LA «LITURGIA DELLE ORE»: PREGHIERA DI CRISTO E DELLA CHIESA

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LA «LITURGIA DELLE ORE»: PREGHIERA DI CRISTO E DELLA CHIESA 

di Matias Augé

In queste pagine vogliamo illustrare la natura della Liturgia delle Ore (= LdO) come preghiera di Cristo e della Chiesa. Si tratta, in fondo, di descrivere i tratti essenziali di una teologia dell’Ufficio divino. Iniziamo indicando, in primo luogo, i principali documenti magisteriali che si sono occupati dell’argomento dal concilio Vaticano II in poi, da considerarsi perciò fonte privilegiata della nostra riflessione; in secondo luogo, forniamo alcuni ragguagli sul metodo con cui intendiamo organizzare il nostro discorso.
La Costituzione Sacrosanctum concilium (= SC) del Vaticano II dedica il c. IV all’Ufficio divino; nei due primi numeri di questo capitolo (SC 83-84) troviamo una breve sintesi dottrinale sulle dimensioni ecclesiologica e cristologica della LdO. In seguito, riprendono e sviluppano la stessa tematica la Costituzione apostolica Laudis canticum (= LC), con cui Paolo VI promulga il 1 novembre del 1970 la Liturgia delle Ore, rinnovata dopo il Vaticano II, e i Principi e norme per la Liturgia delle Ore (= PNLO) pubblicati in volume a parte il 2 febbraio del 1971, e poi inseriti, assieme alla Costituzione apostolica, all’inizio del primo volume dell’edizione tipica del libro della Liturgia delle Ore, libro pubblicato dalla Congregazione per il culto divino l’11 aprile del 1971. È stato detto che i PNLO sono uno dei documenti
«più importanti, se non il più prestigioso, di tutta la riforma liturgica postconciliare. Un vero trattato teologico, pastorale, ascetico, liturgico sulla preghiera, sul significato della Liturgia delle Ore e delle parti di cui si compone»[1].
Da un punto di vista del metodo da seguire, il nostro discorso potrebbe partire dalla prospettiva della celebrazione liturgica o dalla prospettiva della preghiera o, forse meglio ancora, dalla prospettiva della preghiera liturgica in quanto è vera celebrazione rituale. Nei non numerosi approfondimenti sulla nostra tematica che sono stati pubblicati in questi ultimi decenni[2], notiamo il più delle volte una specie di dicotomia, per cui la LdO è considerata semplicemente o prevalentemente come celebrazione liturgica o, nel caso contrario, viene ridotta quasi esclusivamente alla dimensione generica di preghiera (ufficiale) della Chiesa. Lo stesso Catechismo della Chiesa cattolica (= CCC) non sembra che sia sfuggito a questa tentazione. Infatti il tema della preghiera della Chiesa viene affrontato in due momenti diversi: nella parte seconda, dedicata alla «celebrazione del mistero cristiano», si parla ampiamente della LdO, e nella parte quarta, dedicata alla «preghiera cristiana», si approfondisce il tema più generale della preghiera nella vita della Chiesa, vista soprattutto nella prospettiva personale, mentre alla LdO si fa soltanto un fugace riferimento. Più che di un doppione, si tratta piuttosto di una mancanza di osmosi tra le due trattazioni che, in ogni caso, dovrebbero essere lette in un’ottica di complementarità[3].
1. La Liturgia delle Ore è una celebrazione liturgica
Notiamo che i PNLO, al n. 10, considerano la LdO «tra le altre azioni liturgiche». La preghiera pubblica della Chiesa è una celebrazione liturgica vera e propria e, in quanto tale, è un evento rituale che introduce i partecipanti nel mistero storico-salvifico di Cristo. Dalle sue origini, caratteristica propria della LdO è quella di segnare il tempo della giornata con incontri e scadenze fissate in momenti significativi; incontri che sono da considerarsi vere celebrazioni di preghiera. Ci si permetta a questo proposito ricordare molto brevemente, a modo di flash, alcuni dati della storia[4]. Essa ci insegna che la LdO come celebrazione e il suo sviluppo nel corso dei secoli appaiono strettamente collegati all’evolversi della specifica riflessione ecclesiologica.
