L’ESPERIENZA DEL CROCIFISSO IN SAN PAOLO APOSTOLO

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L’ESPERIENZA DEL CROCIFISSO IN SAN PAOLO APOSTOLO

Pensiero Passionista – Maggio/Giugno 2009
 

Il 29 giungo di quest’anno termina l’Anno Giubilare Paolino indetto dal papa per celebrare il bimillenario della nascita di Paolo apostolo, supposta intorno all’8 d.C. Siccome da diversi mesi stiamo riflettendo sul suo insegnamento circa il Cristo Crocifisso, mi sembra opportuno riflettere per una volta sulla sua esperienza personale del Crocifisso. La teologia di Paolo è frutto delle sue riflessioni illuminate dallo Spirito Santo sul mistero di Gesù di Nazareth, ma nello stesso tempo anche della sua esperienza personale del mistero pasquale.

In Cristo il mistero pasquale consiste nella realtà inscindibile della sua morte e risurrezione. Egli muore in abbandono d’amore al Padre per la salvezza del mondo. Il suo morire è l’atto più vitale immaginabile. La risurrezione lo rivela e lo conferma come tale, perché è un’esigenza e conseguenza di quella morte, e in essa in qualche modo precontenuta, come dimostra il vangelo della passione secondo Giovanni.

A livello teologico possiamo disquisire su che cosa sia più importante o meno importante, sia prima o sia dopo. Sul piano della fede, la risurrezione è più importante della morte, come Paolo stesso spiega nel capitolo 15 della prima lettera ai Corinzi.

Per la vita quotidiana dei cristiani è più importante la passione, perché è questa che noi sperimentiamo in concreto nella nostra situazione terrestre, mentre la risurrezione la sperimentiamo nella fede e nella speranza. Per questo la spiritualità della passione è una dimensione essenziale di ogni spiritualità cristiana.

In ogni caso bisogna affermare che secondo il disegno divino la salvezza umana si realizza nella morte e risurrezione di Cristo, mistero unico e inscindibile. Come tale il mistero si è realizzato in Cristo e tende a riprodursi nei credenti per opera dello Spirito Santo. Il nostro linguaggio teologico dovrebbe usare una terminologia più unificante. Piuttosto che parlare del Crocifisso o del Risorto converrebbe parlare, o comunque avere chiaro nella nostra percezione, il concetto di Crocifisso – Risorto.

Nel corrente anno paolino si è parlato di continuo di Paolo apostolo “conquistato dal Risorto”, del suo incontro col Risorto, di lui come annunciatore del Risorto, eccetera. È invece evidente che nella coscienza e nell’esperienza dell’Apostolo le due dimensioni non solo sono inscindibili, ma la sua passione emotiva parte ed è dinamizzata incessantemente dall’ammirazione sconfinata per il Crocifisso e dall’ansia di conformarsi a lui. Il Crocifisso è vivo, dunque risorto, ma Paolo sente di doverlo assimilare e annunciare come amore che brucia e consuma la vita per realizzare la pienezza della vita. Assimilarlo come crocifisso per sperimentarlo come risorto.

A partire dall’esperienza di Damasco

Da zelante fariseo qual è, impegnato a scovare e fare arrestare i seguaci di Gesù di Nazareth, Saulo riceve dai colleghi farisei il delicato incarico di guidare la spedizione punitiva contro i seguaci di quella setta già insediati anche a Damasco. Per la strada è accecato da una luce misteriosa che lo inchioda a terra e gli fa gridare aiuto, aiuto! Qui la retorica di certi commentatori si scatena: è il Risorto, la luce del Risorto, afferrato dal Risorto.

Certo! Ma il Risorto si presenta come perseguitato e messo in croce da una scelta di vita che si ostina a non aprirsi alla luce della nuova fase del piano divino per la salvezza di Israele e dell’umanità: il mistero pasquale in Gesù di Nazareth. “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Io sono Gesù che tu perseguiti”, At 9,4.5.

