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LUNEDÌ 23 NOVEMBRE 2009 – XXXIV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

LUNEDÌ 23 NOVEMBRE 2009 – XXXIV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa
(Disc. 92, 1. 2. 3; PL 54, 454-455)

Quale la prestazione, tale il compenso
Il Signore dice: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5, 20). Ma come potrà abbondare la giustizia, se la misericordia non trionfa sul giudizio? (cfr. Gc 2, 13). E’ giusto e conveniente che la creatura imiti il suo creatore, la copia il suo modello, ad immagine e somiglianza del quale è stata fatta. Orbene Dio fa consistere la riparazione e la santificazione dei credenti nella remissione dei peccati. Rimessi i peccati, cessa la severità della vendetta e viene sospesa ogni punizione, il colpevole viene restituito all’innocenza e la fine del peccato diventa inizio della nuova santità. L’uomo deve fare come Dio.
La giustizia cristiana può superare quella degli scribi e dei farisei, non svuotando la legge, ma rifiutandone ogni interpretazione materiale. Perciò il Signore, proponendo ai discepoli il modo di digiunare, disse: «Quando digiunate, non assumete aria melanconica, come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: Hanno già ricevuto la loro ricompensa» (Mt 6, 16). Quale ricompensa, se non quella della lode, spesso si ostenta una parvenza di giustizia, non ci si preoccupa della coscienza e si va in cerca di una falsa rinomanza. Così l’iniquità, che già si condanna da se stessa nascondendosi, si contenta poi di una stima ipocrita.
A chi ama Dio è già sufficiente sapere di essere gradito a colui che ama; e non brama ricompensa maggiore dell’amore stesso. L’anima pura e santa è talmente felice di essere ripiena di lui, che non desidera compiacersi in nessun altro oggetto al di fuori di lui.
E’ quanto mai vero, infatti, ciò che dice il Signore: «Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6, 21). Ma qual è il tesoro dell’uomo se non la messe delle sue opere e il raccolto delle sue fatiche? «Infatti ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato» (Gal 6, 7); e qual è la prestazione di ciascuno, tale sarà anche il compenso che riceverà. Inoltre dove si ripone la felicità del godimento, lì si concentra anche la preoccupazione del cuore. Ma, essendo molteplici le specie di ricchezze e diversi i motivi e le fonti di
piacere, per ognuno il tesoro consiste in ciò che forma l’oggetto delle proprie aspirazioni. Però se queste tendono ai beni terreni, anche se pienamente appagate, non rendono felici. Portano alla felicità, invece, quelle orientate alle cose di lassù.
Coloro, infatti, che aspirano alle cose celesti e non a quelle della terra e non si protendono verso i beni caduchi, bensì verso i beni eterni, hanno riposto le loro ricchezze incorruttibili in quel bene di cui parla il profeta, dicendo: «E’ giunto il nostro tesoro e la nostra salvezza, sapienza e scienza e pietà dal Signore: sono questi i tesori della giustizia» (Is 33, 6 volg.). Per mezzo di questi beni, con l’aiuto della grazia di Dio, anche i beni terreni si trasformano in beni celesti. Effettivamente sono molti quelli che si servono delle ricchezze, o giustamente ereditate o altrimenti acquisite, come mezzi per esercitare la misericordia.
E quando, per sostenere i poveri, elargiscono il loro superfluo, accumulano per sé ricchezze che non si perdono, perché ciò che hanno messo da parte per i poveri non va più soggetto a perdita.
A ragione costoro hanno il loro cuore dove hanno posto il loro tesoro, perché la loro più grande felicità sarà quella di godersi le ricchezze conseguite e di accrescerle sempre di più senza alcun timore che vadano perdute.

Responsorio    Cfr. Gal 6, 9-10. 7
R. Non stanchiamoci di fare il bene; se non desistiamo, a suo tempo mieteremo. * Fin che ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene.
V. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato.
R. Fin che ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene

Salmo 110, 2-3

Salmo 110, 2-3 dans A. UN PENSIERO DAI SALMI...PRIMA DELLA NOTTE burnt-orchid-0718 

Burnt Orchid

http://www.naturephoto-cz.com/flowering-plants/vari-coloured-blooming.html

Salmo 110, 2-3

Grandi sono le opere del Signore,
le contemplino coloro che le amano.
Le sue opere sono splendore di bellezza,
la sua giustizia dura per sempre

Omelia per il giorno 27 novembre 2009

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16712.html

Omelia (27-11-2009) 
a cura dei Carmelitani

1) Preghiera

Ridesta, Signore, la volontà dei tuoi fedeli
perché, collaborando con impegno alla tua opera
di salvezza,
ottengano in misura sempre più abbondante
i doni della tua misericordia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…

2) Lettura

Dal Vangelo secondo Luca 21,29-33
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: « Guardate il fico e tutte le piante; quando già germogliano, guardandoli capite da voi stessi che ormai l’estate è vicina. Così pure, quando voi vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino.
In verità vi dico: non passerà questa generazione finché tutto ciò sia avvenuto. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno ».

