qui presentiamo si basa sull’interpretazione dei dati epistolari, delle allusioni neotestamentarie (cf. At 18) e delle testimonianze (letterarie, storiche e archeologiche), che permettono di puntualizzare con «buona approssimazione» la realtà variegata del mondo cristiano presente a Roma nel I secolo d.C.[1], focalizzando la nostra attenzione sull’uso che Paolo fa della legge ebraica in relazione agli atteggiamenti dei suoi diretti interlocutori.

Rispetto alla legge, la comunità cristiana di Roma era variegata

Possiamo ritenere che la Chiesa di Roma, non fondata da Paolo, fosse caratterizzata da una «composizione mista» di credenti, di cui alcuni erano noti all’Apostolo: fin dall’inizio vi furono cristiani provenienti dal mondo giudaico, la cui matrice culturale e religiosa traspare dallo scritto paolino. In seguito alla nuova situazione, evolutasi nel corso degli anni 50, dopo l’editto di Claudio, si registra una prevalenza di cristiani provenienti dal paganesimo, che non si pone in prospettiva antigiudaica, ma in stretta connessione con la Chiesa-madre di Gerusalemme, da cui con ogni probabilità è stata fondata e con cui doveva mantenere buoni rapporti di lealtà (R. Penna).

Un significativo indizio si può ricavare dall’esame dei nomi riportati in Rm 16. In base alla lista delle persone menzionate, si possono individuare non meno di cinque «comunità domestiche», costituite da cristiani appartenenti in prevalenza al livello sociale degli schiavi o dei liberti: di questi solo tre sono definiti da Paolo «consanguinei» (syggenêis), cioè cristiani di origine giudaica (Rm 16,7.11: Andronico, Giunia ed Erodione). L’Apostolo menziona inoltre la famiglia di Aquila, conosciuta nella sua attività a Corinto ed Efeso. È certo – come ha osservato R. Penna – che l’identificazione del movimento cristiano di Roma non può essere fondata esclusivamente su queste attestazioni, ma va stabilita anche su altre basi. A tale proposito andrebbe meglio approfondito il ruolo di una terza categoria di credenti (detti «timorati di Dio» o «proseliti»), formata da coloro che tra i gentili si erano accostati prima al giudaismo e in quanto «gentili giudaizzati» avevano accolto in un secondo momento l’annuncio del vangelo ed erano entrati a far parte della Chiesa[2].

Oltre alla rilevazione della provenienza dei credenti di Roma, è il contesto letterario e teologico della missiva a far emergere una sottofondo giudaico (cf. Rm 2,17), insieme alle attestazioni riguardanti i gentili (che richiedono ugualmente una ponderata valutazione critica). Infatti, pur rivolgendosi a cristiani provenienti dal paganesimo, Paolo considera i suoi interlocutori «conoscitori» della legge mosaica (cf. Rm 7,1) e procede nella sua riflessione seguendo un’ermeneutica giudaizzante. Segnaliamo alcuni aspetti: l’uso probatorio della Scrittura (cf. Rm 1,2), la presenza di forme semitiche (commenti midrashici, interpretazioni tipologiche), l’enunciazione della tesi centrale sulla relazione fede/giustizia, fondata su Ab 2,4 (cf. Rm 1,17), l’impiego del simbolismo cultuale (cf. Rm 3,5: hilasterion), il dibattito circa il ruolo ambivalente della legge (cf. Rm 2 e 7), l’allusione a Israele mediante l’impiego della letteratura profetica e il ricorso ai personaggi della storia biblica (cf. Rm 9-11), fino ad arrivare a definire Gesù «servitore dei circoncisi» (cf. Rm 15,8).

Indirizzando la sua lettera a queste comunità cristiane di Roma, Paolo sapeva bene che i vari aspetti del suo messaggio avrebbero avuto risonanze particolari a secondo delle esigenze e delle situazioni dei singoli gruppi. Si può spiegare così la coesistenza di insegnamenti generali ed esortazioni particolari e la ambivalenza dell’idea di legge nello sviluppo dello scritto epistolare.