Per parlare e intervenire così, questo Gesù dev’essere per forza vivo, ma le sue parole sono il gemito del Crocifisso che soffre ancora nella comunità che è suo corpo. Lo shock emotivo di Saulo è provocato dal grido di dolore del perseguitato e crocifisso, non solo dal potere atterrante del risorto e Signore. “Chi sei, Signore?”

L’esperienza di Damasco non è mai descritta nei dettagli – né in Atti né nell’epistolario paolino – quindi non capiamo sino in fondo in che cosa sia consistita. Tra l’altro, Paolo non ne parla mai in termini di “conversione”, come noi facciamo anche per la sua commemorazione liturgica.

Se fu un’apparizione soprannaturale, com’era il Gesù che si fece vedere? Crocifisso o risorto? Fu solo una locuzione interiore di indole mistica? Quale fu la vera portata degli aspetti psico-fisici? Sappiamo di tre giorni di cecità e digiuno, e delle squame che cadono dagli occhi col recupero della vista, At 9,9.18

Nei seguenti tre misteriosi anni di seminascondimento che Paolo, dopo avere ricevuto il battesimo, trascorse tra il deserto di Arabia, la sua nativa Tarso e il ritorno a Damasco, deve avere ricevuto le illuminazioni necessarie – dal Cristo in persona e dalle diverse comunità contattate – per immergersi talmente a fondo nel mistero, da riemergerne come il più documentato e affascinante annunciatore nella chiesa delle origini.

La sua comprensione del Crocifisso

L’immagine di quel “perseguitato” e crocifisso, ma vivo e “Signore”, domina talmente il suo essere da imprimervi pian piano i tratti della sua fisionomia, fino alla piena identificazione.

Non si limiterà ad annunciare che il Crocifisso è Risorto, secondo il kerigma che ha ricevuto e deve trasmettere con tutta la comunità apostolica, ma più di tutti ne spiegherà la portata e le conseguenze. Gesù di Nazareth è risorto come Capo che più non muore, ma è ancora crocifisso nel suo corpo. Il che significa crocifisso in lui, Paolo, e in ogni credente e in ogni comunità e nell’umanità e nella creazione intera. Il mistero del Crocifisso domina la sua vita, il suo pensiero, le sue parole parlate e scritte, le sue azioni e decisioni, specie quella fondamentale di andare a predicare il vangelo ai pagani.

Non parla mai di Gesù come farebbe uno storico che descrive una biografia, ma come di un contemporaneo più vivo dei vivi, che influisce sulla vita e sulla storia. Il cuore della sua teologia è il mistero del Crocifisso – Risorto e del suo corpo che è la chiesa, anche qui nell’inscindibile unità. Com’è uno il Crocifisso – Risorto, così sono uno il Crocifisso e la Chiesa. Per Paolo il morire e risorgere di Gesù è la realtà che spiega tutte le realtà, rivela il volto e il disegno di Dio, motiva l’esistere, il divenire e il destino di tutto ciò che esiste, nell’eternità e nel tempo.

Dalla croce risplende la rivelazione piena della Trinità, nell’amore del Padre che dona il Figlio, nell’obbedienza d’amore del Figlio che si dona al Padre, nell’opera dello Spirito come amore del Padre e del Figlio. La Trinità si rivela anche nell’Annunciazione, nel Battesimo e nella Trasfigurazione di Gesù. Gesù parla spesso del Padre e dello Spirito, specie nel vangelo di Giovanni, ma è sulla croce, e di conseguenza nella risurrezione, che realizza e manifesta il culmine di attuazione del disegno di salvezza dell’umanità.

La cristologia, pneumatologia e ecclesiologia di Paolo scaturiscono dalla sua comprensione del Crocifisso. La chiesa corpo di Cristo è il prolungamento del Crocifisso – Risorto, come egli spiega parlando del battesimo, dell’Eucaristia e del matrimonio. La contemplazione del Crocifisso non è in Paolo un compiacimento speculativo (c’è il rischio di ridurre il Crocifisso a una bella filosofia, o anche teologia: l’eroe, la vita data per amore), ma confluisce sempre nella concretezza della vita quotidiana: di lui personalmente come apostolo, della comunità nelle debolezze dei rapporti interni o nelle difficoltà di una vita controcorrente, degli sposi, dei battezzati.