3) Riflessione

- Il vangelo di oggi ci presenta le raccomandazioni finali del Discorso Apocalittico. Gesù insiste su due punti: (a) sull’attenzione che bisogna dare ai segni dei tempi (Lc 21,29-31) e (b) sulla speranza, fondata nella fermezza della parola di Dio, che scaccia la paura e la disperazione (Lc 21,32-33)..
- Luca 21,29-31: Guardate il fico e tutte le piante. Gesù ordina di guardare la natura: « Guardate il fico e tutte le piante; quando già germogliano, guardandoli capite da voi stessi che ormai l’estate è vicina. Così pure, quando voi vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino ». Gesù chiede di contemplare i fenomeni della natura per imparare come leggere ed interpretare le cose che stanno avvenendo nel mondo. I germogli sul fico sono un segno evidente che l’estate è ormai vicina. Così quando appaiono i sette segnali sono una prova che « il Regno di Dio è vicino! » Fare questo discernimento non è facile. Una persona sola non si rende conto di questo. Riflettendo insieme in comunità appare la luce. E la luce è questa: sperimentare in tutto ciò che succede la chiamata a non chiudersi nel presente, bensì mantenere aperto l’orizzonte e percepire in tutto ciò che succede una freccia che si dirige verso il futuro. Ma l’ora esatta della venuta del Regno, nessuno la conosce. Nel vangelo di Marco, Gesù arriva a dire: « Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre! » (Mc 13,32).
- Luca 21,32-33: « In verità vi dico: non passerà questa generazione finché tutto ciò sia avvenuto. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno ». Questa parola di Gesù evoca la profezia di Isaia che dice: « Ogni uomo è come l’erba e tutta la sua gloria è come un fiore del campo. Secca l’erba, il fiore appassisce quando il soffio del Signore spira su di essi. Secca l’erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura sempre » (Is 40,7-8). La parola di Gesù è fonte della nostra speranza. Ciò che dice avverrà!
- La venuta del Messia e la fine del mondo. Oggi, molta gente vive preoccupata della fine del mondo. Alcuni, basandosi in una lettura errata e fondamentalistica dell’Apocalisse di Giovanni, giungono perfino a calcolare la data esatta della fine del mondo. Nel passato, a partire dai « mille anni » citati dall’Apocalisse (Ap 20,7), si soleva ripetere: « L’anno mille è passato, ma il duemila non passerà! » Per questo, nella misura in cui il 2000 si avvicinava, molti erano preoccupati. C’era gente che angosciata per la venuta della fine del mondo, si tolse la vita. Ma il 2000 passò e non avvenne nulla. Non avvenne la fine del mondo! Nelle comunità cristiane dei primi secoli ci fu la stessa problematica. Vivevano nell’aspettativa della venuta imminente di Gesù. Gesù veniva a realizzare il Giudizio Finale per mettere fine alla storia ingiusta del mondo qui sulla terra ed inaugurare la nuova fase della storia, la fase definitiva del Cielo Nuovo e della Terra Nuova. Pensavano che questo sarebbe avvenuto tra una o due generazioni. Molta gente sarebbe stata ancora viva quando Gesù fosse apparso glorioso nel cielo (1Ts 4,16-17; Mc 9,1). C’erano persone che non lavoravano perfino più, perché pensavano che la venuta fosse cosa di pochi giorni o settimane (2Tes 2,1-3; 3,11). Pensavano così. Ma fino ad oggi, la venuta di Gesù non si è ancora avverata! Come interpretare questo ritardo? Per le strade delle città, la gente vede dipinte sui muri scritte che dicono Gesù ritornerà! Viene o non viene? E come sarà la sua venuta? Molte volte, l’affermazione « Gesù ritornerà » viene usata per intimorire le persone ed obbligarle a frequentare una chiesa determinata!
Nel Nuovo Testamento il ritorno di Gesù è sempre motivo di gioia e di pace! Per coloro che sono sfruttati ed oppressi, la venuta di Gesù è una Buona Novella! Quando ci sarà questa venuta? Tra i giudei, le opinioni erano varie. I sadduccei e gli erodiani dicevano: « I tempi messianici verranno! » Pensavano che il loro benessere durante il governo di Erode fosse espressione del Regno di Dio. Per questo, non accettavano cambiamenti e combattevano la predicazione di Gesù che invitava la gente a cambiare e a convertirsi. I farisei dicevano: « La venuta del Regno dipenderà dal nostro sforzo nell’osservanza della legge! » Gli esseni dicevano: « Il Regno promesso arriverà solo quando avremo purificato il paese da tutte le impurità ». Tra i cristiani c’era la stessa varietà di opinioni. Alcuni della comunità di Tessalonica in Grecia, appoggiandosi nella predicazione di Paolo, dicevano: « Gesù ritornerà! » (1 Tes 4,13-18; 2 Tes 2,2). Paolo risponde che non era così semplice come loro immaginavano. Ed a coloro che non lavoravano dice: « Chi non lavora non ha diritto di mangiare! » (2Tes 3,10). Probabilmente, si trattava di persone che all’ora dei pasti andavano a mendicare cibo presso la casa del vicino. Altri cristiani pensavano che Gesù sarebbe ritornato solo dopo che il vangelo fosse stato annunziato al mondo intero (At 1,6-11). E pensavano che, quanto maggiore fosse lo sforzo per evangelizzare, tanto più rapidamente sarebbe avvenuta la fine del mondo. Altri, stanchi di aspettare, dicevano: « Non tornerà mai! (2 Pt 3,4). Altri, basandosi in parole di Gesù dicevano con ragione: « E’ già in mezzo a noi! » (Mt 25,40). Oggi avviene la stessa cosa. C’è gente che dice: « Come stanno le cose sia nella Chiesa che nella società, stanno bene ». Non vogliono cambiamenti. Altri aspettano la venuta immediata di Gesù. Altri pensano che Gesù ritornerà solo attraverso il nostro lavoro e annuncio. Per noi, Gesù è già in mezzo a noi (Mt 28,20). E’ già accanto a noi nella lotta per la giustizia, per la pace e per la vita. Ma la pienezza non è ancora giunta. Per questo, aspettiamo con perseveranza la liberazione dell’umanità e della natura (Rom 8,22-25).

4) Per un confronto personale

- Gesù chiede di guardare il fico per contemplare i fenomeni della natura. Nella mia vita ho imparato già qualcosa contemplando la natura?
- Gesù disse: « Il cielo e la terra scompariranno, ma le mie parole non scompariranno ». Come incarno nella mia vita queste parole di Gesù?

5) Preghiera finale

Signore, beato chi abita la tua casa:
sempre canta le tue lodi!
Beato chi trova in te la sua forza:
cresce lungo il cammino il suo vigore. (Sal 83) 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 27 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

Origene : «Ormai l’estate è vicina»

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20091127

Venerdì della XXXIV settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Lc 21,29-33
Meditazione del giorno
Origene (circa 185-253), sacerdote e teologo
1a omelia sul salmo 38 (SC 411, p. 355)

«Ormai l’estate è vicina»

         «Fammi conoscere, Signore, il mio fine, e quale sia il numero dei miei giorni, perché io sappia ciò che mi manca» (Sal 38,5) Se tu mi facessi conoscere il mio fine, dice il salmista, e se tu mi facessi conoscere qual è il numero dei miei giorni, potrei, attraverso questo mezzo, sapere ciò che mi manca. O forse, con tali parole, sembra ancora dire questo: ogni attività ha un fine; per esempio il fine di un’impresa di costruzioni è edificare una casa; il fine di un cantiere navale è quello di costruire una nave in grado di dominare i flutti del mare e di sopportare l’assalto dei venti; e il fine di ogni attività è qualche cosa di simile per il quale il mestiere stesso sembra inventato. Così forse c’è anche un certo fine della nostra vita e del mondo intero per il quale si fa tutto ciò che viene fatto nella nostra vita, o per il quale il mondo stesso è stato creato o sussiste. Di questo fine, anche l’apostolo Paolo si ricorda quando dice: «Poi sarà la fine , quando egli consegnerà il regno a Dio Padre» (1Co 15,24). Verso questa fine , bisogna certamente affrettarsi, poiché è il premio stesso dell’opera, quello per cui siamo creati da Dio.