Incontriamo una prima epoca, dal IV-V sec. in poi, in cui tempo, preghiera e celebrazione si fondono in maniera armonica. È l’epoca in cui le due grandi tradizioni della LdO, quella cattedrale e quella monastica, pur distinguendosi, s’incontrano e si arricchiscono reciprocamente. In questa prima tappa, l’Ufficio divino è inteso come la preghiera oraria celebrata dalle comunità cristiane. In una seconda tappa di questa storia – che inizia dopo il sec. IX, si consolida nel corso del sec. XIII, e sostanzialmente perdura fino al sec. XX – vediamo che comincia a venir meno uno dei fattori principali della celebrazione: il soggetto comunitario. Con l’emergere e lo stabilizzarsi di un’immagine di Chiesa clericale, l’Ufficio divino, che poi si chiamerà Breviario, si avvia a divenire non solo preghiera individuale ma anche compito proprio e quasi esclusivo del clero e dei monaci. Decaduta l’ecclesiologia che la sostentava, l’evoluzione ha offuscato seriamente l’immagine della Chiesa come comunità orante e la testimonianza della preghiera fatta unanimemente (cf. At 2,42), come suo compito primario e una delle espressioni fondamentali della sua vita.
Con il privatizzarsi della LdO la dimensione celebrativa dell’Ufficio divino è stata sacrificata in favore del suo valore ascetico e didattico-pedagogico e ordinata a nutrire la preghiera quotidiana del clero e dei monaci. Per sua natura, però, la LdO non usa solo il linguaggio delle parole, ricorre anche al canto e ai silenzi, ai gesti e alle azioni, ai tempi e agli spazi, alle cose e alle persone. Contro ogni concezione dualistica, bisogna affermare inoltre che la LdO si può e si deve esprimere anche attraverso il linguaggio del corpo, come semplice presenza davanti a Dio del soggetto in atteggiamento orante. Afferma R. Guardini:
«Ciò che opera nell’azione liturgica, che prega, offre e agisce non è l’anima, non l’interiorità, bensì l’uomo: è l’uomo intero che esercita l’attività liturgica»[5].
D’altra parte, ciò si può e si deve affermare anche della preghiera in generale: in seguito alla separazione cartesiana di res cogitans e res extensa, il pensiero moderno tende talvolta a vedere il pregare prevalentemente come un accadimento dell’interiorità e perciò non corporeo; certo, la preghiera comincia nella quiete del cuore ma, nella misura in cui accade come linguaggio, accade anche in modo corporeo[6].
Come abbiamo accennato sopra, la parte quarta del CCC fa soltanto un fugace riferimento alla LdO per affermare che essa è proposta dalla tradizione della Chiesa come uno dei «ritmi di preghiera destinati ad alimentare la preghiera continua» (n. 2698). Il CCC parla invece appositamente della LdO nella parte seconda che ha come argomento «La celebrazione del mistero cristiano», in concreto nel c. II che si occupa della «celebrazione sacramentale del mistero pasquale» (nn. 1174-1178). Notiamo, quindi, che il CCC, pur non essendo riuscito ad armonizzare LdO e preghiera, considera giustamente la LdO come vera e propria celebrazione liturgica. Così pure il Codex iuris canonici (= CIC) si occupa della LdO nel Libro IV sulla «Funzione santificatrice della Chiesa», in concreto nei Cann. 1173-1175 della parte seconda che si interessa degli «altri atti del culto divino». Non si tratta di osservazioni insignificanti, ma di scelte metodologiche precise di cui dobbiamo tener conto in ordine a ricuperare la dimensione celebrativa della LdO.
Stabilito che la LdO è vera celebrazione liturgica, possiamo affermare anche che essa è, come ogni celebrazione liturgica, azione di Cristo e della Chiesa (cf. SC 7). È quanto affermano i PNLO: la LdO «è principalmente preghiera di lode e di supplica, e precisamente preghiera della Chiesa con Cristo e a Cristo» (n. 2). È, però, una celebrazione liturgica che ha una sua specificità, come si dice più avanti in PNLO 10, riprendendo concetti espressi da SC 83-84: la LdO «tra le altre azioni liturgiche, ha come sua caratteristica per antica tradizione cristiana di santificare tutto il corso del giorno e della notte». È nota tipica e caratteristica della LdO che essa si svolga intimamente unita al ritmo del tempo. Si tratta di un dato della storia che ha una valenza teologica. Il tempo è il «terreno» della parola orante. Riscoperta la dimensione celebrativa della LdO, viene messa in risalto anche la sua dimensione segnica, il che comporta ricollocare la preghiera delle ore dentro il disegno naturale del tempo, dentro le sue ordinate scansioni: un segno è sempre tale dentro un disegno, come un testo è sempre tale dentro un contesto. Le figure del tempo vengono assunte nella prospettiva cristiana come simboli del tempo salvifico-cristologico. I simboli sono significanti, non convenzionali, dotati di una certa affinità con la realtà significata, e quindi sono capaci di sintonizzare con essa i ritmi antropologici, a livello sia biologico che affettivo. Così, ad esempio, la relazione mattino-lode o sera-abbandono fiducioso[7]. Si potrebbe dire che la preghiera delle «ore» appare e si realizza come «sacramento della vita»[8].