La matrice giudaico-cristiana e l’ambivalenza del concetto di legge

La matrice giudaica attestata nella composizione della comunità romana, che fa parte della nuova identità cristiana insieme alle altre componenti ecclesiali a cui Paolo si rivolge, presuppone uno stretto vincolo con la legge stessa. Si può dire di più: la posizione di Paolo nei riguardi della legge (nomos) appare più cauta e moderata (Paolo allude al «vantarsi» e al «gloriarsi» per la legge da parte dei giudei!) rispetto a quanto aveva precedentemente affermato scrivendo alle comunità della Galazia. Perché questo atteggiamento? È dovuto a un’evoluzione interna del suo pensiero o al contesto ecclesiale in cui l’Apostolo sta operando? Quanto incide la presenza del giudeo-cristianeismo nella Chiesa di Roma? Che atteggiamento hanno gli etnico-cristiani rispetto a questo tema?

A queste domande diversi autori hanno risposto rilevando che la concezione della legge nella lettera ai Romani debba essere valutata alla luce del contesto storico e delle tensioni che accompagnarono l’evangelizzazione paolina. In Rm 15,25 si fa accenno alla conclusione della colletta per Gerusalemme, con la richiesta di preghiere per la buona accoglienza dell’iniziativa da parte dei responsabili della Chiesa-madre (cf. Rm 15,30-32). Un ulteriore indizio in At 21,20-21 rivela, non senza preoccupazione, un diffuso disagio circa la sua posizione dottrinale relativo alla legge nell’ambiente ecclesiale giudeo-cristiano. Per tali motivi alcuni hanno voluto vedere la posizione più riflessiva ed equilibrata di Paolo in Romani, come un tentativo di correggere la sua concezione intorno alla legge ebraica (A.J.M. Wedderburn). Nondimeno vanno considerati gli interlocutori ecclesiali che ha davanti a sé l’Apostolo nel dettare le sue riflessioni. Infatti Paolo non svolge un discorso astratto intorno alla salvezza dell’uomo, ma intende «dialogare» con i suoi destinatari, mostrando il come il ruolo storico della legge vada ricollocato nella giusta prospettiva cristologica.

Sintetizzando la complessa questione dell’interpretazione di nomos in Romani, si può rilevare come Paolo adotti un’«interpretazione comprensiva e circolare» del concetto di legge ebraica, intesa come «rivelazione» e «obbligazione», considerata per la sua «natura» e la sua «funzione», giudicata per la sua mediazione positiva e stigmatizzata per l’inefficacia rispetto a Cristo e all’opera della salvezza.

Un’ulteriore distinzione va posta tra legge e «opere della legge» (erga tou nomou), le quali definiscono l’atteggiamento legalistico della tradizione mosaica, che porta in sé la pretesa della salvezza mediante i propri meriti. Se l’accezione di legge è considerata positivamente da Paolo, particolarmente in Romani rispetto alla lettera ai Galati, le «opere della legge» ricevono sempre una valutazione negativa, in quanto sono interpretate in opposizione alla fede in Cristo e al processo dinamico della «giustificazione» (dikaiosyne).

Infine, il concetto della legge viene rovesciato e applicato al nuovo «regime dello Spirito», per cui il credente, non più schiavo della potenzialità carnale, riceve libertà e vita per l’opera redentrice di Dio in Cristo (Rm 8,1-4).

A partire da una tale concezione ambivalente (a tratti conflittuale) del concetto di legge in Romani, possiamo sintetizzare la complessa argomentazione dell’Apostolo secondo una doppia prospettiva: da una parte si vuole dimostrare il superamento della legge e contemporaneamente se ne afferma l’eccellenza, anche se in modo limitato e parziale. Distinguiamo così un «atteggiamento di continuità» e un atteggiamento di discontinuità» rispetto alla legge ebraica.