      Come il nostro organismo corporeo, piccolo e ridotto al suo inizio, si sviluppa tuttavia e tende al termine della sua grandezza crescendo in età, e ancora come la nostra anima… riceve un linguaggio dapprima balbuziente, poi in seguito più chiaro, per arrivare infine a un modo di esprimersi perfetto e corretto, in questo modo anche tutta la nostra vita inizia ora, certo, come balbuziente tra gli uomini sulla terra, ma si compie e giunge al suo apice nei cieli presso Dio.

      Per questo motivo, il profeta desidera quindi conoscere il fine per il quale egli è stato fatto, perché, guardando il fine, esaminando i suoi giorni e considerando la sua perfezione, egli possa vedere ciò che gli manca rispetto a questo fine a cui tende… È come se coloro che sono usciti dall’Egitto avessero detto: «Fammi conoscere, Signore, il mio fine» che è una terra buona e una terra santa, «e il numero dei miei giorni» dove cammino, «perché io sappia ciò che mi manca», quanto mi resta finché io arrivi alla terra santa che mi è promessa.

Saint Paul Apostle

Saint Paul Apostle dans immagini sacre saint-paul-the-apostle-08

http://saints.sqpn.com/saint-paul-the-apostle-gallery/

Publié dans:immagini sacre |on 26 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

di Giuseppe Betori – Arcivescovo di Firenze: La figura di San Paolo nel libro degli Atti:

dal sito:

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_diocesi/75/2009-05/30-32/09.22%20%20Clero%20toscano%20%20Nomadelfia%2021.05.09.doc

di Giuseppe Betori – Arcivescovo di Firenze

La figura di San Paolo nel libro degli Atti:
il convertito chiamato, l’evangelizzatore fondatore di Chiese, il testimone perseguitato

Nomadelfia, 21 maggio 2009
Incontro del clero toscano

0. Premessa

Mi è stata chiesta una riflessione su san Paolo e ho voluto limitarla al terreno biblico che ho più frequentato, cercando quindi di delineare la sua figura così come emerge dal libro degli Atti. È infatti ormai assodato che la figura di Paolo a noi consegnata dalla tradizione si compone di tre approcci, che corrispondono probabilmente a tre diverse situazioni ecclesiali legate all’eredità dell’apostolo. La prima linea è quella riflessa nel corpo delle lettere paoline e ci offre i suoi scritti come canone della sua dottrina in rapporto alla vita delle Chiese. La seconda è quella che trae dalla sua dottrina l’alimento per una riflessione teologica che si allarga alle nuove situazioni della Chiesa delle seconda generazione, ed è espressa nelle cosiddette lettere deuteropaoline, La terza linea, che in termine improprio si suole chiamare biografica, è quella attestata dagli Atti, dove è la figura stessa di Paolo che viene celebrata nella sua opera missionaria all’interno di una esposizione narrativa dell’identità della Chiesa che si misura con la sua vocazione evangelizzatrice, anche qui avendo come riferimento la situazione ecclesiale della seconda generazione cristiana.
Su questa terza linea concentreremo la nostra attenzione, nella consapevolezza che essa non esaurisce certamente la personalità di Paolo e il suo ruolo nella Chiesa dei primi tempi e, in secondo luogo, che essa è stata positivamente costruita prescindendo dalle altre due linee, non si sa se non conosciute o volutamente messe da parte in un’ottica alternativa, perché legata a condizioni ecclesiali diverse. La lettura che pertanto faremo del Paolo degli Atti non si avvarrà di quanto potrebbe essere aggiunto dalla letteratura paolina e deuteropaolina, perché così Luca ha voluto, chiedendoci implicitamente di considerare il suo approccio a Paolo nella cornice della sua opera in due volumi.
E qui emerge la necessità di vedere nella figura e nella vicenda di Paolo un tassello di un disegno più vasto che, come Luca stesso ci dice, ha lo scopo di dare « solidità » (asfàleia) – una certezza fidata che dà fondamento – alla fede dei cristiani, mediante un « resoconto ordinato », una narrazione coerente degli eventi riguardanti Gesù di Nazaret, nella sua vita tra noi e poi nella diffusione della Parola che lo testimonia mediante la Chiesa. Il tutto ha lo scopo di contribuire a costruire l’identità cristiana nel passaggio dal giudaismo, da cui la comunità delle origini proviene, al mondo romano in cui si sta creando il suo ambiente futuro. In una prospettiva ancora più interna, potremmo parlare anche del passaggio dalla « traditio apostolica » nel suo instaurarsi al tempo sub-paolino, tra prima e seconda generazione cristiana, a cui il libro di Luca si rivolge. E in questo la persona di Paolo viene assunta come figura emblematica, in quanto vettore attraverso il quale l’identità cristiana giunge al suo compimento.
Per questo l’attenzione di Luca si concentra dapprima sul fondamento della sua missione e cioè sull’evento della sua conversione-chiamata, poi sulla sua attività di fondatore di comunità in quello che potremmo definire il « nuovo mondo » del cristianesimo nascente, infine nella sua vicenda umana di testimone perseguitato, assimilato alla passione del suo Signore. Su questi tre registri in cui si articola la narrazione degli Atti soffermiamo in successione la nostra attenzione.