2. La Liturgia delle Ore è preghiera di Cristo
Cristo, come uomo, è il primo orante, l’adoratore perfetto del Padre, l’intercessore più vicino e più efficace dell’umanità davanti a Dio. La preghiera di Gesù è orazione del Figlio che, dal profondo della sua propria identità, si rivolge a Dio come Abbà, Padre. La preghiera introduce Gesù nel cuore di un’intimità unica e personalissima con il Padre e, al tempo stesso, essa scaturisce dalla comunione con lui. La natura della preghiera cristiana è fondata sul fatto che è partecipazione dell’amore del Figlio verso il Padre, e di quelle orazioni e suppliche che egli, durante la vita terrena, ha espresso con le sue parole, anche nella sofferenza (cf. Eb 5,7), e che ora nella gloria non cessa mai di elevare al Padre per noi (cf. Eb 7,25) e insieme con noi nella comunione dello Spirito Santo (cf. Rm 8,15.26). Tale mistero di comunione con la preghiera di Cristo risorto (cf. Rm 8,34; Eb 7,25; 1Gv 2,1) si attua in noi per la potenza dello Spirito Santo effuso nei nostri cuori. Ecco quindi che la dimensione cristologica della preghiera dischiude quella trinitaria e quindi anche quella pneumatologica nonché è a fondamento, come vedremo più avanti, della dimensione ecclesiale della preghiera stessa.
La celebrazione della LdO, come ogni altra celebrazione liturgica, ha carattere anamnetico: è memoria efficace della preghiera di Cristo dilatata al suo corpo che è la Chiesa. Essa la realizza e la rende efficacemente presente: l’ecclesialità della LdO, come di ogni altra forma di preghiera, è fondata sul suo presupposto cristologico. Cristo continua l’«ufficio sacerdotale per mezzo della sua stessa Chiesa, che loda il Signore incessantemente e intercede per la salvezza del mondo intero non solo con la celebrazione dell’eucaristia, ma anche in altri modi, specialmente con la recita dell’Ufficio divino» (SC 83). Questa dottrina viene ripresa e sviluppata dai PNLO 15:
«Nella Liturgia delle Ore la Chiesa, esercitando l’ufficio sacerdotale del suo capo, offre a Dio “incessantemente” (1Ts 5,17) il sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome (cf. Eb 13,15). Questa preghiera è “la voce della stessa sposa che parla allo sposo, anzi è la preghiera che Cristo, unito al suo corpo, eleva al Padre” (SC 84)».
È quindi lo stesso Cristo a conferire alla preghiera della Chiesa tutto il suo profondo valore salvifico e la sua vera dimensione cultuale. Cristo è il punto di riferimento di tutta l’attività orante della Chiesa.
La nostra preghiera si dice «cristiana» non perché, o non in primo luogo, perché modellata su quella di Cristo o perché da lui insegnata, ma molto più profondamente perché egli ne diviene il principio primo, tanto da poter dire: non siamo noi a pregare, ma è Cristo che prega in noi. Infatti la preghiera della Chiesa è possibile come preghiera cristiana in quanto «un vincolo speciale e strettissimo intercorre tra Cristo e quegli uomini che egli per mezzo del sacramento della rigenerazione unisce a sé come membra del suo corpo, che è la Chiesa» (PNLO 7). Se possiamo invocare Dio come «Padre» è perché nel Figlio, mediante il battesimo, siamo incorporati e adottati come figli di Dio (cf. CCC 2798). L’iniziazione cristiana è quindi anche iniziazione alla preghiera di Cristo. La preghiera dei battezzati, poi, è da considerarsi esercizio del sacerdozio battesimale, per cui siamo stati abilitati al culto[9].