Atteggiamento di continuità

Ripercorrendo i dati della nostra lettera, si possono individuale le caratteristiche positive della legge soprattutto in Rm 2,12-29; 3,27-31 e 13,8-10, mentre gli aspetti negativi sono ripresi in Rm 5,12-21; 7,1-6, a cui si aggiunge la questione collegata alla prassi alimentare nel conflitto tra «forti e deboli» (Rm 14,1-15,13). Entrambe le prospettive sembrano confluire nel testo di Rm 7,7-25 e nel successivo sviluppo teologico di Rm 8[3]. Consideriamo più attentamente lo sviluppo argomentativo dei testi.

In Rm 2,14-15 si afferma che anche i Gentili, come i Giudei, posseggono la capacità di compiere ciò che richiede la legge. In tal modo Dio è imparziale sia per i Gentili che per i Giudei e questi ultimi non possono vantare alcun privilegio speciale (cf. Rm 1,18-2,29).

Trattando dell’esempio di Abramo in Rm 4,4-5, Paolo fornisce una ulteriore chiave di lettura della legge in relazione alla fede basata sulla promessa: Abramo fu giustificato mediante la fede e non per l’osservanza della legge, che non era stata ancora data (cf. Rm 4,1-22).

In Rm 7,10 si afferma che la legge ha come scopo la vita e che rimane «santa, spirituale e buona» (cf. Rm 7,12.14.16). Essa fa parte dei privilegi ricevuti dal popolo di Israele (cf. Rm 9,4) e può essere riassunta nell’antico comandamento dell’amore verso il prossimo (cf. Rm 13,9 = Lv 19,18).

Anche la questione relativa alle impurità alimentari trattata in Rm 14,1-15,6 presenta una soluzione ambivalente che, da una parte salvaguarda la posizione dei «forti», i quali non hanno alcuni problema in ordine ai cibi e alle osservanze giudaiche, e dall’altra indica il rispetto per i «deboli», contrassegnati da un comportamento ispirato all’ascetismo di stampo giudaico.

Atteggiamento di discontinuità

Al tempo stesso, in linea con la posizione espressa in Galati, Paolo evidenzia il superamento della legge, in quanto la fede si pone come alternativa alle «opere della legge» (cf. Rm 3,28, inteso come sistema mosaico) e nel dinamismo della giustificazione compiutasi in Cristo la legge è resa di fatto inefficace. Quest’ultimo assioma è dimostrato prima con un’analogia di un matrimonio sciolto per la morte del primo marito (cf. Rm 7,2-6) e poi con una riflessione storico-salvifica circa Israele e il suo attaccamento alla legge (cf. Rm 9,30-10,13).

In Rm 6,14 Paolo dichiara ai suoi interlocutori il superamento del dominio del peccato mediante la «grazia» (charis), volendo con ciò invitare entrambe le componenti del cristianesimo romano, sia i giudeo-cristiani che gli etnico-cristiani, ad aderire a Cristo. La polemica paolina contro la legge va vista storicamente in rapporto al giudaismo del tempo, in cui la Torà era divenuta un assoluto tale da essere identificata con la sapienza di Dio (cf. Sir 24,21-30-31) e con l’intero ordine universale della creazione: con questa operazione non solo la legge era diventata sapienza, ma era soprattutto la sapienza a rinchiudersi nella legge (R. Penna).

Alla luce dei due atteggiamenti evidenziati si può constatare come Paolo stia invitando i giudeo-cristiani a riflettere sulla limitatezza della legge ebraica e, allo stesso tempo, sta esortando gli etnico-cristiani a considerare la radice profonda della tradizione giudaica e la sua funzione sapienziale.