1. Paolo, il convertito-chiamato

L’importanza che l’evento della conversione-chiamata di Paolo ha per definire la sua identità secondo Luca è evidente fin dal fatto che esso viene narrato negli Atti per ben tre volte (At 9; 22; 26). La ricerca biblica classica era preoccupata essenzialmente di concordare tra loro, dal punto di vista storico, le diversità delle tre narrazioni. Se questo poteva rispondere a preoccupazioni di credibilità del testo scritturistico, di fatto però si impediva di valorizzare il contenuto teologico delle narrazioni. Su questo, per noi più importante, versante ci indirizza invece la recente critica narrativa, a cui ci affidiamo per trarre alcune considerazioni. Suo tramite infatti possiamo meglio cogliere le intenzionalità dell’autore degli Atti alla luce delle diversità delle tre narrazioni e del loro inserimento nella strategia narrativa dell’opera. Il racconto di At 9 presenta la vicenda nella successione di questi elementi: l’azione persecutoria di Saulo (vv. 1-2), la cristofania (vv. 3-9), la visione di Anania (vv. 10-19a), Saulo evangelizzatore perseguitato a Damasco e a Gerusalemme (vv. 19b-30). Rispetto a questa articolazione, la narrazione di At 22 offre queste variazioni: aggiunge l’autopresentazione di Paolo come giudeo (v. 3), si amplifica la sua azione persecutoria (vv. 4-5), la cristofania è ripetuta con leggere variazioni interne (vv. 6-11), è eliminata la visione di Anania, l’incontro di Paolo con Anania è ripetuto ma con significative variazioni (vv. 12-16), è aggiunta la visione di Paolo nel tempio in cui il preannuncio del rifiuto della testimonianza resa da Paolo sostituisce quanto nel primo racconto era detto a riguardo della sua attività di annunciatore perseguitato(vv. 17-21). E giungiamo al racconto di At 26, dove abbiamo nuove variazioni: un’ulteriore amplificazione del passato giudaico di Paolo rispetto a At 22 (vv. 4-6), l’aggiunta del motivo per cui ora Paolo è sottoposto a giudizio (vv. 6-8), l’ulteriore amplificazione della sua attività di persecutore (vv. 9-11), la ripetizione della cristofania con alcune variazioni (vv. 12-15), la cancellazione totale del ruolo di Anania e l’affidamento del mandato missionario direttamente da parte del Risorto (vv. 16-18), l’amplificazione rispetto ad At 9 dell’azione di annunciatore perseguitato (vv. 19-21), l’aggiunta della sua attuale testimonianza in conformità alle profezie messianiche (vv. 22-23). Alla luce di questo confronto è possibile far risaltare l’ottica di ciascuno dei tre racconti. Cominciando da quello di At 9, non è difficile scorgere in esso l’intenzione di presentare un resoconto obiettivo di quanto accaduto, sostenuta dalla posizione del narratore che si esprime in terza persona e si presenta come « onnisciente » a riguardo dei personaggi e delle azioni: egli domina eventi che accadono in luoghi distanti, ne conosce le motivazioni e le finalità, gli antecedenti rispetto agli stessi fatti che avvengono. Egli, pur presentandosi come un cristiano, si presenta al lettore con il massimo grado di credibilità e affidabilità circa ciò che narra, avendo quindi come scopo precipuo che il lettore prenda notizia dell’evento e sia certo che il persecutore è diventato evangelizzatore, ma anche che l’attuale evangelizzatore era prima un persecutore, e che il cambiamento è avvenuto in forza di un intervento divino, in cui però è stata fondamentale anche la mediazione ecclesiale, assicurata prima da Anania e poi da Barnaba. Il processo di conversione non è quindi il frutto della decisione umana di Saulo, ma l’esito di un’agire divino che ha manifestato in lui la sua potenza, capace di rendere nuove tutte le cose, anche di capovolgere il senso della vita di una persona. Altrettanto importante è tuttavia il fatto che quest’azione divina incrocia la collaborazione umana in esponenti rilevanti della comunità credente, per cui il pieno senso del cambiamento-vocazione si rivela a Paolo solo per la mediazione di Anania e giunge alla sua prima realizzazione solo con l’aiuto di Barnaba. Se dunque la chiamata di Paolo avviene per iniziativa e opera del Risorto, essa però si concretizza attraverso la mediazione della Chiesa. Potremmo anzi dire che proprio in una manifestazione così carismatica quale quella della conversione-vocazione di Paolo si evidenzia il ruolo insostituibile della Chiesa, come strumento di salvezza e luogo della testimonianza. La prospettiva cambia sensibilmente con At 22, già a partire dal fatto che ora il narratore della vicenda è Paolo stesso, quindi l’evento è proposto in un’ottica autobiografica e in uno sguardo retrospettivo. Non si insegue più l’oggettività del fatto, ma, essendo il narratore un attore dell’evento, qui si vuole comunicare la sua esperienza soggettiva. E, nel caso specifico di At 22, il contesto giudaico del discorso di difesa che Paolo sta facendo nel tempio, dove è stato arrestato, specifica ulteriormente questa soggettività, come il punto di vista di Paolo che vuole mostrarsi quale giudeo fedele, ora perseguitato proprio a causa della sua fedeltà alla religione giudaica. Lo scopo del racconto è presto detto: mostrare che non c’è soluzione di continuità tra il giudeo zelante e il testimone universale di Cristo. Se Saulo aveva potuto interpretare tale zelo come ostilità verso la comunità nata dal Risorto, non venendo meno a tale zelo, ma proprio in fedeltà ad esso, ha potuto cogliere con maggiore chiarezza la volontà di Dio e ora si trova ad annunciare ciò che prima aveva perseguitato. La fedeltà all’Israele biblico, che il Paolo degli Atti rivendica, si inserisce nella visione complessiva del rapporto tra Chiesa e Israele nell’ottica lucana, un rapporto in cui le ragioni della continuità sono fortemente sottolineate, così da escludere una concezione della Chiesa come il « nuovo » Israele che soppianterebbe l’antico, come pure quella della Chiesa come il « vero » Israele che si opporrebbe a un falso o falsificato popolo di Dio. La Chiesa in Luca si colloca piuttosto sulla linea dell’adempimento delle promesse messianiche di cui Israele resta depositario, quelle stesse promesse che preannunciavano l’apertura della salvezza a tutte le genti. La continuità non è ovviamente senza scarti, e lo scarto è costituito dalla persona di Gesù, in cui la Chiesa riconosce l’adempimento delle promesse e che non a caso costituisce la figura centrale della vicenda umana di Paolo, nella sua trasformazione da persecutore a annunciatore perseguitato.  Ancora diverso è l’orizzonte in cui si muove il racconto di At 26, dove pur restando la prospettiva autobiografica, lo sguardo si sposta però dalla radice, cioè dal rapporto di Paolo con quello che resta il suo popolo, al frutto, vale a dire agli esiti della sua missione. L’angolazione infatti in cui l’evento della conversione-chiamata è riletto in At 26 è quello di Paolo testimone universale del Risorto. Dalla strada di Damasco prende avvio, in tale ottica, un percorso che porta Paolo coerentemente verso i confini della terra, in adempimento a una parola del Signore che non solo si era rivelata a lui fin dalla chiamata – anticipando sulla via di Damasco contenuti che la narrazione di At 9 aveva messo in bocca ad Anania e At 22 aveva ribadito e aveva poi ripetuto nella successiva visione nel tempio -, ma che costituiva una parola affidata dallo stesso Risorto già agli apostoli prima della sua ascensione al cielo: « Riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra » (At 1,8), un programma missionario che trova per l’appunto il suo completo adempimento solo nell’azione di Paolo. Vocazione e missione in questo terzo racconto diventano un tutt’uno e il cambiamento della vita di Paolo si mostra proprio nella sua esistenza spesa perché il Vangelo raggiunga tutte le genti. Emerge da questa triplice lettura la ricchezza di significato che l’evento della via di Damasco racchiude in sé, come rivelazione del legame tra agire di Cristo e agire della Chiesa, come unità tra Israele e Chiesa segnata però della novità di Cristo, come proiezione della missionarietà oltre ogni confine umano per raggiungere l’uomo e l’umanità in tutte le sue latitudini.