Cristo è al centro della nostra preghiera perché è indissolubilmente unito a noi, come lo sposo alla sposa, come il capo al corpo. Afferma Agostino:
«[Gesù Cristo] è il capo, noi il corpo. Noi dunque preghiamo rivolti a lui; preghiamo per mezzo di lui e in lui. Noi preghiamo insieme con lui ed egli prega con noi. Noi diciamo in lui ed egli dice in noi la preghiera di questo salmo…»[10].
Senza la presenza del Signore che unisce come pontefice le sponde della terra e del cielo, la nostra preghiera non potrebbe arrivare fino al Padre. D’altra parte, per la comunione con Cristo, capo dell’umanità, e per la solidarietà della Chiesa con tutti gli uomini, la preghiera ecclesiale raccoglie le preghiere di tutti gli uomini e trasforma in lode e offerta tutte le situazioni umane, intercede per la salvezza di tutti e feconda misteriosamente la vita e le opere dell’umanità per l’avvento del regno di Dio. Come afferma Paolo VI nella LC 8:
«La preghiera cristiana è anzitutto implorazione di tutta la famiglia umana, che Cristo associa a se stesso»[11].
Il nostro canto rende udibile il canto di Cristo; la nostra preghiera di lamento dà concretezza alla protesta del Cristo contro il male di questo mondo; la nostra preghiera dei salmi, rende attuale e sperimentabile la salmodia di Cristo, non solo quella della sua vita mortale, ma anche quella attuale come Signore glorioso. La comunità cristiana che prega è da considerarsi come un segno efficace, una specie di «sacramento» della preghiera che risuona anche oggi nel cuore del Cristo glorioso e che così può farsi percepibile su questa terra per mezzo della sua comunità. Chi realizza questa mutua presenza tra Cristo e la sua comunità orante è lo Spirito Santo, che «è lo stesso in Cristo, in tutta la Chiesa e nei singoli battezzati» (PNLO 8). È lui che nel cuore umano edifica il tempio della gloria del Padre, «viene in aiuto della nostra debolezza» e «intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili» (Rm 8,26); è lo Spirito del Figlio che, «mandato nei nostri cuori», eleva dall’intimo il grido: «Abbà, Padre!» (Gal 4,6; Rm 8,15); è lo Spirito che accompagna la sposa nella sua invocazione allo sposo: «Vieni, Signore Gesù» (Ap 22,17.20; 1Cor 16,22).
Se Gesù orante manifesta esistenzialmente la sua realtà ontologica di totale e vitale immersione nel mistero del Padre nello Spirito, possiamo parlare di una dimensione trinitaria della LdO. Anzi, si potrebbe affermare in qualche modo che la stessa Trinità, l’unione del Padre con il Figlio nello Spirito, è la forma primigenia di preghiera. La preghiera cristiana partecipa dell’amore del Figlio per il Padre e della preghiera che di questo amore costituisce l’espressione. Lo Spirito Santo, donato alla Chiesa, è questo amore che «unificando tutta la Chiesa, per mezzo del Figlio la conduce al Padre» (PNLO 8)[12]. La preghiera della Chiesa è, quindi, partecipazione alla comunicazione che avviene incessantemente all’interno della Trinità. La preghiera – in particolare, nel nostro caso, la lode e la dossologia – è prolungamento e attualizzazione nella Chiesa della comunione dialogica tra le tre persone, ossia partecipazione alla stessa vita trinitaria.
Se prendiamo in considerazione lo schema trinitario tipico della teologia greca, vediamo che tutto parte dal Padre, tutto si attua per mezzo del Figlio, poi con lo Spirito Santo si risale su e per il Figlio si ritorna al Padre. Questo schema teologico riflette il movimento reale della storia della salvezza. È quindi Dio che apre il dialogo di sua iniziativa, e inizia un rapporto che è dono suo. E quanto afferma con altre parole SC:
«Il sommo sacerdote della nuova ed eterna alleanza, Cristo Gesù, prendendo la natura umana, ha introdotto in questo esilio terrestre quell’inno che viene eternamente cantato nelle sedi celesti. Egli unisce a sé tutta la comunità degli uomini, e se l’associa nell’elevare questo divino canto di lode» (SC 83; cf. anche PNLO 3).