Dallo sfondo giudaico della legge al compimento cristologico

A parte quei passi in cui nomos si riferisce al Pentateuco o alle Scritture in generale, Paolo allude normalmente alla legge mosaica, intesa come dono di Dio al popolo e compendio di prescrizioni da osservare. Una tale consapevolezza emerge particolarmente nella nostra lettera, dove si può osservare come l’Apostolo assuma e mantenga la validità della legge (Rm 3,31) e allo stesso tempo la orienti secondo la nuova alleanza inaugurata da Cristo.

Sia nella prospettiva universalistica di Rm 1,18-2,29 che in quella personalistica di Rm 7,7-25 la legge è considerata non peccaminosa ma buona, chiarificatrice, spirituale, ma allo stesso tempo limitata. Essa appare legata al peccato perché ne rivela la trasgressione in tre modi:

– la legge porta alla conoscenza del peccato esplicitando la volontà di Dio, in modo tale che il popolo non pecchi (Rm 3,20; 4,15; 5,13; 7,7.21-23);

– la legge mostra quanto sia insidioso il peccato tanto da provocare la ribellione contro Dio (Rm 7,7-12);

– la legge «provoca l’ira» (Rm 4,15) in quanto contiene una serie di conseguenze che Dio stabilisce per coloro che disobbediranno ai suoi comandi.

Per tale ragione possiamo comprendere il senso dell’affermazione paolina secondo cui i credenti «non sono più sotto la legge» (Rm 6,14) poiché sono stati riscattati dalla «legge del peccato e della morte» (Rm 7,4.6; 8,2). Tale descrizione culmina nelle affermazioni di Rm 7,5-25, dove si rivela la tensione interiore tra la «legge spirituale» e l’«io carnale» (7,14), tra il bene desiderato e il male compiuto, tra il compiacimento della «legge di Dio» e la constatazione della «legge nelle membra che osteggia quella della mente» e finisce per rendere l’uomo schiavo. Di fronte alla prospettiva della schiavitù della legge del peccato, umanamente senza via di uscita, l’Apostolo afferma la nuova dimensione dell’essere in Cristo, la cui opera è designata mediante l’espressione: «la legge dello Spirito che dà la vita in Cristo Gesù» (8,2).

Proseguendo su questa linea, la sezione di Rm 9,30-10,8 conferma l’idea del compimento cristologico presentando la situazione di Israele, che ha perseguito una «giustizia che viene dalla legge», senza comprendere che il «termine della legge» è Cristo (Rm 10,4: telos nomou Christos), cioè che la stessa legge sinaitica lascia il posto alla fede fondata sull’evento pasquale (cf. Rm 10,9-10). La «giustizia di Dio» si ottiene dunque mediante la proclamazione di fede nel «Signore di tutti» (kyrios panton), senza distinzione fra Giudeo o Greco (Rm 10,12).

Si vede bene come Paolo tenga presente i due orientamenti fondamentali della comunità di Roma: da una parte la sensibilità dei giudeo-cristiani e dall’altra le esigenze degli etnico-cristiani. Nondimeno il punto di svolta della riflessione paolina verte proprio sull’accoglienza del «Cristo morto e risorto» nella vita di ciascun uomo che si apre alla fede, non più caratterizzato dalla provenienza etnico-religiosa.

La «legge dello Spirito» e la condizione della libertà

In continuità con quanto affermato in Gal 5, l’Apostolo esorta i credenti ad accogliere nella fede l’annuncio la predicazione del vangelo come risposta positiva di fronte alla schiavitù della legge sinaitica. È la dinamica dello Spirito che libera l’uomo dalla potenzialità della «peccato e della morte» e gli consente di camminare nella libertà e di adempiere al giusto precetto della legge (Rm 8,4).

La libertà a cui fa riferimento Paolo non è solo una libertà interiore e spirituale rispetto alla schiavitù del peccato e della carne, ma è anche una libertà esteriore storico-religiosa dalla legge mosaica (cf. Gal 2,21; 5,4). Occorre però precisare come l’intenzione di Paolo non sia collegata alla legge, bensì al peccato (si pensi alla comune radice: nomos – anomia) che si rivela mediante la legge e le sue prescrizioni. Anche in questa prospettiva si comprende come la concezione paolina non implichi un’abrogazione della legge, ma un’acquisizione nuova, una pienezza escatologica che deve portare tutti i credenti in Cristo a quella libertà concessa dallo Spirito.