2. Paolo, il missionario fondatore di Chiese

La seconda immagine che Luca ci offre di Paolo è quella del missionario, coraggioso annunciatore del Vangelo, fondatore di comunità cristiane nel mondo pagano. Questo volto appare ripartito in tre momenti o viaggi, che percorrono il libro degli Atti dal cap. 13 fino al cap. 19. Ma la predicazione della Chiesa, per gli Atti, non inizia con Paolo e quindi anche il suo ruolo missionario va compreso nella missione globale della Chiesa. Quella missione che inizia per mandato del Risorto ed è da questi affidata ai Dodici, che non a caso nell’opera lucana, assumono in esclusiva, o quasi, il titolo di apostoli. L’invio del Risorto, lo abbiamo già ricordato, specifica modalità ed estensione della missione, caratterizzandola come una testimonianza, affidandola alla potenza dello Spirito, e indicando un percorso che da Gerusalemme va fino ai confini della terra. In una duplice variante, sono parole che chiudono il vangelo di Luca e aprono gli Atti: « Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e la remissione dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto (Lc 24,46-49); « riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra » (At 1,8). Gli Atti sono la documentazione di questa promessa-mandato. Non appena infatti irrompe lo Spirito sulla Chiesa, il gruppo degli apostoli, con a capo Pietro, inizia ad annunciare il vangelo di Gesù, la sua persona e la sua Pasqua salvifica e la destinazione della salvezza a tutte le genti. I contenuti dell’annuncio sono sempre gli stessi, in tutte le pagine degli Atti, chiunque sia l’annunciatore. È qui una prima indicazione sulla fisionomia di Paolo missionario: il vangelo che egli annuncia non è suo, ma è il vangelo della Chiesa, quello che gli apostoli hanno tramandato e consegnato alle generazioni future. La coerenza dei contenuti della fede costituisce nell’ottica di Luca il presupposto imprescindibile dell’ecclesialità della missione paolina e quindi della missione di sempre. Ma questo carattere ecclesiale viene ribadito, nell’ottica di Luca, da un altro dato. Pur essendo il missionario per eccellenza della narrazione, a Paolo non viene riconosciuto il titolo di apostolo. Con questo termine è chiamato, insieme a Barnaba, solo in due passi (At 14,4.14), dove probabilmente Luca, riportando una fonte, usa la denominazione non come un titolo ma come indicazione di una funzione – l’essere inviato a predicare a nome di una Chiesa – secondo un uso più largo attestato anche altrove nel Nuovo Testamento. Gli apostoli – come titolo specifico – per Luca sono invece solo i Dodici, così chiamati da Gesù stesso (Lc 6,13), perché solo loro possono essere testimoni della continuità tra il ministero storico di Gesù e la sua morte e risurrezione e questo non come individui ma come gruppo, come collegio (At 1,21-22). Solo i Dodici, e insieme, possono infatti attestare che il Risorto è colui che è passato per le strade della Palestina ed è morto sulla croce. C’è qui un’esigenza di certezza della fede che non può prescindere dalla dimensione storica, contro ogni riduzione mitologica. Su questa testimonianza originaria si posa ogni annuncio, dai primi giorni fino ad oggi. Anche Paolo deve attingere a questa testimonianza apostolica per non rendere vano il suo vangelo (At 9,26-30; cf. Gal 2,2). E se anche Paolo, come d’altronde Stefano (così qualificato per bocca di Paolo in At 22,20), è definito « testimone » negli Atti (At 22,14-15; 26,16), egli non lo è in rapporto alla identità del Crocifisso-Risorto, bensì in riferimento al Cristo esaltato, colui che gli è apparso e lo ha chiamato alla missione, così come è il Cristo esaltato che appare a Stefano nel suo martirio e ne provoca la testimonianza. Questa testimonianza non è priva di valore e ad essa Paolo si affida per dare ragione della sua missione. Ma essa sarebbe inconsistente se prima e a suo fondamento non ci fosse la testimonianza apostolica a riguardo della identità storica del Cristo risorto, che costituisce pertanto la base di tutta la tradizione della Chiesa. Quanto alla testimonianza di Paolo essa, nel suo riferimento escatologico – egli vede il Signore esaltato, che lo chiama a testimoniare « quello che ha visto » -, illumina anche il senso della testimonianza odierna della Chiesa come un illuminare il presente a partire dal suo compimento ultimo nella parusia del Signore. Ma qualcosa va detto anche a riguardo della specificità dell’annuncio paolino, in quanto in esso Luca vede il compimento della missione che Cristo affida agli apostoli, il cui ministero non supera secondo gli Atti i confini della Palestina e si rivolge ai pagani solo nella forma simbolica del giorno di Pentecoste e in quella anticipatrice del battesimo di Cornelio a Cesarea ad opera di Pietro. Soltanto con Paolo l’annuncio diventa davvero universale, secondo una progressività di incontro con le culture che Luca mostra con attenzione. Paolo è il ponte tra le origini della Chiesa e la sua diffusione nel mondo. Nel cammino della missione Luca si preoccupa anzitutto di mostrare come Paolo non si muova secondo proprie scelte ma seguendo le indicazioni dello Spirito, che risulta così pertanto il vero motore della missione cristiana (dalla chiamata nella liturgia ad Antiochia, At 13,1-3, fino a orientare il tracciato geografico dell’itinerario paolino, At 16,6-10). Questa si sviluppa secondo un percorso che dapprima tocca le regioni orientali dell’Asia Minore, per poi volgersi ad occidente e quindi giungere in Europa, dalla Macedonia all’Acaia, per concludersi con la predicazione di Paolo a Roma. In questo percorso, più che l’articolazione geografica, conta come Paolo entri in contatto con la varietà delle forme culturali e religiose del mondo pagano. Si comincia da Cipro, dove il vangelo deve sfidare le arti divinatorie e magiche, per proseguire in Licaonia, dove la verità