Il «proprium» della preghiera cristiana, a partire dal quale soltanto si può intendere la sua articolazione, è il fatto di non essere una preghiera che sale istintivamente dal cuore dell’uomo, ma una preghiera «donata».
3. La Liturgia delle Ore è preghiera della Chiesa
Nel paragrafo precedente abbiamo visto come non si può parlare della preghiera di Cristo senza coinvolgere nel discorso la preghiera dei fedeli cristiani. Se l’orazione di Cristo è espressione della sua unione personale con il Padre, e la preghiera dei cristiani, seguendo il suo esempio e il suo mandato, è anche espressione di comunione vitale con Dio e con tutti gli uomini, ne consegue che la preghiera cristiana è essenzialmente comunitaria e quindi ecclesiale, anche quando essa si svolge nel segreto della propria camera (cf. Mt 6,6). Anche nei momenti di preghiera più intima, il cristiano deve conservare un’apertura verso la comunità ecclesiale e verso l’intera umanità. Non è possibile essere in comunione con Dio e immergersi nel mistero del Cristo senza prendere coscienza che questo Dio è il Padre di tutti gli uomini e che Cristo è il Salvatore universale. Ogni preghiera cristiana è fatta sempre da un membro della Chiesa, per Cristo, nello Spirito. Dobbiamo aggiungere, però, che, in ogni caso, la celebrazione in comune della LdO rappresenta sempre un valore aggiunto, in quanto «manifesta più chiaramente la [sua] natura ecclesiale» (PNLO 33).
Che la LdO non sia solo preghiera del clero (e dei monaci), ma vera e propria celebrazione ecclesiale, è una convinzione che, dopo secoli di pratico oblio, si è imposta soprattutto nel corso del movimento liturgico classico e ha trovato autorevole conferma nei documenti del Vaticano II nonché nella riforma da esso promossa[13]. Contro una visione ecclesiologica ristretta in senso clericale, che rischiava di ridurre la Chiesa alla sola gerarchia, il Vaticano II, ricollegandosi all’antica tradizione cristiana, ha compreso la Chiesa di nuovo come soggetto comunitario che è costituito dall’intero popolo di Dio[14]. Orbene, la comunità dei credenti diviene un soggetto comunitario attraverso l’ascolto comune della parola di Dio, attraverso la partecipazione alla celebrazione liturgica dei misteri della salvezza e alla preghiera comune nonché attraverso l’esperienza della vita fraterna comunitaria. Il soggetto Chiesa costituito in questo modo non è dunque un’ipostasi separabile dalla concreta comunità dei credenti[15].
In questo particolare settore, si capisce meglio il progresso dottrinale compiuto dai PNLO, se vengono confrontati con l’impostazione dottrinale dei documenti magisteriali precedenti, compresi gli stessi documenti del Vaticano II[16]. Prendiamo come punto di confronto il solo documento del magistero pontificio, anteriore al concilio, che si è occupato in modo significativo della teologia della LdO, e cioè l’Enciclica Mediator Dei (= MD) di Pio XII (20.11.1947). All’inizio della parte terza, MD parla del «fondamento teologico» dell’Ufficio divino[17]. Per meglio valutare però l’impostazione dottrinale della MD, è utile ricordare prima alcuni principi proposti dall’attuale CIC.
Il Can. 834, § 2, del CIC, attenendosi al Can. 1256 del Codice precedente, delinea il concetto di culto liturgico, mettendone in rilievo le tre condizioni richieste tradizionalmente, e cioè il culto liturgico è tale «quando esso viene reso in nome della Chiesa, da parte di persone legittimamente a ciò deputate e mediante gli atti (libri) approvati dall’autorità della Chiesa stessa». MD riprende questi concetti giuridici e li applica alla LdO:
«L’Ufficio divino è, dunque, la preghiera del corpo mistico di Cristo, rivolta a Dio a nome di tutti i cristiani e a loro beneficio, essendo fatta dai sacerdoti, dagli altri ministri della Chiesa e dai religiosi, a ciò dalla Chiesa stessa delegati»[18].