“Il cuore della vita cristiana è l’amore, come fu incondizionato amore quello che animò il Cristo crocifisso. L’esperienza del limite e della debolezza, come quella che Paolo stesso provò nel suo corpo, trova significato nel corpo crocifisso di Gesù che si offrì in sacrificio per noi.

Il corpo di Cristo che è la chiesa deve rendere l’onore più alto alle sue membra più deboli e trascurate, perché Dio si è rivelato al mondo attraverso un Messia crocifisso. Così il Corpo di Cristo è un corpo crocifisso, dalle ferite ancora visibili.  Le tribolazioni apostoliche e le laceranti angosce sperimentate da Paolo durante il suo ministero, o dalle sue comunità nelle lotte e difficoltà di ogni genere non sono inutili, perché la croce di Gesù ha affermato una volta per tutte che, per la potenza della grazia divina, dalla morte scaturisce vita abbondante.

E così via. La vita di Paolo fu davvero afferrata dalla memoria della Passione di Gesù” (D. Senior C.P. , Paul, our Brother: Biblical Wisdom for Passionist Apostles, Sinodo Generale dei Passionisti, 8 settembre 2008).

Alla luce della Passione di Cristo, del mistero pasquale, egli ripensa e riscopre il cuore della sua tradizione giudaica. Il Dio di Abramo è anche il Dio delle nazioni e dell’umanità. Il Dio di Gesù crocifisso è rivelato non nei segni del potere e della sapienza umana, ma nello stupore di ciò che gli uomini stimano debolezza e stoltezza: una vita donata per amore, come dichiarerà con fermezza all’inizio della sua prima lettera ai Corinzi, 1,22-25.

Dalla conoscenza all’esperienza

Non è possibile presentare in questa sede le sfaccettature della comprensione paolina del Crocifisso. Dobbiamo però dire che la sua predicazione, teologia e insegnamento sul Crocifisso derivano dalla sua esperienza del Crocifisso, secondo la sequela proposta da Gesù stesso nel vangelo. “Se il seme non muore, non porta frutto”, Gv 12,24. “Chi vuol venire dietro di me prenda la sua croce ogni giorno”, Lc 14,24, e par.

La sua teologia non è solo speculativa, né solo condizionata dalle correnti culturali del momento, ma è incarnata nel corpo vivente della chiesa e nel suo appassionato spendersi per essa. La sua predicazione è radicata nella sua partecipazione alla passione del Crocifisso. In questo egli è di esempio per quanti nella chiesa hanno il compito di studiare, insegnare e predicare. Dovrebbero essere attenti alle occasioni, e magari pregare per ottenerne, di partecipazione alla passione di Cristo, per assicurarsi che ciò che si proclama sia collegato all’impegno di sequela e scaturisca dall’esperienza personale e comunitaria della Passione.

Come la passione di Gesù è passione d’amore e passione di dolore, così il ministero di Paolo suo discepolo fu la passione della sua vita e una sofferenza che lo consumò sino al martirio.

Cominciò con progetti coraggiosi fino al limite della temerarietà. Come appare dal capitolo 15 della sua Lettera ai Romani e da altri accenni epistolari, il suo piano era di muoversi lungo la linea del Mediterraneo fondando chiese in tutte le città e permeare il mondo romano in modo da convertire i pagani a Cristo. Così egli si illudeva di fare ingelosire i suoi colleghi ebrei, che avrebbero a loro volta accettato il vangelo. Alla fine Paolo avrebbe consegnato a Cristo tutto il mondo allora conosciuto. Un bel regalo, da cancellare per sempre la macchia dell’iniziale persecuzione.

Non c’è male come sogno da innamorato.