del vangelo si misura con le forme della religione politeistica tradizionale e popolare. L’ingresso in Europa comporta il primo confronto con le istituzioni dell’impero romano che ne deve riconoscere la legittimità, proseguendo poi verso Atene dove si entra in dialogo e in disputa con il pensiero filosofico del tempo, a cui ci si avvicina nella critica alla religiosità pagana ma da cui ci si distingue nel riferimento non ideologico ma storico della fede cristiana fondata sulla risurrezione di Cristo. La ammissibilità della fede cristiana per il diritto romano torna alla ribalta nelle due tappe di Corinto e di Efeso, dove riappare anche l’inconciliabilità della nuova fede con le idolatrie e i loro intrecci di affari. Accanto a questa lettura della predicazione paolina in rapporto all’ambiente pagano, occorre però riconoscere come gli Atti diano rilievo anche alle modalità con cui essa si pone di fronte al giudaismo, facendo emergere come la fede cristiana si ponga quale compimento delle promesse divine che il giudaismo ha ricevuto come eredità. Il vertice argomentativo di questo confronto è nella predicazione di Paolo ad Antiochia di Pisidia, (At 13,16-49). Paolo ripercorre la storia della salvezza e mostra come essa culmini in Gesù, sottolineando la tipologia Davide-Gesù al fine di proclamare la messianicità di quest’ultimo. Ma a partire dalla risurrezione di Gesù si apre una prospettiva nuova, che estende l’offerta escatologica della salvezza non solo ai giudei ma anche ai pagani. Ma questo universalismo della salvezza che dà compimento alle promesse fatte a Israele viene rifiutato dagli uditori giudei di Paolo. Sono i giudei che si chiudono all’annuncio e non questo, e Paolo con esso, a loro. Nonostante lo scontro di Antiochia, Paolo non cesserà di rivolgersi ovunque anzitutto ai giudei, possibilmente nelle sinagoghe, rispettando la loro priorità nel disegno storico-salvifico divino. Solo alla fine degli Atti, giunto a Roma e ricevuto l’ennesimo rifiuto, Paolo dichiarerà chiuso il tempo di questa priorità nella destinazione della predicazione, pur ribadendo che l’annuncio continua e continuerà ad essere rivolto anche a loro, sebbene il rifiuto da parte della maggioranza dei giudei oggi veda la Chiesa colmarsi della presenza di coloro che erano un tempo pagani (At 28,17-31). L’universalità della salvezza che la Pasqua di Cristo ha introdotto nel mondo trova quindi la sua attuazione nel tragitto della predicazione di Paolo che, aderendo alla tradizione apostolica, diventa lo « strumento [ che il Signore ha] scelto » (At 9,15) mediante il quale il vangelo raggiunge i confini della terra. Sul legame alla tradizione apostolica, cui abbiamo già accennato, merita tornare, per cogliere nel confronto tra i discorsi missionari di Pietro e di Paolo il nucleo cherygmatico che costituisce l’identità della fede e al quale anche oggi dobbiamo guardare nel compito missionario della Chiesa. Ci colpisce anzitutto che il cherygma viene sempre situato all’esordio dei discorsi in una situazione problematica che fa da contesto alla Parola che viene proclamata: la consapevolezza della situazione è un dato vincolante della missione; e per lo più si tratta di fatti concreti che si prestano a più letture e che il predicatore affronta demolendo le interpretazioni false o inadeguate per fare spazio alla vicenda di Gesù di Nazaret come fonte esplicativa della condizione umana. Di Gesù è illuminata la vicenda, la persona, soprattutto la morte e le responsabilità di quanti lo hanno condotto alla croce, essi però per primi chiamati alla salvezza; l’annuncio non si ferma però alla croce, ma tocca il suo vertice nella risurrezione di Gesù, di cui è esaltato il potere salvifico, in quanto essa ristabilisce la giustizia infranta dalla sua condanna; sarà poi l’ascensione-esaltazione a mostrare come dal Risorto nasce una novità di vita che vuole essere comunicata a tutti, giudei e pagani, ed è proiettata verso il futuro escatologico in cui il Signore tornerà ma di cui è possibile fare già esperienza nella Chiesa. In questa presentazione riassuntiva della predicazione petrina e paolina emerge da una parte il carattere radicalmente storico della fede cristiana, fede in un evento e fondamento di una storia nuova, dall’altra il suo radicamento nelle vicende umane di cui è compimento e interpretazione, eludendo ogni riduzione alienante, ideologica e mitologica. Su questi contenuti tradizionali si fonda poi anche una conduzione pastorale della Chiesa altrettanto ancorata alla tradizione. Ne è testimonianza l’annotazione di cronaca con cui si chiudono le tappe del percorso paolino, tutte culminanti nella creazione di una comunità di fede. Luca ci rende noto anche che Paolo torna a visitare le comunità da lui fondate per rafforzarne la fede, come pure si preoccupa di affidarle a delle guide pastorali. Ma del volto di queste comunità si fa interprete il Paolo di Luca in particolare nel discorso di Paolo agli anziani di Efeso a Mileto (At 20,18-35). La comunità che è sorta dall’annuncio ha bisogno non solo della memoria della Parola, ma anche del servizio di governo, che, nella generazione successiva a quella paolina, è nelle mani dei presbiteri. A loro si rivolge Paolo, non solo proponendo se stesso come modello della cura e della dedizione pastorale, ma anche richiamando al compito della vigilanza davanti ai futuri possibili pericoli per il gregge, quando la comparsa di falsi profeti metterà in pericolo la fedeltà alla dottrina e l’autenticità dell’esperienza cristiana e della comunione ecclesiale. Solo il riferimento all’integralità della tradizione apostolica potrà liberare dalle cadute. La dimensione pastorale diventa così in Paolo la continuità necessaria della dimensione missionaria, così come l’incisività storica della predicazione deve sempre misurarsi con la coerenza rispetto alla tradizione apostolica.