Sembra che si dovrebbe concludere da queste affermazioni che l’Ufficio divino è preghiera del corpo mistico di Gesù Cristo solo quando viene celebrato da sacerdoti, ministri e religiosi a tale compito delegati. È evidente che sotto tutto questo non vi è soggiacente nessuna reale teologia, ma solo una semplice visione giuridica, applicata a realtà teologiche[19]. Il Vaticano II nella SC ripete sostanzialmente la stessa dottrina:
«Il divino Ufficio, secondo l’antica tradizione cristiana, è costituito in modo da santificare tutto il corso del giorno e della notte per mezzo della lode di Dio. Quando poi a celebrare debitamente quel mirabile canto di lode sono i sacerdoti e altri a ciò deputati per incarico della Chiesa, o i fedeli che pregano insieme col sacerdote nella forma approvata, allora è veramente la voce della sposa stessa che parla allo sposo, anzi è preghiera di Cristo che, unito al suo corpo, rivolge al Padre» (SC 84).
Notiamo però una novità importante in questo testo conciliare, se confrontato con quello anteriore della MD, ed è l’inclusione dei «fedeli che pregano insieme col sacerdote». In ogni modo, la mentalità dell’insieme del testo è sempre prevalentemente quella giuridica del CIC.
I PNLO compiono un significativo passo avanti, quando da un’impostazione che fin qui appare per lo più giuridica passano a un’impostazione di tipo strettamente teologico. Alla LC di Paolo VI. che afferma che l’Ufficio è «preghiera di tutto il popolo di Dio», fa eco la PNLO che esordisce con queste parole: «La preghiera pubblica e comune del popolo di Dio è giustamente ritenuta tra i principali compiti della Chiesa» (PNLO 1). E più avanti: «La Liturgia delle Ore, come tutte le altre azioni liturgiche, non è un’azione privata, ma appartiene a tutto il corpo della Chiesa» (PNLO 20). E verso la fine del documento, si afferma ancora: «La lode della Chiesa non è riservata, né per la sua origine, né per la sua natura, ai chierici o ai monaci, ma appartiene a tutta la comunità cristiana» (PNLO 270). Ecco perché i ministri sacri devono curare che «i fedeli siano invitati e siano istruiti con opportuna catechesi a celebrare in comune, specialmente nei giorni di domenica e di festa, le parti principali della Liturgia delle Ore» (PNLO 23).
Stabilito il principio teologico secondo cui la comunità intera è il soggetto primario della LdO, in PNLO 28-32 si parla del «mandato di celebrare la Liturgia delle Ore». In questo caso, però, il mandato o «deputazione» fatta ai ministri sacri (e ai religiosi) sta a indicare il livello ecclesiale della LdO. Infatti la Chiesa li deputa alla celebrazione della LdO «perché il compito di tutta la comunità sia adempiuto in modo sicuro e costante almeno per mezzo loro, e la preghiera di Cristo continui incessantemente nella Chiesa» (PNLO 28). La dimensione ecclesiale della LdO non è quindi legata a un mandato della Chiesa, ma è strettamente connessa con la deputazione alla preghiera insita nel battesimo e che riguarda perciò tutti i cristiani. Così si esprime autorevolmente il CCC dopo aver affermato – citando SC 98 – che la LdO è la preghiera pubblica della Chiesa: «Nella quale i fedeli (chierici, religiosi, laici) esercitano il sacerdozio regale dei battezzati» (CCC 1174). Notiamo che col termine «fedeli» vengono indicati sia i laici che i religiosi e i chierici[20].
A conferma di tutto ciò, si abbia presente che la LdO è preghiera della Chiesa anche quando la comunità orante è formata eventualmente da soli laici: «Anche i laici riuniti in convegno, sono invitati ad assolvere la missione della Chiesa, celebrando qualche parte della Liturgia delle Ore» (PNLO 27 [corsivi miei]; cf. n. 32; CIC, can. 230, § 3). In questo caso, in mancanza del sacerdote o del diacono, un laico può quindi «presiedere» la celebrazione della LdO (cf. PNLO 258). I laici esercitano questa presidenza in virtù del loro sacerdozio battesimale (cf. CCC 1669).
Dopo quanto abbiamo detto, è evidente che il soggetto orante – ministro sacro, religioso o fedele laico – si deve autocomprendere anzitutto come Chiesa, come membro del popolo di Dio e, in concreto, come soggetto che forma parte di una assemblea. I PNLO 20, applicano questo principio generale alla LdO per esaltarne la sua celebrazione comunitaria:
«Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa, che è “sacramento di unità”, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi» (SC 26).