La nuova condizione della dinamica spirituale si realizza mediante l’amore diffuso nei cuori (Rm 5,5; 8,39): la libertà del cristiano nasce e si esprime mediante l’operatività e l’oblatività dell’amore cristiano (agape). In questo senso l’agape costituisce il principio e la misura che deve regolare la vita nuova in Cristo e per ciò stesso diventa la «legge nuova» rispetto a quella sinaitica. È questo il senso dell’esortazione in Rm 13,8-10, nella quale Paolo afferma che il compimento pieno della legge è l’amore (v. 10: pleroma nomou e agape).

Questo messaggio proposto ai credenti di Roma non poteva che produrre significative conseguenze per la prassi cristiana. Paolo ne delinea i contorni nella sezione esortativa, sottolineando proprio il valore dell’unità ecclesiale e dell’apertura universalistica verso il mondo pagano.

Conclusione

Le indicazioni emerse dalla sintetica analisi proposta possono aiutare il lettore a comprendere gli atteggiamenti presenti nella Chiesa di Roma nei confronti della legge ebraica.

Secondo lo sviluppo della riflessione teologica della lettera ai Romani la legge non può assurgere a una funzione mediatrice e salvifica non tanto perché sarebbe imperfetta in sé, ma perché la rivelazione ultima e definitiva della «giustizia di Dio» è accaduta in Gesù Cristo, morto e risorto. Il punto di vista paolino verte, dunque, sul compimento cristologico delle promesse di Dio. Nondimeno Paolo viene incontro ai suoi interlocutori, invitandoli sia al rispetto della tradizione giudaica che all’accoglienza della novità cristiana.

La complessa questione del ruolo della legge diventa un esempio della sintesi tra le diverse anime del cristianesimo romano: la legge rimane valida e allo stesso tempo insufficiente, è subordinata in funzione dell’evento cristologico, ma pur sempre rappresenta una «chiave di lettura» per cogliere la paradossalità della storia della salvezza che Dio ha portato a compimento non per mezzo di «precetti», ma nel Figlio morto e risorto[4].

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[1] Cf. R. Penna, «Gli ebrei a Roma al tempo dell’Apostolo Paolo», in Id., L’Apostolo Paolo. Studi di esegesi e teologia, San Paolo, Cinisello B. 1991, 33-60; R. Penna, «Configurazione giudeo-cristiana della Chiesa di Roma nel I secolo», in Id., L’Apostolo Paolo, 61-76; R. Penna, Lettera ai Romani, vol. I, EDB, Bologna 2004, 25-39.

[2] La questione è trattata in Penna, «Configurazione giudeo-cristiana», 67-69; cf. la monografia di B. Wander, Timorati di Dio e simpatizzanti. Studio sull’ambiente pagano delle sinagoghe della diaspora, San Paolo, Cinisello B. 2002.

[3] Cf. S. Romanello, Una legge buona ma impotente. Analisi retorico-letteraria di Rm 7,7-25 nel suo contesto, EDB, Bologna 1999, 207-211.

[4] Scrive A. Pitta: «La Legge, insieme ai Profeti, testimonia che la giustificazione non avviene per mezzo di essa ma con la fede in Cristo (cf. Rm 3,19-22). Per questo Gesù Cristo non può rappresentare la fine o la conclusione della legge ma il suo fine, l’adempimento o la piena realizzazione (cf. Rm 10,4). Senza il riconoscimento di questa relazione paradossale tra legge e Cristo, non è possibile cogliere la visione così completa sulla legge nella Lettera ai Romani» (A. Pitta, Lettera ai Romani, Paoline, Milano 2001, 549).
 

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