3. Paolo, il testimone perseguitato

La terza immagine che gli Atti ci offrono di Paolo è quella del testimone che soffre la persecuzione per la fedeltà a quel vangelo nel quale egli vede realizzata la « speranza d’Israele » e che, perciò, egli annuncia  come compimento escatologico della storia di salvezza. Questa dimensione di Paolo testimone perseguitato occupa l’ultimo tratto della narrazione degli Atti, a partire dal momento in cui, conclusa la sua attività di missionario, egli si congeda dalle Chiese e decide di avviarsi a Gerusalemme per andare incontro a quella che può essere letta come la sua passione (At 19,21). Di questa parte della vicenda del Paolo lucano, merita di essere sottolineato qualche tratto significativo.  Un aspetto certamente singolare sta nel fatto che Luca si è applicato a modellare questa « passione » di Paolo su quella di Gesù. Come il suo Maestro aveva deciso con coraggio e in libertà di salire a Gerusalemme per portare a compimento gli eventi salvifici (Lc 9,51), così l’apostolo decide, in fedeltà al disegno divino e nella forza dello Spirito, di recarsi nella città santa per affrontare il cammino della sua passione (At 19,21), che lo porterà a dare testimonianza a Roma (At 23,11). Se Gesù aveva predetto la sua morte in conformità alla parola profetica (Lc 18,31-33), anche Paolo viene a conoscere dalla parola dei profeti il suo destino di sofferenza (At 21,10-11): « lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni » (At 20,23). Nella prospettiva della sua imminente dipartita, Gesù aveva lasciato agli apostoli il suo « testamento » donando l’eucarestia (Lc 22,14-20) e proponendo loro come modello la sua pro-esistenza: « io sto in mezzo a voi come colui che serve » (Lc 22,27); anche Paolo, mentre sta per distaccarsi dalle sue Chiese, affida loro il suo testamento lasciando in dono a Troade la sua parola apostolica e la frazione del pane, come realtà capaci di ridonare sempre ai credenti conforto e vita (At 20,7-11) e offrendo, nel discorso di Mileto, ai presbiteri, che guideranno le chiese nel tempo subapostolico, il modello della sua vita e della sua cura pastorale (At 20,18-35). Se nel  Getsemani Gesù aveva dovuto affrontare la sua ultima prova e l’aveva superata affidandosi alla volontà del Padre (Lc 22,42), anche Paolo è sottomesso alla prova dalle sue comunità che lo scongiurano di non salire a Gerusalemme (At 21,4.12), ma la sua fedeltà induce queste comunità ad affidarsi al disegno divino con parole simili a quelle della preghiera del Getsemani: « Sia fatta la volontà del Signore! » (At 21,14). È significativo, infine, che le accuse mosse all’apostolo, durante la fase processuale, siano del tutto simili a quelle formulate nel processo contro Gesù (cf. At 24,5 e Lc 23,2; At 24,5 e Lc 23,5; At 17,7 e Lc 23,2) e che, come era avvenuto per Gesù (Lc 23,4.15.22), anche per Paolo le autorità riconoscano e dichiarino per ben tre volte la sua innocenza (At 23,29; 25,25; 26,32). Ma, come per il giusto Gesù (Lc 23,18.21), anche per l’innocente Paolo la folla chiederà la pena di morte (At 21,36; 22,22). Conformato al suo Maestro nell’ultimo atto della sua passione; Paolo diventa in tal modo il modello del discepolo maturo: « Il discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro » (Lc 6,40). In una Chiesa che non ha più la presenza sensibile di Gesù, il Risorto continua a essere presente e visibile attraverso quei « modelli cristici », che sono i discepoli ben preparati e di cui Paolo è come un prototipo. Sembra di sentir risuonare, in questa visione lucana dell’apostolo, l’eco dell’appello fatto dal Paolo delle lettere autentiche: « Diventate miei imitatori, come io sono lo sono di Cristo » (1Cor 11,1). Sull’esempio di Paolo, i discepoli, conformati al Maestro Gesù nel modo di vivere e di patire, possono continuare a manifestare al mondo intero la presenza salvifica del loro Signore. Se, da una parte, nella sua passione Paolo è presentato come il discepolo « ben preparato », dall’altra, proprio nella difficile fase processuale, egli emerge come coraggioso difensore della legittimità dell’annuncio cristiano e poi testimone di Cristo e della salvezza che in lui è offerta a tutti i popoli. L’apostolo giunge al momento dell’arresto e del processo preceduto da una serie di azioni giudiziarie (Filippi: At 16,19-24.35-39; Tessalonica: 17,5-9; Corinto: 18,12-17) nelle quali la sua attività di evangelizzatore è stata dai pagani interpretata come propaganda di costumi non leciti ai romani (At 16,20-21) e dai giudei astutamente presentata come predicazione di un messianismo politico (At 17,7) e di una fede contraria all’ordinamento romano (At 18,13). Continuamente si tenta, di fronte alle autorità romane, di far passare il cristianesimo, da Paolo rappresentato, come una realtà che sconvolge l’assetto sociale e che crea turbativa nell’ordine pubblico. Ma il giudizio delle autorità evidenzia che l’evangelizzazione non è né un delitto né un’azione malvagia penalmente perseguibile (At 18,14) e lascia intendere che si può essere credenti ed evangelizzatori e al contempo buoni cittadini romani, a cui vanno riconosciuti i diritti di cittadinanza (vedi le scuse dei magistrati in At 16,39). Il cristianesimo, che Paolo simboleggia, non è dunque un pericoloso elemento di sovversione ma può godere del riconoscimento e della protezione del diritto romano. Durante il processo le accuse a Paolo si rinnovano. Di fronte all’uditorio giudaico (At 21,28) l’apostolo è presentato come trasgressore della legge e del costume giudaico, quindi come un apostata dalla religione giudaica. Di fronte all’autorità romana (At 24,5-6) egli è mostrato nuovamente come un fomentatore di rivolte e quindi come un sovversivo dell’ordine pubblico e della pax romana. Il lettore degli Atti, che ha seguito la vicenda paolina, sa che queste accuse sono false e sente vera l’affermazione di Paolo: « Non ho commesso colpa alcuna, né contro la Legge dei Giudei né contro il tempio né contro Cesare » (At 25,8). Una volta sgomberato il campo dalle accuse di apostasia dal giudaismo e di pericolosità per l’ordine romano, Paolo nell’ultima solenne apologia di fronte ad Agrippa (At 26) risolve la sua difesa in una testimonianza a Cristo. Se egli è sotto processo è perché egli ha visto realizzarsi nell’evento della risurrezione di Cristo la « speranza d’Israele » in quel Dio che risuscita i morti e, sulla base delle profezie messianiche, ha costantemente testimoniato che in lui « la luce » della salvezza doveva essere annunciata a tutti, a Israele ed anche ai pagani (At 26,22-23). La sua esperienza di fariseo persecutore, trasformato dal Risorto e da lui mandato a evangelizzare le genti, è la garanzia della veridicità della sua testimonianza. Il motivo vero per cui Paolo è sotto processo è dunque la sua qualità di testimone del Risorto e dell’offerta universale di salvezza: la sua autentica difesa non può risolversi che in una rinnovata testimonianza a lui e alla « luce » che il Risorto offre ad ogni uomo. L’accusato a motivo di Cristo si difende testimoniando Cristo e trasforma – secondo la parola stessa di Gesù (Lc 21,13) – la difficile situazione giudiziale in « occasione di dare testimonianza ». Ma testimoniando in tal modo, Paolo, l’accusato, rovescia le parti: sono gli accusatori adesso a diventare accusati. Sono essi a essere posti sotto giudizio, perché non hanno riconosciuto e accolto il compimento della loro speranza e la salvezza, che è loro offerta in Cristo. La figura di Paolo perseguitato che si difende argomentando e testimoniando può diventare paradigmatica anche per i credenti di oggi. In condizioni di incomprensione e talora di tacita ostilità, determinate non da loro carenze o da miopie storiche ma dall’annuncio che essi portano, ai credenti non rimane come difesa che il linguaggio della testimonianza, il linguaggio di una vita profondamente trasformata dal vangelo che proclamano e di un’argomentazione che ne fa risplendere le ragioni. È questa esistenza rinnovata, garanzia di credibilità dell’annuncio, che può giungere ad interrogare chi è in ricerca e a fargli dire – come è successo ad Agrippa di fronte a Paolo -: « Ancora un poco e mi convinci a farmi cristiano! » (At 26,28). Essa può anche suscitare atteggiamenti di difesa in chi non vuole assolutamente cambiare fino a fargli pronunciare giudizi simili a quello di Festo: « Sei pazzo Paolo » (At 26,24). In ogni caso l’azione testimoniale, che garantisce con l’autenticità della vita e con la forza della parola, non può lasciare nell’indifferenza: essa edifica, interroga e inquieta anche chi è inizialmente ostile. Su di essa si è incentrata, fin dalle difficili situazioni degli inizi, la parenesi cristiana: « Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli » (Mt 5,16); « Tenete una condotta esemplare fra i pagani perché, mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere, diano gloria a Dio nel giorno della sua visita » (1Pt 2,12), e ancora: « Se poi doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non sgomentatevi per paura di loro e non turbatevi, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo » (1Pt 3,14-16).