4. Considerazioni conclusive
Paolo VI nella LC afferma:
«Rinnovata […] e restaurata completamente la preghiera della santa Chiesa secondo la sua antichissima tradizione, e tenuto conto delle necessità del nostro tempo, è davvero auspicabile che essa pervada profondamente, ravvivi, guidi ed esprima tutta la preghiera cristiana e alimenti efficacemente la vita spirituale del popolo di Dio» (LC 8).
Alla luce di queste parole, possiamo dire che quanto abbiamo esposto sulla LdO deve interpretarsi nel contesto di un’adeguata teologia della preghiera cristiana. Oggettivamente, dato il suo carattere normativo, il contenuto della preghiera liturgica si accorda perfettamente con l’ideale della preghiera cristiana. Quando la Chiesa afferma che una preghiera è liturgica, garantisce che quel testo particolare manifesta la sua coscienza di comunità orante. Naturalmente, questo non esclude che altri testi, anche le preghiere delle persone umili e senza cultura, siano preghiere veramente ecclesiali e rivelatrici della coscienza orante della Chiesa. L’atto giuridico del riconoscimento ufficiale della Chiesa è da considerarsi conseguente alla realtà oggettiva preesistente di cui è garanzia.
Il mistero della preghiera cristiana è una realtà unitaria, globale. L’ultima parte di SC 83 si esprime con queste parole: Cristo Gesù «continua questo ufficio sacerdotale per mezzo della sua stessa Chiesa, che loda il Signore incessantemente e intercede per la salvezza del mondo intero non solo con la celebrazione dell’eucaristia, ma anche in altri modi, specialmente [aliis modis, praesertim] con la recita dell’Ufficio divino» (SC 83). Le parole che abbiamo scritto in corsivo non erano presenti nei due primi schemi della Costituzione liturgica; sono state aggiunte sotto richiesta di un padre conciliare affinché non si dimentichi «illa oratio Ecclesiae, quae fit sine intermissione per totum orbem a populo christiano, tum communiter, tum privatim a singulis»[21].
La preghiera liturgica realizza ed esprime in modo eminente ed esemplare (praesertim) il mistero della preghiera cristiana. Perciò la LdO non esclude altre forme di preghiera; è da considerarsi però la norma o criterio di ogni preghiera cristiana perché è una preghiera eminentemente biblica, oggettiva e tradizionale. L’Ufficio divino assicura una struttura che modella, nutre e modera la preghiera privata e che, a sua volta, la preghiera privata può rendere più interiore, personale e intensa. Si può ben dire che ogni forma di preghiera nella Chiesa ha il suo referente cristologico ed ecclesiologico nella LdO.
Finalmente, la LdO esprime con il suo linguaggio legato al ritmo del giorno e della notte, quella stessa logica di unità profonda tra vita e preghiera che i sacramenti perseguono nell’arco della vita intera del credente nei suoi passaggi fondamentali (dall’iniziazione all’unzione degli infermi)[22].

[1] Riferito nel libro-memoria sulla riforma liturgica di A. Bugnini, La riforma liturgica 1948-1975, CLV-Ed. Liturgiche, Roma 1983, p. 512.
[2] Qualche anno fa, io stesso ho affrontato questo argomento nel volume La Liturgia delle ore scuola ecclesiale di preghiera. Atti del XLII Convegno liturgico-pastorale dell’A.L.F.S. Cuore Opera della Regalità di N.S.G.C. (Roma, 20-22 febbraio 2001), Centro Ambrosiano, Milano 2001, pp. 29-42. Il presente contributo rappresenta una profonda ristrutturazione della precedente riflessione, sia per quanto riguarda il metodo che il contenuto. Tra gli autori che più ci sono spesi nell’approfondimento della teologia della LdO, è degno di menzione S. Marsili (cf. gli studi citati più sotto, alla nota 16 e 19).
[3] Cf. D. Sartore, Liturgia e preghiera nel Catechismo della Chiesa cattolica. Confronto tra la seconda e la quarta parte, in «Rivista Liturgica» 81 (1994) 753-763.
[4] Cf. A. Catella, Modelli storici di riforma dell’«Officium divinum», in Liturgia delle ore. Tempo e rito. Atti della XXII Settimana di studio dell’APL (Susa [TO], 29 agosto-3 settembre 1993), CLV-Ed. Liturgiche, Roma 1994, pp. 107-140.