I giudei si ingelosiranno davvero, ma fino al punto di far fuori anche lui, Paolo, non di consegnarsi a Cristo. Infatti alla fine del suo terzo viaggio apostolico, quando torna a Gerusalemme dopo aver tanto lavorato per fondare comunità cristiane tra i pagani, giudei e cristiani giudaizzanti tenteranno di eliminarlo. Ciò comporterà un suo ennesimo arresto, con conseguente appello a Cesare e partenza dalla culla di tutte le sue comunità e della chiesa intera. Davvero il Crocifisso gli insegnerà “quanto dovrà soffrire per il mio nome”, At 9,16.

La mancata accettazione del Cristo da parte del suo popolo fu per Paolo una sofferenza da spezzare il cuore; come, appunto, per il Crocifisso. Sembra chiaro che egli non s’aspettasse la sopravvivenza di un giudaismo non cristiano. I suoi compagni farisei non ebbero la sua esperienza e quindi non lo seguirono, e questo per lui è restato inspiegabile. In Rm 9,1-5 ne parla con accenti strazianti:

“Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza me ne da testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anatema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene il Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto. Amen.”

Sappiamo che cosa significava il Cristo per Paolo. Sentirlo dirsi disposto ad essere “separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli” ci lascia sgomenti e ci fa capire quale fosse l’angoscia che gli strappò quella affermazione. Paolo soffrì non solo per la mancata realizzazione del suo sogno di cristianizzare il mondo, ma anche per le continue critiche contro le cose che aveva realizzato. Non vide mai pacificamente condivisa la sua visione di un vangelo per i pagani liberato dalla soggezione alla legge. Pare che altri leader cristiani e i soliti “guardiani della verità” seguissero furtivamente i suoi passi spargendo dubbi sulla sua ortodossia e sulla sua autorità apostolica, e attirando i neoconvertiti verso una diversa comprensione della chiesa. Alla fine sceglierà di approdare in occidente perché azzittito in oriente, rifiutato e arrestato perché la sua opera è considerata eresia, quindi offesa a Dio. Proprio come il Crocifisso!

In un noto passo di 2Cor egli sfoga la sua esasperazione per questa situazione.

“Sono ebrei? Anch’io! Sono Israeliti? Anch’io! Sono stirpe di Abramo? Anch’io! Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte. Cinque volte ho ricevuto dai giudei i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balia delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli in mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, le preoccupazione per tutte le chiese. Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che anch’io non frema?”, 2Cor 11,22-29.

 Si vede che la sua pazienza in qualche momento è venuta meno e l’indignazione è straripata non tanto contro i capi della sinagoga o le minacce degli officiali romani, ma verso i suoi compagni apostoli e i dirigenti delle sue comunità.

“La preoccupazione per tutte le chiese” è un’altra sua tipica espressione che indica la duplice faccia della sua partecipazione alla passione di Cristo, come coinvolgimento emotivo e sofferenza consumante. Il dolore del non vedere mai del tutto accettata la sua visione della chiesa.

Paolo non era una statua di cartapesta, ma una persona sensibile e ribollente. In certe notti durante i suoi frequenti arresti – a Corinto, a Efeso, a Gerusalemme, a Cesarea Marittima e a Roma – si sarà domandato con angoscia se non avesse per caso sbagliato tutto. Come può accadere in certe situazioni della vita.

Ma egli non si staccò mai dall’esperienza fondante della sua vita: l’amore del Crocifisso Risorto, scoperto nell’incontro-scontro di Damasco. Perciò contro sofferenze e difficoltà di ogni genere egli lancia la sfida di sempre: l’assoluta certezza dell’amore del Crocifisso:

“Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore”, Rm 8,35-39.

A questo punto è chiara in lui l’esperienza unificante del Crocifisso – Risorto.

Ecco dalle sue stesse parole la descrizione lapidaria della sua identità, in questa fase della sua maturità spirituale: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”, Gal 2,20.

E alla fine della stessa lettera: “D’ora in poi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stimmate di Gesù nel mio corpo”, Gal 6,17.

Gabriele Cingolani cp

Publié dans : CROCIFISSO (IL) |le 5 novembre, 2009 |Pas de Commentaires »

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