+ Giuseppe Betori
Arcivescovo di Firenze

Omelia per il giorno 26 novembre 2009

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16697.html

Omelia (26-11-2009) 
Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
« Vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande. Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. »

Come vivere questa Parola?
Evocato da Gesù in un quadro di catastrofe cosmica, la lettura del vangelo odierno può sembrare la fine di tutto, la vittoria delle forze negative su quelle del Bene. Ma non è così! Il Signore più volte ha accennato al suo ritorno al termine della storia di questo mondo.
Sì, « le potenze del cielo saranno sconvolte », ma questa è solo la cornice di un quadro dove ciò che positivamente colpisce è l’avvento del Signore « con potenza e gloria grande » (27).
Collocata verso la fine del vangelo di Luca, quest’affermazione di una liberazione che risulta certa e vicina all’uomo di tutti i tempi perché è la vera liberazione da ogni male, suona davvero come un canto di vittoria. E non può, se creduta con piena apertura di cuore, lasciarci nel dubbio e nella grigia rassegnazione.
Noi cristiani non dobbiamo mai porci su un podio di sicurezze e presumere di polemizzare con chi non ha certezze di fede né, quindi, speranza. Non ci liberiamo da noi stessi, né è la nostra bravura a riscattarci dal male. Ma è Gesù « il Figlio dell’uomo » perché Figlio di Dio e della carne di Maria, che con la potenza della sua morte e risurrezione ci ha aperto il passo alla liberazione. Si tratta della liberazione dal peccato ogni volta che ricorriamo alla forza della sua grazia e della liberazione da eventi catastrofici finali.

Tu, io, noi che desideriamo credere e vivere ogni giorno coerentemente a questa fede in Gesù morto e risorto, possiamo e dobbiamo risultare, tra gli altri, come uomini veramente liberi.

Signore, rendimi proteso al bene nel mio quotidiano e fa’ che da te mi lasci liberare, con gioia, dalle schiavizzanti forze del male.

La voce di un dottore della Chiesa
Su queste nubi viene il Cristo, viene su una nube nel Cantico dei Cantici, su una nube serena, rifulgendo della letizia di uno sposo (cf Ct 3,6,11), viene anche su una nube leggera avendo preso carne dalla Vergine (cf Is 19,1): e il profeta l’ha veduto venire da Oriente come una nube. E giustamente ha chiamato nube leggera colei che non era appesantita da manchevolezze terrene.
S. Ambrogio 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 novembre, 2009 |Pas de commentaires »
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