[5] R. Guardini, Formazione liturgica. Saggi, Edizioni OR, Milano 1988, p. 21.
[6] Cf. B. Casper, Evento e preghiera. Per un’ermeneutica dell’accadimento religioso, CEDAM, Padova 2003, pp. 89-91.
[7] Cf. A. Rizzi, Tempo e liturgia, in Il tempo, EDB (= PSV 36), Bologna 1997, pp. 326-328.
[8] Cf. V. Croce, Cristo nel tempo della Chiesa. Teologia dell’azione liturgica, dei sacramenti e dei sacramentali, LDC, Leumann (TO) 1992, p. 536.
[9] Tommaso d’Aquino parla di una «deputazione» del battezzato «al culto divino» (cf. Somma Teologica III, q. 63, a. 6, ad 2).
[10] Agostino, Esposizioni sui salmi 85, 1: CCL 39, 1176 (ed. it. Nuova Biblioteca Agostiniana, Città Nuova, Roma 1965ss).
[11] Su tutto ciò cf. J. Castellano Cervera, La Chiesa in preghiera, in E. Ancilli (ed.), La preghiera. Bibbia, teologia, esperienze storiche, vol. 1, Città Nuova, Roma 1988, pp.107-145.
[12] Cf. A. Grillo, Tempo e preghiera. Dialoghi e monologhi sul «segreto» della Liturgia delle Ore, EDB, Bologna 2000, p. 72.
[13] Cf. E.J. Lengeling, Dialog zwischen Gott und Mensch in der «Liturgia Horarum», in P. Jounel – R. Kaczynski – G. Pasqualetti (edd.), Liturgia opera divina e umana. Studi sulla riforma liturgica offerti a S.E. mons. Annibale Bugnini in occasione del suo 70o compleanno, CLV-Ed. Liturgiche, Roma 1982, pp. 533-571. L’autore raccoglie alcune testimonianze al riguardo.
[14] Si veda, in particolare, il c. II sul «popolo di Dio» della Lumen gentium.
[15] Sull’argomento c’è un’abbondante letteratura. Qui mi limito a rimandare allo studio di G. Tangorra, Dall’assemblea liturgica alla Chiesa. Una prospettiva teologica e spirituale, EDB, Bologna 1999.
[16] Sull’argomento, cf. S. Marsili, Aspetto «ecclesiale» e «personale» della Liturgia delle Ore, in La preghiera della Chiesa. Atti della I Settimana di studio dell’APL (Bergamo, 4-8 settembre 1972), EDB, Bologna 1974, pp. 57-76.
[17] Leggiamo il testo in C. Braga – A. Bugnini (edd.), Documenta ad instaurationem liturgicam spectantia (1903-1963), CLV-Ed. Liturgiche, Roma 2000.
[18] (Corsivi miei). «Est igitur “Divinum officium”, quod vocamus, mystici Iesu Christi corporis precatio, quae christianorum omnium nomine eorumque in beneficium adhibetur Deo, cum a sacerdotibus aliisque Ecclesiae ministris et a religiosis sodalibus fiat, in hanc rem ipsius Ecclesiae instituto delegatis» (Braga – Bugnini [edd.], Documenta ad instaurationem, cit., n. 2001).
[19] Cf. S. Marsili, Preghiera comune – preghiera della Chiesa, in «Rivista Liturgica» 62 (1975) 321.
[20] Il fatto che l’intera comunità cristiana sia soggetto della LdO non vuol dire che in seno alla comunità i ministri ordinati e i consacrati non abbiano motivi speciali per partecipare in modo più frequente e inteso alla preghiera delle ore. Anzi, in essa trovano un elemento caratteristico della loro spiritualità (cf. J. Aldazábal, Attori della preghiera, in J. Aldazabal – A. Altisent – P. Farnés – R. Grandez – P. Tena (edd.), La lode delle ore. Spiritualità e pastorale, LEV, Città del Vaticano 1996, pp. 7-33).
[21] Cf. F. Gil Hellín, Concilii Vaticani II Synopsis: Constitutio de Sacra Liturgia «Sacrosanctum concilium», LEV, Città del Vaticano 2003, pp. 248-251.
[22] Cf. E. Bargellini, Liturgia delle Ore: elemento unificante dell’esperienza spirituale, in «Vita Monastica» 214 (2000) 13.

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